Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il metodo e il contesto. La dottrina darwiniana e le ideologie parassitarie (parte I)

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> di Piero Borzini*

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A proposito delle relazioni che intercorrono tra gli elementi che costituiscono i cosiddetti “sistemi complessi”, Vincenzo De Florio ha recentemente definito l’interazione simultanea degli opposti con il termine di “resilienza” (De Florio V., 2015) 1. Le teorie scientifiche, gli ambiti specifici all’interno dei quali esse sono prodotte e i contesti più ampi e variegati della società in cui queste dottrine sono applicate costituiscono, nel loro insieme, un sistema complesso. In questi sistemi, teorie e ambiti, metodi e contesti, interagiscono simultaneamente in maniera non necessariamente simmetrica. La relazione “resiliente” tra la dottrina darwiniana e i contesti ideologici che di questa si sono avvalsi è il caso eclatante di cui tratto in questo articolo. Per discutere di questo fenomeno di resilienza dovrò riferirmi ai contesti storici, sociali e ideologici all’interno dei quali la dottrina darwiniana è stata manipolata, nella consapevolezza del fatto che l’analisi del contesto originale è metodologicamente essenziale per comprendere – senza tuttavia che la ricostruzione storica ne rappresenti una giustificazione – lo svolgimento dell’intricata vicenda.

La dottrina di Darwin sull’evoluzione delle specie attraverso la selezione naturale quale effetto della lotta per la sopravvivenza è risultata così logica e “naturale” che, fin dal suo primo apparire nel 1859, essa è stata subito astratta dal suo contesto originario – quello delle scienze naturali – per essere adattata a principio generale di qualunque cosa trasmutasse nel tempo. In tal modo, in men che non si dica, la dottrina darwiniana si è trasformata in darwinismo, vale a dire in principio e paradigma generale, adattabile ai più disparati domini (Borzini P, 1914; Borzini P. 1915) 2. Che ciò sia avvenuto non solo è “naturale”, ma forse anche quasi ineluttabile. Come ciò sia avvenuto ha a che fare con le modalità dell’umano ragionare.
L’evoluzione del cervello umano ha fatto sì che l’uomo sia portato a ragionare in modo causale (in modalità astratta) e strumentale (in modalità concreta). Per sua natura, l’uomo è portato a ricercare le cause immediate o remote di ogni fenomeno e di ogni oggetto concreto o astratto che cada sotto la sua osservazione: questo è, nella sua essenza, il ragionamento causale umano. È proprio in ragione delle relazioni causa-effetto costantemente ricercate che l’uomo costruisce catene causali tra i fenomeni del mondo, ponendo relazioni logiche e costitutive anche là dove queste sono altamente improbabili dando vita, per esempio, alle religioni o costruendo catene causali tra fenomeni sensibili e fenomeni sopranaturali o “magici”. In modalità concreta, il cervello umano pensa in modo strumentale: è così che un pezzo di ramo può diventare un’arma o una leva, un mucchio di foglie può diventare un giaciglio più comodo che non la nuda terra, il teschio di un nemico ucciso può diventare una coppa rituale in cui bere una bevanda rituale. In base a questo modo di ragionare, non sorprende che la teoria darwiniana (brillante frutto del ragionamento causale) sia stata considerata (grazie al ragionamento strumentale) uno strumento idoneo a spiegare e a giustificare l’evolversi di oggetti (anche astratti e culturali) che nulla hanno a che fare con le scienze naturali. Se questo è il meccanismo naturale per cui non sorprende che il darwinismo sia stato utilizzato in contesti vari anche molto lontani dal suo ambito originario, la domanda che mi pongo ha però a che vedere con l’appropriatezza dell’operazione che consiste nell’astrazione a “principio universale” delle relazioni causali descritte da Darwin nell’ambito delle scienze naturali e col trasferimento di tale “principio generale” ad ambiti tutt’affatto diversi. Quant’anche si stabilisca l’appropriatezza generica del trasferimento di un principio generale da un ambito all’altro, resterebbe comunque molto da discutere circa l’appropriatezza di ogni trasferimento di aspetti specifici e peculiari tra ambiti eterogenei e sulla legittimità dell’uso ideologico che di questi trasferimenti d’ambito può essere fatto. Quest’ultima questione è importante perché, nella relazione causale e strumentale del trasferimento del pensiero di Darwin, può succedere che si finisca con il giustificare “scientificamente” – e col definirne la “fondatezza darwiniana” – di comportamenti o di ideologie che nulla hanno a che vedere con la dottrina descritta da Darwin.
In linea di massima, sono portato a vedere con sospetto alcuni trasferimenti d’ambito del pensiero darwiniano. D’altra parte, Darwin è arrivato a determinate conclusioni sul filo logico del ragionamento causale: in base al medesimo ragionamento, principi generici come “trasmutazione”, “competizione”, “selezione”, possono risultare legittimi tanto nell’ambito delle scienze naturali che in ambiti a queste estranei. Se così fosse, allora, fare riferimento al “darwinismo” potrebbe semplicemente rappresentare una discutibile scelta semantica. Ritengo, però, che in alcuni casi non siamo solo di fronte a una leggerezza semantica, ma siamo di fronte a vere e proprie operazioni di illegittimo e distorto trasferimento di principi e a ingiustificabili appropriazioni eseguite al solo scopo di addurre “giustificazioni scientifiche” a ideologie altrimenti non giustificabili.
Nell’ambito del ragionare causale e strumentale, ogni idea e ogni contingenza può di volta in volta fungere da elemento costitutivo di una catena causale, da strumento da utilizzare all’interno di una catena, da strumento che indirizza alla costituzione di nuove relazioni causali. Ciò che intendo dire è che i principi e i diversi contesti all’interno dei quali essi vengono utilizzati si influenzano reciprocamente. L’esempio più tipico è quello – che sarà più volte richiamato in questo articolo – del concetto di “lotta per l’esistenza”. Il principio, teorizzato in economia da Thomas R. Malthus (1766-1834), verrà empiricamente testato da Darwin nelle sue osservazioni sulla stabilità del numero dei pettirossi che frequentavano il suo giardino. Quello della lotta per l’esistenza è un principio che rimbalza dalle osservazioni naturalistiche alle teorie economiche, ma è anche un principio che rimbalza – come giustificazione – da e fra contesti diversi e opposti tra loro, come quello della lotta di classe sostenuta dalle teorie marxiste, o come quello dell’economia imperialistica o quello della pratica schiavista.
Il mio articolo vuole illustrare le relazioni reciproche tra ciò che va sotto il nome di darwinismo (e non è una cosa sola che va sotto questo nome) e le varianti di contesto e di contingenza in cui il darwinismo viene fatto entrare in modo costituivo oppure ideologico. La tesi del mio articolo è che il ricorso ai principi darwiniani da parte di alcune ideologie è spesso pretestuoso: la situazione, tuttavia, è tutt’altro che semplice e lineare, e il fluttuare del darwinismo tra ideologie, contingenze e contesti sociali è alquanto complesso. La mia analisi di questa relazione si riferisce in modo particolare ai contesti sociali offerti dal mondo anglosassone, mitteleuropeo e italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento, e estendendo l’osservazione alle più evidenti conseguenze che tale relazione ha avuto (ed ha) con la contemporaneità.

