Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il prestigio della coscienza (prima parte)

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> di Giuseppe Roncoroni*

Wigner
Ci sono due tipi di esistenza: l’esistere della coscienza e l’esistere di ogni altra cosa.
Quest’ultima realtà non è assoluta ma soltanto relativa.
Qualunque cosa che sta fuori dalla coscienza non è che una costruzione.

Hinsie
La coscienza non è una funzione distinta ma è una caratteristica di base dei processi mentali.
Questo vuole dire che la coscienza è tutt’uno con il mondo della coscienza.

Da terre lontane e misteriose giunge il Gigante.
Le spalle si curvano sotto un carico.
Dalle mani spunta la Luce, lo Scorpione, il Globo.
La Luce, lo Scorpione, il Globo.
Sotto il carico si piegano mani e spalle.
Il Gigante è schiacciato in terre grigie e fredde.

Indice
I Il principio della coscienza
II La mappa della coscienza
III I passi della filosofia
IV L’abbraccio fra mente e corpo
V Il cosmo e il tempo
VI La sorgente perenne

I Il principio della coscienza

Goethe
«Non è che suono e fumo la parola. Nel brivido è la più alta facoltà dell’uomo. Per quanto il mondo gli renda difficile l’esistere sente profondamente commosso il Miracolo».

Shakespeare
«Noi siamo della stoffa di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è avvolta dal sonno».

Zhuang-zi
«Una volta Zhuang-zi sognò che era una farfalla e che volava. Bruscamente si svegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang-zi. Non seppe più se era Zhuang-zi che aveva sognato di essere una farfalla o se era una farfalla che stava sognando di essere Zhuang-zi».

1
Qualcosa esiste. Questa è la verità che si svela. C’è la luce e la notte è lontana per sempre. Questo è il miracolo che commuove. Qualcosa esiste. Ora mi chiedo: che cosa esiste? La risposta è facile se mi metto, di fronte al miracolo, come fa uno spettatore. Esiste ciò che appare. Esistono i momenti in cui vedo e penso. Questa è la mia e la nostra vita. Non appare altro e si può dire, con Prospero, che la vita ha la stoffa di cui sono fatti i sogni. Questo è il principio che ora chiarirò.

2
I filosofi testimoniano che sono simili ciò che chiamo realtà e ciò che chiamo sogno. Così parlano. A me capita di incontrare degli esseri, gli uomini per primi, ai quali attribuisco una vita cosciente come quella che ho. Questo avviene in una varietà di ambienti. Ripensando, però, c’è un ambiente che sembra più continuo e coerente. La sua storia ci racconta, fra l’altro, la deflagrazione da cui prorompe e l’evoluzione delle creature che affollano il pianeta. A quel mondo do maggior valore e lo chiamo realtà, in alternativa al resto che chiamo sogno, e concludo così: le altre coscienze esistono nella realtà mentre è miraggio che esistano quelle coscienze che suggerisce il sogno. Questa opinione dura fino a che ritorno nel sogno e lì, di nuovo, cedo all’inganno. Non è una opinione incauta e capricciosa?

3
Questi dubbi li metterò da parte. Farò conto che ci sia un “mondo di tutti” che si distingue dai sogni. C’è una condizione, nella quale mi definisco sveglio, che mi mette a contatto con un mondo dove abitano altre coscienze che ci sono o potrebbero esserci (se scampassi da solo a una catastrofe). Questa fiducia mi fa condurre i giorni nel modo in cui lo faccio. Insomma concedo che tu esista, tu che leggi, altrimenti non starei a discorrere con te. Se mi sbaglio? Poco importa alla filosofia perché il “mondo di tutti” non perde, per il fatto che sia di tutti, l’affinità con il sogno. Posso chiamarlo il “sogno di tutti”.

4
Ecco il punto che è proprio della visione comune: il “mondo di tutti” perde le fattezze del sogno. Questo accade perché si pensa che quel mondo, a differenza del sogno, si fondi su qualcosa che non appare. Si pensa che il “mondo di tutti” stia fuori dalla vita. Il “mondo di tutti” viene staccato da noi, che lo vediamo e lo conosciamo, e diventa una realtà che sta per suo conto. L’uomo comune è così persuaso da ritenere che sia per gioco se emetto una disdetta.

