Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà

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> di Pietro Piro*

Tutti i grandi sognatori aspirano a realizzare i propri sogni, a rivestire le
proprie chimere di carne e sangue, proponendo al mondo un modello di uomo
diverso e superiore rispetto a quello attuale, creatore di una corrente di vita
poderosa e distruttrice delle barriere innalzate dal sentimento, dagli interessi
e dalla tradizione. Sembrerebbe che sia la stessa idea che aspira a consolidarsi
nella materia che, nata nel cervello come lontano eco della realtà, fatica per
ritornare alla sua fonte e ad ergersi a tiranna e maestra della natura stessa.
Quest’importante legge psicologica, ben conosciuta da Cervantes,
si realizza in Don Quijote

[S. Ramón y Cajal, Psicologia del Don Quijote e il Quijotismo]

I.
In una recente intervista, rilasciata in occasione della pubblicazione di una nuova edizione italiana [1] del Don Chisciotte, – da lui curata – il filologo spagnolo Francisco Rico Manrique ha dichiarato che: «Il libro non esprime chissà quali idee filosofiche, la sua unica filosofia è il realismo» [2]. L’affermazione, criticabile o accettabile, non tiene conto di un aspetto che non smette di suscitare interesse: si tratta di un’opera-specchio, dentro la quale ognuno scorge, in un gioco sottile di luci e ombre, la propria anima – o meglio – la fase di sviluppo interiore in cui si trova la propria anima nel momento in cui si scontra con il testo cervantino.
La dimostrazione di questo nostro assunto è rintracciabile nel denso libro scritto da Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà [3]. Il libro, ripercorre le tappe attraverso le quali alcuni grandi interpreti del Quijote – in prevalenza filosofi spagnoli che scrivono nella prima metà del novecento – attraverso la loro abilità ermeneutica, mettono a nudo il proprio pensiero e in un gioco delle parti, rivelano aspetti profondi e fecondi della propria personalità. Il libro dunque, pur analizzando le diverse sfumature ermeneutiche dell’opera cervantina, ci permette di accostarci a figure del pensiero filosofico spagnolo la cui opera appare – grazie all’asse di rotazione simboleggiata dal Quijote – in fecondo dialogo con il passato e preoccupata di ricercare le radici di una propria identità per affrontare le sfide del cambiamento e della modernità incombente.

II.

Savignano introduce le sue analisi mostrando il carattere necessariamente ambiguo dell’opera che è maturata in circostanze ben precise:

«Questo primo romanzo moderno è una risposta non solo alla decadenza spagnola vissuta dallo stesso Cervantes, ma anche alla necessità di sottrarsi alla censura dell’Inquisizione, che perseguitò il geniale scrittore. Non è casuale che il libro, intriso d’ironia, sovente tende a mostrare il contrario di ciò che vuole che noi intendiamo. Cervantes non ricorre al discorso razionale e alla riflessione astratta poiché filosofa metaforicamente e fa ricorso all’ironia» [4].

Per Savignano, il valore filosofico dell’opera è fondamentale e va riscoperto proprio per poterla collocare in un più ampio orizzonte di senso storico e critico:

«L’Europa lesse il Chisciotte senza scoprirne il suo vero significato filosofico. Il fraintendimento dell’umanesimo di Cervantes scaturisce dall’aver dimenticato la funzione rivelatrice e speculativa del linguaggio retorico. Cervantes non parte dall’identificazione razionale della realtà, ma da un capovolgimento dell’identità logica inventando un nuovo genere: il romanzo attraverso cui si esprime con un linguaggio ingegnoso, metaforico, creativo e storico» [5].

Il romanzo ci rivela un significato esistenziale molto alto e ci accompagna nelle fasi della nostra vita mostrandoci come in uno specchio: l’illusione e la caduta drammatica della nostra vita quotidiana [6].

III.

