Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

I sentieri di Eraclito

9 commenti

> di Giuseppe Savarino

“Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lògos”.
(Eraclito, frammento 45 Diels-Kranz).

“Oscuro” e “piangente” sono gli aggettivi che accompagnano da sempre questo autore presocratico: oscuro per lo stile aforistico, ermetico, oracolare (Giorgio Colli, sorpreso dalla morte proprio mentre stava scrivendo un libro su Eraclito, parlava di «vibrazione del nascosto»), piangente probabilmente per il suo profondo pessimismo.

Di certo non fu oscuro per linguaggio ma per scelta: concepiva la sapienza come ricerca, come processo esoterico (qualcuno lo definirà filosofo mistico).
Il sapiente è colui che non si lascia ingannare, che pone come fondamento ultimo del mondo ciò che non è palese («Il signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice né nasconde, ma indica [dà un segno, NdR]», frammento 93 Diels-Kranz).
Oscura fu anche la sua vita: come tutti gli autori presocratici non si sa di lui pressoché nulla, se non ciò che ci ha tramandato la dossografia antica e cioè che era di nobili origini e che è vissuto a Efeso, oggi splendido sito archeologico in Turchia.
Da vero amante della sapienza non era interessato alle ricchezze materiali, come racconta Diogene Laerzio, che aggiunge: «fu altero quant’altri mai e superbo».

Misantropo lo fu quasi sicuramente, viste le molte testimonianze in tal senso; anche nei suoi scritti emerge un aristocratico disprezzo (e non solo per la famosa dichiarazione: «Uno solo per me vale diecimila, se è il migliore»).
Il disprezzo di Eraclito è rivolto verso quelli che definiva “i dormienti”, interessati solo ai propri egoistici interessi e non a quelli “comuni”, (di quanti dormienti oggi siamo testimoni?!) incapaci di comprendere il lògos e quindi il significato di ciò che li circonda («Bisogna seguire ciò che è comune. Ma pur essendo questo lògos comune, la maggior parte degli uomini vivono come se avessero una loro propria e particolare saggezza»).
Il lògos è argomento centrale in Eraclito e pertanto molto discusso.
Secondo alcuni si tratta di un’anticipazione del concetto di “ragione” hegeliana regolatrice del mondo, per altri è più vicino a un concetto di parola o discorso «che ha un senso rilevante», contrapposto ad un discorso ovvio o insensato, «conquista dell’intelletto umano, che, attraverso un faticoso lavoro di scomposizione del tutto, raggiunge la vera struttura delle cose» (Paolo Impara, I Presocratici. Lettura e interpretazione dei frammenti e delle testimonianze, Armando Editore, Roma, 1997, pag. 55).

Per “parlar chiaro”…è come quando, nella conversazione, diciamo “Sì, hai ragione” per evidenziare il proprio assenso a un discorso ragionevole, imparziale, anche se non per forza condiviso (“Sì, hai ragione, ma…”).
O ancora più probabilmente è da intendere in tutt’e due i modi: lògos come ragione o intelletto umano, che permette la comprensione generale del cosmo.

Heidegger lega il lògos eracliteo a quello di physis, di natura (e per questo riteneva non contrapponibili concettualmente Parmenide e Eraclito), in grado di racchiudere al suo interno anche il senso dell’opposizione e del contrasto.
Hegel, dice Heidegger, include Eraclito nel suo mondo, accentuandone l’elemento dialettico, con un “prima” e un “dopo” in vista del raggiungimento (pur faticoso) di una identità, lasciando però fuori l’essenziale ovvero la differenza, quel continuo porsi tra la verità e l’esser-ci.
Comunque lo si intenda, questo lògos “comune” sembra di primo acchito in contraddizione con l’aristocratico disprezzo che dimostrava per la volgarità del popolo.

Eraclito parlava piuttosto di aristocrazia come nobile espressione dell’animo, a cui tutti (proprio tutti) possono accedere teoricamente, ma a cui solo i sapienti potranno realmente accedere.
In tal senso, ricorda un altro fine (aristocratico) pensatore, Friedrich Nietzsche, che non a caso lo considerava un suo “predecessore”.
Una antinomia – attenzione al “comune” e disprezzo della massa – apparente, trattandosi piuttosto di una riflessione sulle differenze che definiscono l’individuo e la sua singolarità, indipendentemente da ricchezza economica, razza o lignaggio.