5
Non credo che il “mondo di tutti” stia fuori di noi e non credo che là fuori ci sia alcuna cosa. L’uomo che lo crede non è più spettatore ma è, a un tempo, artefice e credulone. Qualcosa che nasce nella sua fantasia dovrebbe esistere come esiste il tumulto dei sentimenti e dei pensieri. Sopra la vita, a sentir lui, aleggia un fantasma che non vedo e non tocco. Questa è una ingenuità che fa sorridere. È l’eco delle favole che narrò la filosofia del passato. È un idolo e un soffio che fuor esce dalle labbra. A cosa serve? Serve per oscurare, con il fumo della parola, il miracolo dell’esistere.

II La mappa della coscienza

1
Qui sarà tracciata una mappa della coscienza e, cioè, del mondo dell’esperienza. Il principio è fissato: gli istanti della vita sono originali. Noi abbiamo la tentazione di porre qualcosa fuori di noi e di pensare che sia all’origine della nostra vita. Questo non è lecito. Quel che vediamo, sentiamo e pensiamo, non proviene da qualcosa di oscuro che chiamiamo Dio, Anima o Materia. Non c’è Dio che volteggia chissà dove. Non c’è l’Anima che sarebbe la fonte dei nostri pensieri. Non c’è la Materia che starebbe dietro le nostre percezioni.

2
L’idolo più tenace è quello della materia. Guardiamo un albero. L’albero che vedo, per chi crede nella materia, sarebbe la copia di un albero che sta lì fuori e che è indifferente al fatto di essere percepito. Questa credenza si rivela subito sbagliata. L’albero è visto da noi o da un insetto in modo diverso. Solo per noi ha il tronco marrone e le foglie verdi. Cosa appartiene, allora, all’altro albero? Neppure la dimensione perché mi accorgo, nello spostarmi, che le sue grandezze cambiano. Si dirà: è sempre alto dieci metri. Questo valore non ci dà una dimensione ma ci dà il rapporto con l’unità di misura che sarà di 1 a 10 dovunque si metta chi l’osserva. Ecco cosa resta dell’albero che tutti osserviamo: una rete che è fatta di misure e riprenderà la sua forma nella globalità della percezione. L’albero che vedo non è “copia dell’albero che c’è” ma è “l’albero che c’è”.

3
La nostra mente è in relazione con la parte del corpo che chiamiamo cervello. Ci sono due domande che riguardano la loro relazione. 1) La mente è creata dal cervello? Quel che ho detto prima, a proposito dell’albero, è importante per dare una risposta. La materia implica che il cervello, così come l’albero, preceda la mente e riesca a crearla. Questa idea non ha senso se si esclude che esista la materia. 2) La mente funziona in accordo con il cervello o funziona a proprio modo? Facciamo un esempio: scelgo se muovere la mano a destra o a sinistra. Nel primo caso la mia scelta si rispecchia sul cervello. Nell’altro caso dirigo imprevedibilmente il cervello e la mano di qua o di là. La risposta risiede nel campo degli esperimenti. Gli esperimenti ci dicono così: le mie scelte e i miei pensieri assecondano le leggi naturali del cervello.

4
La mente e il cervello, congiunti, regolano l’apparire delle cose. Considero un fatto: cerco di colpire una mosca e la mosca mi sfugge. Sfugge con facilità perché vede la mano muoversi più adagio di quanto vedo io. La velocità delle cose non è uguale per tutti. Quella velocità dipende dal cervello che registra: va più rapido il cervello e vanno più piano le cose oppure va più piano il cervello e vanno più svelte le cose. Direi che ciò è noto. Meno facile è accettare che persino la direzione delle cose dipenda dal cervello. Supponiamo che il cervello operi nel verso contrario alla norma ed ecco che vedremmo le cose svolgersi alla rovescia. Qualche studioso lo intuisce ma stenta a cogliere la conseguenza. Il cosmo non ha un suo divenire. Vuol dire che non ha un inizio, quale è reputato il Big Bang, e non ha una fine.

