Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il Flâneur: traduttore della modernità

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> di Andrea Marini*

I am the passenger and I ride and I ride
I ride through the city’s backsides
I see the stars come out of the sky
Yeah, the bright and hollow sky
You know it looks so good tonight.

(Iggy Pop, The Passenger)

Preparativo – Corpo antico in spazio moderno

Passo dopo passo l’uomo ha, una volta intrapreso il cammino, continuato il suo percorso tra sentieri interrotti, strade a senso unico e linee che senza principio né fine chiedevano solamente di essere rifatte o ri-tracciate.

La condizione umana è da sempre, come ci insegnano le religioni, una storia di camminatori, nomadi e dei loro antagonisti – sedentari e agricoltori [1]; una conferma di questo ci è data dalla storia biblica della cacciata dall’Egitto, ma possiamo riscontrare esempi simili nel racconto della vicenda di Caino e Abele oppure, spostandoci completamente in altri luoghi e culture, le grandi peregrinazioni asiatiche degli Indù o di Buddha. Non a caso il buddhismo vede il processo di liberazione dell’anima come un percorso, un cammino verso il Nirvana, un vagabondaggio purificatore tra le ere e gli spazi infiniti ed eterni.

Il camminare – o forse il viaggio e il movimento più in generale – è stato un modo per trovare il mondo, l’altro o alterità, scoprire e sognare attraverso gli infiniti interstizi che i nostri sensi accolgono e abbracciano nel susseguirsi dei passi.

L’umanità ha camminato per trovare se stessa, per scovare il mistero dell’io e dell’individuo e tentare di carpirne i segreti, conoscere il mondo e le sue formule. Camminare è stato il modo per imparare a leggere il libro del mondo, scritto con segni di fuoco e parole cangianti [2], non leggibili se non con l’esperienza e la loro traduzione continua. Camminare è stato quindi un modo di interpretare il mondo e le sue poesie, è stato un lento sfogliare le pagine della storia dell’essere, per poterne suggere il nettare e nutrirsi con la sua ambrosia.

La deambulazione pedestre ha radicato l’uomo alla sua terra; il corpo umano è così perché la metamorfosi evolutiva l’ha trasformato sì da essere libero di vagare.

L’uomo ha quindi formato il mondo e ne è sempre stato formato, ha accolto la grande forza del globo terraqueo e il suo canto.

I piedi sono, dunque, quell’estensione magica in grado di farci spostare rapidamente da un luogo all’altro, non perdendo il nostro spazio e il nostro radicamento in quel luogo ellittico in cui abitiamo [3], che comunemente chiamiamo Terra [4].

Il Flâneur contemporaneo

Passeggiata – Dal Wanderer al Flâneur

Nietzsche ci chiede nel suo Così parlò Zarathustra [5] di rimanere fedeli alla terra e alla sua legge che possiamo imparare e interpretare camminando tra sentieri e boschi, vie e palazzi sempre uguali, ma continuamente diversi. Lo possiamo fare imprimendoci come gocce di pioggia nel fiume eterno del divenire, tanto caro ad Eraclito. Situandoci nel mondo e mettendoci in ascolto di esso, passo dopo passo.

Camminare quindi è un aprirsi al mondo, ed essere con esso in continua comunicazione danzante [6]. Un libero gioco di sguardi tra due amanti senza storia né lingua se non quella dei segni interpretativi.

Ci ricorda a questo proposito David Le Breton:

«Camminare significa aprirsi al mondo, l’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi. È un’esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini del nostro tempo. Camminare è vivere attraverso il corpo, per breve o lungo tempo. Trovare sollievo nelle strade, nei sentieri, nei boschi non ci esime dall’assumerci le responsabilità che sempre più ci competono riguardo ai disordini del mondo; ma permette di riprendere fiato, di affinare i sensi e ravvivare la curiosità. Spesso camminare è un espediente per riprendere contatto con se stessi» [7].

Come ci dice l’autore, il nostro tempo sembra aver dimenticato questo piacere e quanto sia legato all’uomo il camminare; infatti noi siamo sempre più sedentari, costantemente attaccati a mezzi tecnici e industriali, dimentichi di ciò che siamo, del piacere di vagare tra gli aghi di pino e i profumi del sottobosco.

