Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Di un certo consenso al dolore. A partire dal saggio di Georges Blin

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> di Gianluca Valle*

Poco noto al pubblico italiano, Georges Blin, di recente scomparso alla ragguardevole età di 97 anni, è stato un intellettuale francese che ha a lungo insegnato al Collège de France, imponendosi come pioniere di una nouvelle critique, di stampo filosofico, attenta al progetto e al pensiero degli autori esaminati. Conosciuto dagli specialisti come studioso di Stendhal e di Baudelaire, egli è anche l’autore di illuminanti saggi sui temi e sulle figure più disparate: dall’erotica del riso all’avere portamento, dal surrealismo alla poetica di Yves Bonnefoy, dallo stoicismo di Crisippo all’alternativa di Kierkegaard, alla non-philosophie di Jean Wahl, all’esistenzialismo umanistico di Sartre.

Di un certo consenso al dolore è il primo scritto di Blin tradotto in italiano, arricchito dalla postfazione di Patrick Labarthe e dal provocatorio saggio di Silvia Peronaci sulla presunta privatezza del dolore. Il breve trattato che qui presentiamo comparve per la prima volta nel 1944 e si configura come una lucida e brillante disamina del rapporto tra il dolore e la soggettività. Si tratta di un testo gravido di riflessioni acute e talvolta paradossali, caratterizzato da uno stile incalzante e tagliente come l’articolo sull’Incisione (1945) che accompagna – impreziosendola – l’edizione italiana curata con acribia filologica dal francesista Giuseppe Grasso. La tesi di fondo è lapidaria e per certi versi sconvolgente: la schiavitù che sperimentiamo nei riguardi del dolore è sempre volontaria. Sulla scia di Étienne de la Boétie, autore del celebre trattato sulla Servitù volontaria (1576), Blin sostiene che – se siamo tiranneggiati dal dolore – è perché gli abbiamo detto sì.
Ma veniamo alla trattazione vera e propria: come primo passo, il critico francese afferma di non voler prendere in considerazione alcune forme di dolore cui acconsentiamo soltanto per avere in cambio qualcosa. Rientrano tra queste lo “spirito cristiano di contrizione” che aspira alla vita ultraterrena; la ricerca del dolore attuata dai masochisti che così vogliono sentirsi vivi; la malinconia che proviamo per la perdita di una persona amata e che così tentiamo di tenere legata a noi. Blin lascia da parte queste “forme eterodosse del patire” (volute in vista di altro) e si dedica, invece, ad esaminare la “sofferenza più banale e più ingenua”, per mettere in luce “l’atto di adesione radicale” con cui ognuno di noi, in fondo, vuole il proprio male. Tale affermazione è in palese contrasto con quanto sostiene il senso comune e con quanto dichiarano alcune celebrate teorie filosofiche e psicologiche, come quella dei sensisti e dei behavoristi, in base alle quali il dolore sarebbe una sensazione indipendente dalla nostra volontà, che cerchiamo in ogni modo di evitare. Con grande acutezza, Blin riuscirà a rovesciare il comune modo di vedere, concentrandosi su tre tesi fondamentali. In primo luogo egli dimostra che il dolore non è una sensazione. Quando percepiamo il mondo, esso si dispiega intorno a noi, senza il concorso della nostra volontà; quando sentiamo dolore, invece, così come quando cerchiamo di rimuoverlo o di opporvi resistenza, la nostra soggettività è entrata in gioco con la sua libertà di scelta, lo ha previamente autorizzato a manifestarsi. In altri termini, la percezione è impersonale; il dolore è sempre – e non potrebbe essere altrimenti – personale. La percezione della realtà non esige il concorso del mio io, avviene da sé ed è comune a tutti; al contrario, il dolore – quando c’è – è sempre vissuto in prima persona, attivando la mia libertà di risposta. Ciò spiegherebbe perché, secondo Blin, chi protesta contro il dolore, lo fa solo perché in realtà lo ha prima accolto in se stesso.
