Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il dilemma di Jørgensen. Tre questioni chiave

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> di Alessandro Pizzo*

 

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Abstract

Sin dalla sua prima formulazione, il dilemma di Jørgensen affronta il problema della razionalità delle enunciazioni imperative, di per sé non vero – funzionali. Il dilemma attiva tre questioni distinte, ma non anche irrelate, le quali vengono qui discusse. Le conclusioni riassumono il campo delle questioni attive e il senso generale del discorso jørgensiano.

Parole chiave: dilemma di Jørgensen; divisionismo; imperativi; logica delle norme.

Sommario

1. Cos’è davvero il dilemma di Jørgensen?; 2. Prima questione: divisionismo e problematiche morali; 3. Seconda questione: enunciazioni imperative e logica, 4. Terza questione: rischiarare il buio oltre la siepe. 5. Conclusioni

Cos’è davvero il dilemma di Jørgensen?

Jørgensen’s dilemma is unavoidable

(R. H. Marìn, Practical Logic and the Analysis of Lergal Language, p. 323)

Nel corso del XX secolo molti hanno fatto riferimento al dilemma di Jørgensen, soprattutto in ambito neopositivista prima ed analitico dopo. In genere, chi vi si è riferito lo ha fatto con la precisa intenzione di prendere le mosse da una certa difficoltà teorica, rilevante ai fini di una giustificazione teoretica dell’azione pratica, una difficoltà ineludibile se si desidera fondare razionalmente la morale, un formidabile ostacolo sulla via della “normalizzazione” dei rapporti tra la logica e le enunciazioni normative se si desidera dare un significato razionale al diritto, alla morale, alla politica, il complesso delle materie presso le quali si registra un largo uso del linguaggio normativo.

Da queste iniziali battute, comunque, già si evince come la topica in questione sia meno monolitica di quanto possa sembrare, e di come, al contrario, sia davvero difficile unificare le varie sfumature o sfaccettature che la stessa presenta. O, per dirla altrimenti, di come sia improbo cercare di ridurre ad uno soltanto i vari significati che la topica presente reca con sé.

Ma allora cos’è il dilemma di Jørgensen? Per tentare di dare una risposta, benché solamente orientativa, a mio modesto modo di vedere è bene scompattare la problematica in questione in tre parti fondamentali, vale a dire scomporre la topica in tre sue questioni chiave, ricondurre la complessità generale alle questioni costituenti. D’altro canto, è prassi comune scomporre dati complessi nei suoi elementi semplici o tentare di ridurre la complessità di qualcosa risalendo alle sue varie componenti. Nel caso presente, le tre questioni di cui discuterò non sono propriamente degli elementi che compongono la tematica discussa, ma sono tre questioni a vario titolo, e in modo semplice, chiamate in causa ogniqualvolta si discuta di dilemma di Jørgensen. Intendo dire che non v’è alcuna uniformità di vedute e di interpretazioni in merito e tutti coloro che prendono in considerazione o che si richiamano a detto dilemma intendono cose differenti. È come se ciascuno parlando di dilemma di Jørgensen attivasse questioni differenti, per non dire anche problematiche diverse e difficilmente componibili in unità. Allora, se vogliamo avere ragione di questa sostanziale confusione concettuale, a mio avviso, è bene ricondurre la problematica in questione nelle varie questioni che, a a vario titolo, sono attivate di default.

La tematica presente prende le mosse dalle riflessioni condotte dal danese Jørgen Jørgensen riguardo al rapporto tra la logica e le enunciazioni imperative. Un rapporto difficile, ostico, complicato, e che affonda le proprie radici in una discussione tanto antica quanto nota, vale a dire la limitazione aristotelica della considerazione formale alle sole enunciazioni apofantiche o vero – funzionali, ossia capaci di assumere sensatamente i valori di vero e di falso. Per Aristotele, infatti, «Dichiarativi sono, però, non già tutti i discorsi, ma quelli in cui sussiste un’enunciazione vera oppure falsa» (Aristotele, Dell’espressione , p. 60). Ne consegue che i discorsi non dichiarativi, come quelli morali o giuridici, non sono veri o falsi, pur avendo un loro preciso significato. Il che significa, oltre tutto, che sono significativi ma non dichiarativi. E se non sono dichiarativi, non hanno alcuna pregnanza per la logica. La conclusione è una eterogeneità tra enunciazioni normative ed enunciazioni fattuali, e tale da pregiudicare qualsiasi sensatezza razionale delle prime. Commenta al riguardo Celano (Dialettica della giustificazione pratica, p. 43),

La tesi della eterogeneità di norme e giudizi di valore da un lato e giudizi di fatto dall’altro lato si configura come la tesi della eterogeneità di discorso descrittivo e discorso prescrittivo: l’intenzione comunicativa tipica che presiede alla formulazione di un’affermazione di fatto è l’intenzione di informare [….]; l’intenzione comunicativa tipica che presiede alla formulazione di un’affermazione normativa o valutativa è quella di guidare (dirigere, indirizzare) l’azione

Le strade della morale e della scienza appaiono nettamente divaricate e corrono parallele senza incontrarsi mai. Dello stesso parere è Antiseri (La conoscenza filosofica, p. 137) quando scrive che

dalla prospettiva logica vediamo che i valori e le norme etiche sono proposte […] e non proposizioni indicative. L’etica non descrive; essa prescrive. L’etica non spiega; essa valuta. Difatti: non esistono spiegazioni etiche, esistono solo spiegazioni scientifiche. Esistono spiegazioni scientifiche e valutazioni etiche. Né si danno previsioni etiche (o estetiche). L’etica non sa. L’etica non è scienza. L’etica è senza verità. La scienza non produce (non produce logicamente) etica. Dalle proposizioni descrittive non è possibile dedurre asserti prescrittivi. Dall’intera scienza non è possibile spremere un grammo di morale. La “grande divisione” tra fatti e valori […] ci dice che dall’”è” non deriva il “deve”, dall’”essere” non si deduce il “dover essere”

