Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Michelstaedter ed Ibsen: una «febbre di probità acuta»

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> di Gabriella Putignano*

«La cosa che più conta è essere sinceri e onesti rispetto a se stessi. Non si tratta di volere questo o quello, bensì di volere ciò che si deve assolutamente, perché uno è se stesso e non un altro»[1].

Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887 – 1910) è uno di quegli autori della storia della filosofia la cui lettura provoca un effetto travolgente e spiazzante: impossibilitati a rimanere impassibili e divinamente indifferenti, siamo costretti a prendere posizione e a venire ai ferri corti con la nostra stessa vita. Altrettanto disarmante è stata però su di noi la lettura di Henrik Ibsen (Skien, 1828 – Oslo, 1906), un autore che, insieme a Michelstaedter, rivela una potenza di parresìa inaudita ed irresistibile.

La scelta di occuparci di Ibsen e di metterlo a confronto con il Nostro non è casuale, poiché dettata dalle considerazioni michelstaedteriane circa l’opera del drammaturgo norvegese:

«In quei giorni ho letto quasi tutto Ibsen. Quello è un uomo, perdio! m’ha fatto pensare e mi fa pensare ancora. Certo, dopo Sofocle, è l’artista che più m’è penetrato e m’ha assorbito»[2].

Henrik Ibsen

Tali significativi pensieri ci fanno, infatti, immediatamente comprendere l’importanza cruciale di Ibsen nella formazione critica del giovane goriziano, un’importanza che tutti i suoi studiosi ed amanti non possono e non debbono eludere. Si tratta dunque di un confronto obbligato ed ineluttabile, di un’analisi contestuale, che scatena un vero e proprio dramma d’eticità, una richiesta urgente di verità e di onestà. Perché esattamente questo è il punto topico che accomuna i due autori: un desiderio, quasi ossessivo, di onestà e di integrità; una «febbre di probità acuta», secondo la celebre espressione ibseniana de L’anitra selvatica (1884)[3]. Ed onestà è altresì il termine che ricorre con martellante insistenza[4] ne La persuasione e la rettorica (1910), la differenza specifica fra un tipo di vita autentica ed una reificata.

Di più: la filosofia va intesa michelstaedterianamente quale «onestade di vita», radicale scelta di rompere di netto nei confronti di un’esistenza imbellettata, incrostata dentro la palude di viscidi compromessi e stagnanti abitudini. Occorre tranciare di netto contro la vacuità degli «ornamenti d’oscurità»[5] per far esplodere la propria verità di Unico, la corteccia divina insita in noi, ciò che i Greci chiamavano il nostro demone (dáimōn).

L’uomo persuaso è difatti colui che non indossa alcuna veste, non recita, non adula e non si adula: è «anima ignuda». Non vive per “ammazzare il tempo”, non si crogiola nella via convenuta e predisposta, ma chiede piuttosto il possesso immenso ed immane del suo presente, sceglie di essere se stesso fino in fondo e – così facendo – patisce il coraggio della scelta ad ogni bivio.

Tuttavia nell’«innanzi tutto e per lo più» gli uomini decidono di vivere la «qualunque» vita, aderiscono ad un’«etica dello stordimento»[6] e mentono brutalmente a sé ed agli altri. Per tale ragione la società è un ipocrita ballo mascherato, dove dietro il mutuo incensamento si cela troppo spesso la perfida maldicenza, è una koinonìa kakòn[7], che ci piace descrivere con le seguenti parole ibseniane:

«Ho detto che voglio parlare della grande scoperta che ho fatto in questi ultimi giorni – la scoperta che tutte le nostre fonti di vita spirituale sono infette e che l’intera nostra società borghese poggia sul terreno appestato della menzogna»[8].

Quando noi accettiamo la cambiale di questa società, diventiamo meri schiavi e funzioni di essa: ci illudiamo miseramente di esserne i suoi sostegni, ma in realtà siamo soltanto i suoi alienati strumenti[9], strumenti che si sottomettono ad un dovere avvilente ed eteronomo. Spegniamo quindi noi stessi, tarpiamo le ali della nostra libertà in cambio della sicurezza e della convenienza sociale. Ed è precisamente questa la grande antitesi etica che emerge dalla lettura delle opere michelstaedteriane e dei drammi ibseniani: libertà versus sicurezza.

Nel modo di vivere rettorico – lo si è detto – noi rinunciamo alla libertà ed alla fedeltà a noi stessi per ridurci come cadaveri narcotizzati e squallidi personaggi rattrappiti, che riescono ad acclimatarsi nel pantano quotidiano. Tutti i drammi di Ibsen raccontano infatti la storia di vivi che sono morti già in questa vita: uomini che obliano se stessi in una dedizione patologica al lavoro[10], donne che reprimono la propria natura per diventare la seducente bambola del loro compagno[11], soggetti che sognano sì una vita franca e libera, ma incapaci di agire alla luce del giorno[12].