Così facendo però perdiamo anche la nostra capacità più peculiare che nacque milioni di anni fa, quando ci alzammo su due piedi e, come bambini [8] ai primi passi, ci dirigemmo verso l’orizzonte, incontro a quell’astro infuocato che tanto bello e misterioso ci pareva, che era il sole.

Il nostro vecchio corpo si è formato durante milioni di anni e nel susseguirsi di mille migliaia di movimenti sempre nuovi, creando di continuo sistemi mai usati prima di comunicare e di procedere nella vita del singolo e della specie.

Il nostro tempo però ci sta portando a negare queste cose, cioè noi stessi.

Siamo sempre più ancorati ai sedili sempre più evoluti delle nostre automobili, alle comode poltrone di rapidi aerei che ci permettono di essere qui e là nel giro di poche ore. Sempre più chiusi nelle reti informatiche e nei loro meandri.

La memoria di alcuni ha nostalgia nel pensare che solamente pochi decenni fa, un paio di secoli addietro nasceva una figura romantica dallo spiccato amore per il bello, il sublime e le piccolezze immense del cosmo, un amante della natura che con i suoi piedi creava e dava vita a opere e percorsi, il cosiddetto Wanderer. Nome, questo, che rimane a noi intraducibile con un solo termine, infatti è “figura che sta tra il viaggiatore classico alla ricerca delle meraviglie del mondo e l’errante libero da ogni ostacolo” [9].

Il Wanderer, questo personaggio quasi mitico e poetico è figlio però giustamente della sua epoca [10] e delle sue rivoluzioni e cambiamenti. Essere tali nel nostro tempo non è facile, anzi probabilmente è quasi impossibile, pochi vi riescono come ci ricorda, nel capitolo dedicato a questa figura, Sylvain Tesson nel suo libro Piccolo trattato sull’immensità del mondo [11].

Il nostro tempo è dominato dall’onnipresenza della traccia umana, delle sue tecnologie e del suo metallico odore, quindi la possibilità di libertà di cui godeva il vagabondo [12] è scomparsa. I sentieri ormai sono strade tracciate, rotte marittime già solcate alla ricerca di Moby Dick metafisici o in forma di isole o speranze, i cieli sono stati percorsi e cartografati. La tecnologia multimediale ci regala foto di luoghi un tempo visitabili solo dopo lunghi viaggi, le web-cam ci permettono di godere in diretta di luoghi solo sognati in tempistiche un tempo fantascientifiche, “i CD-ROM propongono escursioni virtuali ancora più minimaliste di quelle che Xavier de Maistre compie tra le pareti della sua stanza. I protagonisti di queste camminate senza il loro corpo rimangono seduti, immobili nelle loro stanze di lavoro. Lo schermo del computer funziona a guisa di un televisore di cui essi hanno la facoltà di determinare i programmi” [13]. L’avventura e la paura, il coraggio e lo spavento vengono annichiliti dalla sicurezza [14], dalla distanza metafisica iper-realista della tecnologia e delle sue comodità. Il camino scalda le membra infreddolite dall’inverno cittadino mentre nello schermo viaggiamo alla scoperta dei serpenti di dune che costituiscono il deserto sahariano.

Camminare era il trionfo del corpo e della corporalità, era ed è un atto d’amore con il mondo e verso il mondo, forse anche verso noi stessi. Ogni passo è una domanda in più che appuntiamo sul nostro taccuino, una linea d’ombra in più sul nostro viso. Ma l’incedere a piedi è cambiato, la società è appunto cambiata, il modus vivendi umano è mutato, metamorfizzato, anche se rischia, vista la frenesia contemporanea, di essere dimentico di ciò che è stato e ancora in parte è.

La nostra epoca dà così i natali ad una figura simile al nostro vagabondo, che è il flâneur.

Nome che parrebbe de-rivare dal concetto di ozio e fare flanella, il tessere la lana casalingo, occupazioni che non richiedono l’impiego effettivo del tempo produttivo. Il nome però, come le caratterizzazioni sociali, di questo, rimangono piuttosto indefinibili; il passeggiatore è una figura dai contorni labili e indefinibili, ma solo accennabili, come le linee guida delle immagini dei nostri sogni. Poteva nascere solo ora, nella nostra epoca, perché è dopo le rivoluzioni industriali che avviene il vero mutamento nella vita quotidiana cittadina e nella mentalità umana, rispetto al suo rapporto con il mondo e tutto ciò che vi fa parte.

