Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (1/3)

Lascia un commento

> di Giuseppe Brescia*

 

blaue_europe

 

Sommario: 1. Diritto e morale in Vico. 2. “De Constantia Jurisprudentis”, 3. Diritto Universale e teoria della storia. 4. Significati delle “guise” e delle “modificazioni della mente umana” nel Vico e nella modernità. 5. Importanza dell’avverbio nello stile di Vico ( e altri ‘autori’). 6. ‘Ed quando si sommano più e opposti errori che si forma il declino delle nazioni’. 7. La doppia “barbarie della riflessione”. 8. Casi storici di “declino delle nazioni”. 9. La “barbarie della riflessione” in Donald Verene e altri teorici: economia ed etica. 10. Misericordia Carità Diritto.

1. Diritto e morale in Vico

Nella celebre Filosofia di Giambattista Vico del 1911, Benedetto Croce si occupa distesamente, al Capitolo VIII, di Morale e diritto, al IX, della Storicità del diritto ed al VII, di Morale e religione, risalendo alla ripresa vichiana di Cicerone: «E ottimamente Cicerone diceva ad Attico, epicureo, di non poter istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concedesse che vi sia provvidenza divina» ( cfr., rispettivamente, le pp. 94-100; 101-108; 87 della nuova edizione del “Corpus” delle Opere di Benedetto Croce, Edizione Nazionale, a cura di Felicita Audisio, Bibliopolis, Napoli 1997 ).

Codesta ripresa forma la base per la critica – in Vico – a Hobbes, oltre che a Grozio e al Pufendorf, esponenti massimi del “giusnaturalismo”. Ma getta le basi anche per la dedica “A Francesco Ventura – Caporuota della Vicaria Generale di Napoli”, De opera Proloquium, nella “Sinopsi del Diritto Universale”, in italiano Dell’unico principio ed unico fine del diritto universale ( vedila in Opere giuridiche, a cura di Paolo Cristofolini, con Prefazione di Nicola Badaloni, Sansoni, Firenze 1974, pp. 18-19 ). Là dove epigraficamente recita Attico: «Tu non ritieni che la conoscenza del diritto non la si debba attingere da editto di un pretore, come i più van facendo, né dalle leggi delle XII Tavole, come per gli antenati, ma dall’intima profondità del filosofare ?». In originale: «Atticus. Non ergo a praetoris Edicto, ut prelique nunc, neque a XII Tabulis, ut superiores, sed penitus ex intima philosophia hauriendum iuris disciplinam putas?» (Cicero, De legibus, liber I, cap. 5). Croce liquida la tripartizione vichiana – in Dio – del posse, nosse, velle infinitum, e nell’uomo di posse, nosse, velle finitum quod tendit ad infinitum; così come la distinzione di giustizia ‘commutativa’ e ‘distributiva’, forme tra cui dovrebbe mediare la costruzione delle repubbliche, reputando queste dottrine vichiane come classificazioni di scuola, rispetto alla vera e propria originalità del verum ipsum factum e della Scienza nuova.

Ma quel che preme, ora, sottolineare è che il fondamento epistemologico-filosofico del diritto si riafferma nel tenace impegno – in Vico – per ritrovare un punto di snodo, un raccordo, un felice sbocco della “teoria” nella “pratica” per la Scienza Nuova, anzi per “questa Scienza” (come suggerisce in varie fasi il traduttore-interprete francese, amico dell’Italia, Alain Pons). Vedremo anzi, poi, come, alla luce di tale rivisitazione ermeneutica, il canone della classificazione della ‘giustizia’ possa rientrare plausibilmente in gioco. Alain Pons, traduttore del Cortegiano di Baldesar Castiglionr e della canzone di Vico Gli affetti di un disperato (in “Poesie” N° 27, Paris, Librairie Classique Belin, 1983, pp. 3-14), ha dato un cospicuo contributo alla ricomposizione culturale europea, con i suoi saggi a proposito del rapporto tra “Prudenza” e “Provvidenza”, filosofia politica e filosofia della storia, in Vico: testi che giungono a compimento ermeneutico nella pregevole traduzione integrale La Science Nouvelle ( Fayard, Paris 2002, pp. 560 ) e in Da Vico a Michelet. Saggi 1968-1995 (ed. it. ETS, Pisa 2004, sull’originale del Grasset, Paris 1981).

