Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi

2 commenti

> di Pietro Piro

René-Magritte-Les-Amantes-1928

Ogni forma di autocoscienza, ogni riflessione su noi stessi, è riflessione non già nell’attimo presente, ma subito verso il tempo trascorso: è riflessione su chi siamo stati, magari fino a un minuto, a un attimo fa. L’identità è memoria.

G. Jervis, La conquista dell’identità

In un tempo in cui la divisione sociale del lavoro muta a ritmo inaudito e in cui tutti i valori tradizionali sono dis-integrati dal potente moto acceleratorio della tecnologia, l’identità individuale subisce attacchi sempre più profondi e radicali.
Ci si chiede – a volte – se in un mondo che cambia così velocemente, abbia ancora senso costruirsi una identità – e quindi necessariamente riconoscersi in una storia sociale, politica, filosofica – quando le vere identità sono sempre più trattate dai poteri dominanti come un ostacolo e un fardello in un sistema-mondo che richiede la massima disponibilità del corpo e la minima rivendicazione identitaria.
Per chi si trova in una condizione di turbamento e sta – in qualche modo – cercando di cominciare a ragionare sul tema dell’identità individuale, consiglio la lettura del libro di Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi (Feltrinelli, Milano 1977). Libro di quasi venti anni fa ma ancora utilissimo. Jervis è abile nel mettere insieme fattori biologici, psicologici, sociali e politici. Il suo approccio è complesso ma lo stile di scrittura accessibile e chiaro.Per Jervis «la nostra vita quotidiana è condizionata […] dall’esigenza di costruire e difendere un immagine di sé dotata almeno di una solidità minimale, e cioè, in pratica, abbastanza solida da confermarci che noi esistiamo senza dissolverci» (p. 33). Da questa esigenza, motivata dal terrore della perdita di tutti quei luoghi «domestici dove sente di avere un senso» (p. 35) si dipanano le contorte vie della ricerca della propria identità individuale. Ricerca che correttamente Jervis – assimilando la lezione di C.G. Jung – inquadra come «una ricerca di fedeltà alle proprie disposizioni interiori, un itinerario di autorealizzazione, l’obbedienza a una obiezione di qualità» (p. 79).
Il libro affronta il problema dell’identità dal punto di vista della sua evoluzione storico-sociale, individuando nella “tarda modernità” in cui viviamo un potente invito – che può diventare anche fonte di angoscia e frustrazione – a determinare liberamente e autonomamente la propria identità, rompendo con i vincoli tradizionali.
Tuttavia, così come la tarda modernità insiste sulla presunta libertà di autodeterminazione, nei fatti, attraverso la divisione sociale del lavoro e la manipolazione delle spinte identitarie nella direzione del consumo, questa libertà appare limitata e fortemente influenzata da modelli identitari rigidi e spesso dolorosi per gli individui incapaci di “attenersi al modello”. Per Jervis «la società industriale di tipo informatico, se da un lato invita ciascuno a cercarsi liberamente una nuova identità, da un altro lato sembra apprezzare certi modelli d’identità, e anche certi modelli di personalità a scapito di altri» (p. 51). Libertà dunque, ma vigilata e condizionata dall’ordine del discorso dominante. Chi resta indietro? Per Jervis: «restano esclusi gli individui che non riescono a staccarsi dai modi di pensare di tipo tradizionale e dai modelli “ricevuti” d’identità» (p. 54) e prevedeva un vertiginoso «aumento della competività individuale» (p. 55), che produce ricchezza ma anche esclusione sociale e marginalizzazione.
Il libro è pieno di numerose riflessioni degne della massima attenzione. Se associato alla lettura del libro di Ulrich Beck, Costruire la propria vita (Il Mulino, Bologna 2008), più attento a mostrare come oggi le persone si trovano a dover condurre una vita individuale in condizioni che, nella maggior parte dei casi, sfuggono al loro controllo, si può cominciare a muovere i primi passi verso quella pericolosa e rischiosa ricerca che implica la comprensione delle dinamiche  profonde che conducono alla “conquista dell’identità”.

Bologna 21/02/2014

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2 thoughts on “Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi

  1. Onore a Jervis, per carità. Ma la sua è un’opera veramente datata. La fine degli anni ’70 è stata caratterizzata da questo riflusso di coscienza verso la personalità dell’uomo, verso il valore della sua individualità contro la robotizzazione del sistema. Sono cose, tuttavia, ben note sin dall’Ottocento (si vedano i romanzi del Naturalismo, Zola, in particolare) e teaurizzate in maniera forse impareggiabile da Orwell, filosoficamente nel 1979 da Lyotard. Esiste una letteratura sterminata sull’argomento, sterminata e in tutte le salse, con tanto di inevitabili parodie. Fra cui, mi spiace dirlo, buona parte di questo articolo.

  2. Gentilissimo Dario Lodi,
    le rispondo per “dovere d’ufficio” non riscontrando nelle sue affermazioni argomenti critici ma solo un desiderio di provocazione.

    Un lettore attento non fa fatica a comprendere che il testo che ho pubblicato non è né un “articolo” accademico né un saggio su Jervis né un trattato sulla personalità umana.
    Si tratta di un piccolo e affettuoso consiglio di lettura per il lettore curioso che desiderasse cominciare a informarsi sul tema dell’identità.

    Ci sono certamente libri più recenti e più legati al tempo che stiamo vivendo. Un buon esempio potrebbero essere:
    A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 1999 e il libro di U. Beck, Costruire la propria vita, Il Mulino, Bologna 2008 (segnalato sopra).
    Tuttavia, il libro di Jervis che ho consigliato, pur essendo datato, mi pare un ottimo esempio di approccio non schematico e che tiene in conto la natura complessa del problema.

    Inoltre ritengo che la sua affermazione che ci siano “cose, tuttavia, ben note sin dall’Ottocento (si vedano i romanzi del Naturalismo, Zola, in particolare) e tesaurizzate in maniera forse impareggiabile da Orwell, filosoficamente nel 1979 da Lyotard” non solo rivela un certo “snobismo culturale” perché sostiene che il sapere una volta “tesaurizzato” è definitivamente concluso e che in sintesi, tutto quello che è prodotto in seguito sia solo”una parodia”, ma è anche metodologicamente errato, perché la personalità umana cambia in relazione alla società e la società non è mai immobile.

    Cambiando i rapporti di produzione, gli stili di vita, le esigenze comunicative, le passioni e gli interessi, cambiano anche le sottili strutture della personalità. Se così non fosse, un libro come quello di Massimo Recalcati: L’ uomo senza inconscio: figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010, non avrebbero senso e sarebbero unicamente una “parodia”.
    Nell’ottocento si sarebbe potuto scrivere un libro come: L’industria della depressione di Philippe Pignarre (Bollati Boringheri, Torino 2010) quando le industrie del farmaco erano in uno stato nascente?

    Vorrei concludere con una nota su Jervis. Il suo Manuale critico di psichiatria, Feltrinelli, Milano 1975 è un testo che possiamo considerare “un classico”. Se si ha il coraggio di leggerlo si comincerà a comprendere che “le salse” non sono tutte uguali e che alcune sono necessarie e altre velenose.

    In attesa di poter leggere un suo contributo sulla nostra Rivista,

    Cordiali Saluti,

    Pietro Piro
    Università di Roma Tre

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