Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Due tesi sulle parole – Parte I

2 commenti

> di Ezio Saia*

Nell’articolo recentemente pubblicato su Filosofia e nuovi sentieri in cui viene recensito un saggio di Sergio Givone si afferma che nello sviluppo storico del pensiero filosofico occidentale c’è un concetto che è stato per lo più rimosso, sottaciuto o addirittura negato: il nulla. Che il nulla sia il grande dimenticato mi pare affermazione paradossale, ma non voglio discutere questa affermazione. Vorrei invece svolgere il mio commento discutendo di espressioni, che come “nulla”, hanno ambiguità di riferimento.

In un suo articolo del 1932 (Uberwindung der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache) Rudolf Carnap polemizza contro la metafisica e contro quelle espressioni che. non avendo alcun riferimento empirico o all’empiria riconducibile, assumono giocoforza significato metafisico. Nell’articolo il bersaglio polemico è soprattutto l’uso del termine “nulla” in Heidegger di cui Carnap cita un passo estratto dal saggio Cos’è la metafisica? del 1929: «indagato dev’essere l’ente soltanto e – null’altro; l’ente solamente e inoltre – nulla; l’ente unicamente oltre a ciò – nulla. Come sta la cosa con questo nulla? … esiste il nulla solo perché c’è il Non, ossia la Negazione? O forse la cosa sta inversamente? Esiste la negazione e il Non esiste solo perché c’è il nulla?» [1].

La conclusione di Carnap, dopo attenta disamina di espressioni contenenti il termine “nulla”, è che alcune proposizioni possono essere tradotte in proposizioni equivalenti dove il termine “nulla” non compare mentre altre sono irrimediabilmente prive di senso o dotate di quel senso metafisico che le rende addirittura contraddittorie. A questo punto Carnap ricorda come la circostanza non sia affatto ignorata da Heidegger il cui commento, riportato da Carnap, è il seguente: «Domanda e risposta riguardanti il Nulla sono allo stesso modo, assurde. […] La regola solitamente addotta, il principio di contraddizione esclusa, la logica in generale, sopprime questa domanda. Tanto peggio per la logica! Noi dobbiamo rovesciare la sua egemonia: se infirma il potere dell’intelletto nel campo delle questioni circa il Nulla e l’Essere, allora si decide con ciò anche il destino dell’egemonia della “logica” all’interno della filosofia. La stessa idea della “logica” si dissolve nel vortice di un interrogativo più “originario” per poi concludere che il non senso metafisico sia un surrogato dell’arte» [2].

Lo stretto legame tra arte e filosofia è, secondo Carnap, confermato dal fatto che: «Proprio il metafisico dal più forte temperamento artistico che sia forse mai nato, cioè Nietzsche, ha commesso meno di tutti l’errore di questa commistione. […] Tuttavia nell’opera in cui egli esprime con la massima efficacia ciò che altri dicono per mezzo della metafisica o dell’etica, ossia in Così parlò Zarathustra, non sceglie l’equivoca forma teoretica, ma si decide apertamente per la forma dell’arte, la poesia» [3].

Nel post scriptum Carnap annota che anche Hilbert nella conferenza Die Grundlegung der elementaren Zahlenlehre del 1930 così si espresse: «In una recente conferenza filosofica trovo questa proposizione: “Il nulla è la pura e semplice negazione della totalità dell’ente”. Questa proposizione è istruttiva per il fatto che, a dispetto della sua brevità, esemplifica tutte le principali violazioni che si possono commettere nei confronti di principi stabiliti dalla mia teoria assiomatica».