Eppure, nota, Jørgensen gli stessi sembrano denotare una certa logica. Infatti, «according to a generally accepted definition of logical inference only sentences which are capable of being true or false can function as premises or conclusions in an inference; nevertheless it seems evident that a conclusion in the imperative mood may be drawn from two premises one of which or both of which are in the imperative mood» (Jørgensen, Imperatives and Logic, p. 290). Il che genera un puzzle, un enigma concettuale, una difficoltà teorica. La cosa strana, però, è che tutti coloro che si sono rifatti allo studio iniziale di Jørgensen hanno mutato il puzzle in dilemma, l’enigma in un’alternativa secca, un imbarazzo scientifico in una separazione tra la logica, e la teoria o conoscenza, da una parte, e la pratica, e la morale o le valutazioni, dall’altra parte. Quel che tutti i vari interpreti di Jørgensen hanno fatto è stato, né più né meno, “forzare” il discorso in senso divisionista, o, il che è praticamente la stessa cosa, di trovare in Jørgensen un appiglio teorico alla propria convinzione “separatista” tra essere e dover essere, tra conoscenza e valutazione, tra la logica e la morale. In tutti questi casi, però, e in ambedue gli atteggiamenti, tutti hanno finito con il tradire Jørgensen il quale, da parte sua, non intendeva affatto produrre un dilemma, ma, all’esatto contrario, cercare di superare l’ostacolo aristotelico della separazione tra enunciazioni apofantiche ed enunciazioni non apofantiche, ovvero, e rispettivamente, tra enunciazioni vero – funzionali, capaci cioè di assumere i valori di verità/falsità, ed enunciazioni non vero – funzionali, incapaci cioè di assumere i valori di vero/falso. Infatti, in altra sede ho avuto modo di scrivere che «è stata anche cucita addosso allo Jørgensen la responsabilità, o il merito, a seconda dei rispettivi punti di vista, di aver formulato per la prima volta una topica precisa e rilevante, il cosiddetto dilemma di Jørgensen» (Pizzo, Kelsen “legge” Jørgensen, p. 131). Il dilemma non è di Jørgensen, ma dei suoi esegeti infedeli. Jørgensen parla solamente di un puzzle, ma cerca anche di superarlo, e, con esso, di ovviare, in qualche modo, alla separazione tra le enunciazioni fattuali, e, quindi, vero – funzionali, e le enunciazioni imperativa, e, quindi, non vero – funzionali, consentendo pertanto il trattamento logico – formale delle enunciazioni imperative.

Al di là, ovviamente, dei limiti della proposta jørgenseniana, davvero ingenua nel contemplare la possibilità di ricavare enunciati indicativi derivati da corrispettivi enunciati imperativi, e sui quali applicare direttamente le leggi della logica, se la responsabilità del dilemma non è da attribuire a Jørgensen, chi ne è il responsabile? Secondo Conte, Jørgensen scrive il proprio saggio in risposta alla divisione posta in essere da Poincaré (Conte, Alle origini della deontica, p. 641), il che conferma la mia idea, e cioè che non è dilemmatico Jørgensen, ma i suoi interpreti. Allora, a chi va attribuita la responsabilità storica della genesi del dilemma? Il primo a parlare di dilemma fu un altro danese, il giurista Alf Ross il quale, commentando nel 1941 il saggio del collega Jørgensen, del 1937 – 8, ravvisò la presenza di un dilemma (ross, Imperativi e logica, p. 72). Cosa che, in sé, non è vera, ma assume verosimiglianza rispetto ad un certo orizzonte culturale che si stava affermando in quel periodo, vale a dire il tentativo post – positivistico di ampliare il dominio della significanza razionale anche a tutte quelle enunciazioni linguistiche prima escluse, segnatamente quelle imperative o prescrittive. Per Celano, infatti, la nascita della logica deontica, ad esempio, è conferma di questa tendenza, ovvero ricercare «la sensatezza di diverse forme di enunciazione non dichiarativa» (Celano, Per un’analisi del discorso dichiarativo, p. 166). Questo tentativo è generalizzato a cavallo degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso ed assume le sembianze di una messa in discussione delle predetta separazione tra essere e dover essere (Cremaschi, L’etica del novecento, p. 64).

Prima questione: divisionismo e problematiche morali

in the late 1930s and early 1940s there was a certain amount of discussion whether a logic of norms or of imperatives is at all possible in view of the fact that imperatives – and presumably norms too – lack truth-value. In the debate two Danes took a prominent part. One was Jørgen Jørgensen, after whom the name “Jørgensen’s Dilemma” was coined. The other was Alf Ross, inventor of the famous paradox. Both the dilemma and the paradox are still active topics of current debate (von Wright, Deontic Logic: A Personal View, p. 27)

Comunque la si veda, la tematica presente è strettamente intrecciata al cosiddetto divisionismo in morale. Ma tale rapporto è, a dir poco, equivoco, poco chiaro, non trasparente. Per comprendere appieno il nesso tra il dilemma di Jørgensen e il divisionismo morale, a mio modesto modo di vedere, è utile tener conto della riflessione di Schueler (Why “oughts” are not Facts, p. 713) il quale scrive che

A great deal of the moral philosophy of the last hundred years has been devoted to trying to understand “the relation between ‘is’ and ‘ought’. On the one side, when we are engaged in genuine moral reasoning and debite, we seen to take it for granted that various factual claims support judgments about we ought or ought not to do. We even seem to regard some such judgments as true (and others as false). On the other side, when we reflect on such judgments, it seems difficult indeed to see how either of these things could be straightforwardly the case, in view of the very great difference between factual and evaluative (or normative) judgments»

Resta, quindi, forte l’impressione che il dilemma presente non faccia altro che ripetere, magari su di un registro differente, la stessa difficoltà, vale a dire la distinzione tra l’«is» e l’«ought», tra il Sein e il Sollen, tra l’«essere» e il «dover essere». O, per dirla altrimenti, che faccia propria la divisione tra tipologie di enunciati, propugnata dal fronte divisionista, tra enunciati indicativi, descrittivi di stati di cose, ovvero dell’essere, e costituenti una determinata conoscenza, ed enunciati imperativi, descrittivi di comandi o ordini o prescrizioni, ovvero esprimenti un dover essere, e costituenti una determinata morale. Ne consegue, pertanto, che i primi sono enunciati cognitivi, la cui funzione è quella di conoscere stati di cose, ovvero l’essere, mentre i secondi sono enunciati non cognitivi, la cui funzione è quella di produrre stati di cose, ovvero altrettanti dover essere.