La ”Scienza Nuova” è stata molto più che una “filosofia della storia”; è una “filosofia dello spirito”, in tutti i suoi aspetti. L’edizione francese, curata dal Pons, offre in Appendice la versione di Pratica di questa Scienza, breve ma succoso capitolo delle Correzioni Miglioramenti Aggiunte del 1731 alla redazione 1730 del capolavoro vichiano. Ad avviso di Pons, «tutta la scienza filosofica ha un aspetto teorico e uno pratico. Sin dal 1725, Vico aveva assegnato alla sua Scienza un valore ‘diagnostico’, nella misura in cui ella permetteva di riconoscere a quale stadio del suo corso si trovi una nazione, sia in rapporto alla sua ‘acmé’ sia nella prospettiva dello stadio successivo di dissoluzione del suo stato. È a questo punto, pensa il Vico, che bisogna lottare duramente per restaurare il senso comune perduto, e ridar forza e ricominciamento al ricorso» (mia attualizzazione, dopo il ‘1994’ e dopo l’11 settembre 2011, in Joyce dopo Joyce, L’Arte Tipografica, Napoli 2004, pp. 95-96). In questo senso, aveva ben ragione Croce ad asserire che la teoria dei corsi e ricorsi storici va assunta in senso ideale, come esigenza di categorie eterne o momenti spirituali; non già in quanto meccanica ripetizione di accadimenti. E avevan ragione, per parte loro, James Joyce e il giovane Samuel Beckett, a riattualizzare la lezione vichiana, con l’anticipazione di Anna Livia Plurabelle, capitolo di Finnegans Wake, il primo; e con la tesi Dante… Bruno. Vico.. Joyce del 1927, il secondo ( poi in Disjecta, Calder, London 2001). Entrambi i dotti, irlandesi per l’ origine (ma europei e filo-italiani di formazione), sentono venire la ‘crisi’, percepiscono – junghianamente – la “enantio-dromia”, la corsa ‘dei’ e ‘tra i contrari’ sull’orlo del ‘precipizio’, che si profila in Europa. E a lor vario modo rispondono.

2. ”De Constantia Jurisprudentis”

Ecco allora, «la filosofia che viene in soccorso della prudenza», (en aide de la prudence, dice stupendamente Vico in Pons, cfr. pp. XXIII e 543-547 de La Sciente Nouvelle). E tornano note bruniane sui rischi di ‘empia pietà’, nelle fasi di decadenza (Vico fa gli esempi di Messalina e di Nerone). Tornano le casistiche della ‘materia’ e della ‘forma’, della ‘oscurità’ informe (presagio di aspetti della ‘vitalità’ nell’ultimo, ma non solo nell’ultimo, Croce), e della luce della creatività degli individui, ‘industriosi e fertili’, ‘saggi e puri’, che alla oscurità si contrappongono, dando principio al ‘ricominciamento’, al ‘ricorso’ (fase di cui, ed in cui, siamo, ognora, compresi e partecipi).

Per ciò stesso, Vico tesse e ri-tesse l’ elogio della “giurisprudenza”, al vertice di tutte le scienze umane, dando implicitamente soddisfazione al quesito filologico posto da Alain Pons, in premessa, sul perché questa Appendice sia stata esclusa dalla terza edizione della Scienza Nuova del 1744. Qui, forse e senza forse, le esigenze di Rimeditazione (1725 ), e Pratica di questa Scienza (1731), andavano a sfociare nella magistrale focalizzazione, e ripresa, del Ricorso (Libro V, ed.1744).

Ma l’assillo del Vico per le crisi ricorrenti aveva conquistato, sin dai primi decenni del secolo, la efficace risposta, e prosecuzione fattiva e prudente, con l’elogio della “costanza”, e/o “coerenza”, della “giurisprudenza”.

Vediamo meglio. L’interrogativo di Pons, in chiusura di Présentation, è: «Si Vico renonce à évoquer, en 1744, la possibilité d’une pratique de sa science, est-ce par découragement moral, ou bien parce qu’il confie désormais entièrement le destin des nations à la providence ?» ( p. XXIII).

