Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Pierre Charron, maestro del dubbio

4 commenti

> di Giuseppe Savarino

Pierre Charron (Paris, 1541-1603) è un autore praticamente sconosciuto in Italia.

Non che abbia scritto molto o si sappia molto sulla sua vita.
Chi ha studiato o letto Montaigne sa al massimo che era un suo amico (in realtà era un amico del cognato e della sorella Jeanne) e, anche chi ne ha sentito parlare direttamente, spesso lo associa semplicemente al pensiero di quest’ultimo.
Chissà se è solo un caso che la strada che Parigi gli ha dedicato – una traversa della notissima Avenue de Champs-Elysées – è quasi una perfetta parallela dell’Avenue Montaigne.

Scrisse i due libri più conosciuti in età avanzata, Le tre verità (1594, che, nonostante il titolo completo Le tre verità contro tutti gli atei, idolatri, giudei, maomettani fu condannato dalla Chiesa come libro eretico) e Sulla saggezza (1601), in cui difende ed esalta il valore del dubbio.

Teologo illuminato, considerato come “uno dei più grandi predicatori della Francia”, Pierre Charron era favorevole a un cattolicesimo non dogmatico, a una fede libera e non oppressiva.

La saggezza umana, per Charron, non dipendeva dalla religione ma dalle leggi della natura: quello che chiamava lo «spirito forte» (cioè l’uomo capace di pensare liberamente) diventava saggio solo se si liberava dai pregiudizi, dai luoghi comuni, dall’ipocrisia.
Seppure per un periodo breve fosse stato molto famoso, fors’anche più di Montaigne stesso, cadde poi nell’oblio attuale, forse offuscato proprio dall’ingombrante presenza del suo amico oppure probabilmente, come sostiene qualcuno, per il suo stile seicentesco un po’ pomposo, difficilmente adattabile o comprensibile alle orecchie contemporanee.
In verità ciò non si direbbe nel leggere un altro suo libricino – solo 65 pagine che si leggono in un fiato – dedicato alla vanità (La vanità, Il Minotauro, 1997), evidentemente ben tradotto in italiano, dove emergono viceversa aspetti che non ti aspetteresti da un autore del Seicento, cosa tipica soltanto dei grandi pensatori.

Il libricino in realtà non riporta solo scritti di Charron ma anche un interessante Dialogo sulle donne dell’abate Ferdinando Galiani e un breve scritto di Francesco Bacone (Francis Bacon) Della simulazione e dissimulazione.
Un bricolage di piccole pillole di saggezza che fatica però a trovare un fil rouge coerente, ma che affascinerà senz’altro chi non fa della sistematicità un fedele vessillo.

Il primo scritto è interessante non tanto perché parla di donne, come preannuncia il titolo (corrosivo l’incipit: «Come definite la donna?»«Come un animale debole e malato») ma bensì per le incisive considerazioni riguardanti il tema dell’educazione.
«Credete davvero che ci sia un’educazione a questo mondo?» domanda a un certo punto bruscamente “Il Cavaliere”.
L’affascinante tesi, sulla scia delle idee di Montesquieu, è che «non c’è una parte dell’educazione che non è istinto, che non rientra nella natura e che è propria e particolare della sola specie umana […] Tutta la morale è istinto, mio caro amico, così come la danza, la musica, il canto, i piaceri; e tutto questo non è l’effetto di una educazione che altera la natura, come credono gli sciocchi; anzi, tutto è effetto della natura che ci spinge a dare una educazione che non è altro che il suo proseguimento» (p. 13).
L’unica parte dell’educazione che non rientra nella natura e che è peculiarmente umana è la religione («tutti gli animali sono ragionevoli: solo l’uomo è religioso»).
Da questa discendono poi tutto ciò che caratterizza l’uomo: società, politica, governo, lusso, ineguaglianza delle condizioni, belle arti…

L’altro scritto di Bacone, a chiusura del libro, è invece un’intensa riflessione che inizia con il lodare gli aspetti positivi della simulazione e della dissimulazione (per le quali sono «richiesti una forte mente e un forte cuore per sapere quando dire la verità e attenersi ad essa») e si conclude illustrandone i difetti.
Se da un lato la dissimulazione permette di «sopire l’opposizione» o assicurare un’onesta ritirata («infatti, se uno si impegna con una dichiarazione manifesta deve portarla a termine o subire una sconfitta»), dall’altro lato rischia di confondere, rendere incerte o allontanare la fiducia reciproca, fondamentale nei rapporti umani.