La provocazione di Jørgensen è sicuramente molto forte e non mancò di avere un impatto su determinati ambienti culturali del tempo. Più precisamente, essa nasce come critica ad una tesi formulata da Jules – Henri Poincaré (conte, Alle origini della deontica , p. 641). Credo che ciò sia sostanzialmente vero, dato che attiene alla ben nota divisione tra la scienza, corpus di conoscenze sui fatti, e la morale, corpus di massime intorno ai valori. Da qui, a mio modesto parere, prende forma il dibattito sul Divisionismo tra la scienza e la morale, tra i fatti e i valori, tra la conoscenza e le valutazioni, topica che ha toccato vari settori ed autori della filosofia del secolo scorso. E tutto questo senza dover scomodare Prior il quale ha icasticamente affermato come «Ethics, and also Politics […] are ‘distinguished form all positive sciences by having as their special and primary object to determine what ought to be, and not to ascertain what is, has been, or will be» (Prior, Logic and the Basis of Ethics, pp. 36 – 7). Lo specifico oggetto dell’etica è il dover essere, non l’essere; essa vuole modificare la realtà, non limitarsi a conoscerla. Di conseguenza, gli enunciati etici o morali sono non cognitivi, ovvero non conoscitivi di stati di cose. Una cosa è la conoscenza, un’altra cosa la morale; una cosa è la teoria, un’altra cosa la valutazione. E la logica? Qual è il posto della scienza formale all’interno di tale netta divisione? Al riguardo, vediamo come trovi una sua collocazione il nostro Jørgensen, e segnatamente anche la chiarificazione riguardo al rapporto tra il dilemma presente e il divisionismo morale. A mio modesto modo di vedere, è del tutto innegabile come il dilemma di Jørgensen attivi distinte possibilità mutualmente esclusive. In primo luogo, vedere se, e a quali condizioni, sia possibile “estendere” il dominio della logica oltre i limiti convenzionali, ossia oltre le enunciazioni indicative, il limite storico posto in essere da Aristotele. Ed in secondo luogo, valutare se e in che modo sia formalmente possibile superare dette difficoltà. Preso atto delle difficoltà scorte da Jørgensen nell’applicare anche alle enunciazioni non indicative valori di verità vero-funzionali, nonostante una sostanziale impressione generalizzata, ed in forza della quale una logica degli imperativi è comunque possibile, de facto quando non anche de jure, la versione canonica dell’argomento individua i seguenti corni del dilemma:

1) è possibile una logica delle norme, a patto che la logica non sia vero – funzionale;

2) non è possibile una logica delle norme, a condizione che la logica sia vero – funzionale.

In breve: la logica può applicarsi (direttamente) agli enunciati normativi ad una, ed una sola, condizione, ovvero che non sia vero – funzionale, e possa valersi di ulteriori valori di verità oltre a quelli “soliti” di vero e di falso.

In sintesi: la logica non può applicarsi (direttamente) agli enunciati normativi dal momento che non può valersi di valori diversi o alternativi o aggiuntivi a quelli “soliti” di vero e di falso.

Nel primo caso, infatti, una logica non vero – funzionale, può estendere il proprio campo di applicazione anche agli enunciati normativi; nel secondo caso, invece, non è possibile che la logica si applichi anche agli enunciati normativi poiché può applicarsi solamente ad enunciati vero – funzionali, disposti cioè ad accettare i “soliti” valori di vero e di falso.

L’alternativa netta dei due corni (1) e (2) può venire posta anche nei termini seguenti:

A) è possibile dare luogo ad un trattamento formale adeguato anche per le enunciazioni non indicative, a condizione, però, di estenderne l’ambito di applicazione oltre le limitazioni vero-funzionali;

B) non è possibile dare luogo ad un trattamento formale adeguato anche per le enunciazioni non indicative, mantenendo ferma la natura convenzionale della logica.

In altri termini, () un’estensione della logica comporta una sua modifica interna significativa mentre () un suo mantenimento nelle condizioni attuali comporta una sua non estensione. Se diamo seguito ad (), allora è possibile dare luogo ad una trattamento logico – formale delle enunciazioni normative; invece, se diamo seguito a (), allora non è possibile dare un trattamento logico – formale alle enunciazioni normative. Le conseguenze, com’è facile osservare, sono incrociate: con () la logica viene a perdere la sua natura vero – funzionale; con () la logica preserva la sua natura vero – funzionale. Ma anche: con () è possibile dare luogo ad una logica delle norme; mentre con () non è possibile produrre una logica delle norme.

Per dirla à la Kalinowski, si deve «o considerare dette catene di enunciati come ragionamenti, e di conseguenza modificare la concezione tradizionale della logica insieme con diverse sue nozioni […], oppure salvare la nozione vigente di logica negando alle suddette catene di proposizioni il carattere di ragionamenti» (G. kalinowski, Introduzione alla logica giuridica, p. 108). La versione canonica del dilemma di Jørgensen, pertanto, sembra combinare quattro tesi distinte derivate dai corni (1) e (2), vale a dire le seguenti alternative:

  1. la logica può anche applicarsi alle enunciazioni non apofantiche, a condizione però di modificarne la natura vero-funzionale;

  2. la logica non può applicarsi alle enunciazioni non apofantiche, dato che può trovare applicazione solo ad enunciazioni vero-funzionali;

  3. è possibile una logica delle norme, a seconda che possa trovare adeguata realizzazione la tesi (i);

  4. non è possibile una logica delle norme, a seconda che possa trovare adeguata realizzazione la tesi (ii).

