Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La differenza di genere in ambito sanitario. La sottovalutazione del soggetto ‘donna’ nella pratica clinica

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> di Laura Sugamele*

Abstract

Il presente lavoro si propone di esaminare la differenza di genere in ambito sanitario, sia rispetto ad un minore accesso che le donne hanno nella ricerca clinica e farmacologica sia ad una diversa considerazione che esse hanno nel trattamento diagnostico e terapeutico rispetto agli uomini. L’osservazione sarà incentrata sull’ottica di genere. L’inappropriata considerazione del genere ha portato, infatti, la ricerca scientifica ad orientarsi al maschile, producendo, di conseguenza, una minore considerazione delle donne da questo ambito. Il pregiudizio di genere si riscontra, ad esempio, nel minore accesso delle donne alle sperimentazioni farmacologiche, nelle quali, esse riscontrano alcune difficoltà nel parteciparvi, analogamente alla differente considerazione di malattie, come le cardiovascolari, che, nella tradizione medica, declinate per lo più al maschile, colpiscono invece anche le donne.

Keywords: gender bias, gender perspective, female health.

 

La ‘cecità di genere’ nella pratica clinica

Attualmente, in campo medico è iniziata ad emergere l’importanza che ha la differenza tra genere femminile e genere maschile, con riguardo il trattamento sanitario e farmacologico. In effetti, le malattie e la loro terapia, sono state considerate con particolare riferimento al sesso maschile. Per tale ragione, la scarsa considerazione che nel settore sanitario si ha della salute della donna fa riferimento alla ‘cecità di genere’.  Le differenze che vi sono tra donne e uomini, anche in rispondenza di una diversa reazione legata all’assunzione di farmaci, è connessa a variazioni ormonali, fisiologiche ed anatomiche, oltre che ai differenti stili di vita e ad influenze di carattere sociale ed ambientale che, certamente, possono intervenire in tal senso.

Nonostante questo rilevante stato di cose, le donne sono sottorappresentate in particolare nelle prime fasi legate alla sperimentazione farmacologica. Alcuni dati raccolti dalla Food and Drug Administration «hanno evidenziato che la percentuale di donne arruolate tra il 1995 e il 1999 era del 22% e del 25% per le fasi I e II rispettivamente, dato confermato nel periodo 2000-2002 con valori del 25% di donne nelle fasi I e II rispetto al 63% degli uomini e al 12% di casi di genere non definito o ignoto» (Franconi et al. 2010, 23). D’altronde, un problema che è interessante rilevare, è la scarsa considerazione di alcune patologie come le cardiovascolari, associate per lo più agli uomini. Le cose, chiaramente, non stanno in questo modo. Infatti, le malattie cardiovascolari vengono erroneamente considerate ad esclusivo appannaggio maschile, quando invece, la situazione è ben diversa. Rispetto ad una cultura che vede la malattia cardiovascolare come «la malattia che rende vedove» (Gabaglio et al. 2010, 45), l’impatto di tale problematica sulla salute femminile sembra intervenire a livelli preoccupanti.

Le statistiche dimostrano che la cardiopatia ischemica colpisce 500.000 donne americane, mentre in Italia le donne che muoiono a causa di problemi cardiovascolari sono circa 130.000.

La diagnosi della cardiopatia ischemica, quando il paziente è donna, viene individuata con delle difficoltà, e questo perché, la cultura comune tende ad associare l’eventuale sintomo con il tipico dolore toracico che, in una donna, potrebbe anche non presentarsi in questo modo ma con altri sintomi.

Secondo lo studio americano Women Ischemic Syndrome Evaluation «i sintomi che appaiono per primi e di cui le donne dovrebbero tener conto sono un dolore irradiato alle spalle, al dorso, al collo; la mancanza di fiato; una nausea persistente […] sudori freddi, vomito (sintomi, questi, che spesso indirizzano le donne al Pronto Soccorso per problemi gastrici); e poi spossatezza e segni ascrivibili all’influenza (che possono essere confusi con la presenza di un virus)» (p. 53). Inoltre, la sottovalutazione delle malattie cardiovascolari nelle donne, potrebbe essere un problema anche connesso alla loro età, nel senso che sino alla menopausa, la frequenza della malattia rispetto agli uomini è molto più bassa, per poi, aumentare proprio con l’avanzare dell’età e con valori più elevati di quelli maschili. Certamente, nel sottostimare il problema contribuisce l’errata percezione sia in ambito sanitario, sia nelle donne stesse, che, nel caso della cardiopatia ischemica, non si tratti di una malattia al femminile. A sollevare il problema è stata la cardiologa americana Bernardine Healy, che essendo stata a capo di uno dei maggiori enti di ricerca negli Stati Uniti, il National Institute of Health, mise in luce il vero problema alla base della diversa percezione delle malattie nei due sessi e dei differenti effetti che possono derivare dall’assunzione dei farmaci: la sottovalutazione delle specificità femminili con riguardo malattia, diagnosi e cura.