Non è corretto, né dal punto di vista lessicale né da quello metodologico, estendere l’idea darwiniana che riguarda la selezione naturale delle forme biologiche, a un’idea d’ordine generale riguardante un “algoritmo universale” che “governa” molte disparate cose in ambiti esistenziali che nulla hanno a che fare con la biologia (fenomeni sociali, fenomeni economici, fenomeni culturali, fenomeni linguistici, ecc. ecc.). Darwin ha scoperto che in biologia il fenomeno della selezione determina quali gruppi di individui potranno prevalere su altri gruppi di individui. La “selezione” è un nome “appropriato” con cui ci si riferisce a questo fenomeno biologico che va ritenuto – pur nella sua valenza statistica – un fenomeno reale, perché ha conseguenze concrete sulla permanenza (vita, morte e diffusione) di oggetti concreti come individui e gruppi di individui. La “selezione” è un fenomeno che interviene anche sull’evoluzione di oggetti e di fenomeni di natura diversa da quella biologica. In molte aree fenomenologiche (sociali, economiche, culturali, ecc.) il fenomeno della selezione consente ad alcuni aspetti di prevalere su altri e consente altresì di indirizzarne lo sviluppo e il divenire. Parlo di indirizzo, e non di governo, per il semplice fatto che “governare” significa porre consapevolmente in essere un indirizzo in modo tale da ottenere risultati prevedibili. La selezione non interviene in maniera consapevole su un divenire. Essa è un meccanismo che dipende da eventualità e da accidentalità e che consente ad alcune variabili di prevalere su altre in specifiche condizioni contingenti: essa non è però in grado di “guidare” il divenire “verso” forme o risultati prevedibili prima che dette forme o risultati si siano realizzati.
Darwin ha identificato la rilevanza del fenomeno in ambito biologico. Anche se fenomeni analoghi valgono per altri contesti, è opinabile definire detti fenomeni come una estensione della scoperta darwiniana: metodologicamente, è molto più sensato e appropriato fare riferimento a un “algoritmo di tipo selettivo” e non a un “principio darwiniano universale”. L’appropriazione della dottrina darwiniana da parte di contesti estranei agli ambiti in cui tale dottrina era maturata non rappresenta una novità dell’agire umano. Ben prima che questo fenomeno riguardasse l’idea darwiniana, altre idee, altri metodi scientifici, altri algoritmi particolari vennero assunti come “paradigmi universali” o come generiche “scatole per gli attrezzi” liberamente utilizzabili in situazioni anche del tutto estranee ai contesti originali in cui tali idee erano sorte. Anche questi episodi di appropriazione e di ricontestualizzazione del metodo testimoniano di una vivace (anche se non sempre appropriata o giustificata) dialettica tra metodo e contesto.