Richiama i precedenti studi di Max H. Fisch, Vico’ Pratica, e Alain Pons, Prudence and Providence: The Pratica della Scienza Nuova and the problem of theory and practice in Vico, in Giambattista Vico’s Science of Humanity (ed. G. Tagliacozzo e D. Ph. Verene, Baltimore and London, The John Hopkins University Press, 1976, pp. 423-430 e 431-448). In effetti, sul tema cruciale, Alain Pons era tornato nel saggio del 1995, onorandomi della dedica “Au Professeur Giuseppe Brescia – En hommage trés amical – Alain Pons”, Vico: de la Prudence à la Providence, in De la prudence des anciens comparée à celle des modernes. Sémantique d’un concept, déplacement des problématiques, publié sous la direction de André Tosel ( Annales Littéraires de l’Université de Besançon, Le Belles Lettres, Paris 1995, pp. 149-167). E, dopo, nella Appendice alla versione integrale del capolavoro vichiano del 1744, rammenta la Pratique de cette science, annotando esser questo il titolo esatto registrato nel manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, XIII, D.80: Pratica di questa Scienza, e non Pratica della Scienza nuova, come “si può leggere nella edizione del Nicolini” (p. 543). Oscillando molti autori tra le due dizioni, o semplificandola in Vico’s Pratica (Fisch) o svariando tra Pratica di questa Scienza e Pratica di questa Scienza nuova (Paolo Rossi, 1959; Pons 1995, pp. 166 sgg.), si riconosce la fonte della riscoperta nicoliniana nella Edizione maggiore della Scienza nuova seconda, giusta l’edizione del 1744 con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite, a cura di Fausto Nicolini, nella collana laterziana “Scrittori d’Italia”, giustamente recensita su tutti i più importanti giornali letterari dell’epoca (Quarta edizione riveduta a arricchita di postille inedite d’un discepolo, Bari 1953, Parte seconda, pp. 355-356). Dove l’erudito napoletano, fraterno amico di Croce, va ancora oltre: «Né basta. Il quinto libro, consacrato ai ricorsi storici, vale a dire alla dottrina intorno alla quale l’autore si travagliò maggiormente negli ultimi suoi anni è, oltre che ampliato, assai meglio ordinato. Ricompare, arricchito di continue e lunghe giunte e col titolo Pratica della Scienza nuova, un capitoletto dato già, col diverso titolo Meditazione di una scienza nuova, nell’edizione del 1725. Permane, aumentata, la Tavola d’indici». Similmente, il saggetto riepilogativo e orientativo a un tempo del (1725)-1731 è ripubblicato nel volume antologico curato e introdotto da Paolo Rossi, Opere ( Rizzoli, Milano 1959, pp. 868-871 ), con il titolo Pratica di questa Scienza Nuova ( laddove manca alle antologie di Pasquale Soccio, Autobiografia Poesie Scienza Nuova, curatissimo ‘Grande Libro’ garzantiano, Milano 1983; e del fondamentale Andrea Battistini, nelle Opere del Vico in due voll, Mondadori, Milano 1990 ).

3. Diritto universale e teoria della storia

Era, questo spunto, il cruccio segreto di Vico, l’”eroe della vita filosofica” di cui parla in pagine ancora toccanti il Croce del 1911; era il pre-moderno «tanta fatica, e non ce l’abbiamo fatta!»; la mancanza, cioè, di seguito pratico, di efficacia civile, di snodo tra pensiero e azione, bruciantemente avvertita, pur dopo uno sforzo teoretico e storiografico di portata enorme (così nel Diritto Universale, come nelle tre stesure della Scienza Nuova). Ad esempio, già nella Scienza Nuova prima, al Capo XII, Sull’idea di una giurisprudenza del genere umano, scrive il Vico: «E tale per indispensabile necessità dee procedere il ragionamento dintorno al diritto naturale delle nazioni secondo l’ordine naturale dell’idee: non come altri immaginano d’aver fatto, che ne prepongono i magnifici titoli ai più grossi volumi e nulla arrecano, più di ciò che volgarmente sapeasi, nelle loro opere» (La Scienza Nuova prima. Con la polemica contro gli ‘Atti degli eruditi’ di Lipsia, a cura di Fausto Nicolini, Bari 1968, pp. 30-31).