Carnap parla di parole metafisiche senza significato, io preferisco parlare di termini “vaghi”, termini sconcertanti e soprattutto in sospetto di metafisica. Un sospetto grave almeno da quando Kant, inaugurando la Filosofia Critica, tentò di mettere al bando la metafisica e di tracciare un confine di senso epistemologico che cominciò ad assumere, prima con Frege e Meinong, poi con Russell, Wittgenstein e il neopositivismo valenze logico-linguistiche sempre più forti. Il problema dell’identificazione del senso diventa nel secolo scorso un problema vivo in riferimento alle parole, ai concetti e alle teorie. Tanto più vivo quanto più si tenta di specificare il senso di quei termini “vaghi” per i quali non si riesce a dare definizione esplicita ma ci si deve accontentare di un discorso di contesto.

Una prima tesi che intendo sostenere riguarda la differenza fra quei due modi di far filosofia solitamente indicati come “Analitico” e “Continentale”. Una diversità che, a mio avviso, trova le sue basi proprio nella differente definizione dei termini “vaghi”: secondo gli “analitici” tale definizione deve essere esplicita mentre per i continentali deve essere contestuale (anche se nessun filosofo delle due scuole sembra aver indicato questo requisito come condizione d’appartenenza). Il “continentale” in genere usa un termine come “nulla” senza porsi domande di senso o di definizione ma semplicemente procedendo sicuro che sarà la discussione, l’elaborazione, la narrazione a dare un senso non tanto alla singola parola quanto al discorso complessivo. Al contrario un pensatore “analitico” cercherà sempre una definizione esplicita o comunque almeno parzialmente esplicitabile.

Una definizione esplicita che deve comunque: 1) avvenire secondo le regole di una grammatica e 2) aggregare termini di cui sia noto il senso. Siamo in sostanza alle prese con la logica di un dizionario dove l’inter-definizione è obbligatoriamente circolare e dove, per uscire da questa circolarità, si deve approdare a un sistema di termini indefiniti primitivi o afferenti a contesti extra-linguistici.

Non avviene dunque a caso che i “continentali” approdino spesso a filosofie avverse ad ogni tipo di fondamento e che gli “analitici” si affidino all’assiomatica, a termini primitivi e, nel caso del neopositivismo, a regole di formazione e trasformazione di e su protocolli empirici.

La seconda tesi intende sostenere che lo statuto di molti termini “vaghi” sia in parte quello delle grandezze teoriche.

LA NATURA PRE-TEORICA DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio, le architetture di credenze, i paradigmi, la matematica sono pre-teorie. Ma la distinzione tra teorie e pre-teorie è spesso sistematicamente ambigua come si può agevolmente constatare dalla Matematica. Da un certo punto di vista è un corpo unico, coerente, interconnesso, dall’altro un insieme di tecniche, di linguaggi, di eresie. E’ con i numeri, le funzioni, i paradigmi, gli algoritmi matematici che esprimiamo la Fisica ed in generale la Scienza, le cui varie discipline ci appaiono tanto più progredite e affidabili quanto più riusciamo a matematizzarle, a renderle maneggiabili, quantitative ecc. Con i linguaggi delle matematiche si progettano macchine, reti elettriche, dighe, sistemi di produzione ecc. che, senza la Matematica, non potrebbero essere neppure concepiti.

La Matematica, sotto questo punto di vista, appare come una pre-teoria o un insieme di pre-teorie in virtù delle quali diamo cittadinanza operativa tanto alle rappresentazioni del mondo quanto alle realizzazioni tecniche ma a sua volta la Matematica (le matematiche), oltre che essere linguaggio, paradigma e casa per tecnica e scienza, è (sono) anche una teoria o un insieme di teorie con oggetti propri, architetture proprie, propri teoremi e regole. I matematici la studiano, la ampliano, la correggono come teoria o insieme di teorie. La Matematica, nella sua varietà di discipline, è pertanto teoria i cui teoremi danno casa ad altre teorie, ponendo, comunque, vincoli con le proprie regole ed esplicitando dei limiti nel suo (loro) esser casa per ulteriori teorie.