Per avere un’idea di quanto sia importante il contesto sociale e culturale nella rilettura o nella riappropriazione anche ideologica di dottrine scientifiche, si può pensare per esempio a come le dottrine sul calcolo infinitesimale siano state interpretate e poste al servizio di soggiacenti ideologie o mire di politica economica. Il matematico e monaco camaldolese Luigi Guido Grandi (1671-1742) studiando i metodi di calcolo infinitesimale di Newton e di Leibniz non esitò ad affermare che questo metodo di calcolo rappresentava un potenziale strumento per avvicinarsi alle verità teologiche. Questa affermazione (o riappropriazione ideologica) era però strumentale a obiettivi di carattere economico in quanto il calcolo infinitesimale applicato alle leggi idrauliche di Bernoulli era utile per gli interventi di bonifica della Val di Chiana di cui lo stesso Grandi era responsabile per conto del Granduca di Toscana. Alla intelligènzia cattolica implicata nel governo del territorio poteva risultare utile giustificare teologicamente un metodo scientifico laico per potersene servire nell’ambito delle proprie competenze terrene. L’illuminismo cattolico italiano del diciottesimo secolo abbracciò questa riappropriazione del metodo matematico utile ai potentati economici: in quest’ottica Ludovico Muratori (1672-1750) scriveva che “la filologia biblica non è incompatibile con lo studio della natura”. Ancora più eterodosso fu il tentativo di riappropriazione del metodo newtoniano per la dimostrazione “scientifica” “dell’esistenza e degli attributi di Dio e della immaterialità ed immortalità dello spirito umano”, secondo quanto pubblicato nel 1746 da Giovanni Gualberto de Soria, professore di filosofia all’Università di Pisa (Mazzotti M., 2013) 3.
Questo stravolgimento epistemologico applicato alla dottrina di Newton e di Leibniz è della medesima natura di quello applicato alla dottrina di Darwin quando questa, in certe situazioni, verrà assunta a modello onnirisolutore quasi-metafisico che andrà sotto il nome di “darwinismo”. Una volta inteso come algoritmo universale, al “darwinismo” fu necessario associare dei predicati per specificarne l’applicazione in contesti particolari. Il più importante di questi predicati è l’aggettivo “sociale” che va a definire un ampio contesto sociologico e di politica economica – quello, appunto, detto del “darwinismo sociale” – in cui la dottrina di Darwin è stata estesamente riciclata. Nel prosieguo di questo articolo, la mia analisi riflette in modo particolare sull’evoluzione storica della pretesa di utilizzare la dottrina di Darwin come riferimento metodologico asservito a varie e anche eterogenee ideologie, tutte facenti in qualche modo capo al concetto di “darwinismo sociale” 4.
Nella seconda metà dell’Ottocento – dopo la pubblicazione delle teorie darwiniane sulla selezione naturale – i pensatori positivisti, segnatamente Herbert Spencer (1820-1903), videro proprio nei principi darwiniani della selezione naturale conseguente alla lotta per l’esistenza una matrice scientifica da applicare allo studio delle società umane, ai loro comportamenti e alle loro culture. Una distorta visione ideologica di tale visione porterà, nella prima metà del Novecento, a sostenere – e a giustificare in base al principio della sopravvivenza del più adatto – pretese superiorità razziali mentre, nella seconda metà del secolo, le tesi che erano state della filosofia positivista vennero in parte riprese dalla “sociobiologia”, una disciplina il cui fondatore può essere ritenuto Eduard Osborne Wilson (1929) 5.
Il positivismo di Spencer era direttamente collegato all’idea di August Comte (1798-1857) secondo cui i comportamenti sociali potevano essere indagati con metodi “scientifici”. Spencer vedeva nella dottrina di Darwin un principio malleabile attorno al quale costruire una metafisica dell’evoluzione applicabile anche a ciò che non appartiene al dominio della biologia. A questo principio tanto malleabile quanto universale Spencer diede il nome di “evoluzionismo cosmico”. Basandosi su osservazioni naturalistiche che sembravano dimostrare che l’evoluzione delle cose ha una ben precisa direzione dall’omogeneo all’eterogeneo, dal semplice al complesso, Spencer ritenne che anche l’intera storia della civilizzazione dell’uomo – caratterizzata dal passaggio da strutture sociali semplici a strutture sociali complesse – fosse soggetta a leggi evolutive non dissimili da quelle che Darwin aveva descritto per le specie biologiche. Spencer fu quindi il primo a realizzare una traslazione sistematica della dottrina darwiniana al campo degli studi storici e sociali. In questo contesto, la “sopravvivenza del più adatto” poté essere usata come una giustificazione naturalistica bell’e fatta delle istituzioni sociali umane tra cui, manco a dirlo, quelle inglesi rappresentavano il vertice della perfezione.