Vico aveva già detto, nel De constantia jurisprudentis, al capitolo XVIII, De Historiae Profanae Elementis, p. 512 in: 345-729 delle Opere giuridiche (edizione Badaloni-Cristofolini, Firenze 1974): «La giurisprudenza è la cognizione delle cose divine e umane. Abbiamo dunque dimostrato l’unico principio e l’unico fine del diritto universale. E siccome il ‘gius’, la legge, ossia il giusto, procede dall’eterna giustizia, cioè da Dio ch’è di ogni legislazione principio, così il ‘gius’, o la giurisprudenza, si rivolge ugualmente all’eterna giustizia, a Dio, ch’è il fine, il finale obbietto di ogni equa interpretazione ( ‘qui omnis aequae interpretationis est finis’ )».

Non è, quindi, che, alla fine delle revisioni del proprio capolavoro, Vico abbia pregiato il senso della Provvidenza, divina mente legislatrice, soppiantandola alla prudenza (di etimo, o derivazione, comune), come alternativamente inclina a congetturare il Pons: l’appello alla Provvidenza divina era già esplicito nelle fasi di “passaggio” alla Scienza Nuova. Si tratterebbe, semmai, di ponderare bene quali siano le forme, le modalità o le “guise” di tale dottrina, in linea con il corso più profondo del pensiero vichiano. In tutto ciò, la “legislazione” serba costante un ufficio e ruolo primario, regolativo, modale. Libro I – Sezione II, par. 132-133 Nicolini: «La legislazione considera l’uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società: come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione, che sono gli tre vizi che portano a travverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e sì la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità. – Questa degnità pruova esservi provvedenza divina e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini, tutti attenuti alle loro private utilità, per le quali viverebbono da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per gli quali vivano in una umana società». Notevole il capo XCII del Libro I – Sezione II, ai par. 283-284 dell’edizione Nicolini: «I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi séguito, le promuovono; i prìncipi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono . – Questa degnità, per la prima e seconda parte, è la fiaccola delle contese eroiche nelle repubbliche aristocratiche, nelle qual’i nobili vogliono appo l’ordine arcane tutte le leggi, perché dipendano dal lor arbitrio e le ministrino con la mano regia». Soprattutto, al nostro assunto, vale il par. 147 dello stesso Libro I – Sez. II: «Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose».

Rende bene in lingua franca la degnità, il Pons (alla pagina 90 della sua traduzione: «La nature (‘natura’) des choses n’est rien d’autre que leur naissance (‘nascimento’) en certains temps e de certaines manières ( ‘guise’ ); tels sont les temps e les manières, telles et non autres naissent toujours les choses». Passi investigati da sempre per ogni direzione dell’ermeneutica filosofica e civile, e di cui non intendo qui procurare che qualche scampolo significativo, se pure meno noto e compulsato: ad esempio, dopo gli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica di Francesco Fiorentino, con le Lettere sopra la Scienza Nuova alla marchesa Florenzi Waddington (Morano, Napoli 1876, pp. 161-211), ci soccorre Roberto Flint, docente all’Università di Edimburgo, G. Batista Vico. Traduzione dall’inglese del conte Francesco Finocchietti (Tip. Coppini e Bocconi, Firenze 1888 ), al Capo VII, Il Vico come teorico del diritto (pp. 149-182) ed VIII, Passaggio alla Scienza Nuova (pp. 183-206: dedicato al De Constantia Jurisprudentis), già alle pp. 34-37 del capo Vita più avanzata (1694-1744) . Senza dire di Antonio Corsano, all’intenso Capitolo IV de Il diritto universale (G.B. Vico, Bari 1956, pp. 137-200); Ada Lamacchia, Vico e Agostino (in Giambattista Vico. Poesia Logica Religione, Morcelliana, Brescia 1968, pp. 270-319); e delle cure filologiche e ricostruttive di Badaloni e Cristofolini alla edizione delle Opere giuridiche del 1974.