Questa misteriosa figura si muove tra sentieri di luce e montagne di cemento, alberi in ferro battuto, grotte di vetro e misteriosi animali di alluminio e plastica che emettono rumori estranei alla natura.

Sono persone che nascono vagabonde in un’epoca che chiede un tipo di vagabondaggio differente, una sorta di missione artistica che rielabori le vie d’asfalto e faccia sì che i suoni e gli stridii dei freni e delle mura risuonino come il canto degli uccelli e i rami spezzati, come ci ricorda Walter Benjamin, uno dei primi pensatori ad occuparsi di questa nuova figura:

«Non trovare la strada in una città non significa molto. Ma smarrirsi in una città come ci si smarrisce in un bosco richiede una preparazione. Bisogna allora che i nomi delle vie parlino a colui che si è smarrito la lingua dei rami secchi che si spezzano, e le stradine nel cuore della città rispecchino per lui le ore del giorno, nettamente come un vallone di montagna» [15].

Il flâneur è “l’osservatore privilegiato dei primi riti consumistici di massa celebrati nei passages parigini” [16], colui che si muove tra le vie del mercato e dei mercati economici, visitando e celebrando la nascita e la morte di mode e luoghi. È un esploratore libero – figlio di una nuova libertà – che si muove nella fiumana della folla come un fotone in un fascio di luce, che, pur mantenendo la sua identità, il suo aspetto e colore, cambia posizione come foglia nel vento.

Libero, vagabonda tra le strade con sguardo curioso, attento alle varietà del mondo. Scruta con attenzione e porta con sé le albe e i tramonti delle manie cittadine. Indisturbato, studia il mondo e i suoi cambiamenti, segue le linee di spazio tracciate che sono le vie e le piazze, ma creando nuovi percorsi. Con accesa forza, porta ed esprime la curiositas romana, che è differente dalla curiosità frivola del turista. Egli – il vagabondo moderno – ama il mistero delle strade, da esse si fa guidare, dai colori si fa impressionare, dei profumi e delle musiche si innamora e ricorda. Il turista vaga con mete precise, con spirito vacanziero e precisione imprenditoriale, il flâneur, invece, si fa guidare dall’istinto e dalla novità, da piccoli solchi celati tra i mattoni e i marmi degli edifici. Egli porta con sé taccuini e pensieri, ogni suo passo è un aforisma o una poesia; il turista, invece, si accompagna di guide predisposte, di percorsi preimpostati e perché no, di navigatori satellitari.

Il flâneur genera e descrive il mondo con le sue poesie e i suoi scritti. È interprete del mondo e del mercato, dei cambiamenti e dello scorrere di spazi e tempi; al proposito ci ricorda Giampaolo Nuvolati:

«Il flâneur non può essere un semplice osservatore (perché) il suo lavoro consiste anche nel produrre testi letterari, raccolte di poesie, libri illustrati, racconti, reportage giornalistici e sociologici».

E’ ancora, Nuvolati, con un’interessante discorso che profuma di letture e ricordi benjaminiani, a sottolineare che:

«Il flâneur è infatti un intellettuale che opera prevalentemente entrando in contatto, anche fisico, con luoghi di cui si propone una ricontestualizzazione e una risignificazione. Questo traguardo viene raggiunto prevalentemente attraverso un dislocamento, ovvero un percorso di smarrimento, perlustrazione e ritrovamento. Il perdersi in un ambiente sconosciuto o nella moltitudine come purificazione, come scioglimento dai vincoli abituali, come esperienza catartica non può durare all’infinito, ma deve trovare compimento nella creazione artistica, in un gesto finale che segna la salvezza del flâneur e corrisponde al suo desiderio di dominare la realtà piuttosto che rimanerne succube. Per questo la città e il flâneur vanno di pari passo. Labirinto senza uscita, l’urbano sembra implorare al flâneur di essere interpretato» [17].

Il flâneur, quindi, cerca di conquistare la sua realtà e il suo tempo, è un artista di strada, o forse meglio, della strada.

