Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Intorno a La condizione postmoderna di Lyotard

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> di Dario Lodi*

Il filosofo francese Jean-François Lyotard (1924-1998) è noto soprattutto per il suo libro di rottura La condizione postmoderna (Feltrinelli, Milano, 2002) intendendo la modernità finita dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare negli anni ’60. Perno del concetto è l’avanzare della tecnologia robotica e la conseguente spersonalizzazione della classica personalità umana. Quest’ultima è ben rappresentata dall’Umanesimo e dalla scienza susseguente, culminate con le sistemazioni intellettuali effettuate dal razionalismo inglese e dall’Illuminismo francese di metà ‘700, in concomitanza con l’avvento della Rivoluzione industriale.
Lyotard si riferisce alla stessa per evidenziare avvedutamente e coraggiosamente, dati i tempi (si era nel 1979), nel libro in questione, il cambiamento speculativo avvenuto, in modo significativo, a partire da fine ‘800. Il soggetto (l’uomo) degno di nuova speculazione, grazie alla famosa Rivoluzione, è sostituito dall’oggetto su cui speculare per giungere ad avere un vantaggio individuale. Con le conseguenze pratiche della Rivoluzione industriale vengono ad assottigliarsi, sin quasi all’insussistenza, sia il valore umanistico che quello umanitario. Solo il marxismo si erge a difensore dei due valori, limitandosi, però, a rivendicazioni di natura pragmatica più che idealistica: il capitalismo, in possesso di un’esperienza superiore, riuscirà ad avere ragione della seconda con facilità irrisoria. Tutto questo porta Lyotard ad affermare che la nuova condizione umana si va affermando in senso oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. La formula nasce dalle esigenze della macchina industriale che esige competenze sempre maggiori per il suo funzionamento.
L’attenzione del sistema procede a testa bassa nella direzione del profitto materiale e personale, creando strumenti specifici per l’evoluzione conoscitiva ed effettiva incentrata sul progresso oggettivo. Quest’ultimo diventa appropriazione soggettiva, individualistica, avendo il soggetto, prodotto dal sistema, realizzato l’allontanamento di coloro che non sono stati introdotti nella “stanza dei bottoni”.
La Rivoluzione industriale ha rovinato il disegno umanistico esaltato dall’Illuminismo e rispettato persino dal Positivismo di Comte, la cui dichiarazione materialistica, infatti, contiene qualcosa di romantico. Lyotard non è scandalizzato da tutto questo, per lo meno non lo dà a vedere, limitandosi ad annotazioni a margine che tuttavia insospettiscono. A pagina 68 del libro, egli accenna al discorso fatto da Heidegger il 27 maggio 1933 in occasione della propria nomina a rettore del’Università di Fribourg-en-Brisgau, rivelando la sua delusione per le affermazioni del filosofo tedesco in merito alla “missione storica” del popolo tedesco: un discorso, forse involontariamente, razzista che va comunque a sorreggere l’opinione lyotardiana sulla fine dell’Umanesimo. Se degli strumenti che uso faccio una specializzazione corporativistica, ebbene tradirò il principio che vuole un bene a disposizione dell’intera umanità. In un’altra parte del libro, Lyotard nomina la Scuola di Francoforte (assai vicina alle teorie gramsciane): il sapere deve essere messo a disposizione di tutti perché chiunque possa collaborare a migliorarlo. Se il sapere resta elitario, esso diventerà una forma di potere a danno dei concittadini. La società subirà una trasformazione materiale e morale gravissima, divenendo decisamente piramidale, con la base alla mercé del vertice.
Lo Stato, dunque non il Sistema, deve sterilizzare ogni forma di oligarchia: Lyotard non lo dice ma qua e là lo fa intendere. Egli preferisce esporre le cose con senso realistico, grazie al quale può prevedere il futuro dell’umanità, pur avvalendosi di una sorta di pessimismo (che francamente piace) derivato dalla caduta del mito umanistico. Il filosofo francese rivela (non è il primo a farlo, ma è il primo a farlo senza alcun tentennamento) che le grandi narrazioni filosofiche sono definitivamente morte e che, di conseguenza, la filosofia non sta tanto bene: si teme per le sue sorti. Successivamente, se la cava ipotizzando la possibilità, per la filosofia, di adeguarsi al relativismo che la stessa scienza ha decretato con le incertezze, assai accentuate, riguardo a finalismo e determinismo: la meccanica quantistica, le teorie di Heisenberg e addirittura le prove di Gödel sulla inaffidabilità della matematica (in realtà un fenomeno interno alla disciplina, alquanto enfatizzato) erano lì a mettere in crisi qualsivoglia credenza.
Lyotard raccomanda, obtorto collo, non di affidarsi al relativismo, ovviamente, ma di imparare a convivere con esso e dunque a ripensare realtà e supposizioni, in quanto l’essere è tramontato e il divenire ha mostrato le sue carte. La convivenza con il relativismo, aggiunge modestamente l’autore dell’articolo, ha il pregio di stimolare la ricerca e, grazie agli strumenti nuovi (il computer, internet) di porre sotto discussione i progressi scientifici e culturali, di farlo, per lo meno, da un punto di vista della dignità intellettuale e morale che appartiene ad ognuno di noi, altro che Orwell 1984!

* Dario Lodi è nato il 20/10/1943 a Nosadello di Pandino (CR), ma praticamente fin dai primi giorni è vissuto a Milano e adesso risiede a Vignate (MI). Autodidatta, collabora con diverse riviste online; presidente di un’associazione culturale (Acada, Associazione Culturale Amici delle Arti di Vignate); organizzatore di mostre e di eventi letterari (poesia soprattutto). E’ direttore della rivista “Logos“. Ha pubblicato 12 libri con Abel Books (saggistica, romanzi, racconti, poesie). Vincitore di vari premi, fra cui il Nabokov per poesia inedita nel 2012, con il volume Poesie innate.

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