4. Significati delle “guise” e “modificazioni della mente umana” nel Vico e nella modernità

Ermeneuticamente, dire “guise”, “modi”, “maniere”, certo vuol dire: «Forme di attività dello spirito umano» ( Croce ); o già modificazioni della mente (Vico, in senso sostanziale). «Ma in tal densa notte di tenebre ond’è coverta la prima da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità che non si può a patto alcuno chiamare in dubbio: che questo mondo civile egli certamente (‘certainement’, traduce Pons) è stato fatto dagli uomini; onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i princìpi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana» (‘à l’intérieur des modifications de notre propre esprit humain’: Libro Primo, Sezione terza, De’ princìpi, par 331). Vico ribadisce tale dottrina nel Libro secondo, Sezione prima, dedicata alla Metafisica Poetica, a proposito dei «primi uomini, stupidi, insensati ed orribili bestioni»: «E dovevano incominciarla dalla metafisica, siccome quella che va a prendere le sue pruove non già da fuori ma da dentro (‘non pas dans le monde extérieur, mais dans‘) le modificazioni della propria mente di chi la medita, dentro (‘à l’intérieur de’) le quali, come sopra dicemmo, perché questo mondo di nazioni egli certamente è stato fatto dagli uomini, se ne dovevan andar a truovar i princìpi; e la natura umana, in quanto ella è comune con le bestie, porta seco questa propietà: ch’i sensi sieno le sole vie ond’ella conosca le cose» ( par. 374 ed. Nicolini ).

Al dire di Antonio Corsano, forse Vico prese spunto dalle Recherches di Malebranche, per la definizione delle “modifications” della mente umana (cfr. G.B. Vico, Bari 1956, cit., pp. 220 sgg; Raffaello Franchini, Le origini della dialettica, Giannini, Napoli 1976, 4^ ed., Appendice, anche in polemica con la tesi di Alfredo Parente, che intendeva espungere la presenza di Vico dalla storia della “dialettica”, accreditata solo come antitesi ). Certo analogie e precorrimenti si colgono a ogni pie’ sospinto in Vico, come in tutti i grandi pensatori: ma quel che gli è peculiare è questo accento forte sul carattere autonomo, e perciò creativo, delle ‘modificazioni della mente’.

5. Importanza dell’avverbio nello stile di Vico ( e altri ‘autori’)

In questo senso, non mi pare sia stata sufficientemente notata l’importanza epistemologica degli avverbi (che abbiamo sottolineato, di proposito): “certamente”, per l’esser il mondo civile fatto dagli uomini; “non già da fuori, ma da dentro”, per la fondazione della “metafisica”; “dentro”, a proposito delle modificazioni, all’interno delle quali vanno ritrovati i princìpi della Scienza nuova. L’avverbio incide stilisticamente il “fulcro” teoretico, il fondamento indiscutibile della ricerca vichiana (ciò che rimane per sempre, al di là di tutte le contingenze storiche o politiche); un poco come l’avverbio “o presso”, nel definire il rapporto tra “virtù” e “fortuna”, al capitolo VI del Principe di Niccolò Machiavelli, epistemologicamente costituisce la formulazione più importante e decisiva di tutto il contesto, in sé racchiudendo il valore equiprobabile del rapporto tra prove e risultati, poi alla base per il teorema del limite di Richard Von Mises e la statistica della previsione.

Lo stesso si dica per “verso…”, decisivo per affermare o negare il senso finale della storia, come nell’orientamento crociano del 1933 “Il mondo va verso…”; o per racchiudere in sede di analisi psicologica, secondo Eugène Minkowskj, nella ‘paroletta’, il senso del destino, attraverso il ‘soffio dell’umano’, che v’introduce. L’avverbio, parte del discorso che sta presso il verbum, finisce per essere espressione – dal mio punto di vista – di esigenza fondativa concettuale, alla stessa stregua con cui le ‘relazioni’ e i ‘ponti’ tra le categorie – apparentemente ‘deboli’ – risultano ‘ forti’, perché ‘strutturali’ o ‘architettoniche’. Il filologo romanzo Erich Auerbach, più di Mario Fubini (nel libro Stile e umanità di Giambattista Vico, Milano-Napoli 1965), e nel suo San Francesco Dante Vico, commentando questi luoghi vichiani, si avvicina alla presente lettura, pregiando l’uso degli aggettivi e la struttura sintattica complessiva del periodo: «Dappertutto si incontrano in luogo degli articoli gli aggettivi esornativi e dimostrativi ‘tal…questo…questa’. Non diversa è l’impressione che riceviamo dall’andamento ritmico. Ben trenta sillabe dura la notte profonda, la cui tenebra è piena di un contenuto compresso (‘la prima da noi lontanissima antiquità’), mentre il sorgere della luce, introdotto dal verbo ‘apparisce’, viene interrotto due volte dagli squilli di fanfara delle pleonastiche frasi secondarie ( 11+5+6+17 sillabe); il tutto forma un crescendo di significato e di intensità tonale fin ai due punti, dopo i quali prorompe l’affermazione sostanziale: che questo mondo storico senza dubbio è stato fatto dagli uomini» ( S. Francesco Dante Vico, ed. it. De Donato, Bari 1970, pp. 67-69 ). Subito dopo, l’Auerbach coglie il nesso tra ‘stile’ e ‘questione di fondamento’: «Soltanto alla fine di tutto il periodo, ci si svela il luogo che si cercava: il nostro spirito umano. Esso però non viene soltanto semplicemente nominato, ma le parole: ‘dentro le modificazioni’ indicano che si deve cercare nell’ambito dello spirito, nel quale sono per così dire nascosti, e ritrovabili solo con una profonda indagine, i princìpi della storia umana» ( op. cit., p. 68 ).