Savignano analizza in capitoli densi e profondi il contributo di giganti del pensiero spagnolo che egli stesso ha contribuito a farci conoscere e apprezzare attraverso un’opera tenace e ammirevole [7]. Il primo a comparire [8] è Miguel de Unamuno che situa la sua interpretazione tra idealismo etico e tragedia [9]. Unamuno, confrontandosi con il Quijote:

«Intravede nella vicenda chisciottesca le linee maestre dell’autentico spirito spagnolo ed inoltre l’unica possibilità di assurgere alle altezze filosofiche, oltre che un potente incitamento ad abbracciare una vita imperniata sull’ideale etico, sull’eroismo tragico onde conquistare quella gloria e fama individuali e collettive, in ultima analisi l’immortalità, che solo una fede basata sul forte volere può in qualche modo garantire. La fede creatrice è, infatti, la segreta spinta ad agire e, in definitiva, a vivere non di vuota retorica e luoghi comuni, di cui era invasa la Spagna agli inizi del secolo scorso, ma praticando quel “sacramento della parola”, giacché non è autentica la chiacchiera, ma l’azione secondo il cuore e l’eterna saggezza. […] La crisi unamuniana ha trovato l’approdo del cavaliere della fede, il quale è l’eroe e la maschera, insomma “la figura simbolica, che aiuterà Unamuno a creare il proprio mito e a rispecchiarvisi”» [10].

Per Unamuno il Quijote non è solamente un’opera letteraria ma rappresenta un archetipo presente nell’anima di tutta l’umanità [11]. La speranza [12] che anima il cuore di Don Chisciotte è universale e il suo desiderio di etica e di gloria è un tratto distintivo del genere umano. Se esiste una filosofia spagnola per Unamuno è proprio quella chisciottesca, le cui caratteristiche fondamentali sono:

«Quella di non volere morire, quella di credere, quella di creare la verità. Ma tale filosofia non si apprende nelle scuole, né si può esporre secondo la logica deduttiva e induttiva, né deriva da sillogismi: sgorga direttamente dal cuore» [13].

Unamuno trova nel Quijote le ragioni profonde di una vita orientata alle ragioni propriamente umane e metafisiche che sono, a suo avviso, le uniche in grado d’indirizzare la vita nella sua pienezza tragica, mentre né il progresso né la scienza sono in grado di affrontare il problema del senso e del valore della vita [14].

IV.

José Ortega y Gasset fa del Quijote un archetipo della volontà di avventura [15]. Debitore a Unamuno di molte riflessioni e suggestioni, legge il romanzo da un punto di vista prevalentemente estetico e lo utilizza per esporre la sua concezione della vita e della creazione poetica:

«Don Chisciotte è un eroe tragico perché volendo essere se stesso deve vivere in perpetuo confronto-scontro con la circostanza. A Ortega, che era interessato al libro, al romanzo, al segreto di Cervantes, non importa di “riscattare il personaggio” ma di accostarsi all’autore per dissipare l’ambiguità poetica tramite la conoscenza razionale. […] Ad Ortega interessava indagare sul rapporto tra realtà e ideale nel primo romanzo moderno: quello dedicato da Cervantes al Chisciotte, che opera rispetto all’epica, l’intersezione tra due mondi: il passato e il presente, l’immaginario e la realtà, il poetico e l’extrapoetico» [16].

Ortega appoggiandosi a intuizioni bergsoniane sulla natura della comicità, si concentra sul rapporto tra finzione e realtà alla luce della scoperta dell’io da parte della modernità:

«L’eroe si caratterizza non per la pratica del dovere, bensì per la volontà di originalità, per lo spirito di creazione, per la reazione alla morale utilitaristica e convenzionale borghese. Don Chisciotte, in quanto eroe tragico, è paradigma dell’ambiguità giacché è pura volontà; il che implica elementi appartenenti a mondi contrari, poiché la volontà è reale, ma ciò che è voluto è irreale”. […] Ma la volontà dell’eroe appare fragile persino ad attuare i più semplici gesti vitali. Di qui il riso, giacché “la commedia vive sulla tragedia come il romanzo sull’epica”» [17].

Ciò che interessava a Ortega era fare notare la frattura insanabile tra progetto personale e circostanza e come questa lotta, possa generare sia il tragico che il comico. La volontà di avventura, diventa allora la chiave per penetrare il mistero del Quijote.

V.

Ramiro de Maetzu, presenta la sua interpretazione del Quijote come chiave per intendere il complesso mutamento sociale e spirituale che sta vivendo la Spagna del proprio tempo, mutamento che a suo avviso mostra i segni della decadenza:

«Nel Chisciotte dobbiamo vedere il libro esemplare della decadenza, non per quello che concerne il valore letterario, bensì nel senso nietzschiano per quanto attiene alla dimensione vitale. Il Chisciotte, che sembra una parodia dello spirito cavalleresco e avventuroso, lungi dall’essere congeniale all’indole dell’uomo ispanico è derivato da ben precise circostanze storiche. Don Chisciotte era “abbastanza vecchio per queste imprese. Voleva ma non poteva. Anche questo è segno di decadenza”» [18].