Penso sia bene osservare come la tesi (iii) sia collegata alla tesi (i) mentre la tesi (iv) alla tesi (ii). Rispettivamente, dunque, le tesi (i) e (ii) danno luogo ai corni (1) e (2) del dilemma.

Il dibattito intorno ai corni (1) e (2) incrocia spesso sulla sua strada le ricerche di von Wright, ossia i vari tentativi di dare luogo ad una logica deontica, ossia una logica delle enunciazioni normative, da intendersi come tutte quelle espressioni del linguaggio umano ove sono presenti i concetti normativi di obbligo, permesso, divieto e facoltà. La ragione di ciò è facile da trovare. Infatti, scrive von Wright (Is There a Logic of Norms?, p. 266)

Since norms are usually thought to lack truth-value, how can logical relations such as contradiction and entailment (logical consequence) obtain between norms? Critics of the very possibility of a logic of norms used to call norms “a-logical”. There is also an opinion according to which norms are true or false. Perhaps it can be successfully defended for some type(s) of norm […] Norms as prescriptions of human conduct, however, may be pronounced (un)reasonable, (un)just, (un)valid when judged by some standards which are themselves normative – but not true or false. And a good many, perhaps most, norms are prescriptive. The representation of the conceptual structure of norms in a formalized language is controversial and difficult

Von Wright resta dentro alle maglie del dilemma di Jørgensens, nel senso che anche lui ravvisa la bontà di un trattamento logico – formale delle enunciati normative, ma non sa come ciò possa realizzarsi via la limitazione vero – funzionale della logica stessa. Tuttavia, anche in tempi più vicini alla discussione di Jørgensen, von Wright guardava con favore alla sua creatura, la logica deontica, la quale veniva intesa in senso positivo. Ovvero, ««philosophically, I find this paper [Deontic Logic] very unsatisfactory. For one thing, because it treats of norms as a kind of proposition which may be true or false. This, I think, is a mistake. Deontic logic gets part of its philosophical significance from the fact that norms and valuations, trough removed from the realm of truth, yet are subject to logical law. This shows that logic so to speak, ha a wider reach than truth» (von Wright, Logical Studies, p. vii). Nel valutare il suo precedente tentativo di dare luogo ad una logica delle enunciazioni deontiche, von Wright lo considera non del tutto soddisfacente perché finisce con il trattare queste ultime alla stregua di proposizioni vero – funzionali. Nel contempo, però, pur rinviando a studi successivi la concreta realizzazione di una logica che si applichi ad enunciati deontici, di per sé non vero – funzionali, ritiene che il fascino principale della logica deontica consista nell’estendere in qualche modo il proprio campo di applicazione oltre il dominio vero – funzionale. In questo caso, allora, la logica deontica viene considerata né più né meno una logica delle norme ossia come il tentativo di sciogliere il netto contrasto tra i due corni del dilemma, tentare di giustificare la logica deontica, di superare l’alternativa secca. D’altro canto, osserva Di Bernardo come la logica deontica riposi su di un presupposto teorico ben preciso, ovvero la tacita accettazione della Is – Ought Quesion (Di Bernardo, Is – ought question e logica deontica, p. 169), vale a dire il divisionismo morale. Se a ciò aggiungiamo le riflessioni di Ross sulla logica deontica, e secondo le quali, infatti, «Che la logica deontica sia possibile è oggi generalmente riconosciuto ma divergono ampiamente le opinioni sull’interpretazione dei suoi valori e le sue relazioni con la logica degli indicativi» (Ross, Direttive e norme, p. 209), otteniamo come il dilemma di Jørgensen riguardi direttamente la fondazione teorica della logica deontica, almeno nella misura in cui quest’ultima si configuri nei termini di una logica delle enunciazioni normative le quale fanno uso di nozioni deontiche. Peraltro, appare chiaro come giustificare la possibilità razionale della logica deontica, significhi nel contempo superare il dilemma di Jørgensen, e segnatamente di realizzare il suo primo corno, vale a dire una fattiva estensione della logica alle enunciazioni non vero – funzionali. Ma tale rapporto stretto ha anche attivato un fuoco di copertura da quanti, al contrario, ravvisano più di un profilo altamente problematico. Ad esempio, proprio lo sterminato numero di paradossi che la logica deontica ha prodotto in mezzo secolo di storia ha incrinato la fiducia von wrightiana in un’estensione della logica alle enunciazioni non vero – funzionali e suggerito di considerare ancora valida l’alternativa secca di Jørgensen. Come dice Grana, infatti, la “riscoperta” del dilemma di Jørgensen in tempi molto recenti si spiega con il fatto che in molti «non credono alla possibilità razionale» (Grana, Logica deontica paraconsistente, p. 14) della logica deontica, ovvero della logica delle enunciazioni normative.

A parer mio, la ricerca di una logica delle norme prende le mosse dalle difficoltà teoriche sollevate proprio dal dilemma presente. Detto altrimenti, infatti, e a riprova di ciò, esso appare essere una diversa versione della “Grande Divisione”, una versione giocata più sull’aspetto formale e di fondazione teorica di quest’ultima. Nelle parole di Carcaterra, la Grande Divisione «intende affermare un netto intervallo, un gap […] fra il «dover essere» e l’«essere», fra l’ought e l’is, fra ciò che attiene all’area del prescrittivo, del valutativo» (Carcaterra, La «Grande Divsione», sì e no , p. 26).