E in effetti, dire “guise”, vuol dire anche: “ogni modalità regolativa”, “ogni principio regolativo”, dei processi storici e mentali ( Kant 1781 ). A me sembra che, rendendo “dei doveri del giurista”, non venga restituito all’evidenza proprio l’aspetto della “riproduzione costante” delle “guise”, e del fare appello – ineludibile appello, o richiamo, o ricorso, che dir si voglia – alle “guise” della “prudenza”, classica e moderna “virtù” della “previsione” (Aristotele, Cicerone, Machiavelli, Kant, Croce, Franchini). D’altro canto, dicendo anche: “La coerenza del giurista”, certo non si sbaglia; ma si appanna, ancor qui, l’idea del “costante proporsi e riproporsi del riparo offerto dal giurista”, etimologicamente “chiamato”, ad-vocatus, per esercizio della “prudenza”. Ora, ciò che manca alla ‘inerte’ traduzione descrittiva di De Constantia, è l’aspetto dialettico, bi-polare, dia-gnostico dell’errore che si trasferisce bene spesso, e sempre più spesso nelle fasi di “declino delle nazioni”, da uno ad altro ‘sistema’ (“Welfare”; libero mercato), e dall’uno all’opposto lato (immigrazione clandestina – xenofobia; mancanza di regole- eccesso di regole; europeismo incontrollato – “brexit” non ben calcolata, e così via ). Pure, il “principio diagnostico” è esattamente il termine adottato da Giambattista Vico nella citata Pratica di questa Scienza, o Pratica di essa Scienza Nuova, del 1731. Esso principio è introdotto per delucidare il trasferirsi della “crisi” dal modello romano di Repubblica a quello settecentesco della Monarchia, sulla strada che procede dal Diritto Universale (1720) alla Scienza Nuova (1725, 1730, 1744 ).

6. ‘Ed è quando si sommano più ed opposti errori, che si avvia e poi forma il precipizio o declino delle nazioni’

Potremmo proporre di tradurre meglio “La insistenza del giurista”, il De Constantia Jurisprudentis. Orazio, nell’ Ars Poetica, dice: «In vitium ducit culpae fuga» (Fa cadere nell’errore opposto l’aver scansato una colpa), compiacendo Vico, sulla strada che va da Platone e dalla sua Repubblica ai cicli di Polibio e ai declini imperiali di Tacito; dal bestione di Giordano Bruno alla mutazione delle forme dialettiche di Antonio Rosmini; o dalla “enantio-dromia” di Garl Gustav Jung in Psicologia e religione al linguaggio capovolto di “1984” di George Orwell e al capovolgimento di valori in disvalori nella Fine della civiltà e Anticristo che è in noi dell’ultimo, bruniano e vichiano, Benedetto Croce.