5
Ecco il mondo che si profila in questo scritto. Nulla più della vita che viviamo. Quindi comincia e finisce con la nostra vita. Non c’è altro inizio e non c’è altra fine. Lo dirò con parole che sono tratte dalle Upanishad. Le Upanishad sono i testi dell’Induismo e fanno trasparire la luce di una essenza divina, dentro noi, che presto dileguerà nel Vuoto del Buddhismo.

dalle Upanishad
«Come dal fuoco sprizzano le scintille così dallo spirito si dipartono tutti i sensi, tutti i mondi, tutti gli dei, tutte le creature. Dentro di noi sono compresi il cielo e la terra, il fuoco e il vento, il sole e la luna, il lampo e le stelle, tutto è compreso. Quando un uomo dorme o quando muore si ritrae nello spirito e raggiunge l’unità. Si riassorbe la vista con tutte le forme, si riassorbe l’udito con tutti i suoni, si riassorbe la mente con tutti i pensieri. Come i fiumi venuti dall’oceano tornano e diventano oceano».

III I passi della filosofia

Eraclito
«Preferisco ciò di cui c’è vista, udito, esperienza».
«Tutto scorre e nulla permane».
«Nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo».
«Del logos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza. Ogni cosa accade secondo questo logos. Ascoltando non me ma il logos si dovrà convenire che tutto è uno e che tutto è governato attraverso tutto».
«Le opinioni umane sono giochi di fanciulli. Anche colui che è il più stimato conosce e conserva solo opinioni. Invero Dike coglierà sul fatto gli artefici e i testimoni di menzogne».
«Maestro dei più è Esiodo e lui neanche sa cosa siano il Giorno e la Notte: sono un’unica cosa».

1 Eraclito come guida
Questo viaggio nella filosofia vuole una guida. Scelgo Eraclito perché ci parla di ciò di cui c’è vista, udito, esperienza. Più tardi i filosofi andranno oltre il fiume o il fuoco e, stando sullo scranno degli dei, daranno un nuovo volto alla realtà.

2 Esistenza e parole
Qualcosa esiste e non c’è dubbio. Sono le sensazioni e i pensieri che danno forma al mondo della coscienza. Qualcuno aggiunge, però, che di fuori c’è un “quid”. Il “quid” non è un dato ma è un pensato. Chi lo pensa gli conferisce l’esistenza e porta in dono una realtà che non vediamo. Un suo pensiero. Una sua parola. Un noumeno o un nome.

3 Il dogma di staticità
La fantasia dei filosofi ci porta verso una figura che sta di là da noi e, cioè, verso una sostanza. A cosa serve una sostanza? Ha il compito di generare la nostra vita. C’è sempre il dogma di staticità che muove la fantasia dei filosofi: nulla viene dal nulla e ogni cosa esisteva come attributo della sostanza.

4 Le sostanze: Dio, anima, materia
Quali sono le sostanze? Come si chiamano le sorgenti della nostra vita? Si chiamano Dio, anima e materia. Queste entità, se si esclude Dio quando è una persona, non hanno il contorno della coscienza e quindi rompono quell’unità che c’è nel tipo di esistenza che conosciamo. Siamo di fronte a pensanti che non stanno pensando, pensieri che non sono pensati, immagini che non sono viste o immaginate. Sono astrazioni e, cioè, brandelli di vita. Davvero si può credere che esistano? Mi stupirei di meno se vagolassero ossa e membra per la piazza del paese.

5 Il Dio che fa e il Dio che è
Non è più il tempo di Dio. Il “Dio che fa” sarebbe il primo movente ma oggi sappiamo che non serve. Il “Dio che è” sarebbe la sostanza che crea i valori. L’uno e l’altro si affacciano agli inizi della filosofia. Anassagora crede che ogni evento dipenda da altri eventi e che, prima o poi, quel recedere vada sospeso. Mette a capo un gesto volontario perché si illude che stia fuori dalla sequenza. Questo è il “Dio che fa”. Compare il “Dio che fa e che è” quando Aristotele o Tommaso, considerando com’è il mondo, conferiscono un’intelligenza. Infine c’è chi, come Plotino, toglie l’azione e lascia solamente il “Dio che è”.

