Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Virginia Woolf tra follia e narrazione del sé

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> di Laura Sugamele

Abstract
Il periodo compreso tra le due guerre mondiali, definito periodo di riflusso, costituisce una sorta di fase di transizione per il femminismo. In questo contesto, le pensatrici di rilievo sono: Simone de Beauvoir e Virginia Woolf, le cui riflessioni hanno rappresentato uno stimolo per un rinnovamento teorico del pensiero femminista. In particolare, in questo saggio, esaminerò Virginia Woolf, la sua scrittura e la sua personalità in bilico tra follia ed espressione artistica geniale, fattori che, senza dubbio, la collocano nell’orizzonte letterario del Novecento come autrice creativa ed icona di spicco del femminismo.

Virginia Woolf nacque a Londra il 25 gennaio 1882. Il padre Sir Leslie Stephen era uno dei più grandi saggisti e storiografi della Londra vittoriana del tempo. Virginia e sua sorella Vanessa (scrittrice e pittrice) furono educate in casa, a differenza dei fratelli a cui fu permesso di frequentare l’università di Cambridge. La vita di Virginia si caratterizzò per le varie perdite dei membri della sua famiglia e ciò la portò a soffrire di una graduale forma di malinconia e tristezza interiore. La madre, Julia Prinsep, morì nel 1895, episodio nefasto che fece subentrare in lei i problemi di depressione che proseguirono e divennero anche più gravi a causa della morte della sorella Stella, che sostituì il ruolo materno, e di quella del padre che avvenne nel 1904. Inoltre, Virginia nella sua vita fu notevolmente sensibile a periodi di forte depressione e collasso nervoso, a causa di abusi sessuali commessi su di lei e su sua sorella Vanessa da parte dei fratellastri George e Gerald Duckworth. Comunque, Virginia anche se con stati depressivi alternati, non rimase mai inattiva dal punto di vista letterario. Infatti, nel 1912 sposò Leonard Woolf, il quale amò profondamente la moglie sostenendola sia nella scrittura delle sue produzioni sia durante le sue fasi depressive. Fu così che Leonard e Virginia fondarono nel 1917 la casa editrice Hogarth Press, che emerse come realtà letteraria ed editoriale di spicco dell’epoca indirizzata maggiormente alla pubblicazione di nuovi scrittori stranieri quali: Katherine Mansfield e Thomas Stearns Eliot. Grazie alla Hogarth Press venne anche pubblicata la prima traduzione in lingua inglese dei saggi di psicoanalisi freudiana.

All’epoca, Virginia divenne una scrittrice molto stimata e a questo periodo risalgono i sue due primi romanzi: Kew Gardens e Notte e giorno, anche se, il romanzo più importante e che viene considerato il vero capolavoro di tutta la sua produzione è Mrs Dalloway. Ulteriori opere sono: Gita al faro, Orlando, Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee. La caratteristica delle opere della Woolf è particolare non solo da una prospettiva linguistica e stilistica, ma anche per la specifica psicologia identitaria e il tormento interiore dei personaggi che viene meticolosamente descritto dalla scrittrice. Tale tormento era parte della stessa esistenza di Virginia, il quale diventa emblematico nel Diario di una scrittrice, romanzo considerato reale testimonianza del dolore intenso e violento che come donna, in primo luogo, ella provava, condizione interiore che la condusse alla scelta consapevole del suicidio che avvenne il 28 marzo 1941 gettandosi nel fiume Ouse.