Spencer produsse una sintesi metodologica sistematica tra ambiti di studio ontologicamente distanti come le scienze naturali, la psicologia, la sociologia, l’economia, l’etica. Credo che la costruzione, operata da Spencer su tali basi metodologiche, di una teoria generale del progresso umano costituisca un vero e proprio errore metodologico, un errore che ha avuto conseguenze perniciose. Se così possiamo esprimerci, l’operazione di Spencer è stata trasformare il selezionismo darwiniano da procedura naturale implicata nell’evoluzione delle specie a “proceduralità aperta”, buona per spiegare la trasformazione nel tempo (evoluzione) di ogni sorta di fenomeno extra-biologico. Spencer ha adottato il modello storicistico utilizzato da Darwin per interpretare alcuni fatti biologici e lo ha assunto come modello per analizzare fatti riguardanti i fenomeni sociali. Di per sé questo è più che legittimo, come altrettanto legittimo è considerare il presente come punto di arrivo di un processo storico. La differenza metodologica sostanziale tra l’operazione di Darwin e quella di Spencer sta nell’uso strumentale del presente che Spencer ha impiegato per desumere teleologicamente la necessarietà della direzione assunta dall’evoluzione culturale e sociale, un uso teleologico del presente che in Darwin è completamente assente. La sintesi metodologica e sistematica tra scienze naturali e scienze sociali operata da Spencer fa del filosofo inglese il padre putativo del cosiddetto darwinismo sociale il quale, com’è noto, pone il conflitto (vale a dire la lotta per la sopravvivenza) come paradigma fondamentale non solo delle relazioni umane ma di ogni aspetto della vita sociale.
Bisogna dire, a parziale giustificazione dell’errore metodologico di Spencer, che egli, come tutti gli intellettuali del suo tempo, si trovava a operare con elementi tecnici e logici poco chiari e mal definiti, vale a dire con elementi le cui caratteristiche, le cui relazioni reciproche e i cui confini erano troppo vaghi. Alcuni elementi – per esempio la natura e la cultura – che sarebbe stato più opportuno considerare in concorso uno con l’altro, venivano trattati in opposizione reciproca. Altri elementi – per esempio i caratteri somatici e le qualità morali – che sarebbe stato opportuno mantenere ben separati e distinti, venivano considerati come strettamente imparentati, costituiti della medesima sostanza, sfumanti gli uni negli altri. In una situazione di questo tipo era fin troppo facile cadere nell’errore di considerare omogenei fenomeni tra loro eterogenei o, semplificando eccessivamente fenomeni complessi, porre incongrue analogie tra elementi o fenomeni incommensurabili e soggetti a dinamiche evolutive tra loro non confrontabili. Fu così, per esempio, che a Karl Marx venne spontaneo di interpretare il progressivismo naturalistico darwiniano come un omologo del progressivismo storico che avrebbe portato l’umanità dalla lotta di classe alla eliminazione (per selezione negativa) delle classi. E fu così anche che si diffuse l’idea che la razionalità, le facoltà morali, e l’organizzazione sociale, si dovessero evolvere verso forme sempre più raffinate di perfezione grazie ai meccanismi selettivi che premiavano le migliori interazioni tra ambiente e società, tra natura e cultura, tra esigenze collettive e risposte adattative individuali. Ogni cosa – dalla morale, al diritto, alle relazioni sociali – era accreditata degli stessi meccanismi evolutivi cui soggiaceva l’evoluzione biologica dei fenotipi somatici. Il selezionismo darwiniano entrava nel subconscio della gente come regola universale del tutto. Ma perché questa regola entrasse definitivamente nel sentire comune, ci fu bisogno degli interventi attivi di molti scienziati e intellettuali: fu attraverso le loro interpretazioni del selezionismo – un selezionismo integrato in una forma di mirabile sintesi di leggi naturali con teorie storiche, giuridiche e sociali – che il selezionismo di matrice darwiniana divenne una sorta di paradigma interpretativo del tutto.