6 Dov’è Dio?
Dov’è Dio? Dove potrò incontrarlo? Si racconta che riposi presso qualche montagna o qualche cielo. Davvero, se Dio sfiorò il mondo, lo coglierò sul fatto e gli starò vicino come se fosse una persona. Se non lo toccò, invece, può nascondersi in una sfera che si schiude nell’estasi o dopo la morte. Quale sarà, in questo caso, l’aspetto di Dio? Può darsi che non sia una persona ma un oceano di virtù dove emergono e si immergono i viventi. Martinetti (1926), per dirne uno, ha avvistato quel Dio, quel soggetto comune, o comunque lo si vuole chiamare. Carabellese (1946) aggiunge che l’oceano non sta di fronte ma all’interno di noi. Ho sbagliato, dunque, nel mettermi in cammino verso Dio perché Dio si era mosso per venire da me. Resta un dubbio. Perché ci deve essere il Primo Ente e cosa vale Dio senza il Diavolo?

7 Cos’è la natura e cos’è la materia
Cos’è la natura? Come si definisce? Il nostro sguardo indaga, in ogni momento, fra i particolari di un quadro. Ci sono aree del quadro che nessuno visita e, non di meno, fanno parte dell’orizzonte dei nostri occhi. Quel quadro è la natura. La materia designa il quadro della natura quando scavalca l’orizzonte. A che serve la materia? La materia serve per spiegare i fatti della natura e l’immagine che ne abbiamo.

8 La materia come causa ignota e statica della natura
La natura è soggetta al movimento e al cambiamento. La sua contraffazione è ispirata dal dogma di staticità e giunge a un tipo di materia che nulla ha in comune con la natura. Non è materia ma è ciò che si vuole. È il sogno, vuoto, di una realtà statica. L’elaborazione si svolge in due tempi e li descriverò come se fossi il primattore. C’è un motto prezioso di Hegel (1830) che prepara lo sfondo: «i pianeti si muovono liberi come dei nel cielo senza che alcuna forza li solleciti».
A) La materia che si conosce
Vedo un pianeta che si muove. Quel movimento doveva esserci già prima come potenzialità. Dove risiede la potenza? Faccio una ipotesi: che il pianeta stia lì, dove lo vedo, anche se non lo vedo. Così la potenza può indossare l’abito di proprietà del pianeta e, quando agisce, l’abito di una forza. Avere assegnato una sede alla potenza permette di indicarla, fino a che sono regolari i movimenti del pianeta, come causa statica di ciò che accade e di ciò che vedo. Attenzione, però: la proprietà è spuntata dal nulla quando si formò il corpo? Sarebbe troppo sovversivo. Azzardo, per cavarmela, che un pianeta sia composto da atomi e che la legge sia composta dalle proprietà degli atomi. Quasi mi sembra là sotto di ammirare gli atomi, le proprietà e le forze che prendono per mano e portano a spasso il pianeta.
B) L’incognita
Ancora non sono soddisfatto. Mi chiedo: perché un atomo ha certe proprietà e non altre? Mi rendo conto, in fondo, che non conosco il corpo che sta oltre l’immagine. Quindi potrei supporre che un corpo sia fatto in modo da implicare quelle proprietà che sembravano arbitrarie come lo è il legame fra la massa e il moto del pianeta. C’è un altro merito nello staccare il mondo reale dall’immagine che ci lascia. Credere che il pianeta visibile avesse una corrispondenza con il pianeta reale era rischioso perché, se all’improvviso ruotasse in modo diverso senza l’evidenza di una ragione, dovrei ammettere una novità tra le sue proprietà. Non è così. Ora dirò che quella novità è apparenza e che c’è senz’altro una ragione nel mondo statico che non si vede. Ora sono tranquillo per qualunque cosa mi capiti di avvistare. Nulla turberà più la pace celeste.

9 L’eredità di Aristotele
Aristotele decreta così la staticità: ciò che esiste, in atto, esisteva già in potenza. Non resta che costruire il mondo delle potenze. Aristotele inventa le sostanze e fa sì che le potenze siano proprietà della materia o dell’anima. Quel mondo, che non muta e non si mostra, regna su quello che muta e si mostra. La percezione, in questo modo, non è originale ma diventa il frutto dell’incontro tra la materia e l’anima. L’eredità di Aristotele è stravagante. Ma, ormai, chi se ne accorge?

