Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Da Bruno a Escher: la Biblioteca celeste di Interstellar

3 commenti

> di Giuseppe Brescia*

Christopher Nolan e il Nolano.

Anche il fare cinema “arte figurativa”, “Tempo sul tempo” (Carlo Ludovico Ragghianti);la esaltazione dello spazio-tempo, “quarta dimensione” (Bruno Zevi), è la essenza del ‘cinema’ stesso, riguardata sotto il punto di vista ermeneutico, assumendo la nostra teoria, “l’arte tanto intuisce quanto prospetta” (“Non fu sì forte il padre”, Galatina 1978), in grado di annodare epistemologia, estetica idealistica, cosmologia, fisica moderna, neurobiologia e scienze di frontiera, “Azione a distanza” e – da ultimo – le tante variazioni del “senso del celeste” (Dante e Bruno, Vico, Galilei e Margherita Hack, Leopardi, Baudelaire, Proust e Joyce, Tolstoj e Saint-Exupery, Santillana e Calvino). E quale miglior pietra di paragone, per tale paradigma, del fantastico film “Interstellar” dell’inglese Christopher Nolan (scritto assieme al fratello Jonathan, Warner Bros 2014: consulenza del fisico teorico del California Institute of Technology Kip Stephen Thorne; con musiche di Hans Zimmer ed Effetti speciali di John Kelso e Paul Franklin)? Christopher Nolan, non per nulla il “Nolano”, “Nolan”, o “Nowlan”, quale James Joyce chiamò più volte in “Finnegans Wake” del ’39, e altrove, tra i propri maestri ispiratori, il filosofo italiano (“Joyce dopo Joyce”, Napoli 2003; “Tra Vico e Joyce”, Bari 2006 e, da ultimo, “Il senso del celeste e i princìpi vichiani in James Joyce”, 2014). D’altronde, proprio la NASA, l’Agenzia spaziale statunitense, programmaticamente non manca di riferirsi a Giordano Bruno, promuovendo il 17 febbraio di ciascun anno (anniversario del rogo del 1600 in Campo dei Fiori, a Roma) celebrazioni o convegni, ed il Premio “Giordano Bruno Awards”, arriso via via a Carl Sagan e ai più noti astrofisici mondiali. “La natura non è nemica, matrigna: non è il male”! – “Il male è l’uomo”, dicono l’astronauta Cooper (Matthew McConaughey) e i suoi colleghi, a un certo punto del viaggio. Qui – per un attimo allargando l’analisi – scatterebbe, in verità, il principio della logica dialettica, ove il male – non che essere un dato ontologico-esistenziale – è tale specialmente nel “giudizio” della coscienza morale, che così lo ravvisa e conosce, come diceva il filosofo triestino Carlo Antoni (v. il mio “I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male”). Il male si annida e svela, invece, nel cuore dell’uomo, – è la tesi del racconto filmico – come nell’episodio di Mann (interpretato da Matt Damon), il quale astronauta, dopo aver alterato i dati sulla abitabilità del pianeta affidatogli, attende d’esser scongelato, per eliminare Cooper e tentare un improbabile ritorno sulla Terra, agganciandosi agli sportelli dell’astronave Endurance, già “saggiamente” bloccati dal Computer TARS. Eppure, la montagna d’acqua di una scena classicamente imponente, o lo tsunami e varii terremoti e tempeste riaccreditano – per così dire – lo statuto “realistico” della dimensione del male. Qui Nolan sembra voler replicare al nostro Leopardi, il “giovane favoloso” (nel titolo del film di Mario Martone, dello stesso 2014), ovviamente non in citazione diretta. Ma (nel merito del gran problema), chiariamo