Nel famoso editoriale scritto dalla Healy sul New England Journal of Medicine, viene evidenziata la situazione di donne che presentavano coronaropatia ischemica, curate di meno rispetto agli uomini, e, sulle quali raramente venivano effettuati interventi risolutivi della malattia.

Per quanto concerne le malattie cardiovascolari, attualmente, in ambito sanitario le differenze tra uomo e donna stanno iniziando ad essere valutate considerevolmente, anche in relazione ai diversi eventi sintomatologici presenti nei due sessi. Alcune differenze sono, ad esempio, riscontrabili nella dimensione del muscolo cardiaco, che nelle donne è più piccolo rispetto a quello degli uomini, come anche le arterie coronariche, le quali sono sottili e piccole. Ma, la questione che dobbiamo porci, in merito, ad una minore considerazione dell’evento cardiaco nelle donne, è questa: esso quando subentra? Accade, infatti, che durante l’età fertile, l’organismo femminile è protetto dagli estrogeni, ormoni che intervengono sul tessuto endoteliale o endotelio, il quale riveste la parte interna dei vasi linfatici, dei vasi sanguigni e del cuore, rilasciando sostanze che stimolano i vasi sanguigni provocandone la dilatazione e una maggiore elasticità (Gabaglio 2010, 50).

Adesso, considerando che le donne per essere soggette ad evento cardiaco ci impiegano più tempo, intorno ai 60 anni, rispetto agli uomini che, invece, ne sono soggetti molto prima, questo aspetto non significa comunque che esse si ammalino di meno o che siano meno coinvolte nel problema. Anzi, il rovescio della medaglia è ben diverso. «L’organismo di un uomo, infatti, arriva alla malattia coronarica in qualche modo preparato, o, come si dice in linguaggio medico, precondizionato» (p. 51), in quanto la malattia cardiovascolare evolve lentamente, e ciò, permette al cuore di adattarsi a tale circostanza e rispondendo agli eventuali episodi ischemici, oltre che una differente e visibile sintomatologia (il tipico dolore al torace ad esempio), consente una immediata diagnosi e cura. Nelle donne, invece, la situazione è decisamente differente.

L’arrivo della menopausa e la conseguente diminuzione esponenziale degli estrogeni ha degli effetti negativi, come il subentrare di un infarto. Detto ciò, la menopausa che, certamente, è una fase delicata e difficile psicologicamente per una donna, lo è in più, da un punto di vista fisiologico, in quanto «l’ombrello ormonale» (p. 51) o estrogenico che, presente nell’età fertile, inevitabilmente, con la menopausa viene a mancare, provocando alcuni eventi quali: aumento del peso corporeo, aumento del colesterolo e insorgenza del diabete. Ragion per cui, prima della menopausa, le donne sono protette dal rischio di infarto, mentre superati i 55 anni di età tale rischio per esse diventa reale e anche maggiore rispetto agli uomini.

In quest’ottica, è necessario osservare che la ricerca medica è stata condotta con un andamento prevalentemente al maschile, i cui risultati sono stati, solo successivamente, adattati per le donne, «riconoscendo una specificità al genere femminile solo in relazione alla riproduzione. […] Quindi il corpo maschile è sempre stato considerato la norma, trasferendo poi le conoscenze ad esso relative al corpo femminile, creando così una sorta di cecità rispetto al genere (gender blindness)» (Franconi et al. 2010, 14-15).

Pertanto, ci troviamo di fronte ad una sorta di paradosso con riguardo la considerazione della salute femminile, una cecità o minore valutazione rispetto al genere che, invece, è essenziale e lo dovrebbe essere ancora di più in farmacologia, settore nel quale tale mancanza è connessa al fatto che un impiego di donne nei gruppi sperimentali, comporterebbe un ampliamento dei soggetti coinvolti nello studio e anche un innalzamento dei relativi costi. Ed, invece, bisognerebbe modificare un tale andamento e, in primo luogo, considerare l’importanza che la variabilità ormonale e fisiologica femminile (ciclo mestruale, gravidanza, puerperio) ha nella realtà clinica. Ulteriore problema che si presenta nel minore coinvolgimento delle donne nelle sperimentazioni cliniche, viene attribuito al timore di provocare eventuali problematiche alla loro capacità riproduttiva, per gli effetti teratogeni dei medicamenti adoperati nello studio ed, anche, alla reticenza da parte delle donne di parteciparvi, dovuta alla mancanza di tempo nella vita di tutti i giorni e per gli impegni familiari, in quanto le donne dovrebbero avere il tempo personale per recarsi nell’ente dove verrebbe svolta la ricerca.