La riflessione di Pierre Charron è incentrata invece sulla vanità, la «più essenziale e propria qualità dell’umana natura».
«Qual vanità», si chiede, «e quale sciocca vacuità nei nostri desideri, e nelle voglie donde nascono credenze e speranze ancora più vane?».
Vanità umana che si sviluppa in diversi modi e forme.
Innanzitutto, si intravede nei nostri pensieri che sono spesso «più che vani, frivoli, ridicoli; nei quali tuttavia consumiamo gran tempo e non ce ne avvediamo».
La più sciocca di tutte le vanità è però «quella cura penosa di ciò che si farà qui, quando saremo partiti noi», quel curarsi delle eventuali lodi post mortem che non è soltanto ambizione ma «desiderio d’onore, sensibile e percettibile» (p. 23).

Pierre Charron considera vanità anche il fatto di non vivere per sé, ma in relazione agli altri.

Ci curiamo più del giudizio degli altri che del nostro e rinunciamo per questo ai nostri comodi, perdendo di vista la questione più importante e diventando di fatto schiavi della vanità stessa.
Una vanità che, nell’altro suo breve scritto (il capitolo intitolato “Debolezza”), è «debole e fragile», tanto che nulla soddisfa l’uomo che corre «avidamente dietro alle cose incognite»:
«Diasi all’Uomo il foglio bianco, gli si conceda libertà di scegliere, di abolire, di prescrivere, non è in sua il farlo sì ch’egli fra poco non se ne disdica, non vi trovi che ridire, e non voglia aggiungere, levare e cambiare; desidera quello che non saprebbe dire: infine niente lo contenta, s’infastidisce e s’annoja di sé medesimo» (p. 34).
Inquietudine frutto di una debolezza che porta all’irresolutezza e al «non godere di niente» e che si ritrova puntuale sia nel bene che nel male perché l’uomo «non può essere totalmente buono né totalmente tristo», nell’abbondanza come nella povertà.

Una debolezza che Pierre Charron scorge anche nell’esercizio complicato e non lineare della virtù, poiché «non si riesce a perfezionarne una senza intaccarne ed offenderne un’altra» o addirittura «si è costretti a servirsi e ad usare cattivi mezzi per evitare e uscire da un maggior male, o per arrivare ad un buon fine» (p. 39).
Ricordando in questo Machiavelli: «di maniera che bisogna qualche volta legittimare ed autorizzare non solamente le cose che non sono buone, ma eziandio le cattive, come se per essere buono fosse di necessità l’essere alcun poco triste […] Nella politica queste cose cattive sono permesse, e in uso pubblico, non solamente per connivenza o permissione: ma eziandio con approvazione delle leggi» (p. 39).

