Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Relativismo e dialogo

3 commenti

> di Giuseppe Savarino

“Siamo irrazionali”.

Così inizia un articolo pubblicato sul supplemento domenicale de Il Sole 24 Ore del 02/12/2012, intitolato “Dialogo e improvvisazione. L’incertezza non è per caso”.
In realtà non è un vero e proprio articolo ma un “dialogo scritto” tra Matteo Motterlini e Carlo Rovelli, nel solco di una ben consolidata tradizione platonica.
Siamo irrazionali…perché siamo soggetti a quello che in psicologia è conosciuto come bias cognitivo ovvero a errori di valutazione dettati da diversi fattori.
Uno di questi è quello evidenziato all’inizio del dialogo: tentiamo a sopravvalutare eventi positivi e a sottovalutare eventi negativi, soprattutto se ci riguardano personalmente.
Di conseguenza, siamo più propensi a sottoporci a un’operazione con una probabilità di sopravvivenza dell’80%, mentre, se la prospettiva è proposta con un rischio di morte del 20%, tendiamo a rifiutarla, nonostante la probabilità dell’evento chiaramente non sia cambiata.

Siamo irrazionali…ma la nostra razionalità permette, “sfiorando il paradosso”, l’investigazione di questa stessa irrazionalità.

Motterlini sottolinea che siamo in grado di prendere decisioni razionali sfruttando le capacità di elaborazione dei lobi prefrontali, che richiedono una lunga riflessione, evitando decisioni solo intuitive, legate al sistema limbico.
Tuttavia, non tutte le decisioni che derivano da una lunga riflessione sono razionali, anzi alcune volte non hanno la benché minima giustificazione logica (il male peggiore, diceva Hannah Arendt, è banale) ed essere meramente emozionali, utili ad esempio a minimizzare l’ansia o l’incertezza.
Questi auto-inganni sono essenziali per chiunque – anche per la scienza – perché nessuno può continuamente mettere in forse una propria teoria o il proprio pensiero in maniera continua o prevalente.

Il punto centrale sta proprio nella conseguenza di questo ragionamento.
Rovelli: “Siamo al punto: come distinguere le certezze condivise che funzionano bene e quindi andrebbero difese, da quelle che ci annebbiano la vista e ci impediscono di capire meglio, o di decidere meglio?” ovvero “piuttosto che il dubbio, meglio le false credenze?”

Il problema non è da sottovalutare, anzi filosoficamente è il problema.

La posizione relativistica, che risale ai filosofi presocratici e oggi prevalente, è più vicina a valori di tolleranza, di libertà e di solidarietà e sicuramente più lontana da quelli di fede, di verità e certezza.
I due poli non sono concilianti: la verità non sta nel mezzo perché non si può avere una posizione intermedia tra un oggetto che è in sé e per sé e l’osservante che è parte in causa della stessa osservazione.

La verità traballa e diventa incerta sotto i colpi della ragione.

Intuiamo, attraverso il “buon senso”, come diceva il barone d’Holbach, alcune verità essenziali, semplici.
Non dobbiamo per forza credere in quelle verità, li utilizziamo per necessità, pur sapendo, che la semplicità può essere fuorviante, ingannevole o ideologica, ma anche che la complessità può essere paralizzante, un inutile orpello, un ostacolo dannoso.

Poiché è impensabile vivere costantemente senza nessuna certezza, è necessità umana cercare appiglio e destino altrettanto umano non trovarlo.
La nostra mente rifiuta l’incertezza, “salta frettolosamente a conclusioni, inferisce troppo da troppo poco, vede ordine dove ordine non c’è, impone relazioni causali dove c’è solo il caso”.

Quello che siamo è la tensione tra un movimento e l’altro, dove inizia un sostegno inizia l’illusione che quel sostegno sia definitivo, fino al momento in cui l’evidenza o una razionalità, per così dire, più estesa – grazie alla conoscenza di ulteriori fattori – non richieda la ricerca e il sostegno di un nuovo appiglio.

Siamo immersi nel fiume eracliteo che non è mai lo stesso, anche se, in certe situazioni, è utile illudersi che lo sia, se non vogliamo affondare.
L’emergenza vitale, dettata da questo continuo movimento, non ci consente di fermarci per trovare motivazioni, essenze ontologiche o metafisiche.

La certezza, lungi dall’essere un segno di successo, è solo un sintomo di mancanza di inventiva e di povertà concettuale”.

Se non vogliamo arrivare alla paralisi decisionale, non possiamo mettere in discussione che un fiume sia o non sia, in questi casi l’unica filosofia possibile è la vita, l’azione, l’utilità, simbolicamente il nuotare e non il pensiero astratto, la ricerca delle cause, il senso metafisico, la valutazione di tutte le possibili alternative (volendo esagerare l’unica filosofia possibile sarebbe quella vicina al pragmatismo americano di William James, Peirce e C.) e questo sarebbe inevitabile o essenziale alla nostra sopravvivenza.

Ci sono due storielle che vorrei citare al proposito per riflettere su due visioni opposte ma entrambe paradigmatiche.
La prima è una breve storia buddista:
“Un uomo fu colpito da una freccia. Incomincia a chiedersi che tipo di legno fu usato per l’asta, dove fu fatta la punta della freccia. Nel frattempo, la ferita si aggravò e morì”.
L’altra storia è la seguente:
“Un viandante passeggiava nel bosco, quando vide un taglialegna impegnato in tutta fretta e con grande sforzo a tagliare un tronco d’albero. Il viandante gli si avvicinò e vedendolo così affaticato, gli disse: “Scusami, ho notato che la tua ascia è smussata, perché non l’affili?”
Il taglialegna senza fermarsi borbottò: “Non ho tempo per queste cose, io devo segare alberi!”