Analizzando attentamente la biografia di Virginia Woolf, si comprende come la sua scrittura fosse condizionata dalle personali vicissitudini. La scrittrice che certamente non aveva risolto i suoi problemi di abusi infantili da lei subiti e che ebbero anche risvolti negativi sulla non accettazione della propria femminilità e sessualità, in età adulta, si presentava come una donna sofferente di malinconia e di psicosi depressiva, condizione che influì molto sulla sua scrittura. Virginia infatti alternava momenti di eccessiva serenità a fasi di infelicità e depressione, estremi che ella analizzava e descriveva con grande lucidità nei suoi romanzi e che trasferiva nelle storie dei suoi personaggi. Considerando questo profilo, la scrittura di Virginia Woolf trasmette ai lettori «la mélodie interrompue de notre vie interieure» (Bolchi 2007, 130). La scrittura della Woolf risulta, tuttora, unica come genere letterario non solo per la tecnica stilistica, ma anche per una ricerca delle caratterizzazioni psicologiche dei personaggi, ricerca che per l’autrice era fondamentale prima di iniziare a scrivere e che si risolveva nella «perfetta incarnazione dei pensieri della mente» (p. 116) e, dunque, in linea con la tecnica stilistica del flusso di coscienza adoperata dallo scrittore irlandese James Joyce.

Tale ricerca era una costante nella scrittura di Virginia, per la quale la novità e la sperimentazione letteraria, si connettevano alla possibilità che tali particolarità psicologiche prendessero vita proprio nella parola scritta. In tal senso, cristallizzare la psicologia interiore, narrare e rappresentare le peculiarità e individualità comportamentali, per la Woolf, significava possibilità di ordinare questi elementi e profili attraverso il linguaggio verbale (p. 116). È così che il romanzo si costituisce quale strumento atto alla fissazione scritta delle esperienze e dei dolori personali che Virginia trasferiva in esso. Interiorità e scrittura sono, quindi, sinonimi di uno stesso percorso che l’autrice adottava per lasciare una traccia indelebile della propria esistenza. Da un punto di vista psicologico, attraverso la scrittura ci liberiamo dai nostri dolori e tormenti; il diario o il romanzo diventano come un compagno di viaggio o un amico al quale raccontare le nostre sofferenze. Con la scrittura diventiamo registi e protagonisti della nostra vita, una scrittura autobiografica nella quale esistono contemporaneamente due dimensioni: la gioia e la felicità, la nostalgia e la malinconia. «La scrittura di sé ci lascia affacciare anche su qualcosa che non è possibile tradurre nel linguaggio razionale e ci permette di comprendere anche quanto ci appare ineluttabilmente inafferrabile e indefinibile» (Galanti 2012, 123). La scrittura in Virginia Woolf si presenta, dunque, come «organizzazione di significanti» (Di Certeau 2006, 101), una scrittura terapeutica, strumento attraverso cui i pensieri, le paure e le angosce interiori assumono un significato preciso. In quest’ottica, la scrittura diventa cura dello smarrimento del sé, una conquista pedagogica che si definisce come relazione attiva tra colui/ei che scrive e afferma le proprie emozioni interiori e il testo scritto nel quale queste emozioni si concretizzano. Questo meccanismo si esplica quindi come pedagogia della cura, con la quale Virginia entrava in contatto con il proprio sé, riconoscendone ed esaminandone criticamente gli aspetti più reconditi.

Allora, la narrazione simbolica delle personali emotività diventa narrazione scritta, trasformandosi in relazionalità tra l’autore di un testo e la parola scritta e concretizzandosi in riconoscimento reale di eventuali sentimenti di sofferenza o dolore che, senza una tale alternativa, sarebbero irrisolti e probabilmente negati. Scrivere ha dunque il risultato di produrre una sorta di sdoppiamento da parte dell’autore che, nella fase creativa, può cogliere l’opportunità di esaminare i suoi drammi interiori, narrarli, attraversarli ed elaborarli in modo attivo e positivo (Barbieri 2013, 265). L’autore è soggetto e oggetto, una voce che resoconta e, al contempo, osserva tutta la trama, focalizzandosi su di essa mediante due punti di vista: come personaggio che vive la storia e come narratore che riferisce la storia (p. 266). Il profilarsi di tale considerazione porta a identificare la scrittura woolfiana, oltre che come recupero, elaborazione e superamento delle proprie fragilità, anche come significativo elemento di cura di sé. Detto ciò, la scrittura attribuisce senso alla nostra esistenza, la trasforma, attraverso l’esperienza della costruzione narrativa. L’attività della narrazione permette, nello specifico, di attuare un equilibrio nel coinvolgimento rispetto alle esperienze precedenti e alle angosce interiori.