Il DJ, al netto delle sue possibilità e dei relativi costi, interpella intorno a “pesanti” decisioni da prendere. Estendere il campo di applicazione della logica anche alle enunciazioni non indicative o lasciare tutto com’è? Accettare la separazione tra logica e morale oppure no? E in ogni caso, come ovviare al problema? Come estendere la logica anche alle discipline prescrittive preservando in ogni caso la sua natura vero – funzionale?

Per Marturano, ultimo autore di una lunga serie di esegeti del dilemma di Jørgensen, il problema sembra essere il seguente: offrire un repertorio teorico in grado di giustificare teoricamente un solo tipo particolare di inferenze miste, ossia tutte quelle inferenze ove gli imperativi figurino in almeno una delle premesse (marturano, Il “Dilemma di Jørgensen”). Per comprendere questo orientamento, è bene esplorare la nozione di inferenze miste. Il riferimento obbligato è Hare (Il linguaggio della morale, p. 40) quando scrisse che

La regola che un imperativo non può figurare nella conclusione di un’inferenza valida, a meno che non vi sia almeno un imperativo nelle premesse, può trovare conferma in considerazioni logiche generali […] nulla può figurare nella conclusione di un’inferenza deduttiva valida che non sia implicito nella congiunzione delle premesse i forza del loro significato. Di conseguenza, se nella conclusione c’è un imperativo, non solo nelle premesse deve figurare un qualche imperativo, ma deve esservi implicito proprio quell’imperativo

In modi diversi, e secondo sensibilità particolari, viene sostenuta la medesima tesi di fondo in forza della quale vige l’eterogeneità di norme e giudizi di fatto, ma in qualche modo si propende per una attenuazione della netta separazione tra i due corni (1) e (2), attraverso la possibilità ibrida di inferenze che ammettano almeno una enunciazione al modo imperativo. Abbiamo così delle inferenze miste, con premesse e conclusione sia al modo indicativo sia al modo imperativo. In tal caso, infatti, la logica estende il suo campo di applicazione, operando pure su enunciazioni non indicative le quali possono figurare come elementi caratterizzanti di premesse e conclusioni. La ricezione del dilemma di Jørgensen, tuttavia, ha escluso o misconosciuto la direzione addotta da Marturano, ribadendo l’impostazione divisionistica tra l’essere e il dover essere, tra la scienza e la morale.

Seconda questione: enunciazioni imperative e logica.

While normative concepts are the subject of deontic logic, it is quite difficult how there can be a logic of such concepts at all. Norms like individual imperatives, promises, legal statutes, moral standards etc. are usually not viewed as being true or false […] being non-descriptive, they cannot meaningfully be termed true or false. Lacking truth values, these expressions cannot – in the usual sense – be premise or conclusion in an inference, be termed consistent or contradictory, or be compounded by truth-functional operators. Hence, thought there certainly exists a logical study of normative expressions and concepts, it seems there cannot be a logic of norms: this is Jørgensen’s dilemma (J. Hansen – G. Pigozzi – L. van deer Torre, Ten Philosophical Problems in Deontic Logic, p. 3)

Per come emerso sinora, il dilemma di Jørgensen si collega alle riflessioni di marca analitica intorno alla natura logica delle enunciazioni normative. Cosa significa ciò? È semplice, nonostante tutto, ovvero il problema consiste nell’interrogarsi sulla sensatezza formale delle enunciazioni non – indicative, e segnatamente su quelle prescrittive o valutative. In altri termini, la problematica ravvisata dal Nostro investe in pieno la significanza, da un punto di vista logico – formale, delle enunciazioni imperative: nella misura in cui queste ultime sono eterogenee ai valori di verità, com’è possibile darne un trattamento formale? E, più a fondo, proprio in quanto aleticamente adiafore, qual è il loro significato?

La difficoltà posta in essere da Jørgensen appare dunque chiara. Infatti, siccome, la logica trova applicazione esclusivamente ad enunciazioni capaci di assumere i valori di vero o di falso mentre le proposizioni dell’etica sono non vero-funzionali, seguono le nette alternative:

  1. può darsi solamente una logica degli indicativi;

  2. non può darsi una logica degli imperativi.

Jørgensen, detto altrimenti, riprende la nozione ordinaria di ragionamento e studia se sia possibile farvi figurare enunciazioni imperative quali sue parti costitutive, ossia o come premesse o come conclusione. La ragione di ciò dovrebbe essere chiara. Infatti, è proprio il riferimento aletico a garantire della bontà della sequenza che costituisce un ragionamento, nel senso che il vincolo vero – funzionale consente la derivazione stessa, ovvero il corretto passaggio dalle premesse alla conclusione. Se, però, in un ragionamento figurano delle enunciazioni che non accettano i valori vero – funzionali, viene meno tale garanzia e il ragionamento stesso finisce con l’apparire del tutto ambiguo, quando non anche completamente arbitrario. In tal modo, pertanto, Jørgensen mette a fuoco l’alternatività delle possibilità esclusive in campo: o si dà una logica degli indicativi o non è punto possibile una logica degli imperativi. Certo bisognerebbe anche puntualizzare come il Nostro abbia solamente scorto la difficoltà presente e non si sia affatto lasciato irretire dallo scarto delle due differenti alternative. Ma è indubbio come i suoi epigoni abbiano preso le mosse dal suo puzzle, ovvero dalla distinzione tra una logica di indicativi e una logica di imperativi. Il dilemma di Jørgensen ribadisce la sensatezza della prima e nega sensatezza alla seconda; o, per dirla altrimenti, conferma la limitazione aristotelica alla sola logica di enunciati indicativi.

