Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Società e senso del limite

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> di Omar Montecchiani*

GIACOMETTI

Probabilmente ha ragione Ehrenberg, quando, nel suo famoso libro La fatica di essere se stessi, sostiene il fatto che siamo passati da un paradigma psicopatologico nel quale prevaleva l’aspetto conflittuale, nevrotico della persona, a una psicopatologia della mancanza, in cui predominano gli aspetti depressivi, sottrattivi, legati alla cosiddetta “fatica di esistere”.

Sganciato da una società “disciplinare” in cui prevaleva la legge, l’obbligo morale, e quindi il dolore del senso di colpa, l’idea di soggetto, così come la stessa persona, viene a ridefinirsi e a ridefinire se stessa in virtù del senso di responsabilità che soggiace a una nuova norma sociale: il dover divenire se stessi, o, come dice Nietzsche, il dover essere quell’individuo che “aderisce totalmente a se stesso”. Normatività sociale che si richiama non a una conflittualità psicogena, la quale rappresenta l’espressione di una adaequatio o di una obbedienza; ma al soggetto che è rinviato a se stesso, alla responsabilità di diventare quello che è – che deve divenire se stesso a partire da sé.

Se da una parte lo sviluppo di questa nuova soggettività è dovuto, secondo Ehrenberg, alla medicalizzazione su larga scala, e dunque alla socializzazione della malattia stessa a partire dall’assorbimento della dimensione psichiatrica nella medicina generale, dall’altra viene ricondotta al cosiddetto Tramonto dell’Edipo, alla Evaporazione del Padre: la cosiddetta legge del significante lascia il passo alla depressione integrale di una cultura ripiegatasi sulla propria astenia, intesa nel senso di una mancanza cronica di attività mentale, che definisce un soggetto incapace di realizzarsi pienamente.

Soggetto inserito in una società in cui vige la norma dell’autorealizzazione atomica, un individuo affidato a se stesso.

Alla dicotomia conflittuale freudiana tra Io e Super-io, o tra principio di piacere e principio di realtà, subentra l’antinomia della possibilità/impossibilità, capacità/incapacità. Il paradigma freudiano del conflitto cede il passo al principio janetiano della mancanza. Il soggetto paralizzato all’interno delle proprie omeostasi involutive, non è colui il quale è schiacciato dai propri introietti Super egoici non ancora assimilati: ma è il risultato dell’assenza di una legge interna, capace di produrre una significazione individuante. Così, all’ansia e all’angoscia che scaturiscono dalla trasgressione nei confronti di un divieto, e che d’altra parte rappresentano il prezzo da pagare per la propria individuazione, subentra uno stato di perdita riconducibile al narcisismo primario, cioè a quello stato di confluenza primordiale in cui il soggetto esperimenta una perfezione esistenziale e psicologica irrecuperabile. Il soggetto contemporaneo rimane legato a una perdita originaria rispetto alla quale si sente un perdente, uno sconfitto: in virtù di questa perdita, dice Freud nel suo classico testo sulla malinconia, la persona si scinde infatti in se stessa svalutando una parte di sé. Mentre nella depressione nevrotica assistiamo a uno sviluppo e a una cronicizzazione dei meccanismi di difesa relativamente alla perdita stessa, e dunque alla depressione come segno di una perdita che in qualche modo si è tenuta a bada, nella depressione come “fatica di divenire” se stessi il soggetto non sviluppa meccanismi reattivi adeguati nei confronti di questa mancanza, la quale viene vissuta come un qualcosa di irrimediabile e di inscindibile dalla sensazione di essere un incapace, e che a sua volta si effonde in una instabilità e in una insicurezza perenne della intera persona.

La depressione contemporanea rappresenta dunque forse una radice importante di molte delle manifestazioni estreme collegabili all’assenza del limite: il narcisismo, in senso generale, inteso come dissimulazione di ogni confine appunto, si rivela essere il tratto patologico associabile a questa nuova depressione.