Contestualmente Ibsen racconta però anche di morti che rivivono, cioè di coloro i quali ce la fanno ad urlare d’indignazione e ad esigere, a bramare, un solo vitale “ingrediente”: la felicità. Con le dirette parole del norvegese: «Ecco il vero spirito di rivolta, pretendere la felicità qui nella vita»[13].

Tuttavia questi eroi ibseniani, nella loro lotta fatale contro un ambiente soffocante e greve, risultano sempre dei perdenti: o vengono ridicolizzati dalla «compatta maggioranza»[14] o non ce la fanno essi stessi a resistere alle vertigini dell’aria pura e periscono sfracellandosi a terra[15].

La muraglia rettorica è dunque diventata talmente potente da innalzare la menzogna a «maledizione metafisica»[16], ad opprimente anatema che condanna a vivere nel «viscidume mobile del compromesso»[17] e nell’annientante mortificazione giornaliera. In base a questo si spiega il seguente, tragico, appunto ibseniano: «Quando l’uomo vuol vivere e svilupparsi umanamente, cade nella megalomania»[18].

Il tratto peculiare di Michelstaedter risiede appunto nella sua volontà di essere un “megalomane”, che intende far regnare l’assoluto nel relativo, la purezza nel fango della terrestrità. Ma la terra è ormai tragicamente macchiata dalla lordura della maschera e dallo «scandalo dell’adattamento»[19]: al goriziano non resta che sognare la purezza incontaminata del mare non gravato da sponde o l’aria pulita dei monti. Il mare è il «terzo regno» che – per dirla con Giorgio Caproni – brucia le maschere, incendiate dal fuoco del sale; è il luogo u-topico ove si vive come fanciulli nell’innocenza dell’emozione e nello stupore sorgivo della conoscenza. La fuga verso il mare libero, verso quel mare da cui lo stesso Ibsen era immensamente affascinato[20], è l’unica cosa che resta per rimanere interamente se stessi, l’evasione per non essere indelebilmente avvelenati dal marcio della rettorica e dalle lusinghe del domestico focolare.

Proprio siffatti aspetti sono quelli che – a nostro avviso – dovremmo tener fermi, oggigiorno, dalla lettura di Michelstaedter e di Ibsen, l’importanza cioè di vivere davvero una vita d’autore[21], una vita che non si svende e reclama, piuttosto, l’incontinenza di verità, la passione di coerenza, l’univocità del gesto. Nel contempo riteniamo che dovremmo preservare anche la tensione “megalomane” michelstaedteriana, perché solo questa ci regala «il coraggio di sopportare/tutto il peso del dolore,/il coraggio di navigare […]/il coraggio di non sostare/nella cura dell’avvenire,/ il coraggio di non languire/per godere le cose care»[22].

© Luca Ormelli

© Luca Ormelli

NOTE:

[1] Henrik Ibsen, lettera a Laura Kieler dell’11 giugno 1870, in Franco Perrelli, Henrik Ibsen. Un profilo, Edizioni di Pagina, Bari, 2006, p. 75.

[2] Carlo Michelstaedter, Epistolario, Adelphi, Milano, 2010, p. 326.

[3] Henrik Ibsen, L’anitra selvatica in Drammi moderni, Bur, Milano, 2009, p. 478.

[4] Su questi temi si veda anche l’illuminante saggio di Federico Premi, Il concetto di onestà nell’opera di Carlo Michelstaedter in AA.VV., L’inquietudine e l’ideale, ETS, Pisa, 2010.

[5] Si tratta della traduzione della nota espressione michelstaedteriana kallopismata órphnes.

[6] Cfr. Pietro Piovani, Etica dello stordimento in Indagini di storia della filosofia, Liguori, Napoli, 2006.

[7] Comunella dei malvagi.

[8] Henrik Ibsen, Un nemico del popolo in Drammi moderni, op. cit., p. 377.

[9] Cfr. Henrik Ibsen, I sostegni della società: «Lo sai che cosa siamo, noi che veniamo considerati i sostegni della società? Noi siamo gli strumenti della società, né più né meno» in Drammi moderni, op. cit., p. 113.

[10] Cfr. John Gabriel Borkman ma anche Casa Rosmer.

[11] Cfr. Una casa di bambola.

[12] Cfr., in particolare, talune poesie ibseniane come Nel museo e Il terrore della luce. Questi ultimi personaggi sono peraltro quelli con i quali più – a nostro giudizio – il Michelstaedter, “umano troppo umano”, si identificava, coloro che più si avvicinano al suo lato buio, al suo tragico tormento ed alla sua disperazione. Se infatti ci accostiamo alla lettura dell’Epistolario ci accorgiamo di come Carlo Michelstaedter si sentisse un inetto, con un’indubbia voglia di gridare, ma prigioniero di un mondo soltanto sognato.

[13] Henrik Ibsen, Spettri in Drammi moderni, op. cit., p. 254.

[14] Cfr. Un nemico del popolo.