La difficoltà è onestamente difficile da eliminare. Infatti, cosa potremmo dire di enunciazioni che non sono né vere né false? O, per meglio dire, come possiamo trattare formalmente enunciazioni non vero – funzionali? Sappiamo che una logica di enunciati indicativi è possibile, e sono tanti gli esempi storici, ma lo stesso può dirsi anche di una logica di enunciati imperativi? È come se fossimo cognitivamente incapaci di trattare le enunciazioni imperative alla stessa stregua degli enunciati indicativi. Per dirla altrimenti, siamo capaci di trattare formalmente le enunciazioni indicative così come siamo del tutto incapaci di trattare formalmente le enunciazioni imperative. Pertanto, è possibile una logica degli enunciati indicativi mentre è semplicemente impossibile una logica degli enunciati imperativi; mentre la prima è del tutto sensata, da un punto di vista razionale, la seconda è completamente insensata, da un punto di vista squisitamente razionale. Il che, come visto, generava le perplessità e le difficoltà del Nostro.

D’altra parte, comunque, lo sviluppo dell’argomento jørgensiano non ha fatto altro che riconoscere come valido il problema intravisto dall’epistemologo danese. In altri termini, a mio modesto modo di vedere, il Nostro ha indicato il buio dell’orizzonte, le oscurità che avvolgono il confine tra la sensatezza e l’insensatezza, l’indistinto che connota la differenza tra le enunciazioni indicative e le enunciazioni imperative.

Terza questione: rischiarare il buio oltre la siepe.

Since norms are usually thought to lack truth-value, how can logical relations such as contradiction and entailment (logical consequence) obtain between norms? (von Wright, Is There a Logic of Norms?, p. 266)

Scorrendo l’enorme mole di lavori dedicati al dilemma presente, a mio avviso, Marturano ha il pregio di affrontare direttamente il tema presente. Per l’autore, il dilemma di Jørgensen è il primo tentativo di analizzare il problema dell’inferenza di prescrizioni da prescrizioni dal punto di vista del non – cognitivismo: giustificare come sia possibile derivare prescrizioni da prescrizioni senza alcun vincolo di natura vero – funzionale. Jørgensen, infatti, «si chiede in che modo si possa parlare di inferenza logica quando si ha a che fare con enunciati prescrittivi […] in quanto questi ultimi, a differenza degli enunciati descrittivi o cognitivi sono privi di valore di verità» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 9).

Tuttavia, ritengo parimenti che Marturano innovi la strutturazione classica del dilemma, arricchendone così la storia e mettendo capo a tre differenti corni:

x) ampliare il concetto di inferenza logica;

xx) costruire una logica indiretta tra prescrizioni fatto salvo il concetto di inferenza;

xxx) impossibili le inferenze tra prescrizioni.

Secondo Marturano, in ogni caso, la nozione di inferenza va ampliata oltre la limitazione aristotelica, e comunque sino a comprendere porzioni d’essere sinora escluse.

Le varie formulazioni sinora prospettate del dilemma si sono polarizzate quasi esclusivamente intorno all’alternativa tra i corni (x) e (xxx) mentre il corno (xx) è presente solo in Jørgensen. Marturano propone, allora, di riformulare il dilemma come segue:

se gli enunciati prescrittivi sono privi di valore di verità

c1) il concetto classico di verità è inadeguato;

c2) il concetto classico di inferenza è l’unico che preserva la nozione di razionalità.

L’alternativa non mediata tra i corni (c1) e (c2) riprende ovviamente la distinzione tra i corni (1) e (2). Marturano affronta così un tema collegato, ovvero l’ambiguità degli enunciati deontici i quali possono venir adoperati sia in senso descrittivo sia in senso prescrittivo. Lo stesso Jørgensen, d’altra parte, aveva tentato di affrontare questa difficoltà, distinguendo tra tre differenti tipi di enunciato:

(z) enunciati indicativi che narrano la presenza di un comando o una richiesta rivolti a qualcuno;

(zz) enunciati imperativi che esprimono un ordine o un comando;

(zzz) enunciati che sono ambigui nel senso che vanno riferiti a (z) o a (zz).

L’attenzione di Marturano si concentra sulla tipologia (zz), l’insieme degli enunciati imperativi i quali sono di per sé non descrittivi, ma esprimono comandi o ordini, ossia specifiche funzioni normative del linguaggio. Essi svolgono un «effetto perlocutorio» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 27) sugli ascoltatori. Quel che emerge, dunque, è una distinzione di grado del tutto diversa rispetto a prima. Infatti, cambia la forza degli enunciati.

Marturano dà conto della stessa soluzione suggerita da Jørgensen il quale proponeva di distinguere tra due differenti elementi, pur congiunti nelle forme enunciative del linguaggio umano: (F1) il fattore indicativo; e, (F2) il fattore imperativo. Con il primo, Jørgensen intende la possibilità di separare dall’enunciazione normativa un enunciato indicativo descrivente l’azione, i cambiamenti o gli stati di cose ordinati o desiderati. Per Jørgensen è, cioè, possibile ricavare da ciascuna enunciazione normativa due differenti enunciati, uno al modo imperativo, che esprime un concetto deontico, e uno al modo indicativo, che descrive quanto richiesto per il tramite dello stesso concetto deontico adoperato. Questa distinzione «è equivalente alla canonica strutturazione odierna degli enunciati in segno di forza, ovvero, il fattore indicativo, e contenuto proposizionale, ovvero, il fattore indicativo» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 60). La presente è una soluzione, a mio avviso, simile a quella prospettata da Hare (Il linguaggio della morale, p. 26) quando il filosofo inglese distingueva tra:

(1) un elemento descrittivo, chiamato frastico;

(2) un elemento imperativo, chiamato neustico.

Di conseguenza, la logica troverebbe applicazione ai frastici, e non ai neustici. Tale soluzione, però, «restringe il dominio della logica delle prescrizioni in maniera inaccettabile» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 60) poiché diventano così impossibili le interdefinizioni deontiche. Resta il fatto, comunque, che la soluzione di Hare appare molto vicina a quella proposta da Jørgensen. Al riguardo, credo si possano individuare due diverse soluzioni al dilemma:

(S1) la logica viene applicata agli enunciati prescrittivi soltanto per quel che riguarda il contenuto proposizionale;

(S2) la logica viene applicata indirettamente agli enunciati prescrittivi per il tramite di un enunciato indicativo descrittivo corrispondente.

