Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

“Con l’opera tacendo”. Ancora sul dialogo ‘sottovoce’ tra Emanuele Severino e Pietro Barcellona

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> di Giuseppe Brescia*


L’intervista di Luigi Amicone, “La follia del nostro tempo” (su “Tempi” del 19 marzo 2014 ), con Emanuele Severino, oltre a coinvolgere il dialogo tra lo stesso filosofo italiano e il dissenziente “marxista – ratzingeriano” prematuramente scomparso Pietro Barcellona (autore de “La sfida della modernità”, La Scuola di Brescia, 2014), consente di tornare su temi essenziali per la comprensione del nostro tempo, nonché per svolgimenti di ermeneutica filosofica.

Avendo discorso varie volte delle categorie del “tempo” e delle “origini della dialettica”, in particolare dell’aspetto di perenne qualificazione del negativo che serba il momento della “distinzione” (onde il “divenire” non è solo “accumulo” che si protenda verso il “nulla”, il nichilismo insito nel “dominio della tecnica”), e, in questo ambito ripigliando il senso profondo di una tradizione, che procede da Platone al Leibniz e da Heidegger al Croce, ritrovo interessanti agganci nella attuale critica del Severino al “principio del progresso, proprio della tecnica”. Per iniziare, egli afferma che non tanto e non solo la Chiesa cattolica, ma “tutta la tradizione umanistica dell’Occidente esercita quella resistenza” al dominio della tecnica. “C’è la grandezza della tradizione filosofica; e, anche, diverse forme della cultura del nostro tempo. (…) Rispondere a questo tipo di domande è sempre stato il compito della filosofia”. Alla domanda sulle origini di fondo del fenomeno della “corruzione” (‘prima facie’ combattuta da Papa Bergoglio), in quanto fondamentalmente “Evasione del mondo dal passato dell’Occidente”, Severino risponde che “la tecnica può proporsi di ridurre tutto in suo potere, senza che questo proposito sia un sogno, soltanto se tutto è disponibile al suo dominio”, assimilando in questo contesto il concetto della “morte di Dio”. “Il nemico autentico della tradizione è il sapere che non si limita a proclamare la ‘morte di Dio’ – non è una semplice fede –, ma è capace di mostrare l’inevitabilità e la necessità di questa morte”. Onde: “La ‘corruzione’ di fondo della tradizione è la voce del sottosuolo”: la cui denuncia stessa, secondo il filosofo, è da pronunciarsi “sottovoce”, tanto più nel rispetto di una forma di compresenza dei vivi e dei morti (“Quando muore un amico lo si deve lasciar parlare”). Ora, si può tornare a interrogarsi: Ma la stessa “morte di Dio”, assunta come “inevitabilità”, non presuppone pur sempre “la speranza è nell’opera” (come diceva dal suo angoletto poetico Vincenzo Cardarelli); “In principio, l’attività!” del Goethe, traduttore inappagato del primo versetto di San Giovanni nel suo “Faust”? Il complemento dialetticamente positivo, riqualificativo, dell’essere, non dovrebbe esser mantenuto ? (Vedansi, in via d’esempio le trattazioni di Livio Sichirollo, “Dialettica”, ISEDI 1971, e Raffaello Franchini, “Le origini della dialettica”, Napoli 1976). “In principio l’attività!”, – si badi – non la “prassi”: Rosario Assunto, “Intervengono i personaggi (col permesso degli autori)”, SEN 1978: ripreso nelle mie “Questioni dello storicismo” del 1980-1981). Quanto alla “voce del sottosuolo”, come la “follia” al fondo della “corruzione”, e, per essa, della tradizione dell’Occidente, non riporterebbe, tale “voce”, alla riassunzione della potenza del “vitale”, la “Lebenswelt”, o – ancora – la “Erlebnis” e (se si vuole), l’“urlo della via” cantato nei “Fiori del male” di Charles Baudelaire? Questo è il punto. Lo stesso “bisogno di credere” è, per Severino, “nullismo”, apparenza, “carattere religioso… (come “nelle forme iniziali della