Ragionamento, conclude Charron, da cui consegue che «per evitare una guerra civile, se ne mantiene una straniera» così come i combattimenti dei gladiatori servivano ad educare il popolo al coraggio e al disprezzo dei pericoli.
Ragionamento da cui discende, inoltre – giusto per citare degli argomenti ancora attualissimi – l’approvazione del divorzio, che opportunamente evita mali peggiori e la condanna della tortura che «crede che l’innocente sia tanto paziente che possa sopportar i tormenti» o la condanna dei sacrifici degli animali che la superstizione e la religione ritengono ingenuamente che possano placare e «far piacere a Dio».
E infine parlando favorevolmente e sorprendentemente dell’eutanasia:
«Se un uomo è ferito a morte, quando non vi sia alcun rimedio, e non vi resti se non un languire dolorosissimo, è opera di carità sbrigarlo dal mondo» (p. 38).
Sorprendente, verrebbe da dire.
Come lo è anche il ritenere la debolezza riflessa non soltanto nella virtù ma anche e di più nella verità:
«l’uomo brama per natura di sapere la verità, e mette sossopra ogni cosa per potervi pervenire; e tuttavia non la si può sofferire quand’essa gli si presenta; quel suo lampo lo sbalordisce, quel suo splendore l’atterra; non già per colpa di lei, ch’è bellissima, affabilissima, e oltremisura conveniente all’uomo; e si può di lei dir anche più della virtù, e sapienza, che s’ella potesse essere veduta, rapirebbe e accenderebbe tutto il mondo dell’amor suo. Ma la debolezza dell’uomo è quella, che non può ricevere, né comportare tanto splendore, anzi, n’ha offesa» (p. 44).
Riflessione sottile che pone Pierre Charron tra i più alti scranni dello scetticismo.

Infine, una curiosità: il libro è praticamente introvabile; la copia che ho avuto tra le mani proviene da una biblioteca rionale milanese.
Nelle prime pagine campeggia un timbro azzurrino consunto che avverte, in maniera burocraticamente asettica, il suo essere “dono”.
Nella versione inglese, come alcuni sapranno, “gift” significa “regalo” mentre in tedesco indica “veleno”.
Mi piace tenere in mano questo libricino riflettendo sull’inquietante e involontaria ambiguità dei due differenti significati semantici, mischiandoli all’indifferenza di cui ingiustamente è vittima Pierre Charron, non solo allievo di Montaigne, ma autonomo maestro del dubbio.

[All’anonimo benefattore va tutta la mia ammirazione e riconoscenza]

[Clicca qui per il pdf]

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4 thoughts on “Pierre Charron, maestro del dubbio

  1. Vorrei solo sottolineare che Charron era anche teologo e che dunque la vanitas cui allude è senz’altro figlia dei tempi post-conciliari. La caduta di Roma creò una delusione palese e non, psicologica, nei pensatori del tempo e alimentò il dubbio sulla tenuta laica.

    • Osservazione opportuna. Il Concilio di Trento in particolare, con il suo tentativo di ricomporre la scissione protestante guidava senz’altro il pensiero di Pierre Charron.
      Se ne se ne discostava però per molti versi (anche con semplici allusioni, ma all’epoca la prudenza non era mai troppa perché la Chiesa non scherzava e il libero pensiero si pagava anche con la vita).
      Non è un caso che proprio la sua opera principale, Le tre verità, sia stata osteggiata dai gesuiti e le sue idee considerate eretiche.
      Segnalo anche, per validare la tesi della “modernità” del suo pensiero, il parallelo che ne è stato fatto con il “nostro” Silvio Pellico (il libro è del 1834, ma il pensiero di Pellico è più che valido ancora oggi).

  2. Grazie della bellissima scoperta, chissà se Umberto Eco ha qualcosa di questi testi nella sua biblioteca.
    Bisognerebbe chiederglielo.

    L’amor proprio inteso in una certa maniera, infatti, non è semplice egoismo come sembrerebbe (per esempio il pensiero di uno Stirner), come d’altronde l’altruismo non sempre è quello che sembra, bensì un grande bisogno di sentirsi importanti, tutto meno che disinteresse bensì superbia interiore camuffata, decisamente bigotta ed integralista.

    LexMat

    • Di niente, grazie a lei per la lettura.
      Piacevolmente colpito che possa rappresentare una scoperta da approfondire.
      Vista la nota enciclopedica erudizione di Umberto Eco, non dubito che lo conosca.
      La vanità e l’amor proprio o lo stesso egoismo hanno sfumature e trame non note ai più ed è facile perdere la lucidità di giudizio necessaria, soprattutto perché sono tutti figli dell’inquietudine.

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