Secondo questa prospettiva, «la narrazione di sé si collega quasi naturalmente con l’origine della psicoanalisi» (Galanti 2012, 126). Freud, ad esempio, curava le donne alle quali veniva diagnosticata l’isteria attraverso la narrazione della propria vita. Per la cura di queste donne, la terapia psicoanalitica prevedeva che esse raccontassero le loro esperienze personali, sofferenze, dolori, bisogni o fantasie profonde, con l’ausilio della spiegazione simbolica e narrativa. Nella relazione terapeutica, infatti, l’analista non si limita semplicemente ad osservare in maniera distaccata i cambiamenti o ad analizzare l’inconscio del paziente da un punto di vista oggettivo. Questa relazione è infatti essenzialmente attiva, nel significato di scambio comunicativo reciproco tra l’analista che entra in contatto con l’universo interno del paziente e il paziente che attraverso l’esperienza narrativa fa emergere la sua emotività, rendendola leggibile e comprensibile. Chiaramente, la psicoterapia non si limita a rimuovere le sofferenze altrui, ma è un percorso di superamento di tali sofferenze attraverso l’incontro di due soggettività: l’analista e il paziente, nella quale entrano in gioco le risorse interiori di entrambi (Concato 2006, 19-20).

Alla luce di questa osservazione, la personalità di Virginia Woolf come scrittrice, non può essere ricondotta ad una visione riduttiva di donna in preda a psicosi maniaco-depressive. La personalità dell’artista che era in lei andava ben oltre; si intrecciava alle opposizioni del suo animo, in una danza tempestosa tra depressione e malinconia, anoressia e follia, ironia, allegria e benessere psichico, uno stato di impetuosità tale da favorirne una incredibile spinta creativa. Come osserva Maria Antonella Galanti, oltre a Virginia Woolf, «molti tra i più grandi artisti mostrano come la loro arte sia strettamente legata a una vena di follia e fragilità, talvolta di vera e propria malattia psichica conclamata» (Galanti 2012, 135). Da questo punto di vista, Virginia e suo marito Leonard, riuscirono a gestire i problemi mentali di lei e ad incanalarli rendendo ciò talmente fruttuoso, fino a fare di Leonard un editore conosciuto nella Londra del tempo e di Virginia quale grande scrittrice ed artista creativa e raffinata. Il matrimonio e la malattia mentale, nel rapporto tra i coniugi Woolf si rivelarono, dunque, ottimi ingredienti per poter superare le difficoltà della vita e raggiungere le aspirazioni personali di entrambi (Marchetti 2011, 11). Virginia, sin dalla sua fanciullezza provava, infatti, un sentimento costante di essere sminuita ed ostacolata nelle sue realizzazioni intellettuali, già a causa dell’educazione ricevuta dalla famiglia all’interno della casa, situazione che la portò ad interiorizzare un sostanziale rifiuto della sua condizione di donna.

Nel romanzo Una stanza tutta per sé, emerge proprio il tema della subordinazione femminile che valicava la questione strettamente sociale ed economica, includendo anche l’arte e la scrittura riservati unicamente al mondo maschile. Innanzitutto, è interessante osservare che Una stanza tutta per sé fu scritta in occasione di due conferenze organizzate a Cambridge, nei collegi femminili di Newnham e Girton presenziate da Virginia Woolf ed incentrate sul rapporto delle donne con la scrittura.

Al centro della sua riflessione, la scrittrice individuava due motivi principali che spiegavano l’assenza delle donne dal mondo letterario: la dipendenza economica dai mariti e l’impossibilità di condurre una vita autonoma, essendo sempre impegnate esclusivamente in ambito domestico. Questa situazione così ristretta ha privilegiato gli uomini, i quali hanno goduto del tempo e delle condizioni economiche per dedicarsi alla scrittura. Secondo Virginia, questa situazione ha ostacolato le donne nella possibilità di esprimersi in personali creazioni intellettive e nella libertà di affermare le proprie idee e punti di vista anche in ambito politico.