Da questo punto di vista, «la mancanza di studi specifici sulle donne, soprattutto nelle fasi precoci della ricerca, non solo non permette di misurare la reale efficacia dei farmaci su di loro, ma potrebbe avere anche limitato l’identificazione di farmaci specifici per le donne» (Franconi 2009, 81).

Il corpo della donna e medicalizzazione

L’attenzione affrontata sulla differenza di genere nella pratica clinica porta, di conseguenza, ad esaminare la connessione che vi è tra medicalizzazione e corpo femminile (Lombardi 2010, 150). È, pertanto, rilevante osservare, come sia fondamentale riflettere proprio sul processo di medicalizzazione-tecnologizzazione che in ambito medico-sanitario, soprattutto, in questi ultimi anni, si è incentivato sul corpo della donna, questione di interesse per la bioetica femminista, la quale individua come alcune pratiche potrebbero considerarsi quali nuove forme di regolazione e controllo sociale della femminilità.

La domanda, allora, è questa: «la medicina attuale è fonte di potere e di regolazione dei corpi e dei comportamenti delle donne, soprattutto per ciò che riguarda la sessualità, la riproduzione/procreazione, le relazioni di genere?» (p. 146).

La posizione sostenuta da Susan Sherwin si allinea a tale discorso, e, al concetto di asimmetria tra i generi, resa visibile dagli interventi che verrebbero proposti alle donne e agli uomini, come nel caso di quelli relativi al tumore al seno e all’utero che sarebbero maggiori, rispetto agli interventi alla prostata maschile, anche se, questo aspetto caratterizza maggiormente il contesto sanitario statunitense. In particolare, la studiosa rinviene uno stretto collegamento tra sessismo, paternalismo, gerarchia medica e pratica medica (Sherwin 1992, 201). In tal senso, quando il paziente è una donna, la distanza rispetto al medico, diviene più accentuata, considerando che per Sherwin, l’organizzazione e la gerarchia medica è una prosecuzione socio-culturale del rapporto sottomissione-dominanza tra donna e uomo (p.157). Quando nella pratica clinica il corpo viene considerato come semplice dato oggettivo, il rischio è quello di dimenticare l’intero orizzonte esistenziale, che circonda anche il momento della malattia fisica e del dolore interiore. Di converso, la bioetica femminista pone valore sul ‘corpo-persona’ che, invece, andrebbe valutato nel percorso diagnostico quale elemento essenziale e imprescindibile anche nella fase terapeutica.

Tuttavia, la specializzazione tecnico-medica ha avuto il risultato di escludere sia dalla relazione medico-paziente, sia dal momento diagnostico della malattia, il vissuto emozionale che è parte della persona se, ad esempio, consideriamo fasi importanti nella vita di una donna, come la gravidanza e il parto che sono in mano ai medici e ridotte a procedure standardizzate, oppure, se pensiamo a una donna o ad un uomo malati di tumore, situazione che getta il paziente in uno stato d’animo di preoccupazione e depressione.

Infatti, secondo la sociologa Lia Lombardi i medici non considerano, se non, addirittura, escludono, il sistema di valori, credenze, emozioni di paura o angoscia che nel momento della malattia possono emergere e, che, raramente, vengono valutati.

Lombardi, inoltre, lamenta una situazione tipica che si può riscontrare in una comune sala parto di un ospedale, nel quale generalmente la donna non viene coinvolta nella comunicazione con il medico che avviene prevalentemente con il personale sanitario, ovvero con gli altri medici ed infermieri. Alla luce di questa osservazione, «le pratiche mediche si focalizzano sul corpo delle donne, o meglio sui suoi organi riproduttivi, soprattutto le ovaie e il loro “lavoro”. […] osserviamo una netta “disparità” di classificazione dell’infertilità tra fattori maschili e fattori femminili: infatti, mentre viene ampiamente frammentata e indagata quella femminile, finisce in un indistinto “calderone” quella maschile» (Lombardi 2010, 153-154). A tal proposito, è interessante la posizione della storica Barbara Duden, per la quale il corpo della donna è diventato luogo pubblico «nel quale si compie un processo che riguarda direttamente lo stato, la salute pubblica, […] Questa nuova, paradossale socializzazione della donna può essere osservata nella storia del primo movimento del feto: il vissuto diventa fatto privato e il fatto scientifico dell’annidamento dell’ovulo fecondato assume una funzione sociale» (p. 155). È così che la donna viene associata al corpo e la maternità e la procreazione, da esperienza personale femminile, diventano ambiti di studio e quindi da oggettualizzare scientificamente; una oggettivazione del corpo femminile che in ambito medico, ebbe inizio, nella metà del XIX secolo, quando si diffuse un certo interesse tra età fertile e riproduzione femminile, ciclo mestruale e menopausa, vista come fase del declino della fertilità di una donna e non come una situazione fisiologica naturale (Pizzini 2001, 40).