Crea percorsi, interpreta luoghi e persone, si immerge nel massacrante flusso del mercato, ne segue la corrente ma intanto, attraversa il fiume dell’economia e della modernità [18], squarcia la nebbia della folla nella sua danza compulsiva tra i sentieri del progresso, si fa cogliere dall’ebbrezza:

«A ogni passo l’andatura acquista una forza crescente; la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti diminuisce sempre più e sempre più irresistibile si fa, invece, il magnetismo del prossimo angolo della strada, di un lontano mucchio di foglie, del nome di una strada. […] Come un animale ascetico si aggira per quartieri sconosciuti, finché sfinito crolla nella sua camera, che lo raccoglie estranea e fredda» [19].

Camminare in città diventa quindi un piacere paragonabile a quello del Wanderer nei boschi e prati, perché il flâneur riesce a trovare la bellezza e il sublime tra le strade e i passages, nelle piazze e i viottoli camminando sul selciato, su porfidi e tra alberi che gli ricordano la sua origine, da dove viene e dove dovrà ritornare, come atomi di vago sentore democriteo.

I sensi del flâneur sono acuiti come quelli del vagabondo, l’occhio danza nelle orbite, il naso cerca di captare odori nuovi e familiari, l’orecchio si protende ad interpretare e a far genealogia di suoni che spesso suonano come rumori e non come lievi arie pianistiche.

Il marciapiede e la strada sono il sottobosco metropolitano in cui si annidano per il flâneur mille scoperte, perché nella sua andatura bighellonante, egli coglie gli interstizi delle cose e si gode le piccolezze e le esperienze, come un bimbo appena giunto in un luogo nuovo che è pieno di cose da dirgli e caleidoscopiche forme e colori che lo possono stupire. Il flâneur si aggira su quel porto di mare che è il marciapiede, con la povertà di esperienza tanto cara a Benjamin. Un fanciullo [20] per le strade che, grazie alla poesia e alla bellezza, non vede solo carcasse e vermi, mattoni e funzionalità moderne, ma forme armoniche, arte e colori, slanci e voli pindarici, percorsi poetici e liberi tra i tetti e le vie della città.

Il flâneur non vive a ritmo frenetico, ogni cosa è per lui interessante e gli può donare un motivo per una sosta, il suo passo è sempre lieve, ma sicuro. È formatore di nuove dinamiche e strutture che la folla non coglie, perché non possiede il tempo per fermarsi e osservare. Il passeggiatore solitario, invece, si muove in un tempo proprio, quello dell’ozio tra le mura delle case e dei palazzi.

La città informe ne acquista una, grazie al flâneur e alla sua opera, come abbiamo già accennato in precedenza.

Come Zarathustra, che ha le mani piene e deve donare il suo sapere, così fa il vagabondo cittadino con le sue opere, poeta della città:

«[…] il flâneur sente la necessità di salire in verticale per osservare il dedalo dall’alto. È questo il suo ultimo sforzo conoscitivo e creativo, il suo modo di congedarsi da luoghi che ora intende abbandonare, la separazione necessaria a un nuovo congiungimento. Il flâneur non può esimersi dal restituire ciò che la folla e i luoghi osservati gli hanno donato, perché incorrerebbe in una colpa che gli viene spesso imputata: l’egoismo nello sfruttare a fini personali la ricchezza umana e culturale. Il riequilibrio del gioco tra l’osservante e l’osservato passa, dunque, attraverso un’inversione di ruoli» [21].

Il pubblico diventa giudice del flâneur e della sua arte, la folla, quindi, trascina il metamorfizzato Wanderer solitario con la sua corrente e lo guida a sua volta. Ma il flâneur passeggia libero nel suo essere e nell’essere del mondo, mantenendo vivo lo spirito dell’artista vagabondo, cerca sempre il bello e il sublime, il nuovo nell’eccolo-di-nuovo [22].

Non conosce gabbie se non quelle dell’architettura cittadina che egli continua a riplasmare.

Da qui la grande forza e importanza di questo eccentrico personaggio che si aggira tra le mura della modernità; egli infatti può divenire un valido aiuto per la progettazione e la rivalutazione degli spazi, può divenire l’incursionista folle e delle folle che sbandano tra deserti popolati. Egli, con fare umile e sincero, aperto alla venuta dell’altro, direbbe Derrida, si pone in ascolto dei luoghi, come ogni artista, come fanno i moderni situazionisti, gli Stalkers [23] artisti delle strade e dei non-luoghi [24].

