Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Per un nuovo Empedocle. Leggendo il testo Liguori di Federica Montevecchi

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> di Matteo Veronesi*

Davvero nuovo, questo Empedocle (Liguori, Napoli 2010); nuovo di una novità che sovrasta l’immediato, e che dunque rende non vane, benché tardive, queste poche pagine. Una versione, quella di Federica Montevecchi, sorretta da una coerente interpretazione preliminare, da uno scavo esegetico ed ermeneutico, nonché da una riflessione speculativa autonoma condotta sui testi e a partire da essi; traduzione, quindi, intesa come atto intrinsecamente filosofico, come operazione ermeneutica nel senso più vasto e più ricco, non come mero, per quanto nobile, artigianato letterario, e neppure alla stregua di esercizio retorico, quale la versione rischia di divenire, specie nella tradizione italiana, così prodiga di siffatti esercizi.
Viene in mente – e mi si perdonerà l’arditezza dell’accostamento cinematografico – la Morte di Empedocle di Straub e Huillet, ispirata dai versi di Hölderlin da cui del resto questa traduzione non è, nel suo spirito profondo, lontana («Cosa sarebbe – recitano i versi riportati in esergo – questa morta cetra se io non le donassi le note / e la lingua e l’anima? Che cosa sono / gli dèi e il loro spirito, se non parlo / di loro?»: e proprio la prossimità, il rispecchiamento, la coincidenza quasi, di essere e linguaggio, di struttura del reale e struttura della parola, ispirano l’indole della traduzione, attenta a riprodurre le sfumature sottili, ma insieme l’esattezza definitoria, e il valore direi ontologico, delle stesse figure di stile, della stessa disposizione delle parole, delle espressioni, degli artifici nella tessitura, per certi versi ancora omerica, ma più sottile, intrisa di parallelismi, di proporzioni, di rapporti analogici, dell’esametro empedocleo).
Sembra che l’ottica, lo sguardo con cui l’interprete si accosta ad Empedocle non siano lontanissimi da quelli dei due irregolari ed atipici cineasti: un occhio all’apparenza freddo, impersonale, disanimato, reificato, immobile come la natura in cui le figure, statuarie personae loquentes, sono immerse, eppure proprio per questo evocativo, capace di far risuonare mirabilmente la voce della natura così come la parola articolata, argomentante, e insieme immaginosa, compartecipe dunque sia di mythos che di logos, del discorso filosofico.
Un po’ come nel Sanguineti traduttore di Euripide e di Lucrezio (ma si potrebbe pensare, per questo sforzo di rispecchiamento, a tratti quasi di calco, benché tutt’altro che pedissequo, ma illuminante, veritativo, per così dire inverante, anche ad un modello diversissimo, quello dell’Albini traduttore di Virgilio), la “fedeltà”, la “letteralità”, in qualche caso, della traduzione, che anziché rincorrere una sublimazione o un ornamento lirico-musicali ricalca, perlopiù, fedelmente la struttura retorica, la disposizione colica, il ritmo, per così dire, dei pensieri e delle immagini, portano nella lingua italiana, e dunque nello spirito del lettore, quel salutare straniamento, quella feconda sovversione dell’ordinario, quella trasvalutazione dei valori, che è compito moderno della filosofia.
(E, forse, si potrebbe ripetere per Parmenide, come per Platone o, nel mondo latino, Lucrezio, che ad Empedocle guardò come a un maestro di poetare filosofico, ciò che si è appena osservato in merito alla corrispondenza fra parola e realtà, fra verbo ed essere, fra la struttura del discorso, la testura dei versi e delle pagine, e le nervature profonde del reale, sia esso ontologico oppure ontico, fenomenico – con tutto ciò che questo implicherebbe sul versante della teoria della traduzione).
Del resto, non diceva forse Benjamin che l’ideale, forse impossibile, del traduttore è quello della versione interlineare del testo sacro, poiché – insegnava già un Padre della Chiesa – ipse verborum ordo mysterium, lo stesso ordine delle parole, la stessa tessitura intima, lo stesso intreccio profondo, del discorso sono, in fondo, un mistero?
In questa traduzione, si ha la sensazione che addirittura la tramatura ritmica e fonosimbolica insita nel discorso empedocleo, e forse impregnata di valori quasi arcani, che sfuggono al lettore moderno, sia, forse consapevolmente (ma osservava il Fónagy che la traduzione poetica, anche fra lingue lontane, se ispirata e partecipe, finisce sorprendentemente per realizzare siffatte rispondenze, se non proprio equivalenze), ripresa, per via anologica od omologica, nella versione italiana.
Basti pensare alla resa, esemplare, del frammento 31 B 26 Diels-Kranz (22 Gallavotti):

A turno dominano nel ciclo ricorrente,
e svaniscono gli uni negli altri e crescono nell’ordine dell’avvicendamento.
Perché essi sono quelli che, gli uni attraverso gli altri correndo,
diventano uomini e razze di altri animali selvaggi
ora per Philia convenuti in un unico cosmo,
ora poi portati via ciascuno separatamente dall’inimicizia di Neikos,
finché, facendo essi crescere sotterraneamente il tutto, si formi l’uno.
E come l’uno dai molti ha imparato a prodursi
e a loro volta dalla separazione dell’uno i molti provengono,
così sono in divenire e non è immutabile la loro eternità;
ma in quanto questi mutando di continuo mai finiscono,
perciò in eterno sono immobili nel ciclo.

Dove, nei primi versi, il ritmo ciclico, ipnotico delle cadenze esametriche (che qui riporto segnando gli ictus convenzionali della lettura metrica, lasciando al lettore il compito di individuare le ricorrenze di determinati fonemi: … perìplomenòio kyklòio … àuxetai èn merei àises …) è rispecchiato dall’andamento della versificazione, mentre, nel settimo verso, la fatica, lo sforzo del cosmo che anela alla propria unità, e in questa contrazione appesantisce e quasi contorce la struttura del verso, inceppandone il fluire (…èn symphùnta to pàn…), è analogamente resa in italiano («facendo essi crescere sotterraneamente il tutto»).
E, allo stesso modo, la levità e la rapidità, come soffio o fantasma, di un volo fugace, effimero e vano (anche qui segno gli ictus metrici): òkymoròi kapnòio dikèn arthèntes apèptan – «destinati a rapido passaggio, come fumo sollevandosi si dissolvono».
Questo svanire è forse il destino della parola poetica, oltre che delle umane sorti.
E proprio un’ontologia poetica – che, come quella empedoclea, cerchi di dare ordine e forma e senso al perenne, ciclico e perciò immobile, confliggere di Amore e Odio – tenta di contrastare questa entropia irredimibile.
La traduzione, come parte integrante del lavorio filosofico ed esegetico, è componente e strumento di questa aspirazione, di questa quasi disperata volontà e investitura di senso.


F.Montevecchi (a cura di), Empedocle d’Agrigento. Testo greco a fronte, ed. Liguori, 2010.

Matteo Veronesi, nato a Bologna nel 1975, è dottore di ricerca in Italianistica. Ha all’attivo, oltre a vari saggi, contributi e curatele, le monografie “Il critico come artista dall’estetismo agli ermetici” (Azeta Fastpress) e “Pirandello” (Liguori). Ha tradotto Persio, Seneca, Jammes, il D’Annunzio francese.

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