10 Riduzionismo di Democrito e meccanicismo di Cartesio
Democrito ci presenta il riduzionismo quando dice che ogni corpo si costituisce nella casuale agitazione degli atomi. Cartesio (1637 e 1647) crea il meccanicismo portando la staticità nel riduzionismo o, in altre parole, portando il riduzionismo nella materia di Aristotele. Cartesio frantuma quelle proprietà della materia che Aristotele manteneva intere in virtù degli universali. Non c’è più l’essenza del cavallo ma ci sono gli atomi, con le loro proprietà, che danno origine al cavallo.

11 La materia come incognita fa a meno dell’anima
La materia, per Aristotele e Cartesio, non spiega la mente. Ci deve essere un “plus” che è l’anima. Ma non c’è bisogno dell’anima quando la materia diventa un’incognita perché, come incognita, può essere ogni cosa e può spiegare ogni cosa. Voltaire (1740) scrive così: «Newton confessò a Locke che non conosciamo abbastanza la materia per sentenziare che Dio non possa conferire il pensiero a un essere esteso».

12 I seguaci di Parmenide
Non c’è più la materia ma c’è l’incognita che permette, sulla scia di Parmenide, di porre all’estremo la staticità: l’essere è e il non essere non è. Traspare da titoli come Apparenza e realtà di Bradley o Identità e realtà di Meyerson. Questi filosofi sostengono che il cambiamento, che vediamo, è apparenza e che la realtà, che non vediamo, deve essere identica. L’equivoco consiste nel confondere “identità” e “staticità”: ciò che cambia sarebbe contraddittorio. Ma un cambiamento contraddice semplicemente il nostro presupposto che il cambiamento non ci sia.

13 Meccanicismo e determinismo
Trionfa il meccanicismo nel verbo di Laplace (1820): «l’intelligenza che conoscesse, per un certo istante, le forze che animano la natura e la situazione degli esseri che la compongono, se fosse così vasta da sottomettere questi dati al calcolo, abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei grandi corpi e quelli dell’atomo più leggero: niente sarebbe incerto e il futuro come il passato sarebbe presente ai suoi occhi». È il verbo di un baro. Non meno di Tiresia anch’io potrei profetare, sapendo dov’è e come si muove, dove una cosa è destinata. Il che significa che prevedrei il destino dell’universo se ne conoscessi lo stato e le leggi. Eppure sono d’accordo con Bergson (1930): non si può dire che il dramma di Amleto fosse prevedibile. Lo si potrebbe dire se quel dramma, come vuole il determinismo, esistesse prima di essere scritto. Così pensa Laplace. Questi chiede di conoscere, per fare una previsione, solo lo stato dell’universo perché le leggi dell’universo sarebbero contenute lì in forma di forze. E lì, dunque, ci sarebbe da sempre l’inchiostro della penna di Shakespeare. Laplace ha in pugno il passato e l’avvenire ma vuole una licenza: scrutare nello scrigno, imperscrutabile, dove sono custoditi.

14 La scimmia di Democrito
C’è un libro popolare, Il caso e la necessità, che ripropone quelle che Bergson chiama le illusioni del meccanicismo e che scomoda Democrito per magnificare l’illusione di chi il mondo a caso pone. Lo scrivano, un qualunque Monod, licenzia ogni creatività e la travisa nel finalismo: «i costrutti scaturiscono dalla somma delle proprietà di ciascuna parte, fino al formarsi degli esseri viventi, mentre chi mantiene intatta la composizione ricade nell’eresia del finalismo». Non c’è dubbio che il caso abbia il suo gioco nell’evoluzione e Zarathustra, come Eraclito, impiega la metafora dei dadi: «la terra è un tavolo fremente per parole creatrici e per divini lanci di dadi». Però il riduzionista fracassa i dadi su cui è impressa la parola creatrice e resta con un mucchio di palline che si scontrano. Dopo ciò, per dimostrare che un accordo può sorgere dallo zero, azzarda un paragone: una scimmia, battendo i tasti della macchina da scrivere, potrebbe stilare una poesia. Qui c’è una svista. La poesia non appartiene ai segni ma ai significati. Avrebbe ragione il riduzionista se la scimmia, grazie alla buona sorte, potesse “ideare” la poesia. Scimmia e macchina da scrivere valgono come battesimo di certi personaggi.