In virtù della mancata separazione con l’Altro importante, e dunque in virtù della mai avvenuta maturazione dei processi di identificazione, nel narcisismo assistiamo infatti a un sovrainvestimento pulsionale del proprio Io, che rende il soggetto schiavo della propria immagine ideale (non dunque del proprio introietto), e al tempo stesso incapace di reggere alla frustrazione della disconferma di questa stessa immagine. Bloccato in una fusionalità psichica con l’Altro, rispetto al quale non riesce e al tempo stesso non vuole separarsi, il soggetto narcisista deve fare i conti non tanto con un conflitto rispetto ai propri “devo”, ma con l’insufficienza rispetto ai propri “posso”. Egli è letteralmente braccato dal vuoto, dalla impossibilità di compensare attraverso il reale, il sovrainvestimento della immagine di sé, che si rivela essere l’unica strategia per sopravvivere alla mancanza di riconoscimento e alla mancata separazione. Il dolore non deriva da un conflitto psicogeno prodotto da un rapporto irrisolto con l’Altro importante, ma è il vuoto che scava una mancanza lacerante all’interno della persona. Ecco allora dunque che la depressione intesa come assenza, insufficienza, impossibilità, si incardina nei tratti patologici del volto dell’uomo contemporaneo: Narciso come insegna Lasch, cade nello stagno in virtù del fatto che si è innamorato a tal punto della propria immagine nello specchio d’acqua, da non saper più distinguere l’immagine dalla realtà, sé dall’altro.

La separazione non c’è stata, il conflitto non è avvenuto – i confini non si sono stabiliti.

Allo stato emotivo dell’ansia o dell’angoscia come dicevamo, subentrano le dinamiche circolari di una separazione mai avvenuta, in cui la dipendenza rispetto all’Altro importante, e quindi la vulnerabilità verso di esso, scompensa in una aggressività distruttiva che cerca di mascherare questa stessa vulnerabilità, nel tentativo da parte dell’individuo di rendersi artificialmente indipendente. Individuo che resta stritolato tra la vergogna della dipendenza e il bisogno d’amore, da una parte, e dal’altra dalla necessità di riconoscimento da parte dell’altro con il quale si sente fuso (e quindi invincibile). In questa dimensione lacerante, la persona è preda di una onnipotenza impotente.

Nell’epoca della globalizzazione, e della crisi economica (specialmente in Italia in questo momento), assistiamo a un dinamica paradossale che può essere ricollegata, a mio avviso, a questa fusione inglobante e svalutante, che mina l’autostima del soggetto quanto più vorrebbe emanciparsi, creando una spaccatura all’interno di esso. Da una parte la crisi economica spinge moltissime persone in difficoltà a uscire dal proprio paese per cercare fortuna all’estero; dall’altra, tuttavia, non tutti optano per questa scelta. Contemporaneamente infatti assistiamo al fenomeno del permanere fino a tarda età dei figli all’interno delle case dei propri genitori. Se, dunque, è proprio il discorso sul tramonto dell’Edipo a poter essere ricollocato a monte di questo fenomeno, sicuramente la necessità economica non fa che alimentare forzatamente questo stato di dipendenza e di potenziale uscita dall’accudimento, rispetto ai propri genitori. E le due dinamiche che legano reciprocamente la globalizzazione e la crisi economica, non fanno che alimentare il senso di frustrazione, di incapacità, di inadeguatezza, in chi vede altri uscire fisicamente dalla dipendenza economica dai propri genitori.

L’uomo contemporaneo è oppresso da un senso di infinito che, trasferitosi dentro di sé, come nel romanticismo, ma senza alcun rapporto di eguaglianza potenziale con ciò che è fuori di sé (l’assoluto che è in lui oggettivato nella natura), non permette, come in quello, di struggersi in virtù di una distanza tra il finito che egli è e l’infinito indicibile, e tuttavia potenzialmente raggiungibile, di ciò che lo circonda. Le aspirazioni cosmiche che convergevano in una crescita spirituale e in uno struggimento rispetto al tutto, di cui il finito non era che una manifestazione storica parziale e fattuale, lasciano il posto a un assoluto che non si identifica con l’infinito, ma con una perfezione impossibile da conseguire, e al tempo stesso con una finitezza fondamentale inaccettabile. Il finito non è espressione dell’infinito: ma è il frutto di una incapacità personale rispetto a una compiutezza irrealizzabile e tuttavia inaggirabile.