Secondo de Maetzu, il Quijote è stato concepito in un momento di disillusione e demoralizzazione dell’autore, che attraverso il romanzo ripercorre le tappe delle proprie sconfitte e delle proprie ambizioni frustrate. Il Quijote diventa allora il libro del disincanto spagnolo, libro della nostra filosofia nazionale [19] ed è portatore di una lezione che deve essere attentamente seguita dal popolo spagnolo se vuole risollevarsi dalla depressione morale nel quale è caduto:

«L’amore senza la forza non può muovere nulla e per misurare bene la propria forza è necessario vedere le cose come sono. La voracità è un dovere inescusabile. Prendere i mulini a vento per giganti non è semplicemente un’allucinazione, ma un peccato» [20].

VI.

Amerigo Castro si sforza di collocare l’opera cervantina in un complesso quadro di riferimento culturale che possa permettere d’individuare le profonde radici filosofiche dell’opera. Analizzando la posizione di Cervantes rispetto ai temi fondamentali del dibattito filosofico, lo colloca in linea con gli atteggiamenti e le tendenze del suo tempo perché a suo avviso:

«Egli non si limita solo all’utilizzo delle fonti, ma presuppone l’uso continuo della critica, la fiducia nella ragione e nell’esperienza e la convinzione che le cose presentano molteplici aspetti e punti di vista per cui spetta agli uomini attraverso la discussione stabilire la verità» [21].

Castro pur non volendo forzare la mano dell’interpretazione e dei riferimenti, ritiene di poter individuare una morale che emerge prepotente dall’opera di Cervantes:

«La morale che emerge dalle opere di Cervantes è essenzialmente filosofica ed autonoma, di indole naturistica ed umanistica, non condizionata in modo rilevante dai principi religiosi, pur non potendosi sostenere che il suo pensiero sia anti-religioso. Il naturalismo etico, che implica elementi razionalistici, si richiama al neo-stoicismo rinascimentale. […] In conclusione la morale di Cervantes, che è molto complessa, si basa sulla morale naturalistica, fondata sulla spontaneità, fortemente intrisa di elementi stoici» [22].

Cervantes però non era un filosofo e la sua opera si muove con molta libertà attraverso registri propri del romanzo, rivelando anche le tensioni tra classi sociali [23] che animavano l’epoca. Il romanzo per Castro è stato scritto da “un cristiano nuovo” partendo da una visione secolarizzata del cristianesimo [24].

VII.

Per l’europeista convinto Salvador De Madariaga, l’umorismo del testo cervantino avvicina il lettore all’opera [25] e le figure di Don Chisciotte e Sancio non sono in opposizione ma complementari:

«C’è dunque un parallelismo tra i due personaggi: entrambi sono dotati di ragione – Don Chisciotte di quella intellettuale, Sancio di quella empirica – anche se ad un dato momento perdono l’equilibrio della vita e del pensiero grazie ad una poderosa illusione. Ma mentre in Don Chisciotte questa illusione ruota intorno al nucleo di gloria simbolizzato da Dulcinea, in Sancio prende corpo per un impulso di ambizione materiale incarnato nella conquista dell’isola. Perciò rispetto alle interpretazioni correnti, non c’è fondamentalmente antitesi tra Don Chisciotte uomo valoroso, e Sancio codardo. […] Don Chisciotte è uomo europeo perché il suo modello è “l’eroe e non il santo. Si può dire in questo senso che Don Chisciotte incarna il tipo europeo nella sua vita ed opere come nei suoi ragionamenti”. È vero che l’europeo preferisce la ragione mentre Cervantes la follia, ma Don Chisciotte incarna entrambe come due facce della stessa medaglia» [26].

Madariaga vede in Don Chisciotte l’archetipo dell’europeo, dotato dei simboli delle armi e delle lettere [27] e, in questa sua interpretazione, non si può non evidenziare come questa risponda a esigenze intime e a proiezioni personali legate alla fede europeista [28].

VIII.