Sulla soluzione (S1) c’è poco da dire dal momento che si configura, a mio sommesso parere, in una sorta di “escapismo” dalle maglie del problema, peraltro semplicemente aggirando la difficoltà posta in essere dal dilemma presente. Invece, trovo più interessante la soluzione (S2). Secondo Jørgensen, ad ogni enunciato imperativo corrisponde un enunciato indicativo derivato dal primo. La logica, così, troverebbe applicazione al secondo enunciato, al modo indicativo, e non al primo enunciato, al modo imperativo, anche se i valori di verità ivi applicati sono capaci di fornire alcune informazioni anche sugli enunciati imperativi, pur non applicandovisi direttamente.

In suddetta trasformazione, però, mi pare inevitabile osservare come resti sulla scena il solo elemento descrittivo mentre scompaia del tutto l’elemento imperativo. Ciò non può che suscitare delle perplessità perché si finisce con il considerare quest’ultimo qualcosa di appartenente ad una, peraltro non meglio precisata, “natura psicologica”, senza, di conseguenza, avere nulla a che vedere con la logica.

La storia del dilemma di Jørgensen narra anche di altri tentativi di soluzioni. In merito, occorre senza dubbio distinguere tra:

(S3) soluzioni che abbracciano il corno (c1);

(S4) soluzioni che abbracciano il corno (c2).

Marturano articola la soluzione (S3) in due possibilità distinte:

  1. posizione rigida: non è possibile applicare la logica alle norme né direttamente né indirettamente;

  2. posizione morbida: pur non essendoci alcun margine per una logica delle norme, rimane la possibilità di una logica delle descrizioni di norme.

La possibilità (1) è la concezione tanto cara all’ultimo Kelsen per il quale la logica è eterogenea alle enunciazioni del diritto, ossia alle norme. La possibilità (2), invece, corrisponde puntualmente alla concezione del primo Kelsen ed è stata seguita anche da Alchourròn e Bulygin. Mentre Kelsen rimane vincolato rigidamente alla sua nozione di ‘logica’, secondo la quale le enunciazioni del diritto vengono concepite come espressioni della volontà, e, in quanto tali, non suscettibili di alcuna assunzione da parte della logica, Alchourròn e Bulygin sostengono una posizione più soft in merito. In modo particolare, essi distinguono due diverse concezioni delle norme:

(CE) una concezione espressiva;

(CI) una concezione iletica.

Con la prima, Alchourròn e Bulygin pongono l’accento sulla natura pragmatica dell’operatore normativo; con la seconda, invece, pongono l’accento sulla natura modale dell’operatore normativo.

Ritengo come la presente distinzione ponga l’enfasi sul risultato finale dell’uso prescrittivo del linguaggio. Di conseguenza, sembra suggerire di tener conto della differenza tra enunciazioni normative e enunciazioni indicative su base pragmatica, ossia di prendere in considerazione l’uso che viene fatto del linguaggio.

L’insieme delle soluzioni del tipo (S4), in genere, si caratterizzano come un ampliamento del «tradizionale concetto aletico di inferenza» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 79) e come un nuovo repertorio di valori logici da dare alle enunciazioni normative, in sé differenti da quelli aletici, di vero e/o di falso, ma del tutto analoghi.

Marturano rende conto anche di una possibilità ulteriore secondo la quale è possibile risolvere in maniera positiva il dilemma di Jørgensen per il tramite di una modifica, in senso intuizionista, della logica classica. In questo senso, infatti, i connettivi adoperati in logica deontica non sono più considerati in senso vero-funzionale ma in senso pragmatico, interpretati cioè come funzioni di giustificazione (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 130). Distinguendo tra i segni di forza illocutoria e i segni di modalità deontica, Dalla Pozza rende possibile sviluppare una logica delle prescrizioni interpretate in senso espressivo, recuperando alla logica delle proposizioni una logica deontica a base intuizionistica, «intesa come logica degli enunciati prescrittivi anziché come logica degli enunciati descrittivi di norma» (Marturano, “Il dilemma di Jørgensen”, p. 137). Ovviamente, per comprensibili ragioni di spazio, oltre che di opportunità, non è punto possibile sviluppare in questa sede il discorso del compianto Dalla Pozza.

Ritengo, però, che una certa direzione diretta a risolvere in maniera positiva l’alternativa netta posta in essere dal dilemma, devi dallo specifico formale qui attivato, prediligendo scorciatoie linguistiche capaci di risolvere, l’ostacolo formale al trattamento logico di enunciazioni non apofantiche, come quelle normative appunto. In altri termini, la via “positiva” di soluzione del dilemma consiste, sostanzialmente, in una molteplicità di dispositivi utili a bypassare le difficoltà attivate dal dilemma stesso …

Volevamo rischiarare le tenebre, ma dobbiamo riconoscere che oltre la siepe permane il buio.

Conclusioni

Da una parte si ritiene tradizionalmente che la logica si occupi degli enunciati in quanto esprimono proposizioni, e specialmente si occupi delle relazioni tra i valori di verità di proposizioni diverse. I connettivi logici sono definiti per mezzo delle tavole dei valori di verità che determinano in modo univoco il valore di verità di un’espressione molecolare come funzione delle espressioni atomiche che la costituiscono […] D’altra parte sembra essere immediatamente ovvio che costanti logiche quali i connettivi logici e i quantificatori sono di fatto usati nel discorso direttivo con una funzione simile a quella che hanno nel discorso indicativo; e che di fatto hanno luogo dei ragionamenti che posseggono il carattere dell’inferenza logica anche se una o più premesse sono direttive (Ross, Direttive e norme, pp. 209 – 201)

