Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Tempi moderni. Note a margine alla Krisis di Edmund Husserl

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> di Stefano Scrima*

Edmund Husserl

Quella che l’Ottocento e le sue mitologie – Idealismo e Positivismo – lasciano in eredità all’Occidente è una crisi profonda, che, avvolgendo radici e tronco dell’albero della conoscenza, non può che produrre rami marci, che quando non sono marci, come nel caso del successo delle scienze, hanno comunque perso ogni contatto vitale col resto dell’albero, facendo così perdere anche le tracce della loro ragion d’essere. Nel XIX secolo si perse qualcosa di fondamentale: il senso per cui fu sviluppata la nuova tecnica fondata sulla ragione regolatrice dell’uomo. Lucide testimonianze di questa frattura sono le conferenze che Edmund Husserl tenne a Praga nel 1935-36 sotto il nome di Crisi delle Scienze Europee. L’analisi husserliana è un drammatico tentativo di richiamare l’attenzione sulla pericolante instabilità che il secolo del Positivismo, della febbrile rincorsa alla specializzazione scientifica animata dal sempre più pervasivo mito del progresso, aveva apportato all’umanità intera.

Traguardo del tutto raggiungibile, a detta delle coscienze positivistiche, la realizzazione del “sogno newtoniano”: l’applicazione del metodo scientifico a ogni frangia del reale. La vecchia metafisica teologico-spiritualista avrebbe dovuto cedere così il passo alla nuova visione assolutistica del mondo, a un’immanenza compiuta e perciò totalmente dominabile dalle scienze positive – anacronisticamente portatrici di certezze; senza crepe, senza macchie, oscurate quali anomalie necessarie. La novizia “religione scientifica”, supportata da un limpido principio di ragion strumentale, si ritrovò dunque in marcia verso l’inesorabile progresso dell’Umanità.

Le discrasie ereditate dalle rivoluzioni sociali e i loro presunti fallimenti[1] – Rivoluzione francese in primis – sarebbero dovuti essere riassorbiti dal sistema. Sradicato e purificato da residui astratti, e malgrado ciò vecchio garante dei nuovi diritti politico-sociali e quindi condizione di libertà per il dispiegamento scientifico e sociale, l’ottimismo illuminista precipitò nell’azzardo positivistico.

Il metodo positivista, nell’accrescere le possibilità e quindi le brame borghesi, non volle vedere i rischi ad esso connaturati e non pose freni al suo cammino, ormai decisamente fuori controllo. Infatti, le scienze, lungi dall’essere condannate per i loro continui successi, le nuove grandiose applicazioni e i loro peculiari metodi di ricerca, diventarono ciononostante «mere scienze di fatti»[2]. La spasmodica specializzazione dei singoli campi scientifici condusse necessariamente a un loro distacco reciproco, a un’incomunicabilità ostile dettata da una rivalità tra tante “vere” e uniche interpretazioni del mondo. Ogni scienza positiva ritenne di poter far capo solo a se stessa per spiegare i movimenti dell’esistenza; non c’è spazio per la collaborazione, e anche se si aprisse un varco ad essa sarebbe inevitabilmente guastato dall’adozione di differenti linguaggi specifici e chiusi che ogni singolo campo scientifico consolidò in quel “processo d’emancipazione” dalla radice comune. In definitiva, la crisi d’identità dell’uomo ritrovò inaspettatamente le sue radici nello sfaldamento di un sapere scientifico, inizialmente promosso e affinato dall’uomo per le sue proprie esigenze, costantemente proiettato al suo miglioramento: scienza per la scienza, progresso per il progresso, per il bene della scienza, quasi come fosse essa stessa entità dotata di volontà e intelletto. Il contatto con l’umanità, e con una filosofia tessuto comune delle scienze, sembra ormai perduto nel momento in cui l’incolumità dell’uomo non ottiene salvaguardia né garanzie, ma viene eclissata da un’infinita brama di produzione, legata oltretutto a quei particolari fini economico-sociali che potremmo qualificare come capitalistici[3]. Ma il vero problema è che gli uomini, nell’identificarsi con le nuove scienze autonome, diventarono anch’essi «meri uomini di fatto»[4]; è come se le loro prospettive umane fossero state indotte ad un brutale viramento verso gli stessi fini delle scienze. Risulta dunque normale incontrare nei cambiamenti sociali nuovi assetti impegnati all’accoglienza incondizionata del progresso tecnico-scientifico, dal nuovo farmaco contro il mal di testa alle comode scale mobili dei megastore in ascesa – e tuttavia Charlie Chaplin ne comprese subito il pericolo, basta riguardarsi la celebre scena delle “scale mobili al contrario”, ovviamente metaforica, del suo Modern Times (uscito tra l’altro proprio nel 1936). Dunque, da una parte i produttori – i “capitalisti” – inseguono il sogno del potere economico assecondando ogni mossa, anche sconsiderata, delle scienze moderne, e dall’altra i consumatori si vedono prospettare dalla propaganda un invito alla prossima immortalità. Come rifiutare? Nel frattempo il distacco uomo/scienze aumentò a dismisura rinchiudendo lo scienziato in un ermetico esoterismo. L’uomo è tenuto, consapevolmente o meno, all’oscuro delle modalità e delle ricerche scientifiche; ne avrà notizia solo se l’avanzamento tecnico avrà apportato qualche progresso economicamente sfruttabile. Per non parlare della tecnica applicata alle nuove armi termonucleari, che, nel loro esordio del 1945, paralizzarono un mondo ancora sconvolto, che intravide così la possibilità di un’assurda Terza Guerra Mondiale, probabile sterminatrice dell’intera razza umana.