Nella nostra società attuale assistiamo a uno sviluppo endemico di questo tratto così importante: una società che cerca di convincerci che abbiamo in mano le chiavi della nostra realizzazione personale, senza però dirci prima che dobbiamo fare conti con il senso dei nostri limiti: senso a partire dal quale potremmo reggere lo scacco di quegli stessi limiti, quando, inevitabilmente, si verificherà. Christopher Lasch parlava già negli anni settanta di società narcisistica.

Società liquida, immaginifica, in cui predomina la profusione incontrollata della perfezione delle immagini (e della immagine di sé), deprivate non solo della loro realtà, ma della loro verità: in cui la negazione del corpo e delle emozioni fa il paio con la modificazione artistica e artificiale delle lesioni estetiche contemporanee. Come se il senso del corpo vivente si fosse smarrito, e, al tempo stesso, la ricerca all’interno di esso di significanti adeguati, anche a partire da una auto aggressività corporea, potesse restituirci la guida per un nostro posto nel mondo. Borderline, narcisismo, tossicomanie, dipendenze, scompensi alimentari: tutte patologie del limite e del vuoto, che attraverso le dinamiche del compenso/scompenso cercano di arginare, o meglio di riempire, questo stesso vuoto.

Le dipendenze infatti, sia relazionali che chimiche, rappresentano una soluzione momentanea alla depressione della mancanza: ma al tempo stesso producono un ulteriore vuoto che spinge a una compulsione autodistruttiva. Dal taglio della Legge che produce e articola il desiderio, alla sua caduta, e quindi l’invasione da parte di un godimento pulsionale sregolato, fuori misura – mortifero.

Ma il vuoto ha mille volti come accennavamo: si riproduce in mille forme. La persona vive l’impossibilità di tollerare la morte simbolica, la separazione dall’altro: in questo senso la negazione del proprio corpo come nucleo intenzionale, desiderante e bisognoso, che ci riconduce alla intersoggettività in cui siamo immersi come esseri umani, rappresenta una soluzione estrema per negare la negazione dell’altro, la ferita narcisistica del “No” dell’altro – il suo rifiuto. Lo psicotico “muore per non morire” diceva Laing in un suo famoso saggio.

Sono convinto del fatto che il virtuale, fenomeno imprescindibile della nostra quotidianità, rappresenti al meglio la possibilità di sganciarsi dall’altro attraverso un semplice click, alimentando ulteriormente l’illusione della onnipotenza originaria e al tempo stesso il vuoto conseguente. Assenza del limite, del confine, della differenza necessaria tra me e l’altro.

Il virtuale è una realtà priva di alcun limite concreto: limite in grado di impattare sulla persona, rendendola partecipe dei propri confini, e quindi presente a se stessa, alle proprie necessità reali. Condizione questa indispensabile per l’emergere spontaneo, e autentico, di una propria Weltanschauung capace di costituire un senso abitabile all’interno del proprio essere in un mondo, e di organizzare quindi la nostra esperienza all’interno di esso.

La dimensione del Web, attraverso le forme dei social, e soprattutto dei gruppi di “aiuto”, o di ascolto all’interno di esso, per chi patisce forme di sofferenza fisica e morale, alimenta forme di comunicazione mediate e indirette: capaci solo di riprodurre quella modalità di essere-al-mondo che, magari, come nel caso della psicosomatica, ha portato alla negazione dei propri conflitti interni ed esterni, mediante un linguaggio obliquo, che si serve proprio di una comunicazione opaca per dissimulare e al tempo stesso veicolare questi stessi conflitti, in una forma tollerabile – indiretta appunto.

Ulteriormente, sempre rimanendo nell’ambito, sento di voler sottolineare un’altra questione legata al limite rispetto al Web. Nei gruppi di auto-aiuto in internet, ci sono soltanto dei “moderatori”: cioè persone le quali hanno il compito di limitare, per quanto possibile, i “toni” degli scambi comunicativi tra persone, accomunate da uno stesso problema.