Eraclito, diversamente da quanto sostenuto dalla scuola eleatica, considerava veritieri sia l’Uno sia il Molteplice e non semplicemente il frutto di errori del pensiero o dell’apparenza.
Pur non ritenendo possibile il bagnarsi due volte nella stessa acqua, l’acqua in qualche modo concettualmente esiste, c’è e non c’è.
Allo stesso modo l’essere esiste e contemporaneamente non esiste, come nel classico paradosso della nave di Teseo: un’idea poi ripresa e sviluppata con varianti a volte significative da vari autori, tra gli altri, Giordano Bruno, Spinoza, Plotino, Cusano.

Più che della discussione, un po’ pedante, dell’interpretazione del lògos, credo sia più interessante analizzare il “cammino” di cui al frammento 45 in esergo.
Per quanta strada possiamo fare, non troveremo mai i confini dell’anima, dice Eraclito.
Non a caso è stato definito come il “filosofo del divenire”, anche se sarà il suo discepolo, Cratilo di Atene (poi maestro di Platone), a estremizzare il concetto del pánta rhéi, anticipando così il pensiero scettico.
Più propriamente, Eraclito (non a caso un “manuale” dell’ermetismo come il Kybalion ha visto in Herbert Spencer la sua reincarnazione) è il filosofo del relativismo ontologico, dell’armonia dell’invisibile (rif. frammento 54 DK), ponte ideale del pensiero occidentale con l’orfismo e le religioni orientali, un filo sottile che possiamo far arrivare perfino al “pensiero debole” di Vattimo/Rovatti.

Eppure, trovo ancora non sufficientemente indagata la prossimità del pensiero eracliteo con quello di Protagora di Abdèra.
Già Aristotele aveva avvisato come tra i due logoi ci sia sottesa la stessa doxa, presentata sotto due aspetti diversi; poi di questo accostamento se ne sono perse un po’ le tracce, non per contrapposizione ma credo soltanto perché gli studiosi hanno intravisto una (apparente) diversità di interessi e prospettive.
Eraclito, come Protagora, intendeva rilevare e intercettare quel senso di smarrimento che, molto più tardi, esprimerà con altre parole ma altrettanto magistralmente, Blaise Pascal:
«Tale è la nostra effettiva condizione. Essa ci rende incapaci sia di conoscere con piena certezza come di ignorare in maniera assoluta. Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia; se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile, e un’ultima base sicura per edificarci una torre che s’innalzi all’infinito, ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si spalanca fino agli abissi».

Manca in Eraclito, fa notare Remo Bodei, «un’evidenza su cui appoggiarsi, come la possiamo trovare in Cartesio o in Husserl».
Neppure percorrendo intera la via, NULLA si ferma per noi: i confini della nostra anima sono un mistero. Nostra condanna e illusione: equilibrio incerto e sublime degli opposti.

[Clicca qui per il pdf]

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9 thoughts on “I sentieri di Eraclito

  1. Complimenti per l’articolo, ma credo che non sia stato rimarcato il fatto che da questo passo e poi da altri Eraclito fu il primo a parlare di psyché in modo differente dalla visione esiodea e omerica ed anticipatrice della definizione socratica. Egli infatti per primo avvicina i due concetti di logos e psychè ma non riesce a superare le difficoltà del pensiero presocratico, legate ad una visione semi monista della realtà.