Certo, i valori, quanto più sono “preziosi”, tanto più van trattati con garbo o maniera, “giudizio” e “saggezza” (vd. il mio “1994”.Critica della ragione sofistica, Laterza, Bari 1997). Di tutti i vulnera possibili e immaginabili, quello sistematicamente arrecato al “diritto”, alla “costanza, coerenza, insistenza” universale del diritto ( o dei suoi interpreti attuatori ), è perciò l’esiziale per il corso delle nazioni civili. Non a caso, il filosofo della pratica e teologo Italo Mancini segnalava un lancinante grido d’allarme sin dal 1986: «Per il diritto sembra che le campane suonino a morto» (cause, le varie forme di incantesimo manipolativo; il negativismo giuridico; le filosofie analitiche o strumentalistiche del diritto; la concezione sovrastrutturale del diritto; la ‘innocenza del divenire’ di derivazione nietschiana), nella sua fondamentale Filosofia della prassi (Morcelliana, Brescia 1986). «Dove va a finire la vichiana civiltà del diritto e la sua opera di sbarbarimento che Ugo Foscolo fissava nei suoi versi: Dal dì che nozze, tribunale ed are / dier alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui?», si chiede il teoreta (op. cit., p. 129). Lo stesso Immanuel Kant della Metafisica dei costumi, qui riecheggiata, non è distante dalla ‘critica dell’editto pretorile’, unica fonte di giurisprudenza, rivendicata ottant’anni prima dal Vico. «Il giureconsulto può, certo, conoscere e dichiarare che cosa appartenga al diritto ( quis sit juris), vale a dire ciò che leggi in un certo luogo o in un certo tempo prescrivono o hanno prescritto; ma se ciò che queste leggi prescrivono sia anche giusto, e il criterio universale per mezzo del quale si può riconoscere in generale ciò che è giusto e ciò che è ingiusto ( iustum et iniustum ), gli rimane completamente nascosto. […] Una dottrina del diritto puramente empirica (come la testa di legno nella favola di Fedro ) è una testa che può essere bella, ma che, ahimé !, non ha cervello» (cfr. la Metafisica dei costumi, del 1797, nella tradizione Vidari, Bari 1970, p. 34). È la nostra civiltà del diritto, che fa «diverso l’Occidente, verso l’Est, il più o meno lontano Oriente». E non come mera “erudizione”; sì – bene – per la “filosofia”, o dottrina dei trascendentali, dei principi delle cose naturali e divine: quella dottrina che in Kant si giuoca nello scarto tra il quid juris e il quid iustum, ed in Vico riporta alla Provvidenza divina (benché calata e risolta nello studio della storia delle nazioni, e del ‘ricorso’ ideale eterno).

Dice bene, dunque, Pons nella citata Présentation du traducteur: «Là , il insiste sur le stade final de la dissolution des nations. Il en reconnait les causes dans l’oubli de tous les ‘principes’ sur lesquels les nations se sont fondées et se sont conservées, la religion, la famille, la morale. IL faut donc lutter pour restaurer le sens commun perdu» ( cit., p. XXIII: ultimamente, dopo il trentennio di docenza di Filosofia politica alla Università di Paris X–Nanterre, Alain Pons è tornato su questi temi in un ‘eBook Kindle’, Vie et mort des Nations.Lecture de ‘La Science Nouvelle’ de Giambattista Vico, ‘L’Esprit de la Cité’, Paris, 15 ottobre 2015). Per “lottare duramente”, dando così impulso al “ricorso” e restaurando il “senso comune smarrito”, occorre combattere la duplice e opposta fenomenologia dell’errore – dialetticamente affrontata e simultaneamente compresa: per questo motivo, Vico torna a più riprese sulla Rimeditazione di questa scienza o Pratica di questa Scienza nuova, arricchendola di nuove giunte e più particolari volute, descrittive – per un verso – degli «uomini che non hanno né proprio consiglio né propria virtù» e, per l’altro, di quelli «che possono consigliare e difendere sé ed altrui, che son i saggi e i forti» (vd. La Scienza Nuova seconda. Parte seconda, cit., pp. 274-277).

Ma entra in campo la complessità concettuale del “diritto”, del “gius”, su cui si affatica il pensiero della modernità, prima di e fino a Vico: jus naturale prius e jus naturale posterius, che voglion dire “arbitrio individuale” prima, e “capacità della ragione di portare in luce le regole di conservazione”, solo implicite nella prima figura del “diritto”, in un secondo momento. E siffatta “complessità” è propedeutica all’altra, tra “giustizia” secondo la legge di “proporzione aritmetica”, detta anche “commutativa”, e la “giustizia giusta la “proporzione geometrica”, o “distributiva” (cfr. la prefazione di Paolo Rossi, pp. XV sgg. alle citate Opere giuridiche di Vico; e tutto il contesto della magistrale deduzione del Primo libro della “Sinopsi del diritto univerale”, ossia i capitoli LVII-LXII del De uno universi iuris principio et fine uno, op. cit., pp. 70-76 ). Ho già accennato al bisogno di ritornare su questi concetti, all’interno – però – di un nuovo campo ermeneutico: la “complessità” del moderno, di fronte al rischio del “declino delle nazioni”; donde la difficoltà della “lotta” per salvare il “senso comune” e ripristinare il “ricominciamento” (idea che sarà poi, emblematicamente, il IV Libro della ‘Veglia di Finnegan’, Finnegans Wake).