Woolf sosteneva che sin dall’Ottocento, a partire dalla scrittrice Jane Austen, le donne si erano dedicate alla scrittura, limitandosi a quella dei romanzi e, quindi, ad una esperienza artistica considerata poco rilevante e di minore impegno. Inoltre, Woolf evidenziava che anche se le donne volessero dedicarsi alla scrittura, in ogni caso, esse non troverebbero delle autrici alle quali ispirarsi come punti di riferimento, ma solamente una tradizione letteraria al maschile che ha priorità in tal senso. «L’esiguità della tradizione femminile produce un circolo vizioso: le donne che desiderano diventare scrittrici non trovano nella tradizione maschile dei punti di riferimento utili per loro» (Passarelli et al. 2011, 97). Una tale assenza di modelli femminili provoca l’effetto di scoraggiare le donne dal diventare scrittrici e, di conseguenza, impedisce la possibilità che si formi una tradizione letteraria al femminile, ragion per cui, Virginia Woolf invitava tutte le donne e, in particolare, le giovani, ad impegnarsi nella scrittura. Questo perché, secondo Woolf, più le donne scrivevano, più esse potevano riappropriarsi di quella scrittura, di quella parola che, per secoli, era incentrata unicamente su istanze maschili che col fatto stesso «di criticare l’altro sesso» (Woolf 2011, 49) e biasimare qualsiasi azione di emancipazione femminile, certamente, «ebbero la loro parte» (p. 49) nell’ostacolare le donne nella scrittura.

La posizione di Virginia era quindi radicale, soprattutto, considerando che la condizione di tutte le donne ed appartenenti a qualsiasi classe sociale si rivelava simile, in quanto legata ad una situazione di dipendenza-subordinazione sociale e culturale, dapprima sottoposte all’autorità del padre e, successivamente, a quella del marito attraverso il matrimonio, posizione che divenne insieme alle riflessioni della filosofa Simone de Beauvoir, un punto di riferimento nel femminismo di seconda ondata.

«Virginia Woolf riesamina in modo radicale la condizione femminile e i rapporti tra i generi, esplora le ragioni del lungo silenzio delle donne nella storia e nella cultura, interroga i limiti della cittadinanza femminile appena conquistata e la questione più ampia del senso di appartenenza o non appartenenza delle donne allo Stato. Ma, soprattutto, sposta decisamente quello che è stato fino a quel momento l’asse principale della riflessione femminista: non basa più la rivendicazione di maggiori diritti per le donne sulla dimostrazione della loro fondamentale uguaglianza con gli uomini ma mira a valorizzare proprio la loro differenza» attraverso la scrittura (Passarelli et al. 2011, 94). Woolf punta quindi sul ruolo femminile nella sfera privata che, però, viene rivalutato alla luce di un nuovo modo di fare scrittura, accentuato attraverso l’enfasi posta sul corpo delle donne che deve essere riappropriato rispetto alla mera considerazione della donna-oggetto, analogamente ad una riappropriazione dell’intelletto femminile che, come quello maschile, è adatto alla scrittura (Saletta 2007, 43).

Da questo punto di vista, il titolo Una stanza tutta per sé risulta emblematico perché amplifica la situazione delle donne che anche in ambito privato, possono trovare la propria autonomia, un margine di espressione individuale che mediante la scrittura si contrappone alla quotidianità familiare e che nel caso del diventare scrittrice, significa in più «possedere la capacità di creare un proprio prodotto scritto, di avere, quindi, una professione che regali fama, soldi, seppur pochi, autonomia e visibilità sociale indipendentemente dalla vicinanza dell’uomo» (p. 44).