La seconda tesi sostenuta da Blin è che il dolore ha una natura intellettuale. È grazie al dolore o alla malattia che vengo a conoscenza di alcune parti del mio corpo, di cui altrimenti ignorerei l’esistenza (solo i malati epatici sanno di avere un fegato…). Il dolore gode di un’evidenza peculiare, perfino superiore a quella del pensiero: Cartesio diceva “posso dubitare di tutto, ma non del fatto che sto dubitando (e cioè che esisto)”; Blin dichiara “posso dubitare di tutto, ma non del fatto che soffro (e che quindi esisto)”. In più, quando sto male, mi chiedo perché e scavo nelle mie ferite, in cerca di risposte. Quando sto bene, non sento il bisogno di farmi domande, anche perché appena comincio a pormele vuol dire che il benessere è finito e l’attimo felice è passato. Il dolore, afferma Blin, “nasconde una richiesta di conoscenza” e richiama la nostra attenzione, ovvero l’esercizio volontario del nostro intelletto. I dolori stimolano le nostre funzioni cognitive, ci invitano a dirigere l’intero nostro essere su di essi, ad esaminare con la lente di ingrandimento le cause (fisiche o psichiche) da cui traggono origine: è in quel momento che li avvertiamo bruciare ancora di più.
L’ultima tesi di Blin consiste nel ritenere che il dolore sia la parte più interna, il nucleo intimo del conatus: in tal senso, esso non è contrario all’impulso di autoconservazione, ma anzi lo alimenta. Sulla scia di Le Senne, Blin dichiara che il dolore ha una natura contraddittoria: lo temiamo perché siamo attratti da esso. Basti pensare alla seduzione del baratro: la vertigine che proviamo è un invito a lasciarsi cadere giù. La mia volontà è combattuta tra repulsione e attrazione verso il dolore, ma l’attrazione ha la meglio sulla repulsione perché il nostro sentire fondamentale è sintonizzato con esso: “noi ci sentiamo sposati con la nostra pena come con la nostra anima. Ci riconosciamo nel nostro male come nel nostro egoismo primario, come nella nostra permanenza essenziale”. Amiamo soffrire, perché ci fa sentire vivi, ci dà la consistenza di soggetti. In più, dice Blin, “se siamo noi a soffrire, sono sempre gli altri a morire”: la morte non è affar nostro fin tanto che soffriamo. Dando il nostro consenso al dolore non facciamo altro che alimentare la nostra volontà di vivere, rimuovendo il pensiero della morte ed evitando di farci carico della nostra finitezza.
Il fascino e l’attrattiva di queste tesi sono dovuti alla sottile perspicacia con cui vengono sostenute e alla ricchezza di esempi (letterari e filosofici) che il critico francese impiega per dimostrarle. Stimolati in profondità da questo agile pamphlet e pronti a rilanciare la sua formidabile portata interrogativa, ci chiediamo però se si tratti di posizioni interamente condivisibili. Il dolore è davvero così attivo e volontario, come sostiene Blin? Sono davvero libero di rifiutare il consenso al dolore? Blin sostiene che gli dico sempre di sì, sottomettendomi volontariamente ad esso; è legittimo pertanto chiedersi se è in mio potere dirgli a volte di no, e quindi impedirmi di provarlo. Sulla scia di Schopenhauer, inoltre, Blin giustifica la nostra tendenza a capitolare al dolore con la presunta esistenza in noi di una fondamentale attrazione per il male. Schopenhauer e Blin hanno ragione nel sostenere l’assoluta priorità del dolore rispetto al piacere?
Non è certo possibile in questa sede esporre delle precise controargomentazioni alla disamina di Blin, ma ci pare opportuno enucleare almeno alcune considerazioni. La distinzione tra dolore e sensazione è senz’altro condivisibile, in quanto la sofferenza e il dolore – a differenza delle mere impressioni sensibili – sollecitano la presa di coscienza dell’io. Blin estremizza però la tesi della volontarietà del dolore confondendola con l’intenzionalità (intentio) della coscienza. In altre parole, la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, e cioè è sempre diretta verso qualcosa; è evidente quindi che – quando provo dolore – la mia coscienza lo intenziona, ma questo non significa che io lo abbia voluto. L’intenzionalità della coscienza non concerne la mia libertà di volere qualcosa, ma indica solo che qualcosa è presente alla coscienza secondo determinate modalità. In disaccordo con Blin, saremmo propensi a far rientrare il dolore nell’ambito di quella che Heidegger chiama la Befindlichkeit, e cioè la “situazione affettiva” che colora l’esistenza umana e che rivela all’esserci la sua gettatezza nel mondo. Il dolore – non meno della sensazione – rientra nella fatticità dell’esserci, e come tale appare legato più al patire o all’essere affetti che all’agire o al volere. Il dolore si configura sempre come un dato, in qualche modo originario e inemendabile, che può essere preso in carico dalla nostra volontà solo perché prima si è manifestato da sé, facendo irruzione nelle nostre vite, ovvero nell’essere del Dasein.