  2. Grazie per i complimenti, innanzitutto.
    Naturalmente, un breve articolo non può approfondire o anche solo affrontare tutti i temi o le relazioni di un autore, ancor di più se si sta parlando di un autore profondo ed enigmatico come Eraclito.
    Concordo che Eraclito ha anticipato il concetto di psyché socratico, così come tanti altri (Hegel e Nietzsche, ad esempio) hanno evidenziato esplicitamente il loro debito culturale con il filosofo di Efeso.
    Invece non vedo un limite nella “visione semi monistica della realtà”, che dovrebbe rappresentare una difficoltà del pensiero da superare.
    Ogni Weltanschauung ha un valore extratemporale perché sintetizza la sensibilità personale della propria “posizione” nel mondo.
    Non vedo un processo storico per cui una visione filosofica è solo lo sviluppo di una precedente: ciò è una visione accademica del pensiero che non riesce a scorgere l’integrità e l’autenticità dell’essere nel percorso della vita (che mai trova i confini della propria anima).
    In questo senso, non credo che il pensiero eracliteo debba essere considerato e studiato come un passo verso quello socratico e oltre: ha un valore universale, forse il primo nel pensiero filosofico, assieme a quello di Parmenide, che è bene leggere in sé, scoprendone il profondo legame con quell’esperienza di smarrimento, conseguenza della misera condizione umana, che non a caso ho voluto come concetto conclusivo di questa mia brevissima digressione.

    • I complimenti te li faccio anche io di cuore, riesci a spiegare concetti difficili con una lucidità fluida e mai pesante, piacevole e chiara…
      vorrei accostare al frammento di Eraclito un frammento di Paul Valèry…tra l’altro contiene una contraddizione che ben si addice al contesto; riguarda l’anima (o l’idea fissa?)

      *Quel che c’è di più profondo nell’uomo
      è la pelle.*

      Molto bella la dicitura:
      *vibrazione del nascosto* riferita alla figura di Eraclito, al suo pensiero…
      anche il sentire (oltre al divenire) ha una sua importanza.

      La condanna all’illusione, nel finale, può anche essere vista come liberazione dai beni materiali.

      Un caro saluto, C.

      • Grazie Carla per il giudizio lusinghiero.
        La chiarezza è un obiettivo stilistico che ha le sue origini in un triste processo di estirpazione, un furto alla complessità della realtà, una pelle scorticata, direbbe probabilmente Paul Valéry.
        Nel passo finale, se ti riferisci alla frase di Pascal, “i beni materiali” possono essere intesi solo come uno dei tanti “assetti stabili”, una delle ultime “basi sicure” ma illusorie, la cui liberazione però non potrà che rafforzare – più che “la condanna dell’illusione” – quel senso chinetosico, ondivago del nostro essere incerto nel mondo.

  3. L’appiglio a cui aggrapparsi c’è, eccome. È il lògos, nomos naturale che renderebbe salda la comunità, ma i cittadini si sono lasciati sedurre dagli interessi particolari del denaro che crea diseguaglianze economiche e rivalità, lungi dalle diseguaglianze che dovrebbero premiare il merito, le capacità personali e soprattutto la volontà di seguire e di perseguire il bene comunitario. Attualissimo. Nonostante l’azzeccata analogia con Nietzsche, è proprio in quest’ultimo martellatore che l’appiglio pare mancare (anche se è presente implicitamente come volontà di potenza), mentre Eraclito mantiene salda la propria fedeltà al lògos. Giudico inopportuno invece l’accostamento con Protagora, che con i suoi compari sofisti ha ridotto il lògos comune a mera fonte di guadagno personale. La filosofia è pubblica, è un servizio gratuito nei confronti della comunità, la retorica al contrario fa un uso strumentale della ragione per un interesse squisitamente privato doppio, di prestigio e di lucro.

  4. Assolutamente no, un Eraclito relativista proprio non riesco a immaginarmelo. Proprio lui, integerrimo difensore del lògos universalmente e potenzialmente accessibile a tutti, ovvero di un criterio filosofico comunitario, spazio veritativo finalizzato al mantenimento di buoni rapporti comunitari, vedeva con disprezzo la sottomissione agli interessi particolari e agli utilizzi strumentali della ragione comune. Schiavitù per debiti, denaro che esclude criteri di merito, individualismo diffuso, come sarà proprio quello dei sofisti, lo indignano profondamente. Vede rassegnato fiumi di denaro scorrere, tutto scorre, e a ciò risponde con la sua secessione personale a testimoniare la sua estraneità rispetto ai suoi concittadini individualisti, ma al contempo la fedeltà alla comunità, al bene di questa e al lògos che ne potrebbe garantire una pacifica e solidale convivenza.