In particolare, negli Stati Uniti, la riflessione femminista ha dato un importante contributo alle questioni inerenti l’esperienza della maternità e la salute della donna in genere.

Il vivace dibattito offerto dal movimento femminista, ha dato decisivo slancio alla bioetica, sensibilizzando su argomenti ormai essenziali per la nostra epoca e relativi oltre che alla considerazione del soggetto-donna, anche agli sviluppi della scienza medica. In effetti, riflettere proprio sul progresso che la medicina e la tecnologia hanno raggiunto, si rivela come discorso dal quale non è possibile prescindere se si vogliono considerare le implicazioni delle pratiche biomediche sul corpo della donna.

Alla luce di questa considerazione, è interessante la posizione dell’etica o femminismo della cura. L’approccio sostenuto da questa linea teorica femminista, si pone, in stretta connessione, con la questione bioetica dell’autonomia femminile, soprattutto, per ciò che concerne riproduzione, procreazione e maternità.

In contrasto con il concetto di oggettivazione medica o di medicalizzazione della donna, il femminismo della cura delinea una fisionomia del femminile che è condizionata da rigidi meccanismi sociali, economici e culturali che, in qualche modo, intervengono nel definire la relazione medico-paziente donna. Ad esempio, una donna con un livello basso di cultura e una vulnerabilità economica, potrebbe essere trattata diversamente rispetto ad un’altra con uno status economico medio-alto.

A tal proposito, Susan Sherwin osserva come tra medicalizzazione del corpo della donna e discriminazione su base sessuale e di classe sociale, ci sia un connubio sostanziale che, influisce nel costituire tra medico e paziente una netta demarcazione dei ruoli, tra il medico che è specialista e competente e la donna che è emotivamente fragile e vulnerabile (Sherwin 1992, 21). L’etica della cura, allora, «permette […] di reinterpretare la moralità della relazione tra operatore sanitario e paziente» (Botti 2012, 79), la strutturazione di un nuovo impianto discorsivo paritario, nel quale il medico o l’operatore sanitario valuta il contesto di vita di un soggetto, le personali problematiche emotive o economiche. Detto ciò, il medico non può escludere in fase di cura, le esigenze e le preoccupazioni del paziente, che è il problema centrale nel discorso dell’etica della cura, un timore legato al limite «della possibilità di cogliere i bisogni degli altri» (p. 79) che, a volte, emerge nel rapportarsi con il medico, quale tratto tipico della strutturazione patriarcale che, invece, vedrebbe la comunicazione e la comprensione delle necessità del paziente, come sfera di esclusiva competenza della cura femminile e quindi delle operatrici sanitarie o delle infermiere.

Bibliografia

Franconi et al., Farmacologia di genere, SEEd, Torino 2010.

Franconi, La medicina di genere e le iniziative italiane, in Genere e stress lavoro-correlato: due opportunità per il “Testo Unico” verso l’elaborazione di linee guida, 2009, disponibile all’indirizzo <http://pariopportunita.formez.it/sites/all/files/INAIL%20-%20Genere%20e%20Stress.pdf>, consultato ilo 07/05/2016.

Gabaglio et al., Il fattore X. Il primo libro sulla medicina di genere scritto dalle donne e pensato per le donne, Castelvecchi, Roma 2010.

Sherwin, No longer patient. Feminist, ethics & health care, Temple University Press, Philadelphia 1992.

Pizzini, Corpo medico e corpo femminile. Parto, riproduzione artificiale, menopausa, in collaborazione con L. Lombardi, Franco Angeli, Milano 2001.

Lombardi, Medicalizzazione del corpo e potere della medicina: questioni di genere?, in Questioni sul corpo in psicologia sociale, a cura di E. Camussi e N. Monacelli, atti del convegno organizzato da GDG – Gruppo di Studio sulle Disparità di Genere 7-8 maggio 2010, disponibile all’indirizzo <http://www.uninova.it/allegati/Atti_GDG_MI_2010.pdf>, consultato il 23/05/2016.

Botti, Prospettive femministe. Morale, bioetica e vita quotidiana, Espress, Torino 2012.

[Clicca qui per il PDF]

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