ancora, senza il terremoto di Lisbona, noi non avremmo ricevuto il Voltaire del trattato “Tutto è male”, responsivo alla dottrina leibniziana del “migliore dei mondi possibili”. E senza Ercolano e Pompei, e l’eruzione lavica del Vesuvio, rimirata da Torre del Greco, del pari non avremmo avuto “La Ginestra” leopardiana. Questo è un punto. Ora, per tornare all’influsso bruniano, è notevole che l’eroico pensatore Nolano, alla corte della regina Elisabetta, in Inghilterra, trovò riparo, pubblicando i capolavori dei “Dialoghi italiani”, i primi tre dei quali impegnati sul tema cosmologico e metafisico dell’ “Infinito” (“La Cena delle ceneri”, “De la causa principio et uno”, “Dell’infinito universo e mondi”), ed aprendo la via a una forma di “italianismo” filosofico e letterario di cospicua fortuna. Bruno, nei dialoghi metafisici, dilata da par suo la teoria eliocentrica e la filosofia di Niccolò Cusano, vedendo il mondo come infinito, “abitato da infiniti soli e perciò costituito da infiniti centri”. Rivendica addirittura – lui critico degli eruditi pedanti tardo-aristotelici -, nel mondo infinito, la “unità di materia e forma che Aristotele scorgeva nel sinolo dell’ente finito”. E tale unità definiva per il “trapasso, la tensione, il moto dei contrarii e per contrarii”, ovvero la “vicissitudine” (cfr. il mio “Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni”, con Prefazione di Franco Bosio, Albatros, Milano 2014). Ma c’è un passo, in particolare, su cui piace fermar l’attenzione, quando nel dialogo “La cena delle ceneri”, Teofilo osserva a Smith: “Non sono tanti astri più grandi che la luna ? Non possono essere più grandi che il sole ? Che manca alla terra, che non sii un luminare più bello e più grande che la luna, che, medesmamente ricevendo nel corpo de l’Oceano, ed altri mediterranei mari il gran splendore del Sole, può comparir lucidissimo corpo a gli altri mondi, chiamati astri, non meno che quelli appaiono a noi tante lampeggiate faci ?” E ancora seguitando, con non perenta attualità (dal punto di vista della tesi di Sagan – Thorne – Nolan), Bruno allude alla possibilità dei “navigatori-ponte”. “Cossì, benché intendesse la natura delle sustanze spirituali, a che fine doveva trattarne, se non quanto che alcune di quelle hanno affidabilità e ministerio con gli uomini, quando si fanno ambasciatori ?” – “Sostanze spirituali”, quasi come le “luci” e le “essenze” (“Loro”), della audace teoria ‘pentadimensionale’ di “Interstellar”, in cerca di “affidabilità” e “ministerio con gli uomini, quando si fanno ambasciatori”. Sono i “Ponti” tra le due divergenti realtà, beninteso mutato il dovuto, quando Copper tenta più e più volte di contattare la figlia Murphy (Jessica Chastain), nella scena culminante della grande Parete-Libreria “cosmica”: parete enorme e libreria enorme, già fin dall’inizio, per una fanciulla, ordinata su cinque robusti comparti dal pavimento al tetto, in una casa sconvolta dalla “piaga” della desolazione agricola e della fitta tempesta di sabbia; miracolosamente alta e sopravvissuta, simile alle nostre – se può esser consentito l’accostamento, perché i ricordi continuano a moltiplicarsi negli anni –, ‘custodie’ di incalliti umanisti, da Recalmuto a Recanati, da Andria a Trani, o da Torino a Firenze ancora.