Blin sostiene anche che noi acconsentiamo volontariamente al dolore; perfino quando ci opponiamo ad esso o lo temiamo, in fondo, gli abbiamo permesso di superare le difese appositamente costruite per tenerlo lontano, autorizzandolo a penetrare in noi. Il consenso c’è, dunque, ma è obbligato! Del resto, come sarebbe possibile rifiutare il nostro consenso al dolore provato in corrispondenza di una carie, di una frattura, per la perdita di una persona amata o per la fine di un amore? Se non posso respingere il dolore o non posso vietarmi di sentirlo, di che libertà stiamo parlando? Il dolore, come gran parte delle cose che ci accadono, non dipende dalla nostra volontà, ma da circostanze contingenti, casuali o, se si vuole, da una concatenazione necessaria di cause e di effetti che però è al di fuori delle nostre possibilità di controllo. Più che parlare di un certo consenso al dolore, appare utile chiedersi se disponiamo di una capacità di iniziativa nei confronti del dolore: forse essa non riguarda il dolore come tale, ma i modi in cui possiamo relazionarci ad esso, cercando ad esempio di attribuirgli una valenza trasformativa.
Terza e ultima questione. Una lunga tradizione di pensiero, che affonda le sue radici nell’epicureismo, sostiene che il piacere non sarebbe altro che assenza di dolore: aponia (assenza di dolore nel corpo) e atarassia (assenza di turbamento nell’anima). Come osserva Schopenhauer, esplicitamente richiamato da Blin, il dolore non solo verrebbe prima, ma sarebbe anche quantitativamente superiore rispetto ai piaceri: non ci possono essere dei piaceri che non siano preceduti da dolori, ma non tutti i dolori sono destinati a cessare e a tradursi in piaceri. In accordo con le parole contenute nell’Ecclesiaste “più intelligenza avrai, più soffrirai” (I, 18), Schopenhauer e Blin sono persuasi che l’uomo soffra di più perché è più consapevole della sua spinta a vivere rispetto agli altri esseri; finché soffre vuol dire che è vivo, e siccome vuole continuare a vivere vuole continuare anche a soffrire. C’è da chiedersi se questa visione del dolore – e del piacere – che tanti consensi ha raccolto nella storia del pensiero (Blin compreso) non possa essere in qualche modo rovesciata. La sofferenza è senz’altro più familiare agli uomini dei momenti felici, ma ciò non implica che il piacere o la gioia siano per forza derivati da essa. Come ci si può dolere di una perdita o di una mancanza, se non abbiamo mai provato l’esperienza piena del benessere, del piacere intesi come condizioni positive in sé? Può forse esservi perdita senza che prima ci sia stato un possesso, o consumazione di qualcosa che è in sé negativo? Se il dolore fosse più originario del benessere e della felicità, come potrebbe l’uomo capire che cosa significa soffrire? Potrebbe avere ragione Proust, quando nel Tempo ritrovato afferma: “se non fossimo stati felici, non foss’altro grazie alla speranza, le sventure sarebbero prive di crudeltà, e per conseguenza infruttuose!”.

* Gianluca Valle, nato nel 1971, è docente di ruolo di Filosofia e Scienze Umane presso il Liceo “G. Caetani” di Roma. Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Pisa e il dottorato di ricerca in Filosofia presso la Scuola Internazionale di Alti Studi “Scienze della Cultura” della Fondazione Collegio San Carlo di Modena. È autore di numerosi saggi di estetica e fenomenologia, del volume La vita individuale. Etica ed estetica in Georg Simmel (FUP 2008). Di recente ha curato una nuova edizione italiana dell’Elogio della filosofia di Merleau-Ponty (Solfanelli 2014). Svolge attività di consulenza editoriale per opere scolastiche di ambito filosofico. È traduttore dal francese di testi saggistici (filosofia, storia, sociologia, critica letteraria).


Georges Blin, Di un certo consenso al dolore, ed. Solfanelli, Chieti 2015. A cura di Giuseppe Grasso. Con due scritti di Patrick Labarthe e Silvia Peronaci.

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