civiltà”), che può esser capito da tutti e a cui tutti hanno bisogno di rispondere positivamente, credendo. La filosofia non ha questi vantaggi. Non stupisce la gente con opere che stanno sotto gli occhi di tutti. E nasce come critica e negazione del mito e della fede”. L’intervistatore, intelligentemente dialogante, chiede se nella natura umana non vi sia “la possibilità di resistenza umana contro ogni totalitarismo e potere impersonale”, citando il caso emblematico dei dissidenti dell’Est, come Vaclav Havel, noto per essersi autodefinito “l’intellettuale senza potere che arriva al potere” (su cui convergevano le acclamazioni liberaldemocratiche, da Giovanni Spadolini a Leo Valiani, aggiungo sommessamente anch’io). Ma Severino replica: “E che futuro può avere l’uomo, se il futuro è il non ancora, l’ancor nulla?” Semmai: “L’uomo è destinato alla Gioia, è l’oltrepassamento del proprio aver fede e soprattutto della fede nella propria nullità. È destinato all’autentica vita eterna, che è l’infinita e sempre più ampia manifestazione degli eterni”. Sembrerebbe un approdo metafisico, un lasciar finire tutti i Salmi in Gloria, prefigurato nel vedere paradisiaco “facie ad faciem”, come s’esprimono i due attenti interlocutori. Ma resterebbero come ‘aporetici’ gli altri punti su opposizione e distinzione, origini della dialettica e qualità del divenire, tempo e successione – simultaneità – permanenza. Vero è che il Severino ne ha trattato ampiamente nei suoi molti studi a proposito del declino dell’Occidente, essenza del nichilismo, dominio della Tecnica e “Filosofia futura” (ma sempre all’interno del medesimo e compatto quadro categoriale ). Onde, toccando del libro dedicatogli da Pietro Barcellona (“Severino: gli abitatori del tempo”, in “L’Occidente tra libertà e tecnica”, Saletta dell’Uva), conferma: “Gli amici del determinismo e gli amici della libertà sono due modi di esprimersi della stessa anima: l’anima della fede in cui si crede che – o ineluttabilmente o liberamente – le cose escano dal nulla e vi ritornino. La non-Follia sta al di fuori di questa opposizione. Sta anche al di fuori dell’opposizione tra gli amici e i nemici di Dio. L’istante indimenticabile è la non-Follia della verità – eternamente al di fuori dell’oblio”. Certo, sarebbe forse provocatorio citare il Popper, che quasi nessuno oggi più richiama, il chiaro Popper di “Coscienza dell’Occidente” (“L’Occidente non è quest’Inferno”, reso in nostra lingua da me e dall’Antiseri). Ma mi sembra possa comunque venire in taglio, in un momento in cui la “vertigine etico-politica” non è cosa da poco, per tante e simultanee e contrapposte Strategie (“tragiche strategie” a Oriente e a Occidente). Resta il libretto postumo del Barcellona, “La sfida della modernità”: “La libertà sgomenta, perché – quando è vissuta fino in fondo – è un abisso che fa venire le vertigini. (…) Ma gli automatismi, da soli, non bastano, perché, al di là della nostra capacità predittiva, esiste sempre l’imprevisto nella vita umana ed è su questa componente che si gioca la partita perché è quella che provoca la libertà di decisione”. Esattamente: è nel “parto di ogni istante”, nelle doglie dello spirito pratico e teoretico, nella dialettica delle passioni, nel temporeggiamento del sacrificio di Isacco, che si situa l’orizzonte della decisione, come esercizio di libertà e responsabilità umana (v. Croce di “Materialismo storico ed economia marxistica”; o il Franchini della intensa “Teoria della previsione”). “Con l’opera tacendo”.

* Giuseppe Brescia, Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito, del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt“; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013; I conti con il male, in corso di pubblicazione).

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