Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Scolio III

3 commenti

> di Luca Ormelli

L’uomo sosta, sospeso tra splendore e sgomento. Per colui che cammina sopra un ponte la vita si manifesta come sentiero obbligato: a monte la meraviglia, a valle la costernazione. Si dà una scelta di principio: muovere o restare? E lungo il cammino, dove gettare lo sguardo? “E'” lo sguardo che inizia alla scelta. Nello sguardo che abbraccia e raccoglie la vita originaria si dà, unica, la compresenza della vita nella sua intuita, in-differente antinomia: il fulgore delle vette e l’orrore dell’abisso. Pure quando “è” in cammino pende ognuno di noi secondo intima inclinazione ed inclina allorquando asseconda o contrasta il vento. Ma una sola “è” la parte del nostro orizzonte che ci “è” dato esperire, sia essa lo smarrimento o lo stupore. Dell’altra parte che “è” sempre possibile e nondimeno esclusiva portiamo il fatale peso della memoria, di quella molteplicità che “è” solo in quanto possibile, un possibile non percorribile, memoria della scelta originaria. “E'” infatti la rappresentazione del “vero” che ci configuriamo a costituire ed informare il giudizio che del “reale” abbiamo e non il suo dato sensibile.

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3 thoughts on “Scolio III

  1. Mi interessa molto approfondire con l’autore (e con chi vorrà intervenire) la ricorrenza di quell'”è” sottolineata. Sembra che si tratti sempre dello stesso “essere”. Deve essere inteso come “esistere”? Tradotto in questo senso mi sembra di comprendere che l’essere dell’esistere comporti scelta tra possibili, qui raffigurati in una gamma che raggiunge gli opposti della vetta e dell’abisso, e insieme giudizio sul reale. Scelta e giudizio vanno insieme e si fondano su un’apertura che è insieme essere-dato e trascendenza. Scelta finita, certo, non scelta di sé, ma scelta. Esistere che non è mai neutro stare, poiché comporta già nello sguardo la scelta. Ecco perché forse quando si sosta, si è già nella tonalità emotiva che è comprensione del mondo. Eppure mi sembra di scorgere anche una antinomia, in un punto, tra scelta e percorso obbligato: forse “percorso obbligato” è la nostra necessità di scegliere?
    Interrogarsi su questo “essere” paradossale dell’esistenza umana è la via per la ricerca della verità e non il semplice registrare il dato sensibile.
    Ciò che mi preme approfondire è questo: che differenza c’è tra il muovere e il restare? Cioè: se lo sguardo è già scelta, se la nostra semplice presenza sospesa è già scelta, è il muoversi in una direzione piuttosto che in un’altra, scegliendo tra i possibili, o è il muoversi piuttosto che lo stare, a portare al vero o al falso? Insomma è il tipo di scelta a determinare la verità o semplicemente la consapevolezza, la conoscenza, della nostra condizione ad acclararla?

    Un caro saluto
    Daniele

    • Grazie Daniele dei tuoi interrogativi per i quali non ho risposta.
      Una sola ma doverosa precisazione: sono solito riferirmi all’essere – quando senza virgolette apicali – nella sua pienezza parmenidea o tomistica. Quando cioè l’essere è senza necessità alcuna di ulteriore predicazione. Tautologicamente direbbe Wittgenstein; diversamente quando racchiudo l’essere tra gli apicali è ai suoi modi e tempi verbali che mi richiamo. E’ questo pertanto un “essere” meramente nominale, predicativo, incapace di autonomia.

      Ricambio con piacere il tuo saluto.
      L.

      • Grazie mille Luca per la precisazione.
        Effettivamente, leggendo il testo tendevo (non so se per mia particolare inclinazione) a pensare alle virgolette apicali come ad una sottolineatura ed a interpretare l’essere in questo caso come declinato in un solo modo, quello dell’esistenza.
        In questo modo, la mia lettura assumeva una sfumatura di “esistenzialismo” che forse non rientrava nella tue intenzioni.
        Chiarito questo, il tuo testo, secondo me, ha una forza particolare che gli deriva innanzitutto dallo stile, oserei dire perentorio, e dalle questioni che apre e lascia aperte.
        Daniele

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