Tra questi interventi, uno di una certa importanza fu il saggio di Walter Bagehot pubblicato nel 1872 e intitolato Physics and Politics – Thoughts on the application of the principles of “natural selection” and “inheritance” to political society (Fisica e Politica: riflessioni sull’applicazione dei principi della “selezione naturale” e dell’”ereditarietà” alla società e alla politica) 6. In questo saggio, Walter Bagehot (1826-1877) – giornalista ed economista che fu anche direttore dell’Economist – applicò le teorie evoluzionistiche (non solo di Darwin ma anche di Lamarck ove queste potevano sembrare più idonee) combinandole alle teorie economiche, sociali e filosofiche allora in voga per delineare un progresso storico e sociale culminante con l’organizzazione economica e giuridica inglese. Una frase emblematica di questa opera paradigmatica è la seguente: “Questa sorta di dottrina che ci è diventata familiare e che nell’ambito delle scienze fisiche si chiama ‘selezione naturale’, come ogni altra grande conquista scientifica tende a valicare i propri confini e a diventare utile per risolvere problemi che vanno ben oltre quelli che dovevano affrontare originalmente. In questo modo, ciò che è stato messo in campo per affrontare i problemi riguardanti la storia degli animali, può, mutandone i contorni ma lasciandone immutata l’essenza, essere applicata alla storia dell’uomo”. Ed è proprio il cambiamento di contorno e di contesto della selezione naturale – da naturalistico a sociale – che consente a Bagehot di suggerire che i comportamenti sociali altruistici possono derivare per selezione naturale da comportamenti egoistici individuali e che il processo evolutivo applicato alla società è in grado di produrre una morale secolarizzata organizzata in un progetto politico e in un diritto. Tra le dottrine sociali utilizzate da Bagehot nel suo saggio meritano una speciale menzione quelle del giurista inglese Henry Maine (1822-1888) il quale interpreta l’evoluzione del diritto guardando ideologicamente e teleologicamente alla “necessarietà” della struttura elitaria della società inglese a lui contemporanea. L’approccio “scientifico” di Maine è molto interessante dal punto di vista metodologico perché egli guarda all’idea scientifica dell’evoluzione e della selezione come a un strumento privilegiato di analisi utile per far prevalere il preconcetto di una società ordinata in base alla centralità dell’individuo su altre visioni che pongono alla base dell’ordine sociale altre centralità preconcettualizzate, come la cooperazione, o l’ordine divino, o la lotta di classe. La storia – ovvero l’evoluzione – è il metodo attraverso cui, in un certo contesto, diversi fenomeni si pongono in relazione reciproca in modo tale che risulti scientificamente dimostrato che l’ordine sociale raggiunto è il più adatto alla attuale contingenza e segna, in ogni caso, la direzione necessaria del progresso. Una delle principali opere in cui Maine declina il suo pensiero è Ancient Law (L’Antica Legge), pubblicato nel 1861. Questa opera è praticamente contemporanea alla Origine delle Specie di Darwin che è del 1859, ma mentre Darwin sviluppa il suo pensiero “naturalistico” in un ambiente puramente “naturalistico” anche quando si occupa dell’uomo (vedi L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, 1871), il giurista Maine estende metodologicamente l’approccio “scientifico” basato sulle scienze naturali agli ambiti sociali e culturali. Sebbene anche in questi ambiti si possa parlare di evoluzione e di selezione, le relazioni tra i meccanismi che determinano l’evoluzione biologica e quelli che regolano l’evoluzione sociale e culturale sono tutte da dimostrare, ancorché esista qualche relazione tra sistemi così diversi. L’avvertenza metodologica che intendo qui sollevare è quella di cercare di non confondere le parole con cui descriviamo certi fenomeni – per l’esempio l’evoluzione degli organismi biologici o l’evoluzione dei sistemi giuridici – e i meccanismi soggiacenti ai fenomeni che descriviamo. Il fatto di descrivere fenomeni diversi utilizzando la medesima parola non implica assolutamente l’identità dei meccanismi soggiacenti.
L’unica cosa che si può dire sulle analogie metodologiche utilizzate dal giurista Maine e dal naturalista Darwin è che entrambi guardavano indietro avendo ben presente il loro oggi come punto di arrivo di un complesso processo di sviluppo la cui storia essi volevano ricostruire. Lo storiografismo giuridico di Maine e quello bioevolutivo di Darwin consentono, metodologicamente, di riavvolgere il film della storia in modo che questa, la storia da loro narrata, consenta di dare a noi stessi un senso e un’identità, per quel che siamo ora e qui. Tutto ciò, indipendentemente dalla precisione con cui la ricostruzione storicizzata riproduce lo svolgimento “veritiero” dei fatti. Intendo dire che, secondo me, l’interpretazione darwiniana dell’evoluzione delle specie descrive in modo sufficientemente veritiero la dinamica della trasformazione degli organismi viventi, mentre l’interpretazione dell’evoluzione giuridica di Maine sembra più il tentativo di una giustificazione “scientifica” di un’opinione politica che non una ricostruzione verosimile dei fatti.