Storia filmica e punto culminante.

C’è da dire che sul film si è anche scatenata una autentica ridda di entusiasmi e di contumelie, da parte di coloro i quali – con scherzosa serietà – si posson definire i “pontefici minimi” con prosopopea da pennetta: profluvie pubblicistica di cui osiamo una mera esemplificazione (su “Scrivenny 2.0”, “Cineforum”, “My Movies.it”, “filmscoop”, “fumettologica.it”, “Altra realtà”, “Sentieri selvaggi”, “film4film”, “l’Antro Atomico”, “Il Giornale”, e via), pur con qualche rara eccezione, ispirata a equilibrio e condivisione critica (“Corriere”; “bloggokin.it” del 12 novembre 2014). C’è chi ha istituito il confronto con “2001.Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, per rimarcarne le differenze ( “Il fatto quotidiano”, del 6 novembre). Ma è evidente che il computer Hall di Kubrick è il “panopticon”, l’osservatore totale e spietato della vicenda umana e stellare; mentre il computer Tars di Nolan è ironico o persino auto-ironico, collaborativo e preveggente nelle fasi difficili della vicenda, sino alla trasmissione a Cooper dei dati della ricercata “equazione elettromagnetica”, dati conquistati nell’ipotizzato attraversamento del buco nero. Certo, che c’ è un’ “invenzione” sulla base dei nuclei epistemici dell’astrofisica (il grave problema della gravità e della forza che le si oppone, autentica ossessione per la produzione filmica americana recente, e non solo con “Gravity” del 2013, protagonisti George Clooney e Sandra Bullock; la teoria dei buchi “wormhole” desunta da Einstein e Rosen, due dei celebri e discussi investigatori della “Azione a distanza” con il paradosso EPR del 1933; la teoria dei buchi neri, propugnata da Stephen Hawking, con l’ “orizzonte degli eventi”: v.“Dal big bang ai buchi neri”, con prefazione di Carl Sagan, Rizzoli, Milano 1988 e “Inizio del tempo e fine della fisica”, Mondadori, Milano 1992, con il mio “L’azione a distanza”, Schena, Fasano 1990; e infine la teoria “pentadimensionale” di Kaluza-Klein del 1919-1927). Ma la storia filmica non dice che Cooper arrivi ‘nella’ stanza della figlia Murphy attraverso il tempestoso precipizio nel “buco nero”, né che “ritrovi” la stanza-libreria “tout court”; bensì che entri in una dimensione parallela, ‘altra’ e ‘inattingibile’, quella dell’universo a cinque dimensioni, su cui dovrò tornare. E’ come se, al termine della drammatica spedizione interstellare compiuta da Cooper, Amelia Brand (Anne Hathaway), figlia dello scienziato della Nasa (l’ottantenne Michael Caine), Doyle e Romilly, una volta effettuato l’aggancio estremo alla astronave devastata, ed esperito il ‘tuffo’ nella tempesta elettromagnetica del buco nero, Nolan abbia inteso produrre una forma di ricucitura umanistica, recuperando la logica delle pure essenze spirituali, nel rapporto padre-figlia e figlia-padre (la logica illogica dell’ amore). Ma la scienza riesce ancor oggi a spiegare tutto ?, chiederemmo ai detrattori. Solo in via di provocatorio esempio, chi sa dire “esattamente” che cos’ è la ‘psoriasi’ ? E quale la eziopatogenesi, con miglior terapia, della “cefalite a grappolo” ? Non usa forse a bizzeffe, la scienza positiva, “convenzionalismi” (empiriocriticismo), “concetti funzionali” (Croce) o “stenogrammi” (Antiseri)? E non ha bisogno forse la scienza di un orizzonte di aspettative (Gadamer), di un vivo quadro problematico (Popper, Antiseri), per inaugurare la ricerca ? -“Ci son più cose tra terra e cielo, di quante ne contempli la filosofia” (o la “ideologia”, la “loro” filosofia, aforisticamente postillava Raffaello Franchini). Il “laico” non necessariamente ha da essere un “laicista” o “empirista” classico e puro. Senza dire che la satireggiata logica dell’ “amore” andrebbe, allora, confutata in altri film, come il noto “Contact” di Robert Zemeckis, con Jodie Foster e lo stesso (non a caso) McConaughey, dove l’incontro figlia-padre realmente avviene in forma mistica. Qui, invece, Nolan ha dato un “paradigma” (discutibile o meno, quanto legittimamente si voglia) alla logica dell’incontro tra mondi inconciliati (realtà fisica; realtà pentadimensionale), reso possibile dall’inoltramento nei “buchi neri”, nell’orizzonte degli eventi (Hawking sembra riprendere il “Perché c’è qualcosa anziché il niente ?”, di leibniziana memoria), e alla fine dalla possibile esistenza di “ambasciatori” (per dirla con Giordano Bruno), di “ponti” tra i due differenti tipi di realtà (come intuisce Cooper, riconoscendo, in “loro”, la “umanità” stessa). Preferendo la interpretazione ermeneutico-epistemologica al giudizio, frutto di mero ‘schieramento’ tra elogiatori e detrattori, non può non venire in luce la considerazione estetica del finale. E’ il “momento culminante”, nel proprio ritmo, dell’andirivieni di Cooper tra le tre dimensioni dello spazio, il tempo, e la relativa simultaneità, di fronte alla “parete-libreria” cosmica, cui non può avere accesso, pur disperatamente tentandolo più e più volte, a sorprendere per rara efficacia drammatica e simbolica. Di fronte a tanto, secondo noi, anche la tara “contenutistica” di tipo ideologico, viene meno.