15 La crisi delle sostanze secondo Berkeley e Hume
Com’è fatta la materia? La materia imita l’immagine ma deve escludere, purtroppo, quanto dipende da chi guarda. Di certo non ha colori, non ha suoni, non ha sapori, e così via. Berkeley (1710) nota che non può avere, senza queste qualità chiamate secondarie, neppure la qualità primaria dell’estensione. Hume (1748) vanifica, con la materia, anche le altre sostanze. C’è poi un paradosso generale per chi cerca una sostanza. Supponiamo che sia necessario, per il nostro pensare, che la sostanza esista: perché mai ciò che penso dovrebbe applicarsi a quest’altra realtà? Prevale l’idealismo, nel senso storico, quando si comprende che il pensiero non è un veicolo che ci trasporta oltre sé.

16 La finta rivoluzione da Aristotele a Kant
Aristotele è convinto che ogni cosa possieda una causa. Questa premessa è un ponte che va verso le sostanze che fanno da causa. Kant (1781) erige lo stesso ponte ma non dispone più delle sostanze. Allora si accontenta: materia, anima e Dio sono una nostra necessità e non importa che ci siano o non ci siano.

17 Il disegno di Kant
Aristotele ordina il mondo con le categorie di sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, situazione, avere, agire, patire. Le distinguo, per comodità, in categorie “chiare” e “scure”: le prime si riferiscono a ciò che si vede e le altre si riferiscono alla sostanza e alla sua capacità di essere una causa. Kant, il prestigiatore, sposta le categorie all’interno del soggetto: spazio e tempo sono i nostri modi di percepire mentre i nostri modi di comprendere stanno in gruppi da tre che si chiamano qualità, quantità, modalità, relazione. La triade della relazione è composta dalle categorie “scure” e ci spinge di là dal soggetto. Cosa rimane di là? Rimane qualcosa che non si può conoscere perché è privo delle categorie “chiare”. Kant ricrea, insomma, quella incognita che determina il mondo che appare e le sue mutevolezze.

18 La filosofia delle astrazioni
Le astrazioni, con pluralità di soggetti e oggetti, non hanno bisogno della sostanza e sopravvivono dopo Kant. Ecco come Schopenhauer (1818) rivede Kant. Schopenhauer si serve delle categorie “chiare” per dare un volto all’oggetto: le qualità di un corpo, come la densità o la penetrabilità, sono l’espressione di una Volontà. Spazio, tempo e causa stabiliscono la dinamica e stanno ancora, come velo di Maya, nel soggetto che contempla. In questo schema le categorie “scure” non spingono più all’esterno ma riguardano la rappresentazione. Non di meno Schopenhauer parla di densità o penetrabilità che sono potenze. Anche Hegel, conservando questo residuo di astrazione, non onora appieno il suo verdetto sulla libertà. Sarà Gentile (1916) a certificarlo assieme al primato della coscienza ma lo farà nelle sembianze di un soggetto che si svincola e sottomette l’oggettività della natura. Sarà l’esito suggestivo ma evanescente della girandola di astrazioni.

19 Né sostanze né astrazioni
La storia della filosofia è popolata dalle sostanze e dalle astrazioni. Oggi l’astrazione rinuncia alla veste della sostanza ma sta dentro di noi preservando l’illusione che il mondo della coscienza discenda dalle componenti. Non è così. Il mondo della coscienza è primitivo e unitario.