[15] Cfr. Il costruttore Solness. Su questo tema rimandiamo a Claudio Magris, Ibsen in Italia, Aragno, Torino, 2008.

[16] Scipio Slataper, Ibsen, Vallecchi, Firenze, 1977, p. 171.

[17] Ibidem, p. 172.

[18] Appunti per Spettri, in Scipio Slataper, op. cit., p. 162.

[19] Sergio Campailla, Espressionismo e filosofia della contestazione in Michelstaedter in AA.VV., Scrittori giuliani, Pàtron, Bologna, 1980, p. 129.

[20] Cfr. La donna del mare.

[21] Ci piace ricordare, a questo proposito, l’etimologia del termine “autentico”, che deriva dal greco authentés e significa letteralmente “fatto da sé”.

[22] Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi, Milano, 2005, p. 83.

Gabriella Putignano (Bari, 1987) laureata in Filosofia Teoretica con una tesi su Carlo Michelstaedter ed abilitata all’insegnamento in Filosofia e Storia, è docente liceale di Storia. Ha pubblicato una monografia dal titolo Il grido di vita di Carlo Michelstaedter (in Ilmiolibro.it), un articolo dal titolo Carlo Michelstaedter, la purezza del cuore (in Filosofiprecari.it). E’ stata relatrice in vari seminari e convegni di studio, fra cui l’ultimo dedicato a Carlo Michelstaedter. Il coraggio di navigare, tenutosi a Trebisacce (Cs), nel novembre 2013.

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3 thoughts on “Michelstaedter ed Ibsen: una «febbre di probità acuta»

  1. Certi fenomeni sono, a mio avviso, dettati più da fattori esterni che da caratteristiche interiori. D’altro canto, la vita dell’umanità è un passarsi il testimone fra una generazione e l’altra con tanto di carico della storia. Michelstaedter, il giovane intellettuale sfortunato, leggendo Ibsen non poteva non infiammarsi per l’alta lotta fra esigenze puritane del Protestantesimo e il desiderio di libertà del laicismo. Ma quest’ultimo era nell’orbita del primo, era in quel modo di vivere che i Protestanti, con la loro morale rigidisissima, avevano imposto la Guerra dei Trent’anni. La parresia cui si allude appare un tentativo disperato ed orgoglioso di raggiungere un’autonomia espressiva, svincolata da moralismi opprimenti e istituzionalizzati. Quel che non si riesce a capire, in linea generale, è che ogni idea nasce ed è condizionata da idee precedenti. Difficile è separare il grano dal loglio, ma tocca provarci per non dover ripetere frasi esangui, scontate e ormai sterili.

    • Ogni idea è sicuramente condizionata da quelle precedenti e, se valida, aggiungerà il suo incommensurabile quid al percorso umano oppure semplicemente (ma altrettanto validamente) rimasticherà, elaborerà quelle esistenti, tracciandone con stile un percorso ovvero dirottando un caos verso una “relazione”.
      Tuttavia, delle idee, certe idee, non nascono da considerazioni esterne, religiose o letterarie o perlomeno non si limitano a questo.
      Scolasticamente, è vero, si cerca quasi sempre una relazione esterna, un movimento che accomuna gli autori, si afferma che un pensiero è di destra o di sinistra, che rompe una tradizione per crearne un’altra, che c’è un sistema che raccoglie delle tesi dove tutto sembra meravigliosamente incapsularsi in una griglia logica o incastrarsi come in un puzzle.
      Nell’articolo si parla però di altro, di come il pensiero, quello autentico, non nasce o non affascina per la sua coerenza storica, letteraria, linguistica, ma per la sua autenticità, per il modo in cui viene vissuto dagli autori, per quello che rappresenta o può rappresentare nell’esistenza o meglio nella “loro” esistenza, personale e universale nello stesso tempo (“la filosofia va intesa michelstaedterianamente quale «onestade di vita», radicale scelta di rompere di netto nei confronti di un’esistenza imbellettata”).
      Sicuramente, sia Michelstaedter che Ibsen sono avvolti dall’humus della loro quotidianità; sicuramente non sono avulsi da pregnanti esigenze puritane che si scontrano con l’avanzare dei principi del laicismo.
      Ma in primis mirano all’importanza “di vivere davvero una vita d’autore, una vita che non si svende e reclama, piuttosto, l’incontinenza di verità, la passione di coerenza, l’univocità del gesto”.
      Anche quando ciò implica l’andare oltre, il trascendere la quotidianità e la linearità del pensiero.

  2. Grazie per avermi presentato una persona che non conoscevo. Genialità e infelicità sono qualità che spesso girano in coppia. Io non avevo dubbi di stare vivendo le giornate recitando una misera parte all’interno delle convenzioni. Io non avevo dubbi di portare a zonzo una maschera che cade soltanto quando, solitario, me ne sto davanti al mare o sulle cime bianche. Però ascoltare Michelstaedter che lo dice e lo mette in pratica con tanta forza provoca davvero, come dici tu, un effetto travolgente. Ciao. Giuseppe

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