Il XX secolo avvertì dunque l’esigenza, anche se ancora in ristretti ambiti culturali, di tornare alla rivendicazione baconiana di una “trasparenza” delle scienze e a quell’equilibrio uomo/tecnica, e uomo/natura, duramente conquistato dai moderni. Husserl fu tra i primi a rivendicare un nuovo e saldo principio di ragione veicolato dalla filosofia, una filosofia ormai eclissata dai poderosi esiti scientifici e sempre più relegata al ruolo di letteratura o nottola hegeliana. C’è da dire, a ragion del vero, che fu proprio il XVIII secolo l’artefice di quella scissione tra filosofia e scienza che produsse l’emergere del Positivismo scientifico, di fatti proclamatosi del tutto autonomo dalla filosofia. Lo stesso Comte diagnosticò, oltre alla morte della religione e della metafisica, quella della filosofia stessa. Grazie a Newton e Kant la scienza intraprese una traiettoria totalmente altra da quella che anteriormente la vedeva come semplice ramo – o rami se vogliamo parlare di scienze – della “madre filosofia”[5]. La necessità di far tornare a respirare la filosofia, di ricompattare l’albero della conoscenza in vista di una nuova sistematica del sapere, è dunque il programma delineato dalle conferenze husserliane. Non a caso l’apice moderno è individuato da Husserl nell’epoché cartesiana, in grado di riassumere il reale in un atto di estrema razionalità e costruire quel solido edificio del sapere ormai smantellato e sconnesso dal Positivismo. La riduzione fenomenologica ripropone infatti una “sospensione del giudizio”, un nuovo inizio necessario per “rigenerare” un’esistenza umana offesa e annichilita. Modello husserliano, oltre a Descartes, è l’intero evo moderno col suo proposito di una tecnica a misura d’uomo. La filosofia – intesa in questo caso come vero e proprio appello alla ragione – deve tornare a rivestire il suo ruolo fondamentale di collante e “supervisore” delle varie discipline scientifiche.

La ragione, connaturata alla “natura” umana, e dunque immediatamente attingibile da qualunque coscienza, ha il delicato compito di guidare i comportamenti degli uomini verso un mondo “adeguato” e regolarne così rapporti sociali, economici e politici.

Seppur difficilmente concretizzabile – di fatti la filosofia è rimasta lì, impotente e disgregata, dove fu lasciata dal Positivismo – la proposta husserliana ha, ad ogni modo, il merito di aver colto il graduale frastagliarsi dei nostri tempi moderni e averne delineato una possibile, anche se ardua terapia. E cosa per noi ancor più grave: non smette di essere attuale.

NOTE:

[1] Nella realizzazione della “felicità della comunità”.

[2] E. Husserl, Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie: Eine Einleitung in die phänomenologische Philosophie (1936); tr. it. La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2008, cit., p. 35.

[3] La prima metà dell’Ottocento vede la Francia, e successivamente l’Inghilterra, antesignane del capitalismo moderno fondato su società industriali e liberiste.

[4] E. Husserl, op. cit., p. 35.

[5] Prima di Newton e dell’avvento della nuova categoria degli scienziati, si parlava ancora di filosofi della natura.

*Stefano Scrima, laureato in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Bologna con una tesi su Miguel de Unamuno. Ha studiato all’Universitat de Barcelona (progetto Erasmus) ed è stato visiting student all’Universidad Autónoma de Madrid (borsa di studio “Tesi all’estero”). È redattore della rivista filosofica Diogene Magazine. Ha scritto Esistere Forte. Ha senso esistere? Camus, Sartre e Gide dicono che… (Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2013); Sum, ergo cogito. La “Fame rabbiosa di essere” di Miguel de Unamuno, in P. Vincieri (a cura di), Sull’identità personale (d.u.press, Bologna 2013); e curato Il mito di Prometeo. Il lavoro che c’è, il lavoro che manca (Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2013) e il Dizionario della filosofia greca (Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2012).

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3 thoughts on “Tempi moderni. Note a margine alla Krisis di Edmund Husserl

  1. La filosofia di Husserl e Heidegger, in generale figli del cerebralismo tedesco, giunse molto in ritardo nella formulazione di tesi moderne. Ricordo sommessamente che la scienza di Planck, di Heisenberg arrivò molto prima a smontare le teorie forti.