Il libro di Savignano termina con l’analisi della figura della filosofa Maria Zambrano. La filosofa della razón-poética, seguendo le orme dei maestri Unamuno e Ortega, fa subito notare il carattere eccezionale della figura di Don Chisciotte:

«Non possiamo dubitare noi spagnoli che la figura di Don Chisciotte della Mancia rappresenti il nostro più chiaro mito, il più vicino all’immagine sacra» [29].

Zambrano torna più volte nel tempo a riflettere sull’opera di Cervantes. La prima volta Don Chisciotte incarna simbolicamente il popolo spagnolo nella drammatica circostanza della guerra civile [30], il suo legame con il popolo e con la terra di Spagna ne fa il portatore di un’etica della convivenza, solidarietà e fiducia [31]. Dopo il 1939, l’atteggiamento di Zambrano muta nei confronti del Don Chisciotte. L’emergere del proprio progetto filosofico fa mutare l’interpretazione del romanzo che diviene la forma adeguata per esprimere tutta l’ambivalenza dell’uomo moderno ma che va superato per reintegrare filosofia e poesia alla luce del metodo della ragione poetica [32]. L’ambiguità di Cervantes sta proprio nell’aver utilizzato la forma del romanzo, la sua posizione oscilla secondo Zambrano tra ragione-sogno, sicurezza-dubbio, essere-non-essere, vaneggiamento-senno [33]. Per Zambrano:

«La suprema ambiguità di Cervantes è consistita nell’aver convertito Don Chisciotte da eroe mitico a personaggio romanzesco che si appella alla follia per potere creare nel sogno il proprio essere esponendosi alla burla, somma penitenza per un eroe» [34].

Per Zambrano in Don Chisciotte possiamo osservare un esempio chiarissimo del materialismo spagnolo, posizione che la Zambrano considera alla luce della ragione poetica in contrapposizione sia alla visione del mondo greca ed europea sia a quella mediterranea espressa dal maestro Ortega e che consiste in un atteggiamento di relazione immediata e spontanea con le cose, con le quali ci si sente innamorati fino al punto da mettere paradossalmente a repentaglio la propria libertà [35].

IX.

Il libro di Savignano termina senza una ricapitolazione finale e lascia aperta una porta su un secondo volume che abbracci un arco di tempo più vicino a noi. Il motivo appare chiaro. Forse nessuna opera è così aperta come il Don Chisciotte. Essa continua a ispirare generazioni di artisti e intellettuali. A tal proposito, F. Rico individua nella babelizzazione del romanzo il suo punto di forza:

«È un punto di forza del romanzo il fatto che continui a parlarci con film, spettacoli, fumetti, libri per ragazzi e anche videogiochi. La letteratura non si trasmette solo attraverso il testo» [36].

Noi crediamo che se un testo continua a essere letto significa che in esso si possono ritrovare simboli e miti che abilmente codificati dalla narrazione, sanno ancora parlare alla coscienza più profonda dell’uomo e che il susseguirsi delle generazioni trasforma solo in superficie lasciando quasi del tutto inalterata la radice archetipica dell’essere umano.

X.

Il libro di Savignano dimostra che l’affermazione iniziale di F. Rico che abbiamo preso a pretesto per introdurre i nostri ragionamenti, non solo è superficiale ma è anche incompleta [37].
Se si accetta l’idea che interpretando il Quijote ci si sta guardano in uno specchio che riflette la propria anima, allora, si potrà scoprire la profonda verità del mistero dell’opera immortale di Cervantes: essa vive in noi che ne incarniamo mutevolmente i personaggi e a partire dalle precise circostanze che determinano il nostro sviluppo interiore, vi leggiamo quello che in qualche modo ci permette d’individuare le regioni profonde che ci consentono di superare le situazioni-limite della vita.
Non esiste, e non esisterà mai una interpretazione vera o corretta del Quijote, perché si tratta di un opera-specchio che riflette l’immagine del suo interprete e gli restituisce, grazie a una magia che è propria dei classici, un frammento della propria anima arricchita e tonificata dalle avventure che nel romanzo prendono vita [38].

Termini Imerese, Marzo 2013

[1] Vedi: F. Rico, Don Chisciotte. Quel capolavoro con cui combatto da una vita, (cur.) Marco Cicala, Il Venerdì di Repubblica, 15 marzo 2013, pp. 100-103.

[2] M. De Cervantes, Don Chisciotte della Mancia (tr. it.) A. Valasco Canale, Bompiani, Milano 2013.

[3] Vedi: F. Rico, Don Chisciotte. Quel capolavoro con cui combatto da una vita, op. cit., p. 102.