Limitazione relativa dunque, e meno che mai contenimento, comprensione, accompagnamento nella gestione personale di questi scambi comunicativi dentro di sé: c’è solo un riversamento della propria sofferenza personale, un traboccare del proprio dolore, senza alcun argine protettivo rispetto ai possibili scompensi e alle ferite, che questo stesso “buttare” fuori, e accogliere al tempo stesso, può creare al proprio interno. E per di più solo mediante una forma tanto parziale quanto limitata: la comunicazione scritta in tempo reale. Comunicazione che da una parte ricalca l’esperienza ritmica diretta degli stati emotivi interni, e del continuum di consapevolezza all’interno dell’esperienza (essendo relativamente in tempo reale rispetto anche alla comunicazione orale); dall’altra nega l’espressione a tutto tondo di tutti gli aspetti di questa stessa esperienza, che potrebbero riallacciare il soggetto a se stesso senza frammentarlo.

Proprio a partire da questa parzialità, c’è da dire che forse è un bene che la persona non possa esprimere completamente se stessa in questi gruppi – gruppi all’interno dei quali l’integralità espressiva dell’esperienza non potrebbe essere contenuta, né, soprattutto, gestita. Tuttavia questa stessa parzialità espressiva crea comunque, come dicevamo, delle risonanze interne rispetto alle quali non c’è la possibilità di chiudere in sicurezza le gestalt che si aprono durante “l’esperienza” degli scambi. Ogni possibile proiezione o idealizzazione emerse nella persona durante la comunicazione, devono essere per forza gestite, in solitudine, al di qua dello schermo. Tutte le risonanze – positive o negative che siano – vengono rimandate al soggetto stesso.

Confluenza virtuale.

Proseguendo oltre la dimensione del Web, direi che è la stessa incapacità di percepire, tollerare e discernere le proprie emozioni – e quindi la mancanza di empatia come comprensione degli stati emotivi altrui a partire dalla risonanza con i propri – che è legata spessissimo agli stati patologici estremi citati precedentemente, e che rappresenta il segno della mancanza di un limite, il quale inabissa il soggetto in uno stato di insufficienza esistenziale, manifestantesi secondo stati depressivi che ne investono l’intera struttura. È questo stesso stato di diffusione della identità, o di precarietà psichica, che ha sostituito, come dicevamo all’inizio, la problematica legata al conflitto, alla identificazione.

L’assenza del limite si riflette in tutta una serie non solo di patologie estreme, ma anche in comportamenti sociali omologati, anonimi, che esprimono esattamente questa problematica.

L’incapacità di sentire se stessi, di individuarsi, di scoprire le proprie risorse interne, il proprio talento, di trovare un proprio posto nel mondo che sia significativo per se stessi e non per qualcun altro, investono la nostra stessa quotidianità, e non solo gli stati psichici gravi: ulteriori segni di uno spaesamento radicale, nel quale la mancanza, l’insufficienza, l’impossibilità ‘di’, e non il conflitto, non appaiono che risultanti inevitabili quanto schiaccianti.

Si potrebbe dire che la depressione si rivela dunque oggigiorno non più come tristezza dell’animo, malinconia, illanguidimento esistenziale, male di vivere: ma come inadeguatezza.

Forse è per via di questo cambiamento di paradigma socio-esistenziale che stanno emergendo, prendendo sempre più piede, professioni che si occupano di relazioni di aiuto, come il counseling, che, rispetto alle precedenti non si preoccupano di stilare diagnosi o profondersi in regressioni anamnestiche ristrutturanti.

In effetti è lo stesso Ehrenberg che cita nel suo saggio sia Lowen che Janov, come promotori di una metodica che non cerca di rendere vivibili le interdizioni provocate dai conflitti, ma che, a partire dall’individuo emancipato, cioè capace da solo di diventare padrone di se stesso, di eliminare la sofferenza, il negativo, mediante tecniche corporee che mirano alla espressività integrale del proprio sé.

Professioni che si adoperano di sostenere, chiarificare e portare a emersione, partendo dal qui ed ora dell’esperienza, ciò che la persona già è, senza tuttavia sapere che cosa è.