Per ritornare al discorso sullo stile della scrittura woolfiana, la descrizione così originale dei personaggi, può essere considerata una componente essenziale di una scrittura narrativa, ma che, al contempo, si presenta come narrazione autobiografica e di particolare intensità. Lo stile autobiografico emerge nella scrittura woolfiana e si presenta, infatti, come una scrittura dell’identità e della rappresentazione dei caratteri, delle psicologie individuali grazie alle quali Virginia Woolf, riusciva a dare forma alla sua stessa vita, alla sua autobiografia di fatti concreti vissuti da lei stessa e che nello scritto assumevano forma e consistenza. A tal proposito, oltre ai traumi che Virginia dovette subire durante la sua infanzia, sommati ad un senso di inadeguatezza sociale legata alla sua femminilità, la resero vittima di un’angoscia costante ed espressa in un incontenibile malessere psicofisico. Proprio da questa fragilità interiore, elemento cardine nella scrittura di Virginia Woolf, subentra l’idea di Leonard di fondare la Hogarth Press sia per pubblicare i testi di entrambi i coniugi e di altri autori, sia per sostenere la moglie con un «intenzione in qualche modo terapeutica» (Galanti 2012, 137). Virginia provava infatti due sentimenti ambivalenti: come scrittrice si sentiva ostacolata nella possibilità di raggiungere le proprie ambizioni e sottoposta ai giudizi delle recensioni e delle critiche dalle quali era in genere intimorita; come donna subiva i giudizi morali della società, da lei accettati nel matrimonio con Leonard, nonostante il suo affetto per lui non fosse costante e avesse una radicata sessofobia (p. 137).

La creatività di Virginia si originava, dunque, proprio all’interno di questa polarità, di questa ambiguità, di due aspetti talmente inconciliabili, ma comunque presenti nella stessa identità. Il rapporto negativo che Virginia aveva con la sessualità si estendeva anche alla maternità. Il trauma della morte della madre fu l’evento cardine dell’esistenza malinconica di Virginia. «La perdita della madre è un trauma con il quale Woolf dovette confrontarsi giorno per giorno, nella difficoltà di “ri-definire” se stessa, nella ricerca di “ri-appropriarsi” di una realtà che prima veniva continuamente filtrata e illuminata dalla presenza forte della madre. Quando viene a mancare la luce attraverso la quale, inconsciamente, si osserva il mondo, si viene all’improvviso colpiti, come investiti, dalla consapevolezza della larga misura in cui quella luce permeava il nostro essere e per continuare a vivere diventa pressante la necessità di impossessarsi nuovamente del reale, di trovarne una nuova fonte di luce» (Gorgoglione 2009, 66).

Detto ciò, la scrittura woolfiana è il risultato di un sentimento irrisolto, di una assenza e della ricerca incessante del trovare in se stessa una forma di appagamento, che Woolf realizzava proprio con la scrittura. L’assenza della figura materna emerge nella scrittura woolfiana, la quale assume la concretezza risolutiva di un mondo che si frantuma, ma al quale può essere restituita la dignità dell’esperienza che ha nella tragicità dell’evento vissuto la sua forza risolutiva. Woolf riesce a riconquistare la sua identità «attraverso la definizione del ritratto della madre, che si configura come conoscenza di sé» (p. 80).

Per tale ragione, la relazione madre-figlia, sia come presenza sia come mancanza esistenziale diventa il fulcro della narrazione autobiografica e, dunque, base di una scrittura che diviene emancipatoria in Woolf, ma anche proprietà salvifica che consente all’autrice di riguadagnare l’individualità frammentata a causa della scomparsa della figura materna. La madre è quindi la struttura simbolica di una scrittura con la quale l’autrice si collega al suo mondo interiore, lo supera e acquisisce una personale libertà di azione. In quest’ottica, la scrittura woolfiana è un percorso trasformativo e di elaborazione degli aspetti reconditi della psiche umana che per il tramite della scrittura, dissimula, manifesta e svela la sua identità in varie rappresentazioni, dalla morte della madre alla distanza dal padre, per finire con i traumi infantili vissuti. Virginia Woolf ha infatti incentrato la sua scrittura sul proprio sé interiore, una scrittura personale in cui emerge un’autenticità letteraria che manifesta una certa personalità autoriale, la quale è cristallizzata nella creatività artistica, ragion per cui, la scrittura di Woolf rappresenta l’inconfessabilità dell’esperienza interiore dell’autrice che, attraverso la parola, si rivela in tutta la sua profondità comunicativa come espressione del carattere essenzialmente simbolico che è nella narrazione woolfiana (Catà 2013, 325).