Gli ultimi decenni dell’Ottocento sono ricchi di sovrapposizioni tra ambiti di pensiero diversi per natura e per qualità. Sono anni in cui abbondano le analogie tra fisico e sociale, tra individuo e collettività, tra organismo naturale e organismo sociale. Da allora tali analogie sono entrate nel linguaggio corrente con metafore come “organismo sociale”, “il corpo dello stato”, ecc. D’altra parte, questo genere di commistione non è una novità, basti ricordare l’apologo di Menenio Agrippa che descriveva la rivolta del popolo contro il senato romano come una rivolta, all’interno del medesimo corpo, delle braccia contro lo stomaco.
Oltre al padre putativo di queste commistioni, vale a dire Spencer, altri importanti intellettuali hanno portato il loro contributo. Uno di questi è senz’altro Galton. Francis Galton (1822-1911) fu uno degli scienziati più poliedrici e rappresentativi della seconda metà del diciannovesimo secolo. Esploratore, matematico, metereologo, evoluzionista, egli professava un evidente ottimismo riguardante il progresso dell’umanità, un progresso che poteva essere sostenuto e orientato dall’uomo stesso attraverso processi di selezione che favorissero le migliori doti morali e intellettuali. Egli fu autore di saggi nei quali credeva di poter dimostrare scientificamente che le doti morali e intellettuali dell’uomo sono ereditabili (e pertanto selezionabili) come ogni altra caratteristica somatica. Tra le opere più riguardevoli a questo titolo, Hereditary talent and character, 1865) (Eredità del talento e del carattere) e Hereditary genius, 1892 (Eredità del Genio). Galton ritiene che sia possibile intervenire sul progresso della stirpe umana attraverso l’eliminazione degli individui inclini al delitto e attraverso la selezione positiva degli individui dalle alte doti intellettuali e dalle integerrime qualità morali, trattando le facoltà umane alla stessa tregua con cui gli allevatori inglesi selezionavano le doti fisiche di colombi domestici. Questo modo di ragionare sta alla base degli ideali dell’eugenetica – di cui Galton è considerato il padre fondatore – ed ha qualche affinità con alcuni aspetti ideologici professati dal darwinismo sociale.
In questo contesto di confusione furono pubblicati in quegli anni due saggi simili nel titolo ma quasi opposti nelle conclusioni. Si tratta di Evolution and Ethics, 1893 (Evoluzione e Etica) di Thomas Huxley (1825-1895, darwiniano entusiasta, più darwiniano dello stesso Darwin) e di Social Evolution, 1894 (Evoluzione Sociale) di Benjamin Kidd (1858-1916). Mentre Huxley giudicava l’evoluzione culturale dell’uomo un percorso evolutivo che consentiva alla specie umana di emanciparsi dalle pure relazioni di forza che governano il resto della natura, Kidd – il cui saggio di “bio-politica” sarebbe diventato in quegli anni un best-seller mondiale – vedeva nell’evoluzione dell’uomo un processo di trasformazione sociale alla cui base risiedeva uno specifico disegno divino. Di natura simile alla visione di Kidd fu la deriva spiritualista di un evoluzionista darwiniano della prima ora, Alfred Wallace (1823-1913), il quale nel 1859 aveva condiviso con Darwin la paternità delle nuove teorie sull’evoluzione delle specie.
A completare il quadro delle sovrapposizioni d’ambito generatrici di confusione si può citare il caso del letterato Leslie Stephen (1832-1904, padre di Virginia Woolf) il cui saggio The Science of Ethics, 1882 (La Scienza dell’Etica), già nel titolo la dice lunga sui rimescolamenti socio-fisico-organicistici in voga in quegli anni e sul grado di ambiguità che tali rimescolamenti d’ambito erano in grado di generare.