    • L’attualità di Eraclito è indiscutibile: riconosce da un lato il valore del bene comunitario e dall’altro esalta il carattere aristocratico (inteso come “migliore”) dell’individuo, mettendo di conseguenza in guardia sugli effetti negativi del particolarismo.
      Il lògos tuttavia è solo una parte della filosofia eraclitea; tra gli altri filoni più vistosi e interessanti ci sono il concetto di divenire e quella che viene definita teoria degli opposti.
      Mi soffermo in particolare su quest’ultima: Eraclito sosteneva che la vita è opposizione e che ciò che esiste ammette il suo contrario (il caldo esiste perché c’è il freddo, il bene perché c’è il male), senza tuttavia arrivare a un’armonica sintesi hegeliana.
      Premetto che si tratta di un autore oscuro (stessa premessa dell’articolo in questione) e che quindi si può interpretare in diversi modi, tutti più o meno condivisibili, ma tutti inverificabili. Premetto anche che molto di Eraclito proviene dalla dossografia, quindi per definizione da uno studio di autori successivi, ognuno con proprie idee e convinzioni, che probabilmente hanno distorto o ampliato nel tempo il messaggio autentico.
      Diceva, a proposito, Heidegger:
      “Una mente intelligente capisce che Eraclito parla di volta in volta in modi diversi a Piatone, ad Aristotele, a uno scrittore ecclesiastico cristiano, a Hegel, a Nietzsche. Se si rimane attaccati a una constatazione storiografica di queste varie interpretazioni, non si può che riconoscerle come dotate di una giustezza soltanto relativa”.
      Sul relativismo di Eraclito, anticipatore di quello protagoreo, ci sono diversi fonti che si possono citare a sostegno della mia tesi.
      A parte quella dell’Etica nicomachea, già citata (nonché l’estremizzazione, non casuale, di Cratilo del pensiero del maestro) in cui Aristotele riporta questa frase di Eraclito: “gli asini sceglierebbero piuttosto lo strame che l’oro; per loro è un cibo più piacevole”, ci sarebbero molti altri frammenti che si possono interpretare in senso relativistico.
      Ne riporto uno che mi sembra il più illuminante:
      “Il mare è l’acqua più pura e più impura: per i pesci essa è potabile e conserva loro la vita, per gli uomini essa è imbevibile e esiziale.” [62 Diels-Kranz ].
      Della mia stessa opinione è tra l’altro il prof. Carlo Sini (in “L’emergere dei problemi della storia nell’età della sofistica”) e probabilmente anche lo stesso Heidegger, che è oscuro quanto Eraclito, ma sicuramente profondo conoscitore di questo “attualissimo” autore.
      Se il polemos/Kampf per Eraclito, come giustamente evidenzia Heidegger, è l’essenza che definisce gli uomini (i lottanti non sono dati a priori ma si “formano” proprio a causa di questa lotta), allora non si può attribuire un fine immutabile all’essere, anzi tutto è “divenire”, mutare, umanamente relativo.
      Il lògos eracliteo si può intendere come il riconoscimento di questa relatività, un’antinomia ontologica, che è razionalità capace di intravedere da un lato la molteplicità e dall’altro l’unità, la necessità stessa di questo molteplice.
      Da ciò, il passaggio per Nietzsche all’amor fati, fu breve, inevitabile e conseguenzialmente logico.

  5. Complimenti per la sua chiarezza e contemporaneamente sintetica esaustività.
    Meraviglioso, grazie.

    LexMat
    http://lexmat.blogspot.it

    • Un giudizio davvero lusinghiero, grazie mille.
      Da notare l’insolita contraddizione tra la presunta chiarezza che mi viene attribuita con l’oscurità, caratteristica degli scritti di Eraclito, il che indica, una volta di più, la complessità e la ricchezza del suo pensiero.
      Grazie ancora per la sua cortese lettura.
      Saluti,
      Giuseppe

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