[4] Vedi: A. Savignano, Don Chischiotte. Illusione e realtà, Rubettino, Soveria Mannelli (CT) 2005.

[5] Ibidem, p. V.

[6] Ibidem, p. VI.

[7] Ibidem, p. VII.

[8] Savignano rappresenta oggi, a nostro avviso, un punto imprescindibile per quanti volessero far luce sulle dinamiche della filosofia spagnola e latino-americana del novecento. Si vedano i suoi più noti lavori in questa direzione (escludendo le numerose traduzioni e i volumi curati, che rappresentano comunque una parte essenziale del suo lavoro): A. Savignano, Panorama della filosofia spagnola del Novecento, Marietti 1820, Genova-Milano 2005; Id., Maria Zambrano: la ragione poetica, Marietti 1820, Genova-Milano 2004; Id., Introduzione a Unamuno, Laterza, Roma-Bari 2001; Id., Introduzione a Ortega y Gasset, Laterza, Roma-Bari 1996; Radici del pensiero spagnolo del Novecento, La Città del Sole, Napoli 1995; Id., Filosofia latino-americana, Istituto universitario di studi euroafricani, Parigi-Lecce 1993; Id., Il Cristo di Unamuno, Queriniana, Brescia 1990; Id., Unamuno, Ortega, Zubiri: tre voci della filosofia del Novecento, Guida, Napoli 1989; Antropologia e religione in Jose Ortega y Gasset, Benucci, Perugia 1984; Id., J. Ortega y Gasset: la ragion vitale e storica, Firenze, Sansoni 1984. Si veda anche: G. Limone (cur.), Filosofia italiana e spagnola: dialogo interculturale: saggi in onore di Armando Savignano, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Napoli 2010.

[9] Eviteremo di fornire le notizie bibliografiche e biografiche degli autori citati perché questo appesantirebbe il testo e perché si trovano ampiamente contenute nel libro di Savignano. Enunceremo la posizione degli autori invitando il lettore a consultare il libro di Savignano per chiarire ogni dubbio.

[10] Cfr. A. Savignano, op. cit., p. VII.

[11] Ibidem, p. 6.

[12] Ibidem, p. 7.

[13] Sulla vicinanza tra Unamuno e Il principio speranza di E. Bloch vedi, ibidem, p. 12.

[14] Ibidem, p. 13.

[15] Ibidem, p. 18.

[16] Ibidem, p. VII.

[17] Ibidem, p. 34.

[18] Ibidem, p. 37.

[19] Ibidem, p. 43.

[20] Ibidem, p. 45.

[21] Ibidem, p. 47.

[22] Ibidem, p. 59.

[23] Ibidem, pp. 61-62.

[24] Ibidem, p. 65.

[25] Ivi.

[26] Ibidem, p. 69.

[27] Ibidem, pp. 70-71.

[28] Ibidem, p. 71.

[29] Ibidem, p. 72.

[30] Ibidem, p. 73.

[31] Ibidem, p. 74.

[32] Ibidem, p. 75.

[33] Ibidem, p. 76.

[34] Ibidem, p. 78.

[35] Ibidem, p. 79.

[36] Ibidem, p. 81.

[37] Vedi: F. Rico, Don Chisciotte. Quel capolavoro con cui combatto da una vita, op. cit., p. 102.

[38] Ovviamente, per quello che riguarda la valutazione filosofica. Dal punto di vista letterario invece, le osservazioni dell’autore sono di grande interesse e sono da tenere nella massima considerazione.

* Pietro Piro (Termini Imerese, 1978) è uno studioso attento alle dinamiche di disumanizzazione radicale del nostro tempo. I suoi più recenti lavori sono: Francisco Franco. Appunti per una fenomenologia della potenza e del potere (2013); Il dovere di continuare a pensare (2013). Ha tradotto e introdotto J. Ortega y Gasset, Appunti per un commento al Convivio di Platone (2012) e S. Ramón y Cajal, Psicologia del Don Quijote e il Quijotismo (2012) e curato la postfazione a J. Ortega y Gasset, Meditación de la Técnica (2011). Dottore di Ricerca in “Comunicazione Politica” è stato visiting scholar presso il Dipartimento di Storia Contemporanea della UNED di Madrid e ha svolto attività di ricerca presso il fondo filmico della Filmoteca Española di Madrid.

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