Non diversamente per il linguaggio con cui conversiamo, comunichiamo, raccontiamo ed esprimiamo le nostre teorie sulla vita e sul mondo. Un’enorme varietà di teorie e filosofie. Anche nel caso del linguaggio non tutto ciò che sentiamo e pensiamo è esprimibile col linguaggio; non pochi filosofi, infatti, tra cui Heidegger, lamentano l’impossibilità di esprimere la propria filosofia per motivi linguistici sia di tipo grammaticale che semantico che architettonico. Ma il linguaggio ha necessariamente regole e teoremi senza i quali non riusciremmo ad intenderci. Le grammatiche di tipo sintattico come quelle a costituenti immediati, quelle categoriali, quelle trasformazionali o quelle in parte sintattiche in parte semantiche, ci svelano la natura del linguaggio ed al contempo ci rivelano, con la loro parziale impotenza, l’ambiguità, la incompletezza, la natura ambigua, storica e trasformistica delle lingue. Analogamente per i linguaggi matematici.

La natura dei numeri e dei ragionamenti matematici, che è oggetto di interrogazioni e riflessioni fin dai primi tempi della loro invenzione, si è andata sempre più intensificando col progredire dei rapporti con le geometrie e le scienze, mano a mano che nuovi numeri e nuove entità matematiche venivano scoperte: lo zero, i numeri negativi, gli incommensurabili, gli immaginari, e, buoni ultimi, gli infinitesimi e l’infinito attuale causa di una vera crisi che portò i matematici ad interrogarsi sui numeri, sulla loro natura, sulla loro casa, sui tipi di ragionamenti ammissibili.

VAGHEZZA D’IDENTIFICAZIONE

Di cosa parliamo? Siamo in grado di procedere all’identificazione dell’oggetto di cui parliamo e di quelle proprietà che gli attribuiamo?

Quando si parla di proprietà o relazioni di un oggetto bisogna individuarlo, ma di fatto con le risorse del linguaggio, a causa della sua struttura organizzata per universali, tutte le possibili descrizioni di questo o quell’oggetto specifico, di questo o quel tavolo determinato non designano quel tavolo o quella scrivania o la scrivania di Bob fino all’identificazione univoca, ma qualsiasi tavolo, qualsiasi scrivania. Dire “di Bob” non migliora di molto. E’ come se compissimo un’operazione di intersezione tra la classe delle scrivanie e la classe delle cose di Bob il cui risultato è la scrivania di Bob; ma anche “Bob” è un universale (figura 1).

(figura 1)

(figura 1)

Ci sono migliaia di Bob e per compiere l’identificazione dobbiamo ancora specificare di quale Bob si sta parlando. Per farlo sembra necessario adottare termini come: “qui”, “ora”, “questo”, “quello” che Russell chiamava “particolari egocentrici”, ma questi sono a loro volta universali linguistici assolutamente incapaci di identificare un particolare. E se ricorriamo a termini extra-linguistici (per cui siamo quindi al di fuori del linguaggio) come il dito che indica, anche questa indicazione è un universale comportamentale.

In questa critica sono ancora con Bradley ma ancor più significativa appare la critica di Wittgenstein (rivolta, in particolare, contro i neopositivisti) per il quale anche il semplice enunciato “Questo è rosso!” presuppone per chi lo pronuncia e per chi, udendolo, lo comprende la conoscenza di un bel po’ di linguaggio.

Dopo il tentativo di passare dal linguaggio al mondo, siamo dunque riapprodati circolarmente al linguaggio. Anzi (e paradossalmente) non ne siamo mai usciti. Col linguaggio, con i nomi, con le descrizioni, con i “particolari egocentrici” non si giunge al mondo e solo il contesto sembra renderci reciprocamente comprensibili. L’ora, il posto, gli oggetti che ci circondano, il passato, la memoria e così via, assumono importanza determinante. La base della comprensione e della certezza del riferimento avvengono nel dialogo parlato non mediante mezzi linguistici ma mediante contesti extra-linguistici. Negli scritti e nei romanzi la descrizione di questi contesti, il contesto linguistico precedente e seguente, svolgono la stessa funzione e a quel contesto non presente si richiamano. Nello scritto non identifichiamo con certezza né con certezza riusciamo a riferirci ad alcunché di determinato ma il fatto che si possa evocare, ci si possa richiamare, ci si possa riferire all’esperienza di contesti extra-linguistici è fondamentale. Non identifichiamo, ma è come se lo facessimo in maniera virtuale, come se in mancanza fisica di contesto, questa individualizzazione accadesse, almeno parzialmente, in virtù di memoria d’esperienza.