Nelle due storie sono descritti due comportamenti decisamente contrastanti, ma con effetti similmente catastrofici.
Nel primo caso, l’unica informazione realmente necessaria è sapere come rimuovere la freccia; tutto il resto è disquisizione teoretica inutile o meglio esiziale.
Nel secondo caso, invece, “segare” ovvero agire e non riflettere sulle possibili modalità che potrebbero rendere quell’azione più sensata, più efficace e più efficiente (come ben sanno le aziende oggi), è semplicemente poco intelligente o poco umano.
Venendo meno ogni emergenza e subentrando la riflessione, – la ricchezza concettuale – l’uomo si riappropria di una dimensione diversa, dove la razionalità, il senso artistico ed estetico diventano l’essenza stessa della distinzione umana rispetto a quella animale o minerale.
Questo spostamento dimensionale fa parte di quell’area umana definita libertà, che progressivamente avvicina alla tolleranza e altrettanto gradualmente allontana dalla certezza e dalla fede.

Si tratta tuttavia di un movimento provvisorio e instabile, aperto quotidianamente al logorio della dimensione temporale.

La soluzione proposta nel dialogo tra Motterlini e Rovelli è il dialogo stesso che “è lo strumento attraverso il quale le certezze si mettono a confronto con opinioni diverse, si librano per così dire nell’incertezza, rendono più accettabile l’inconclusività delle conclusioni”.
Con il dialogo è possibile rimediare ai propri errori: “la razionalità forse non dà certezza, ma certo libera da errori evidenti”.
Non si rifugge dunque dal relativismo “sposando acriticamente delle verità, piuttosto vale il contrario: possiamo evitare errori solo accettando di mettere in dubbio ogni nostra certezza”.

Poiché la natura umana è libera, abbiamo la possibilità di optare per le certezze false ma rassicuranti oppure di accettare l’incertezza e “il continuo lavorio del dubbio che ci permette di compiere scelte più efficaci rispetto ai nostri obiettivi e di conoscere sempre meglio il mondo intorno a noi”.
Se scegliamo la seconda via, come sembrano fare i due interlocutori, non si può dimenticare “la grandezza della sfida”, e accettarla con l’aperta disponibilità d’animo a cambiare idea.

Anche tramite il dialogo.

[Clicca qui per il pdf]

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3 thoughts on “Relativismo e dialogo

  1. Concordo sull’importanza dell’argomento. Di razionalità si dovrebbe parlare di più in filosofia. Cercando anche di capire cos’è, con quali e quante accezioni se ne parla, qual’è la sua storia e la storia dei pendolamenti del suo senso.
    Ezio Saia

  2. Se ne dovrebbe parlare di più…ma senza esagerazioni.
    La ragione infatti “libera da errori evidenti” ma non è solo il suo sonno a generare mostri ma anche la sua eccessiva veglia ispezionatrice, come messo in guardia dal significato del primo racconto (quello della freccia) e come ampiamente dimostrato dalla storia (non per ultimo dal periodo del Terrore seguito alla Rivoluzione parigina).
    Faceva dire Oscar Wilde a Lord Henry Wotton nel famoso “ritratto”: “Mi domando chi sia stato a definire l’uomo un animale razionale. È la definizione più sconsiderata che sia mai stata data. L’uomo è tutto, fuorché razionale”. Aggiungendo “Meglio così,del resto”.
    Nietzsche avrebbe sottoscritto.
    Uno dei miei motti preferiti è il kantiano-oraziano “Sapere aude”, osa sapere, abbi il coraggio di sapere.
    Perché la conoscenza, razionale o sensibile che sia, richiede la sofferenza tipica dell’eroe.
    Per questo è teatrale, mitica, ingannatrice come lo è chi è in cerca di approvazione esterna perché insicuro ed incerto.
    “Fissare dei principi e in questi cercare conforto: non resta altro”, scriveva sempre Orazio.
    Sapendo di non trovarli mai, aggiungo.
    Credo che il cercare di comprendere i suoi “pendolamenti” significhi (anche) questo.

  3. Con le mie poche parole non cercavo certo di elevare un inno alla ragione, ma più semplicemente mettere in evidenza il troppo uso che si fa del termine ‘Ragione’ e dei suoi derivati come ‘ragionevole’, ‘razionale’, ‘razionalizzare’, ‘irrazionale’ e così via senza spiegare in che accezione o in che gamma di senso vengono usati i termini. Si è invocato e si invoca ancora spesso la dea ragione, ci si appella a Hegel citando la razionalità del reale e la realtà del razionale, si parla di razionalizzare l’organizzazione sanitaria, si afferma che l’introduzione del sistema metrico decimale fu una razionalizzazione, ci si richiama alla ragione usandolo il termine come sinonimo di buon senso, ci si appella alla definizione di uomo come animale razionale, ecc. Kant ne parla distinguendo tra intelletto e ragione. Personalmente ho molte idee in materia e ritengo in parte fondate le idee di Mach che giunse a negare che potesse esistere un criterio di razionalità a cui ricondursi e a concludere che la spiegazione scientifica non riconduce “la non intelligibilità ” a “intelligibilità”, ma piuttosto “si riconducono inintelligibilità insolite a intelligibilità usuali”. ma non si può certo ridurre il senso generale del termine ragione unicamente a componenti di abitudine o non abitudine considerando, se non altro, la storia del senso con cui questi termini furono usati.
    In questo senso, in direzione di una maggior chiarezza, auspico che se ne parli di più

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