In fin dei conti, penso si possa dire come il dilemma posto in essere da Jørgensen riposi su una distinzione vissuta nei termini di uno iato privo di mediazione e sulla base di un radicalismo epistemologico che nega qualsiasi possibilità di rapporto. Non a caso, infatti, una profonda risonanza ha trovato in ambito neopositivista ed analitico: una cosa è la conoscenza, un’altra la direzione del comportamento. Tuttavia, assume consistenza anche la sensazione che i rapporti tra le due sfere siano molto più profondi di quanto non si sia pronti a riconoscere, vale a dire che il confine sia molto più sfumato di quella sorta di “cortina di ferro” che in tanti hanno invece intravisto o fatto calare dall’alto. Non intendo certo asserire che non vi sia alcuna distinzione tra teoria e pratica, ma solamente che sarebbe più saggio porre nuovamente al centro la formulazione originaria di Jørgensen la quale non ha affatto posto in essere una negazione assoluta di qualsiasi rapporto tra la prima e la seconda, ma solo “aver” constato la sussistenza di un enigma, di un problema di difficile risoluzione circa i rapporti tra la logica e le enunciazioni pratiche. Ritengo, allora, che sia bene ripensare il dilemma non per negarlo, ma per ricondurlo alla prospettiva originale, l’unica, a mio sommesso parere, capace di proporsi in termini positivi riguardo alle relazioni tra la teoria, o conoscenza, e la pratica, o direzione del comportamento umano, tra la logica, che ha ad oggetto le enunciazioni descrittive di stati di cose, e le enunciazioni imperative, le quali differiscono, per funzione e per significato, dalle “cugine” descrittive.

Come si vede, allora, il dilemma di Jørgensen è il risultato di una ricognizione intorno ai limiti del pensiero umano. Infatti, esso non è solamente teoretico, ossia conoscitivo, ma anche pratico. Al riguardo, ricorda Poli (1982, p. 465) «il pensiero pratico è pensiero sul mondo in relazione a specifici concetti essenzialmente pratici. Pensiamo praticamente quando emettiamo ordini e comandi e quando prendiamo decisioni. In tal modo, il pensiero pratico include il pensiero non pratico in quanto implica la conoscenza dell’ambiente e delle circostanze in cui operiamo».

Per Marturano (Il “dilemma di Jørgensen”,, p. 146), in conclusione, va posto nella giusta considerazione il ruolo che il livello pragmatico del linguaggio svolge nella logica delle norme. Infatti, la fondazione pragmatica della logica delle norme è quella che soddisfa meglio le condizioni che il dilemma impone ad una logica delle norme: (1) non cognitività degli enunciati normativi; (2) render conto della differenza illocutoria tra gli enunciati normativi e descrittivi; e, (3) rielaborazione del concetto di inferenza e dei connettivi logici. Solo così appare fondata l’opinione del fondatore moderno della logica deontica, von Wright, secondo la quale la logica ha «un’estensione maggiore rispetto al dominio della verità» (Marturano, Il “dilemma di Jørgensen”, p. 147).

Personalmente, però, ritengo piuttosto come la soluzione al DJ vada cercata in una migliore caratterizzazione del ragionamento che ammette enunciazioni imperative tra le sue premesse, e non nella mera ripetizione di una distinzione generale tra essere e dover essere, tra “Is” e “Ought”, tra Sein e Sollen, tra fatti e valori. Ed era, a mio avviso, proprio questo il significato del puzzle scorto da Jørgensen.

E tuttavia questa ricognizione non mira ad esplorare tutti i significati e le dimensioni possibili del DJ, ma, e più limitatamente, rispondere alla domanda su cosa s’intende con il DJ. Infatti, a dispetto di quanto si possa pensare, e contrariamente alla ricezione standard, Jørgensen non ha affatto formulato il dilemma in questione, ma solamente denunciato un imbarazzo scientifico innanzi alle possibilità (a) e (b). In altra sede ho avuto modo di affermare come sia «stata anche cucita addosso allo Jørgensen la responsabilità, o il merito, a seconda dei rispettivi punti di vista, di aver formulato per la prima volta una topica precisa e rilevante, il cosiddetto dilemma di Jørgensen» (pizzo, Kelsen “legge” Jørgensen, p. 131). Nella ricezione generale, invece, le possibilità (a) e (b) sono state rimpiazzate dai corni (1) e (2), o (A) e (B). In altri termini, il dilemma di Jørgensen mette capo alla separazione teorica tra la logica, da una parte, e la morale, dall’altra, tra la conoscenza e la pratica. Come si vede, questioni non del tutto trascurabili, ma che investono, e profondamente, quel che intendiamo anche per razionalità della condotta pratica.

Nelle eterne parole del compianto von Wright, infatti, leggiamo come «il pensiero pratico è pur sempre pensiero e, come tale, deve soddisfare i requisiti e le leggi della logica. Lo studio del pensiero pratico rappresenta, tuttavia, un notevole ampliamento della tradizionale scienza della logica. Tale studio può valere anche come fondamento di un’antropologia filosofica, che corrisponda al senso profondo della caratterizzazione aristotelica dell’uomo come animale razionale» (von Wright, Introduzione , p. 37). Il dilemma di Jørgensen sembra contraddire quest’ansia profonda dell’umano, vale a dire riuscire a giustificare la razionalità del pensiero pratico, quella stessa che Jørgensen ravvisava pur non riuscendo a dimostrarla, esperendo il puzzle di cui abbiamo detto, ovvero l’imbarazzo suscitato al cospetto delle enunciazioni imperative, e che i posteri hanno interpretato come una separazione definitiva tra l’essere e il dover essere, tra la logica e l’etica, tra la teoria e la valutazione.

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*Alessandro Pizzo è Dottore di Ricerca in Filosofia c/o l’Università degli Studi di Palermo. Si occupa della razionalità delle norme e del discorso normativo in generale. Attualmente è occupato nella scuola secondaria di secondo grado. Autore di svariate monografie e di articoli, è anche redattore di un blog personale: http://alessandropizzo.blogspot.it.

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