Amici intimi dei solchi del moderno, gli Stalkers, ne ridanno forma apparente e visibile, così da ricostituirsi con essi. La ricomunicazione dello spazio fisico, mantenendo il silenzioso segreto che i luoghi sussurrano è il loro compito e la loro arte.

Il flâneur, o lo Stalker in accezione più moderna, ha, quindi, una funzione critica [25] oltre che artistica: può infatti rivalutare il funzionalismo e il razionalismo architettonico-urbanistico delle nostre città [26]. Un artista-critico che cammina silenziosamente per i luoghi-presenze che formano le costellazioni della modernità tecnica.

Arrivo – Il Flâneur del futuro, un traduttore dello spazio

Nel frantumarsi continuo di identità e luoghi, mentre la città si sgretola sotto i colpi del tempo e delle intemperie, di bombe e proiettili, nel crollo di stati e confini, nella fluidificazione delle diversità in uniformità sempre più garantite e ciniche – economiche e tecniche; dove tutto si fa atomo fugace nel divenire di tempi e mode, il flâneur si erge come figura identica nel suo mutamento. Colui che si pone il compito di riscrivere la città e il globo umano, attraverso la sua esperienza di camminatore, di farsi testimone, è quindi traduttore del cambiamento che avviene nel mondo e nel sotto-mondo e, di conseguenza, anche traditore del suo tempo; possiamo infatti ricordare Baudelaire – uno dei primi e più importanti flâneur dell’epoca moderna – che, testimone del/nel suo tempo, scrisse per i posteri, singolare traditore che confessava alla carta suggerendo al futuro e alle poche orecchie attente le parole segrete che solo il traduttore può carpire. Traduttore che nel suo tra-scrivere, coglie gli inter-spazi e gli interstizi delle parole e ne amplia la potenza e la forza, e ne rende fluida la mimesis, come ci ricorda Benjamin:

«La forza di una strada è diversa a seconda che uno la percorra a piedi o la sorvoli in aeroplano. Così anche la forza di un testo è diversa a seconda che uno lo legga o lo trascriva. Chi vola vede soltanto come la strada si snoda nel paesaggio, ai suoi occhi essa procede secondo le medesime leggi del terreno circostante. Solo chi percorre la strada ne avverte il dominio, e come da quella stessa contrada che per il pilota d’aeroplano è semplicemente una distanza di terreno essa, con ognuna delle sue svolte, faccia balzar fuori sfondi, belvedere, radure e vedute allo stesso modo che il comando dell’ufficiale fa uscire i soldati dai ranghi. Così, solo il testo ricopiato comanda all’anima di chi gli si dedica» [27].

Queste parole di Benjamin sembrano unire il testo e la strada, come se l’ultima non fosse altro che il testo del mondo scritto con caratteri diversi dalle parole. Le strade dunque ci parlano con voce silente.

Gli Stalkers [28], figli diretti del filosofo di Berlino, sembrano qui seguire alla lettera il suo suggerimento nel porsi come traduttori di cartine, percorrendo le strade camminando, cogliendone i paesaggi e gli sfondi, ri-tracciando forme e contenuti di luoghi inascoltati nel loro sussurrare.

In ascolto dei segreti del mondo, il flâneur non ci comunica il proprio con le parole, ma ci invita a viverlo facendone esperienza, diventando anche noi, anche se per poco, flâneur. Un invito costante al vagabondaggio libero, ozioso e solitario, così da vivere, capire e criticare il nostro tempo e ciò che ci circonda e ciò che viviamo.

Un invito forse al silenzio e all’ascolto, mentre i piedi vanno liberi là dove l’occhio solo può scrutare. Non possiamo a parole, davvero, esprimerne il segreto: l’unica strada è prendere la via perché la via si va facendo come ci ricorda Antonio Machado; questa è Via del Flâneur [29], dal nome dell’ingegnere che l’ha progettata.

Ogni via è una strada e ogni strada una pagina bianca; ogni pagina bianca una storia futura. Ogni storia conserva in sé il segreto di essere scritta in libertà, e questa può essere composta con polvere, sabbia e muschio.

«Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino» [30] ci ricorda Henry David Thoreau.

NOTE:

[1] Cfr. a questo proposito: F. Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino, 2006; M. Onfray, Filosofia del viaggio. Poetica della geografia, a cura di L. Toni, Ponte alle Grazie, Firenze, 2010; D. Demetrio, Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.