    • Beh se pensi che “Essere e Tempo” è del 1927 e che l’articolo sul principio di indeterminazione è dello stesso anno, mentre le “Ricerche logiche” sono del 1900, anno dell’articolo di Planck sulla ‘quantizzazione’, forse non sono arrivati così molto prima. Il problema è che sia la fisica sia la ‘metafisica’ hanno abbandonato, dietro i neopositivismi logici (come ad es. il modello standard) e strutturalismi vari, ogni questione sulla ‘crisi della scienza’, e le conseguenze del potere alienante e assoluto della razionalizzazione selvaggia le abbiamo oggidì sotto i nostri occhi.

  2. Però secondo me questo discorso è viziato da un modo sbagliato di guardare la questione che a mio avviso mescola problemi differenti che se confusi rischiano di ridurre tutto alla classica critica alla scienza in quanto Tecnica, e cioè alle scienza in quanto tale, cosa secondo me non necessaria e anche sbagliata.
    Un conto è, secondo me, il piano epistemologico, e cioè la piena consapevolezza a cui si è giunti nei primi del Novecento dei meccanismi di “idealizzazione” delle teorie scientifiche. Qui rientra ciò che Husserl in questo scritto chiama obiettivizzazione, e che ha molti lati in comune per altro con ciò che Cassirer scrive in Sostanza e Funzione. Ciò non è altro che il fatto che ogni teoria scientifica si serve di alcuni parametri, e che in quanto postulati dalla teoria stessa non sono mai “la copia” della realtà, e quindi non sono assoluti. Tuttavia essi devono sottostare a precisi criteri di coerenza e questo implica che, come tu scrivi, la teoria debba, per poter essere considerata scientifica a livello teorico, “poter far capo solo a se stessa”. Ora, il modo in cui la scienza costurisce un suo campo di studio è di per se un male? Non credo, si tratta anzi del modo con cui essa assolve alla sua funzione di scienza sperimentale. Avrebbe poco senso accusare Galileo di essere un “Positivista” semplicemente perché si serve di idealizzazioni teoriche della realtà .
    E’ diversa invece la questione di come l’ “obiettivizzazione” è percepita dalla scienza stessa a livello di concezioni della realtà. E’ possibile in questo senso che un fisico teorico sia molto meno consapevole di questo procedimento logico alla base delle teorie, e che sia portato ad accettare una “metafisica” dei concetti che utilizza, a credere che la base ultima della realtà sia ad esempio una sostanza come il “campo” piuttosto che “le particelle subatomiche” eccetera, questo rischio è invece a mio avviso meno probabile per quanto riguarda i fisici sperimentali, che sanno invece benissimo il modo in cui ogni concetto scientifico è sempre difficilmente “osservabile” nella realtà.
    Tutto questo ha a che fare con l’interpretazione della teoria e, a livello pratico, con il modo in cui essa viene poi diffusa alla “società” e dunque sull’impatto culturale delle teorie scientifiche. Il “positivista” ammesso che possa essere un appellativo utile per indicare una certa posizione filosofico-scientifica non è quasi mai lo scienziato ma semmai il cittadino medio acculturato, che per aver studiato (male) certe teorie a scuola ritiene che la decisione ultima riguardo la natura della realtà possa essere affidata alla scienza e ai suoi successi scientifici. Tuttavia invece il modo in cui le teorie debbono essere interpretate è sempre un lavoro difficile, che è indipendente dal successo delle teorie stesse, su cui per altro gli stessi scienziati spesso non sono d’accordo. Gioverebbe allora in questo senso una divulgazione migliore, che potesse difendere il “pubblico” dai rischi di tramutarsi in meri uomini di fatto, e gioverebbe anche una filosofia che sapesse distinguere i diversi piani di discorso, magari addentrandosi sulle questioni scientifiche dialogando con i ricercatori di altri campi (dialogo che per altro sarebbe importantissimo per quelle scienze come l’economia o la psicologia che trovano molta difficoltà nell’applicazione delle proprie modellizzazioni teoriche a livello sperimentale). Ciò che non giova è invece scagliarsi contro la scienza in quanto tale, questo si dannoso perché impedisce ancora una volta la vera comprensione del vero problema, che riposa alla fine su semplici ma fondamentali meccanismi della ragione. Con ciò si permetterebbe facilmente di evitare l’impoverimento esistenziale a cui Husserl fa riferimento.
    A questo piano certo si aggiungerebbe quello sociale, e cioè un’analisi del sistema economico cui siamo soggetti che, in quanto impersonale, è del tutto inconsapevole delle implicazioni teoriche delle teorie scientifiche, che vengono utilizzate solo per il tornaconto economico che esse generano. Tuttavia anche qui, una seria e profonda ricerca del modo in cui scienza e meccanismi di potere dialogano, a cui può giungere solo una filosofia seria e impegnativa, può giovare non poco perché possano esserci voci che parlino della scienza non solo con trionfalismo ma ne offrano anche una critica costruttiva.

    Elio

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