Il paradigma “pentadimensionale”.

Il primo a porre ad Einstein, nel ’19, il problema, fu il fisico tedesco Theodor Franz Kaluza ( Oppeln 1885 – Gottingen 1954 ), con il saggio “Sul problema della unità in fisica”. Cercando un principio di unificazione tra teoria gravitazionale ed elettromagnetismo, il matematico proponeva l’esistenza di una quinta dimensione (oltre le tre spaziali, e la temporale), come un cerchio associato a ogni punto dello spazio-tempo, sorta di struttura pentadimensionale analoga alla forma cilindrica. Albert Einstein, favorevolmente impressionato dalla tesi, attese due anni per autorizzarne la pubblicazione, individuando però due punti deboli nella dimostrazione matematica e “geodetica”: 1) la carica elettrica risultava quantizzata, ma solo in alcuni punti del valore fondamentale “e”; 2) la cosiddetta “quinta dimensione” non si percepiva né manifestava in alcun modo. Tali limiti furon in parte colmati, nel 1927, dal fisico svedese Oskar Klein, dal momento che la teoria del Kaluza era fondata non sulla meccanica quantistica, ma sempre sulla fisica classica, in cui le traiettorie degli elettroni risultavano come “ a spirale “, rivolte verso il nucleo (il che costituiva, evidentemente, una condizione impossibile, pena il collasso dell’atomo e conseguente scomparsa della materia). Klein sosteneva invece che: 1) la forza di gravità e la elettromagnetica sarebbero entrambe rientrate tra le manifestazioni geometriche dello spazio-tempo (tesi, questa, accolta dall’Einstein ), ascrivendo ai fenomeni gravitazionali le trasformazioni delle tre dimensioni (altezza, larghezza, profondità), ossia dello spazio “tridimensionale”, al tempo la “quarta dimensione” (estensivamente, per noi, fisica, estetica e cinematografica: poetiche della “epifania”, “intermittenze del cuore”, cubismo nelle arti visive, cinema); mentre la “quinta dimensione”, spostamento “simultaneo” tra tutte quante le altre, sarebbe stata titolare della creazione della luce e dell’elettromagnetismo; 2) la quinta dimensione non sarebbe percepibile, perché troppo “piccola”. Il che forma un principio, invero, empirico e approssimativo, all’altezza della fisica quantistica e dello studio delle particelle. Si trattava, e si tratta, evidentemente di una tesi “ardita”, fondata su una ipotesi ipotetico-congetturale di improba dimostrazione. Comunque sia di ciò, essa forma, appunto, il paradigma dell’attuale corso di studi a proposito della ricerca di una teoria generale di unificazione di tutte le forze, perseguita da Kip Thorne (ad es. in: “Black Holes and Time Warps: Einsteinn’s Outrageous Legagy”, 1984) e dallo stesso fisico italiano Antonino Zichichi (nei Convegni di Erice e molteplici sue pubblicazioni, risalendo addirittura in parte a Galileo Galilei, “Uomo divino”, come nella splendida iconografia dedicata alla Basilica romana di santa Maria degli Angeli e dei Martiri). Ora, da parte le varie interpretazioni mitiche (“Kryon”, “Mastering Alchemy”, teorie archetipiche e simboliche), onde il “tempo” simultaneo sarebbe la manifestazione dell’ Uno-Tutto ( sulle tracce del panteismo, o pan-enteismo, di bruniana memoria ), consentendo di intuire “Tutto ciò che è” in un mondo finalmente pacificato, la attuale immaginazione della luce e della unificazione di tutte le forze non può non impegnare, sul piano teorico, un ritorno a Kant e alla serrata deduzione di successione-simultaneità-permanenza nella “Analitica dei princìpi” della “Critica della ragion pura” del 1781, da cui deriva la gran parte della filosofia dei valori e della fisica nell’età moderna. Questo assunto regge, sul piano filmico-simbolico, il