Un contemporaneo di Vico, rispetto a cui si collocano alcune interpretazioni del diritto, Gian Vincenzo Gravina, allude alla “complessità” della lex promiscua (corrispondente al concetto di jus naturale prius) rispetto alla lex solius mentis (corrispettiva di jus naturale posterius). Ma ciò comporta una “diagnosi” della complicazione del quadro giuridico-istituzionale delle nazioni, che appare affine o simigliante alla fase di decadenza narrata dal Vico. «Con la lex promiscua è infatti designata tutta quella serie di eventi che interferiscono con la storia umana a partire dalle circolazioni della natura. A questo livello il danno di una cosa si converte nella utilità di un’altra e non è possibile quindi costruire una idea del giusto e dell’ingiusto» (cfr. Introduzione di Paolo Rossi, cit., pp. XVI-XVII, sulla base di Jani Vincentii Gravinae Originum Juris Civilis libri tres et De romano imperio, Venetiis, 1752, p. 106).

«Non è possibile costruire un’idea del giusto e dell’ingiusto»: osiamo recare esempi tratti dalla più stretta contemporaneità, non per svilire la qualità teoretica del percorso ma per render evidente la perenne attualità di questa lezione sulle forme e le complessità, le distinzioni e le promiscuità, del diritto. Non sembra di leggere pagine aderenti all’oggi, allorché ci avviciniamo alla traccia della Lex promiscua (Gravina) o della rinnovata Barbarie della riflessione (Vico)? Nel capitolo dei Ricorsi ( l’ undecimo della propria monografia del 1911), il Croce così riepiloga: «Lo spirito, percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi successivamente all’universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla violenza all’equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso e di là riprendere il moto ascensivo, iniziare il ricorso. È codesto il significato filosofico del ‘ricorso’ vichiano, ma non è il modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti del Vico, dove l’eterno circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ricorso delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella ‘barbarie della riflessione’, peggiore della prima barbarie del senso, che era di una fierezza generosa, laddove l’altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario che quella malnata sottigliezza d’ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. […] La storia politica mostra di continuo lo spettacolo di aristocrazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli, e cedono all’urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente più energiche, fintanto che queste, diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fioritura delle idee storiche di cui portavano il germe, entrano in un periodo di decadenza e di fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e periodi speculativi, l’irrigidirsi delle soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ritorno alla mera osservazione del fatto singolo, e il rinascente processo speculativo. E la storia letteraria ci parla anch’essa di periodi realistici e idealistici, romantici e classicistici, di corruttela classica che è alessandrinismo e decadentismo, e di barbarie romantica che da questo risorge. Ecco altrettanti casi di veri e propri ricorsi vichiani. Ma poiché il ritmo dello spirito, posto a fondamento di questi cicli, è fuori del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza, deve per altro serbare anche una certa elasticità» ( cfr. p. 119-128).

È, insomma, il The new I want, nella stessa pagina dell’ Ulysses di James Joyce, che poco sopra ha trattato della “storia che si ripete”, anzi repeats herself, accettando e calando nella inesausta ricerca stilistica il canone ermeneutico di Croce, studiato – con Vico – tra Dublino e Trieste ( Dario De Tuoni, Ricordi di Joyce a Trieste, Scheiwiller, Milano 1968; Richard Ellmann, James Joyce, Oxford 1959-1982, passim; Giuseppe Brescia, Joyce dopo Joyce, L’Arte Tipografica, Napoli 2004 e Tra Vico e Joyce, Laterza, Bari 2006 ).

* Giuseppe Brescia, Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito, del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt”; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013; I conti con il male, 2015).

 

[ Clicca qui per il .Pdf]

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...