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Non ci si può quindi sorprendere che in un terreno colturale come quello sopra descritto in cui i confini dei vari elementi in gioco sono indistinti al punto tale che ciascuno di essi sembra perdere la propria identità costitutiva, i confini tra organico e sociale andassero completamente a farsi benedire e che il selezionismo di matrice organica venisse assunto come principio ordinatore unico di tutto ciò che si trasforma.
Darwin aveva illustrato come un unico principio naturale – il selezionismo – potesse fungere da meccanismo centrale e da motore universale che consente all’universo organico di darsi ordine. Ed è proprio a questa idea della generazione spontanea dell’ordine a partire da meccanismi ordinatori universali che prendono origine le ideologie sociali che si richiamano in vario modo al selezionismo darwiniano. L’idea di ridurre la complessità del mondo a un unico meccanismo ordinatore è, però, molto pericolosa, se non decisamente fuorviante. Temerariamente, il principio ordinatore unico – il selezionismo – venne adottato come chiave di volta per la comprensione e l’interpretazione di ogni cosa avesse la ventura di evolversi nel tempo, ovvero di ogni cosa descrivibile o indagabile in chiave storicistica. In quest’ottica, Engels e Marx interpretarono la lotta di classe come un momento necessario di evoluzione sociale. Altri, come s’è visto, attribuirono al selezionismo di matrice darwiniana il ruolo di motore delle trasformazioni sociali. Se il selezionismo era valido per il genere umano (inteso come individui e popolazioni), esso doveva essere altrettanto valido per le società e per le istituzioni umane, intese come aggregazioni funzionali organizzate. Fu così che la nascente sociologia mitteleuropea adottò il selezionismo darwiniano come il motore dello sviluppo sociale assumendo che questo sviluppo e l’intera organizzazione sociale fossero determinate essenzialmente delle interazioni variamente conflittuali tra i gruppi umani. Ecco che, nell’Europa centrale e negli Stati Uniti, il darwinismo sociale finisce curiosamente col sostituirsi all’etica calvinista come giustificazione delle disparità sociali. Prima che il darwinismo, inteso come “legge naturale” della lotta per la sopravvivenza, venisse assunto come ideologia giustificatoria del predominio di una classe sociale sull’altra, era stata l’etica calvinista – che vedeva il prevalere di una classe sull’altra come risultato di una “legge divina” – a fornire tale giustificazione. Ora, l’ideologa darwinista che era stata inizialmente vista come nemica perché avversa a ogni implicazione teologica, in qualità di etica laica subentrava (o più semplicemente si affiancava) all’etica calvinista nel giustificare le diseguaglianze sociali, fornendo per di più “solidi alibi scientifici” allo sfruttamento, al servilismo, al colonialismo, allo schiavismo, all’imperialismo.
Di un’interpretazione decisamente pessimistica di questa visione ideologica si fece interprete il giurista polacco Ludwig Gumplowicz (1838-1909) il quale affermava che tutta la storia dell’uomo sta lì a testimoniare che le istituzioni sociali, l’organizzazione del lavoro, le leggi e ordine sociale, non sono generati dalla cooperazione sociale, bensì dal conflitto. L’origine ebraica di Gumplowicz – con tutto ciò che comporta in termini di conflitti etnici e razziali e di “lotta per la sopravvivenza” – è certamente all’origine di tali convinzioni che egli ha descritto in due delle sue opere maggiori: Lineamenti di Sociologia, 1886 e La Lotta delle Razze, 1909. L’organizzazione del lavoro e le regole sociali che ne conseguono (vale a dire il “diritto”) sono generati dai conflitti tra le classi sociali. La sociologia pessimistica di Gumplowicz sembra sintetizzare il selezionismo darwiniano con le istanze marxiste formando un’ideologia in cui, apparentemente, leggi naturali, ideologie politiche, scienze giuridiche e sociali formavano un sorta di miscela omogenea ove però uno dei costituenti – il selezionismo darwiniano – non è omogeneamente miscibile con gli altri. Nella sociologia di Gumplowicz io ravvio un vizio metodologico che consiste nel considerare omogenei e simmetrici sistemi che omogenei e simmetrici non sono. Gumplowicz – che perviene a una forma di darwinismo sociale partendo dalle esperienze e dal punto di vista degli oppressi – finisce sorprendentemente a condividere questo errore con i vari esponenti del darwinismo sociale che utilizzavano ideologicamente il selezionismo come strumento giustificatorio per i comportamenti oppressori. Questa inquietante convergenza degli opposti derivata dalla distorsione della dottrina darwiniana è paradigmatica dei possibili effetti causati dalla distorsione su base ideologica delle dottrine scientifiche in genere.
C’è quindi tutta una storia – una continuità filetica di darwiniana memoria, a voler utilizzare anche noi l’analogia darwiniana – tra Spencer, Galton, Bagehot, Gumplowicz, Dawkins e il sempre pimpante darwinismo sociale di oggigiorno. Nel 1944, lo storico americano Richard Hofstadter (1916-1970) pubblica il saggio Social Darwinism in American Thought, 1860–1915 (Il Darwinismo Sociale nel Pensiero Americano tra il 1860 e il 1915) nel quale analizza criticamente il capitalismo americano di fine Ottocento. Tale saggio costituisce un raccordo sia lessicale che semantico tra il darwinismo sociale dell’Ottocento e quello del Novecento. Hofstadter mostra come l’ideologia del darwinismo sociale fosse utile a giustificare “scientificamente” l’innato individualismo competitivo degli americani e lo sviluppo della politica imperialista da parte della loro nazione. Con il saggio di Hofstadter, l’espressione “darwinismo sociale” diviene una locuzione popolare. Divenendo popolare, la locuzione non trova più ostacoli all’estensione ai più vari contesti (politico, economico, ecc.), finendo così col chiudere il cerchio e facendo tornare l’ideologia del selezionismo là da dove era partita, vale a dire all’ambito delle scienze biologiche: e con questo si arriva alla contemporaneità. Prima, però, di aprire quest’ultimo capitolo, è necessario che ci soffermiamo sulla riflessione italiana di fine secolo nei confronti dell’evoluzionismo e del selezionismo, e sulle implicazioni o sulle applicazioni dell’ideologia darwinista all’ambito sociale e politico del nostro paese. Il capitolo “italiano”, pur collocandosi nella periferia provinciale della riflessione sul darwinismo, è importante per due motivi: il primo è che il darwinismo, collocandosi nella corrente del pensiero razionalistico europeo, si inserisce in modo strutturale nel feroce dibattito politico, religioso, istituzionale dell’Italia postunitaria. Il secondo motivo è che in Italia il dibattito sul darwinismo, e la transizione di questo da dottrina scientifica a dottrina ideologica, fu ampio e ricco di spunti interessanti e ancora attuali.