ricorso alle “luci”, specie di “sostanze spirituali” (“Loro”), che si allontanano per collaborare alla creazione di altri mondi, nel finale di “Interstellar”, una volta trasmessi dal computer Tars in codice morse i dati delle equazioni gravitazionali a Cooper, e poi, da questi, all’orologio della figlia. Ciò spiega il finale del “momento culminante” del film, sorta di “catarsi tragica” del tipo aristotelico nel dramma; ovviamente lasciando intatto il problema di fondo, per noi ontologico e gnoseologico insieme. Intanto: che cosa è, in fondo, la terza dimensione, la profondità, se non una conquista della prospettiva, assumendo operante in sé già il fattore “temporale” ? E tale “quarta” dimensione, il “tempo”, che altro è se non la specificazione, recata a “evidenza”, dell’ufficio dello spostamento nello spazio (da “A” ad “A1”, “A2”, “A3”, e via)? Così, alla fine, la “quinta” dimensione altro non è, o non sarebbe, che la unificazione nella “simultaneità” delle altre (cade qui il ritorno a Kant), come legge suprema atta a governare ogni altro fenomeno di ‘spostamento’. La “visione di Tutto ciò che è” finisce per assemblarsi all’ “occhio di Dio”, all’ “accadimento come opera di Dio” (la volizione-azione essendo “l’opera del singolo”), di cui parla il Croce in “Filosofia della pratica” del 1909. Per tornare al filmico, in parte corrisponde all’occhio totale del computer di Lucius Fox (Morgan Freeman), nel finale di “The Dark Knight”, dello stesso Nolan. “Diventa ciò che sei”, ammoniva Friedrich Nietzsche: in questo suo capolavoro (dopo la mediazione di “Inception”, protagonista il Di Caprio), si direbbe che il regista – coautore abbia abbandonato la prosopopea dei precedenti prodotti incentrati sulla diade protagonista-antagonista (Bene – Male, Batman – Ledger), per proiettarsi verso un’opera ‘cosmica’, attesa da sempre come quella a lui più congeniale, una volta attinto il supporto epistemologico accreditato o accreditabile, non importa se o fino a qual punto condivisibile. Certo, l’uomo concreto ha bisogno di problematizzare di volta in volta la propria “visione del mondo”. La percezione cosmica e simultanea dell’ “orizzonte degli eventi” non gli è peculiare né gli appartiene. Questo è il punto di riflessione tardo-umanistica che si impone, anche se è vero, come diceva lo Hegel nelle “Lezioni sulla filosofia della storia”, che esistono gli “individui cosmico-storici”: qualifica che spetta, in verità, agli uomini di pensiero (come postillava acutamente Raffaello Franchini), piuttosto che agli uomini di azione (Cesare, Napoleone), categoria cui invece esclusivamente estendeva siffatta qualifica il filosofo tedesco. L’uomo ha bisogno di partire da un assillo, un problema, un pùngolo etico, estetico, o storico e affettivo, anche teoretico e scientifico ma in quanto crucialità esistenziale, per investigare e riconoscere il mondo, “scire per causas”, tessere di nuovo passato presente e avvenire, a nulla giovandogli in fondo la universale e simultanea percezione di ogni accadimento ed ogni spostamento tra le varie dimensioni spazio-temportali. Manca, alla fine (ne sentiamo il pungente rimpianto), nel nostro film, il ritorno alla Terra e con i piedi per Terra. Ma questo è l’approdo (“Homo sum; nihil humanum a me alienum puto”, ammoniva il poeta latino Terenzio) cui la efficace simbolica del Nolan (il nuovo “Nolano”) ci mena. Ovviamente, purché l’uomo sappia salvare il pianeta, la “terrestre aiuola che ci fa tanto feroci”, dalle devastazioni in atto. Che Dio disperda la Profezia !, diceva Luigi Sturzo (badando in specie ai prossimi anni Trenta, di pichiana estendibilità).