Berkeley
«I corpi che compongono il mondo non hanno alcuna esistenza al di fuori di una mente. Dico che esiste questa tavola, la tavola su cui scrivo, nel senso che la vedo e la tocco e direi che esiste se pur fossi fuori dal mio studio intendendo con ciò che potrei percepirla se fossi nello studio o che qualcun altro la percepisce. Quel che si dice dell’esistenza assoluta delle cose, senza relazione all’esser percepite, è per me incomprensibile. Qualcuno chiederà: cosa avviene del sole, della luna e delle stelle? Cosa dobbiamo pensare di fiumi e montagne e dei nostri corpi? Sono chimere? Rispondo che non siamo privati di nulla. Qualsiasi cosa vediamo, tocchiamo, o comunque comprendiamo, rimane sicura e reale come sempre».

Schopenhauer
«Il mondo è una nostra rappresentazione. … L’esistenza dell’intero mondo dipende dal primo essere cosciente. Infatti è assurdo immaginare il mondo fuori dalla conoscenza. Quell’essere, d’altro lato, dipende da una catena di condizionati di cui è un piccolo anello».

d’Espagnat
«La fisica moderna rigetta quel che spesso è ancora citato come materialismo scientifico. I principi fisici, mentre i biologi con essi stanno spiegando la vita, hanno subito un’evoluzione per cui non si possono formulare senza tenere in conto la mente che osserva e conosce».

BIBLIOGRAFIA
ANASSAGORA DEMOCRITO ERACLITO PARMENIDE I presocratici, Laterza, Bari, 1975.
ARISTOTELE Categorie, Laterza, Bari, 1973.
ARISTOTELE Metafisica, Laterza, Bari, 1973.
BERGSON (1930) Il possibile e il reale, in Il pensiero e il movente, Olschki, Firenze, 2001.
BERKELEY (1710) Trattato sui principi della conoscenza umana, Laterza, Bari, 1909.
BRADLEY (1893) Apparenza e realtà, Rusconi, Milano, 1984.
CARABELLESE (1946) Da Cartesio a Rosmini: la fondazione storica dell’ontologismo critico, Sansoni, Firenze.
CARTESIO (1647) Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 1975.
d’ESPAGNAT (1976) I fondamenti concettuali della meccanica quantistica, Bibliopolis, Milano, 1980.
GENTILE (1916) Teoria generale dello spirito come atto puro, Sansoni, Firenze, 1959.
GOETHE (1808) Faust, in Opere, Sansoni, Firenze, 1970.
HEGEL (1830) Enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari, 1975.
HINSIE (1970) Dizionario di Psichiatria, Astrolabio, Roma, 1979.
HUME (1748) Ricerca sull’intelletto umano, in Opere, Laterza, Bari, 1971.
KANT (1781) Critica della ragione pura, Laterza, Bari, 1975.
LAPLACE (1820) Teoria analitica delle probabilità, Tipografia Torinese, Torino, 1967.
MARTINETTI (1926) Idealismo e trascendenza, in Saggi filosofici e religiosi, Bottega d’Erasmo, Torino, 1972.
MEYERSON (1908) Identità e realtà, Alcan, Parigi.
MONOD (1970) Il caso e la necessità, Mondadori, Milano.
PLOTINO Enneadi, Laterza, Bari, 1973.
SCHOPENHAUER (1818) Il mondo come volontà e rappresentazione, Mursia, Milano, 1969.
SHAKESPEARE (1611) La tempesta, in Opere, Sansoni, Firenze, 1964.
TOMMASO Summa teologica, Studio Domenicano, Bologna, 1984.
VOLTAIRE (1740) Metafisica di Newton, in La filosofia di Newton, Laterza, Bari, 1968.
WIGNER (1964) Two kinds of reality, The Monist 48, 248-264.
UPANISHAD: UTET, Torino, 1976.
ZHUANG-ZI: Adelphi, Milano, 1982.

William James (Saggi di empirismo radicale)
«L’esperienza cosciente è contenuta in sé stessa e poggia su nulla».


composto nell’inverno 2013

*Giuseppe Roncoroni, medico e psicoanalista, vive a Parma. Nella Rivista Filosofia e Nuovi Sentieri ha pubblicato Margherita Hack e l’amara faccenda dei neuroni-specchio e poi Postilla: l’amena leggenda dei neuroni-specchio. Quell’argomento è un corollario del saggio di oggi. Altri scritti saranno elencati nella seconda parte.

[Clicca qui per il PDF]

(La seconda parte verrà pubblicata domenica 15 giugno 2014).

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