NOTE:

1 De Florio V., A behavioural model for the discussion of resilience, elasticity, and antifragility (2015); presentazione. (http://goo.gl/OIWftf; 5/11/2015)

2 Borzini P., Darwin-ismo. Methodologia on line. WP 278: pp. 18-20; (http://goo.gl/74Cnzq; 5/11/2015; Borzini P., Non tutto, per favore, nel nome di Darwin. Methodologia on line. WP 287: pp. 1-10; (http://goo.gl/iZ9y9s; 5/11/2015].

3 Mazzotti M., Il newtonianesimo e la scienza del Settecento. Enciclopedia Treccani on line: (http://goo.gl/VrlAeL; 5/11/2015).

4 Una definizione essenziale di “darwinismo sociale” è quella data da Alessandra La Marca che lo definisce come “una lettura semplificata della teoria di Darwin che si voleva applicare meccanicamente alle complesse società umane”. [La Marca A. Darwin, Charles Robert. Enciclopedia Treccani on line: (http://goo.gl/7C0h3B; 5/11/2015).

5 Nel 1975, pubblicando il libro Sociobiology: the new synthesis (Sociobiologia: la nuova sintesi), Eduard Wilson diede il nome a una branca degli studi antropologici il cui fondamento era quello di ricondurre il comportamento socioculturale dell’uomo alla sua matrice naturale, ove idee, comportamenti e culture si affermano attraverso meccanismi di “selezione naturale” in cui biologia e geni svolgono un ruolo fondamentale.

6 Bagehot W., Physics and Politics – Thoughts on the application of the principles of “natural selection” and “inheritance” to political society. Henry S. King & Co., London, 1872. (http://goo.gl/h6CWCU; 5/11/2015].

* Piero Borzini, nato nel 1950, laureato in medicina. Una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto, alla terapia rigenerativa. Terminata l’attività ospedaliera, si è dedicato a discipline all’interfaccia tra l’antropologia e le scienze biomediche: l’evoluzione biologica, l’evoluzione culturale, l’evoluzione del linguaggio, la storia della biologia. Ha pubblicato due libri con Aracne (Roma) Immunologia, evoluzione, pensiero; Diventare umani; un altro (William Bateson, l’uomo che inventò la Genetica) è in corso di pubblicazione presso Biblion (Milano). Da qualche anno pubblica articoli (Working Papers) per Methodologia on line, rivista della Società di cultura Metodologico-Operativa.

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