Da Bruno a Escher.

Riporta all’astrofisica l’ultima produzione di Maurits Cornelis Escher (Leeuwarden 1898 – Laren 1972). “Ci sono altri mondi da scoprire. – Ma la cosa più affascinante è la scoperta in sé, che l’uomo prova”, dice il geniale epistemologo-artista (1942: “Altro Mondo II”). “Un genio nel genio nel genio nel genio, e via all’infinito” (Mostra al Chiostro del Bramante, Roma 20 settembre 2014 – 22 febbraio 2015 ). L’opera, ripresa da Italo Calvino in sovracoperta delle “Cosmicomiche”, mi ricorda “Interstellar”. L’autore olandese, da giovane, innamorato della Italia meridionale (Calabria, Napoli, Foggia). raffigura l’interno di un edificio in forma di parallelepido, con apertura simultanea sulle “Cinque parti”, che consentono la vista su “tre scene diverse”, a ciascuna delle quali – mirabilmente – corrisponde un differente sistema prospettico. Nel cielo passa Giove con i quattro satelliti galileiani, con una cometa, e Saturno con gli anelli, una galassia a spirale e ancora altri corpi celesti. La passione di Escher per l’astronomia, l’influsso della moglie per la conoscenza delle filosofie orientali, il panorama lunare, gli hanno ben consentito la prodigiosa ripresa figurativa della teoria degli altri mondi (cfr. “L’Universo a molti mondi”, di Ugo Everett III, lungamente discusso da Karl Popper nel “Poscritto alla logica della scoperta scientifca”, Mondadori, Milano 1982, voll.I- III: “Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper”, Schena, Fasano 1986). Vi si allude, proprio, alla teoria dell’universo a cinque dimensioni, affiancata alla classica delle tre dimensioni spaziali: teoria formulata alla paziente attenzione di Einstein, come s’è visto, da Theodor Kaluza nel 1919. Geniale resta la intuizione escheriana di far coincidere – nel centro gravitazionale della importante xilografia – un punto unitario di fuga prospettica, in grado di assumere simultaneamente le differenti funzioni dei tre punti di vista azimutali, nadir zenit e orizzonte. Ma questa è la stessa intuizione di Nolan, con lo spostamento – nella simultaneità – dell’osservatore – “ambasciatore”, avanti e indietro, in alto e in basso, tra le tre dimensioni classiche e il tempo, alle spalle della enorme, ossessivamente replicata, libreria della figlia, parte e limite-illimite dell’ Universo. Sì che, alla fine, Christopher Nolan, e il suo scienziato ispiratore, sembra essere “bruniano” per l’infinità dei mondi e la tesi degli ambasciatori spirituali; ma anche “escheriano” nel metodo (passaggio continuo da mondi a mondi), nella genialità (immediata percezione di analogie tra campi diversi del sapere, come da proposte di Joyce, Yeats ed Eliot)e nel progetto iconico (l’arte simbolo e veicolo epistemologico). Su Escher, forse presente nella Libreria di Kip Thorne, consigliamo di vedere “Mare fosforescente”, del 1933; “Sogno”, del ’35; “Sole e Luna”, dello stesso anno (Doris Schattschneider, “Visioni della simmetria”, ed. it., Zanichelli, Bologna 1992; con il Capitolo XVIII, “Matematica ed estetica. Relazionalità e immagine del gioco di M. C. Escher”, della mia “Teoria della Tetrade”, Andria 2002, pp. 199-220).