Il neopositivismo cercò di ovviare a questi ostacoli con il “protocollo fisicalista”, in cui l’indicazione del posto, delle circostanze, dell’ora avrebbero dovuto sopperire, con l’oggettività dei dati universalmente riconosciuti, alla soggettività contestuale dei “particolari egocentrici”. Con tale opzione “Questo è rosso!” avrebbe dovuto divenire un qualcosa per cui “questo” veniva sostituito da espressioni quali “alla tal ora”, “al tal minuto”, “nella tale località di longitudine X e latitudine Y”, ecc.

L’espediente, però, non solo mostrò la sua insufficienza, perché, per quanto ci si sforzi, non si raggiunge mai la totale identità, ma peggiorò in maniera addirittura farsesca la comprensione e l’individuazione. Con il “protocollo fisicalista” non solo l’espressione linguistica diventa smisurata e presuppone una altrettanto abnorme quantità di conoscenze, ma, in definitiva, che senso può derivare dal parlare di tempo, di latitudini, di longitudini ecc. quando si sta parlando del libro appoggiato sul tavolo della stanza in cui ci troviamo? Ci capiamo proprio perché il linguaggio non funziona secondo “protocolli fisicalisti”. Tanto varrebbe dare un nome singolare non solo a tutte le cose di questo mondo ma anche a tutte le cose dell’istante successivo e così via, come in effetti ci indica il sistema di numerazione di Funes, protagonista del racconto di Borges Funes o della memoria.

[Fine prima parte – continua]

[1] Rudolf Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi del linguaggio, saggio inserito ne Il Neoempirismo, AA. VV., U.T.E.T, 1969, p. 504.

[2] Ibidem, p. 519.

[3] Ibidem, p. 531.

* Ezio Saia ha frequentato a Torino il liceo Gino Segrè, si è laureato nel 1971 al Politecnico di Torino in Ingegneria Elettrotecnica e nel 1994 alla facoltà di Lettere e Filosofia in Filosofia. Ha lavorato presso Lara, Cec, Elfin, Mael, Elca, IPSIA G. Galilei. La sua favola La Metamorfosi del Prof. Strunz è distribuita dal circuito di librerie Danae.

[Clicca qui per il pdf]

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2 thoughts on “Due tesi sulle parole – Parte I

  1. La tesi sul linguaggio come preteoria potrebbe convincermi, ma è come se ci fosse un trucco. Hai portato ad esempio la matematica e non ragionato direttamente sul linguaggio. Questo mi pare strano.

    • Ho scelto la matematica come esempio perché più conosciuta in quanto teoria. Della grammatica del linguaggio abbiamo invece ricordi scolastici di una disciplina pasticciata fra semantica e sintassi. Pressoché sconosciute se non ai grammatici sono le Sintassi Categoriali, quelle a Costituenti Immediati, quelle Generative. Un altro problema si apre con la loro attendibilità e, in genere, con l’ammessa incapacità di rappresentare la totalità del linguaggio. Questo non vuol dire svalutare le grammatiche come teorie su cui bisogna continuare a pensare e proporre soluzioni che, penso, verranno trovate almeno sul lato sintattico con l’elevata capacità di calcolo. Ragionare direttamente sul linguaggio, come lei richiede, penso sia incompatibile con la brevità e la sintesi richieste dal post. Articolare i ragionamenti su più puntate non aiuta chi legge anzi peggiora le cose. Brutta storia tanto per chi scrive che per chi pubblica.

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