In questa prospettiva, la «scrittura di Virginia è una sorta di riduzione eidetica letteraria, in cui la realtà del mondo è osservata e descritta a partire dall’anima dell’autore proiettata nelle cose e nelle persone esterne» (p. 325). È così, che la psicopatologia in Woolf, nel testo scritto non assume la visione negativa della malattia, ma si sostanzia come versione rinnovata tra il soggetto e il testo scritto, grazie al quale l’autrice sperimentava il rapportarsi con l’inesperibile. Detto ciò, malattia mentale e suicidio acquistano la valenza drammatica del congiungimento tra finito e infinito attraverso la scrittura. «Il suicidio da accezione tragica e fatale, diviene in questo caso disseminazione mistica di senso» (p. 337).

Nel testo scritto, Virginia Woolf «sperimenta una struttura narrativa di tipo spaziale, costruita attraverso un movimento che potremmo definire a ellisse, che presenta cioè una costanza rispetto a due fuochi: la cosa guardata; il soggetto che guarda» (Marino 2013, 55). Certamente, i traumi e la sofferenza interiore dell’autrice rappresentano il filo conduttore della sua scrittura intima e personale. I traumi accompagnarono costantemente la vita di Virgina, analogamente al forte desiderio di essere accettata dall’opinione pubblica, sentimenti incredibilmente contraddittori, ma che ella riuscì a trasferire nei suoi scritti, assumendone quasi consapevolezza e tentando una forma di auto-accettazione del sé. Questi estremi componevano la sua scrittura, in una forma di equilibrio tra due eccessi interni ad un’unica individualità. È così che attraverso la scrittura Virginia «ci racconta ciò che sente e che prova e attraverso la scrittura crea una diversa vita quando non riesce del tutto a sentirsi viva nella parte che le è stata assegnata. Non è, però, solo scrittura come sfogo. È scrittura come creazione di un mondo immaginario, illusorio e come recupero del passato» (Galanti 2012, 143-144).Infatti, quella di Virginia era una scrittura autobiografica, autoemozionale, della cura di sé, un’esperienza con la quale creava una nuova realtà, rappresentava nuove esistenze e intesseva nuove trame.

È rilevante osservare che Virginia, quando era in preda alle sue ossessioni maniaco-depressive aveva molte difficoltà a concentrarsi e scrivere, anche se, in questa fase il suo pensiero e la sua emozionalità non cessavano di esistere, ma venivano invece rielaborate essendo utili per la descrizione di nuovi personaggi e storie. Le fasi emozionali in cui viveva Virginia erano costellate di voci che la scrittrice asseriva di sentire o da allucinazioni varie, ciò che in termine psichiatrico verrebbe denominato come intuizione delirante (De Pisa 2015, 11). «Virginia Woolf visse per tutta la vita con questo splendido e devastante dono: quello di ascoltare nella sua mente il suono delle emozioni che poi trasformava in pensieri e parole comprensibili ai più, passando attraverso gli inferni delle sue depressioni e le illusorie eccitazioni senza gioia» (p. 11). Il giorno precedente al suicidio di Virginia, Leonard insistette per farla visitare da Victoria Wilbeforce, medico di fiducia della scrittrice. Prima del suicidio, inoltre, non si erano manifestati i soliti sintomi di cui Virginia soffriva: voci e allucinazioni, insonnia, cefalea, difficoltà a concentrarsi, anche se, quella volta, Virginia non soltanto si rifiutò di prendere consapevolezza del suo problema, era come se lei non fosse malata per nulla. Ed era proprio questa la particolarità di quel giorno. Il giorno del suicidio. Un giorno in cui una individualità decise di scegliere come doveva avere termine la sua esistenza.  La fine di una esistenza. E lo fece in modo preciso, come in uno dei suoi racconti, indossando un cappotto e in una tasca di esso una grossa pietra che le rese il corpo pesante, così da farla inghiottire dall’acqua e rendere assoluta la «compiutezza esistenziale» (Olivieri 1985, 80) di un gesto, di un «atto esistenziale del comprendere» (p. 80) che in tal modo divenne concreto e definitivo.

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