Conclusivamente, il nostro sforzo ermeneutico vuol essere un invito a considerare la tenuta della filosofia umanistica e idealistica; a non coltivare pregiudizii avverso il cinema e altre forme di processualità delle “arti della visione”, di cui la produzione recente del Nolan forma esempio significativo; a rispettare la “infinità della interpretazione”; a ricordare la che la capacità del genio consiste (come diceva Ezra Pound) nel cogliere immediate analogie tra i differenti campi del sapere, o i varii “tranfers” interdisciplinari di cui si compiace la epistemologia europea.

* Giuseppe Brescia, Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito, del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt“; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013; I conti con il male, in corso di pubblicazione).

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3 thoughts on “Da Bruno a Escher: la Biblioteca celeste di Interstellar

  1. Più che una recensione filosofica, un eccellente sfoggio di cultura.

  2. Condivido con Piero Borzini, forse interpretando troppo liberamente il suo commento, che l’interessante digressione sia almeno in parte poco pertinente al film. Mi stupisce anzi che non sia presente in questo articolo R. W. Emerson, forse il maggior ispiratore del film (e del sogno americano). Il tradizionale paradigma USA, in questo come in molti altri blockbusters, suggerisce che l’umanità è capace di tutto, che supererà qualsiasi ostacolo, che l’universo (o chi lo governa) è capace di ogni cosa pur di favorire la nostra perpetua, instancabile, trionfale avanzata, che l’Odissea spaziale può infine ridursi a un microcosmo familiare dominato dalle leggi dell’amore filiale e dell’irriducibile istinto di sopravvivenza (che a volte coincidono, se non sempre, come sostiene R. Dawkins 1976). Da questo punto di vista mi pare che la molteplicità e la complessità dell’Universo descritto da Nolan siano in un certo senso svilite pur di farle aderire all’incrollabile self-reliance americana.
    Tuttavia mi pare che l’articolo adotti un taglio ermeneutico-epistemologico riferito prevalentemente ad alcuni aspetti del film, mentre la mia analisi è estetica e storico-filosofica, e direi più rigidamente ancorata al testo filmico. Forse anche noi interpretiamo a partire da due “mondi” possibili e simultanei.