In questo contesto, il counseling forse rappresenta una modalità relazionale, all’interno delle professioni di aiuto, in grado di intercettare con efficacia le problematiche connesse all’assenza del limite, all’interno della nuova normatività sociale. Nel recupero del senso di sé a partire da una “pratica” relazionale effettuata in un setting protetto e facilitante, la persona può permettersi di ricontattare le proprie possibilità esistenziali senza la vergogna di mostrarsi per quello che “non si è”. La terza forza, o terza via, inaugurata da Rogers e Maslow, si fa portavoce di questa rivoluzione paradigmatica della emancipazione del soggetto da qualsiasi diktat legislativo obbligante, nel momento in cui dichiara che l’individuo possiede una tendenza attualizzante capace, se non impedita da interferenze e/o traumi, di produrre una autorealizzazione della persona, delle proprie capacità personali – di affermare se stessa e i propri orizzonti di senso.

Ma in questo modo non si rischia di alimentare quella stessa “fatica di esistere”, prodotta da una normatività sociale che chiede al soggetto di diventare se stesso a tutti i costi, di aderire a se stesso rendendosi padrone del proprio destino? Non potrebbe farlo sentire ancora più insufficiente rispetto al senso della propria esistenza?

Se in parte condivido la possibilità di questo rischio, dall’altra sono convinto del fatto che le nuove professioni di aiuto rappresentano forse quelle che meglio di altre (al di là dei casi estremi gravi, naturalmente), possono catturare il senso sociale, profondo e inevitabile, rispetto al contesto di riferimento in cui l’individuo è inserito.

Dall’altra parte, ulteriormente, il counseling rappresenta una professione che ha fatto del rapporto paritetico, all’interno della relazione di aiuto, il proprio punto di forza, e dunque il rischio dello svilupparsi di una dinamica di inadeguatezza, vergogna, impossibilità, rispetto all’altro da sé vissuto come modello ideale permane, in virtù del fatto che chi chiede aiuto si sente sempre in una posizione di inferiorità – ma è limitato. L’accettazione incondizionata dell’altro quale ulteriore elemento fondante di tutte le proprie metateorie – che rappresentano a loro volta un orizzonte di riferimento relazionale, e mai una dimensione epistemologica obbligante –, induce il soggetto a una verifica mai inibente, ma tuttavia sollecita, dei propri limiti. Ma soprattutto al riconoscimento di quella emotività negata, dei propri stati corporei, delle proprie sensazioni: in una emersione spontanea delle capacità individuali di progetto e delle proprie inclinazioni personali.

Infine, c’è da dire che la fatica di essere se stessi si aggancia, ulteriormente, a un orizzonte di tipo tecnico, che paralizza la persona rispetto alle sue possibilità realizzative, rendendola impotente ai propri stessi occhi: ma a partire da elementi, oltre che sociologici come è stato detto, specificamente tecnologici, legati cioè alle performance collegate alle dinamiche di produzione e di consumo: che riproducono nell’uomo che pensa se stesso, quella che Anders chiamava la cosiddetta “vergogna prometeica”, e cioè il superamento da parte delle macchine, delle cose cioè, delle capacità umane, del soggetto che produce le proprie stesse creature.

In conclusione.

Pur non essendo chiaramente una soluzione radicale e definitiva a tutto questo, c’è da dire che, in questo senso ultimo, quantomeno, il problema di una insufficienza debilitante legata alla nuova depressività e alle patologie del limite, non rappresenta in senso assoluto per questa professione un rischio totale, secondo me, di collusione. Il counseling si sgancia, o almeno tenta – relativizzandolo –, da qualsiasi orizzonte tecnico, anche di tipo teorico-pratico, per riannodarsi alla relazione nel tempo presente, al con-tatto con l’altro, allineandosi empaticamente all’altrui orizzonte esistenziale. Al discorso sulla inferiorità prodotta dalla performance a tutti i costi, infatti, il counseling sostituisce quello di una relazionalità autentica e spontanea, che rappresenta la perfetta antitesi di quella: un relazionarsi all’altro cioè, all’interno del quale i propri punti di forza, così come le proprie debolezze, i propri limiti, vanno a costituire la persona nella propria globalità, a partire da uno stato di benessere auspicabile.

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* Omar Montecchiani è nato a Orvieto (TR) il 02/08/78 ed abita a Todi (PG). Dopo essersi laureato in filosofia [La nascita della tragedia nel confronto tra Nietzsche e Schopenhauer] ha conseguito il Master (ECM) di primo livello in disturbi del comportamento alimentare [L’anoressia mentale e la pulsione di morte]. È Counselor professionista ad orientamento gestaltico integrato.

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