[2] Cfr. F. De André, In concerto, Mondadori, Milano, 2009.

[3] Cfr. M. Heidegger, Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano, 2007.

[4] Non ci possiamo permettere qui una completa spiegazione del significato che la parola Terra ha per l’uomo e di come il concetto e l’aspetto reale di questa è andato mutando nel tempo; di notevole interesse rimangono i due volumi di P. Sloterdijk, L’ultima sfera. Breve storia filosofica della globalizzazione, Carocci, Roma, 2002 e Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, a cura di A. Calligaris e S. Crosara, Bompiani, Milano, 2004.

[5] Cfr. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, a cura di M. Montinari, Adelphi, Milano, 1976.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. D. Le Breton, Il mondo a piedi. Elogio della marcia, a cura di E. Dornetti, Feltrinelli, Milano, 2003.

[8] Diciamo qui “bambini” perché ben rispecchia la condizione umana di civiltà appena nata in quei tempi.

[9] Cfr. S. Tesson, Piccolo trattato sull’immensità del mondo, a cura di A. Crespi Bortolini, Guanda, Parma, 2006; e E. Jünger, Il trattato del ribelle, a cura di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1990.

[10] A questo proposito si possono analizzare e rileggere autori quali: W. Wordsworth, S. T. Coleridge, J. R. R. Tolkien e J. W. Goethe.

[11] Cfr. S. Tesson, op. cit.

[12] Intendiamo rendere con questo termine l’anglosassone Wanderer.

[13] D. Le Breton, op. cit., p. 11.

[14] Per un approfondimento del concetto di sicurezza, Cfr. F. L. Svendsen, Paura: una filosofia, Castelvecchi, Roma, 2010.

[15] W. Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento, a cura di E. Ganni, Einaudi, Torino, 2001.

[16] G. Nuvolati, Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni, Il Mulino, Bologna, p. 95.

[17] G. Nuvolati, op. cit., p. 97.

[18] Dobbiamo qui far notare, o meglio ricordare, che la figura del flâneur nasce nell’epoca dei grandi mercati e dell’economia capitalistica e in questi percorsi è destinato a muoversi ed esprimersi.

[19] W. Benjamin, I «Passages» di Parigi, cit. in G. Nuvolati, op. cit., p. 6.

[20] Cfr. A. Romani, Il flâneur all’inferno. Viaggio attorno all’eterno fanciullo, Moretti & Vitali, Bergamo, 2006.

[21] G. Nuvolati, op. cit., p. 97.

[22] Cfr. C. Sini, La distanza è un segno, Edizioni Cuem, Milano, 2007.

[23] Cfr. F. Careri, op. cit.

[24] Per la definizione di “non-luogo”, cfr. M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia, a cura di D. Rolland e C. Milani, Eleuthera, Milano, 2009.

[25] Per il concetto di critica e per la sua importanza per ogni opera, cfr. W. Benjamin, Angelus Novus. Saggi e Frammenti, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino, 2006; W. Benjamin, Strada a senso unico, a cura di G. Schiavone, Einaudi, Torino, 2006; F. Desideri, M. Baldi, Benjamin, Carocci, Roma, 2010.

[26] G. Nuvolati, op. cit., p. 137.

[27] W. Benjamin, Strada a senso unico, op. cit., p. 9.

[28] Cfr. F. Careri, op. cit.; G. Nuvolati, op. cit.

[29] Cfr. l’originale di questa frase nella dedica di Strada a senso unico di W. Benjamin.

[30] H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, a cura di M. Jevolella, Milano, 2010, p. 18.

* Andrea Marini, laureato in filosofia con una tesi sul concetto di spazio nella prospettiva geofilosofica, collabora con le cattedre dei professori Davide Bigalli e Luca Bonardi, con le riviste “Nomos” e “Antarès”. Sta conseguendo un dottorato di ricerca in beni culturali e ambientali con una tesi sulle prospettive geofilosofiche delle Alpi a partire dall’analisi della storia dell’alpinismo. Svolge attività di ricerca su problematiche di natura estetica, paesaggistica, geopolitica e geofilosofica e su vari autori tra cui Walter Benjamin, Martin Heidegger, Friedrich Nietzsche, Georg Simmel, Ernst Jünger, Carl Schmitt, Michel Foucault.

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