    Complimenti in ogni caso,

    Rudi Capra

    • “Filosofia e nuovi sentieri”: “genio” e “perspicacia”, giusta la rappresentazione di Denis Diderot, assunta a emblema della rivista. Nessuno aveva colto, neanche in sede internazionale (che io sappia), la inerenza della ermeneutica filosofica di Giordano Bruno, e delle sue efficaci prosecuzioni sino alla fisica quantistica, all’astrofisica e alla epistemologia di Maurits C. Escher, a proposito di “Interstellar” di Christopher Nolan. Che ci possa anche esser l’influsso del poeta americano Ralph Waldo Emerson (la “self-reliance”, la “spontaneità”, la percezione di sé come “genio” )? Nella “infinità” della interpretazione, non è da escludersi. “Scusate, qualche testo”, disse Eco una volta in una sua “bustina di Minerva”. Verremmo, così, al rischio di eccedenza di riferimenti e allegazioni, presente nella complessa ermeneutica filosofica, frutto – tuttavia – di lungo studio e grande amore. E forse, e senza forse, come spesso accade agli Autori, lo stesso Nolan è colto da stupore per tanta mole di fonti, vere o presunte, individuate nei paraggi di “Interstellar”. “Ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne contempli la filosofia” ( o: la “loro” filosofia, postillava l’Amleto Raffaello Franchini). Pure, dato e non concesso tutto ciò, chi può dire quanto Dante o della “Oratio de dignitate hominis” di Pico della Mirandola o del panteismo di Giordano Bruno, non sia parlante in Emerson o Walt Whitman? Si ri-tocca, allora, la “Biblioteca celeste” di “Interstellar”, la biblioteca-parete e confine, ma anche la biblioteca-risorsa e comunicazione. Anche “LaMalaParte”, prima di Emerson, cita il fisico Kip Thorne; e, in un passo parallelo, il “Lago di Resia”, il cui antico campanile continua ad affiorare tra i ghiacci, oltre il “diluvio” provocato dagli uomini: Mondo 3 – epistemologicamente – per Karl Popper; eternità dell’umano, per il nostro umanesimo storicistico. ‘Ironicamente’, nella sefirah “Din” de “Il genio”, dedicata anche a Emerson (propriamente, “La Parte Buona”) da Harold Bloom: “la fiducia in se stessi non è una dottrina consolante, perché ci esorta a ricadere sul nostro genio oppure a cadere verso l’esterno e verso il basso. (..) L’unica cosa nel mondo dei valori è l’anima attiva. Agendo così l’anima è genio”. “qui è racchiuso il primo principio del genio emersoniano: gli scintillii che contempliamo nella letteratura sono già nostri anche se li abbiamo allontanati”. “Emerson celebra la novità, l’afflusso dell’energia, il ‘daimon’ che sa come ha luogo tale influsso”: “Parlate piuttosto di ciò che dà fiducia in quanto opera ed esiste”. E, assai notevolmente: “La classe di persone più attraente è composta di coloro che sono potenti indirettamente e non in maniera diretta; di uomini di genio, non ancora riconosciuti; noi riceviamo la grazia della loro luce, senza pagare una tassa troppo grande” (ed. BUR, Saggi, Milano 2004, pp. 395 sgg.). E nella “Introduzione – Che cos’ è il genio?”, il critico americano raccorda gli “Uomini rappresentativi” di Emerson al saggio del padre di Benjamin Disraeli, Isaac, la cui famiglia era di origini centesi, “The Literary Characters of Men of Genius”, che segnava una volta per tutte: “Devono nascere molti uomini di genio prima che possa apparire un particolare uomo di genio” (op. cit., p. 26). Ecco, allora, la intuizione folgorante di Eugenio Montale, il “nostro” poeta della Giovinezza: “Occorrono troppe vite per farne u n a”, da riferirsi non già a rivisitazioni di dottrine evoluzionistiche o darwiniane, per quanto attiene la selezione naturale della specie (Montale era vicino, in quegli anni a Bergson e al contingentismno di Boutroux); bensì alla memoria infinita della “sapienza dei secoli”, alla nuova sintesi di esperienze intellettuali e vitali, frutto a loro volta di tante altre sintesi, che esprime “una” originalità geniale (cfr. il mio “Tempo e Idee”, con prefazione di Franco Bosio, Albatros, Milano 2014). Ecco anche perché il calco pentadimensionale e tridimensionale della epistemologia dell’ultimo Escher, così attento alla cosmologia, è puntuale e calzante. Siamo forse andati un poco oltre l’impianto e l’intento filmico di “Interstellar”: fra altre “stelle” polari e ideali, ancora. Ma qui ci ha condotto il dibattito “Da Bruno a Escher”, a proposito della Biblioteca celeste di ‘Interstellar’, delle cui luci e voci restiamo grati. Giuseppe Brescia

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