Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (3/3)

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> di Giuseppe Brescia*

 

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Casi storici di “declino delle nazioni”

Cade, così, il limite di una casistica troppo ancorata all’esemplificazione particolare, effimera e contingente, per quanto riguarda gli uomini della “materia” e gli uomini della “forma”; dal momento che la fenomenologia ideale eterna, da Vico instaurata, insegna a interpretare dall’interno le modalità, o le ‘guise’, delle crisi ricorrenti, come «analogie dell’esperienza sofistica» ( “1994”. Critica della ragione sofistica, Bari 1997, capo X, XII e XII della Parte seconda, alle pp. 89-99 ).

“Diagnostica” vale anche : “conoscenza attraverso”, ossia capacità di giudicare le patologie del declino delle nazioni, ovunque e comunque interconnesse o complesse e intrecciate, proprio per arrestare il “declino”. “Potenza del linguaggio”, o “Potenza della fantasia”, se si ricorda il bel libro dell’italo-tedesco Ernesto Grassi, al capitolo Il rovesciamento del concetto tradizionale del sapere, là dove il critico riesuma il moralista inglese Shaftesbury, che ben contrappone, all’«arguzia intellettualistica» di moda, il tipo del «virtuoso», vichianamente in grado di sintetizzare «sapere e saggezza pratica» (nel suo Soliloquy I, 33: “a man of virtue and good sense”: cfr. Ernesto Grassi, Potenza della fantasia (1979), ed. it., Guida, Napoli 1990, pp. 221-237).

Per restaurare il “bisogno di diritto” o, come io preferisco dire, “l’insistenza del giuridico”, è doveroso rintracciare le “guise della prudenza”, in grado di “lottare” efficacemente contro il male nella storia (vd. Santo Mazzarino, Vico l’annalistica e il diritto, Napoli 1971; Serenella Armellini, Il bisogno di diritto, in ‘Et si omnes’. Scritti in onore di Francesco Mercadante, Giuffré, Milano 2008, pp. 2-18; Sergio Cotta, Perché la violenza ? Una interpretazione filosofica, Japadre, L’Aquila 1978; Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, ed. it., Milano 1975; Giuseppe Brescia, Tempo e Libertà. Teorie e sistema della costruttività umana, Lacaita, Manduria 1984 ed I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male, Laterza, Bari 2015; Marc Fumaroli, Le api e i ragni.La disputa degli Antichi e dei Moderni, ed. it., Milano 2005).

Francesco De Sanctis (Morra Irpinia 1817 – Napoli 1883), ‘vichiano-ultravichiano’ di genio, anticipa alcuni nostri nuclei fondanti. Senza fronzoli, ma vastamente e precisamente, espone il programma di ricerche su Vico e la sua formazione, precorrendo di un settantennio vent’anni di cattedre universitarie in erudizione storica, storia della filosofia o “eloquenza”. Senza fronzoli, va diretto al cuor del problema. Definisce la fucina del mondo, per il va e vieni, il tempo oscuro alla critica, a proposito della poesia di Dante giovanile, gettando le basi per il suo fondamento , la dialettica delle passioni, l’urgenza e l’ufficio del passaggio tra le forme. Nel capitolo La Nuova Scienza della sua Storia della letteratura italiana (vol. II, Einaudi, Torino 1958, ed. Gallo-Sapegno, pp. 815-824 in:737-852), chiarisce bene: «L’importante non è di osservare il fatto, ma di esaminare come il fatto si fa. […] L’idea è vera colta nel suo farsi. Il pensiero è moto che va da un termine all’altro, è l’idea che si fa, si realizza come natura, e ritorna idea, si ripensa, si riconosce nel fatto». Mescola l’idealismo di Schelling ed il sistema di Hegel, il De Sanctis; comunque sempre con attinenza a Vico, e alle guise della mente umana.

Ora, poiché nella citata Conchiusione dell’Opera, ai paragrafi 1105-1108, stupendamente Vico sancisce che la «barbarie della riflessione» rende gli uomini «fiere» e «dentro lunghi secoli di barbarie vadano ad irruginire le malnate sottigliezze degl’ingegni maliziosi»; e poco oltre critica «sì fatta riflessiva malizia», potentemente così ci affida la traccia – modernissima – per riconoscere le «analogie dell’esperienza sofistica». Se la filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero, abbiamo seguito dagli anni Novanta del secolo scorso (‘1994’) l’analisi patognostica del declino, giovandoci della testimonianza di Luigi Sturzo, a sua volta risalente al 1950.

Si hanno, allora: A) Primo meccanismo della Prima serie dei fenomeni interpretati e descritti – C’è cattiva amministrazione statale. B) Secondo meccanismo – Vi sono i baroni e i briganti o i pirati che si sostengono grazie a codesta inefficienza pubblica. C) Terzo meccanismo – Gli operai stessi pensano che, se non paga l’imprenditore, paga lo stato. Subentra una seconda serie di processi degenerativi, maliziosamente voluti e non solo subìti dalle forze sociali. D) Primo meccanismo di questa nuova sequenza – L’imprenditore usa l’arma dei sindacati e scioperi per ricattare ministri e condizionare governi. E) Secondo meccanismo – Cresce in maniera esponenziale la manomorta pubblica. F) Terzo – Il disfacimento economico si fa etico-politico, sino a toccare il fenomeno del parlamento apparente, sintomo della perdita effettiva della libertà. Ancora, si forma un Terzo procedimento di «malnata sottigliezza» o «riflessiva malizia» (direbbe Vico per la «barbarie della riflessione»), e di «ragion sofistica» (direbbe Sturzo nella stagione “orwelliana” del linguaggio capovolto o ‘bis-pensiero’). G) Primo meccanismo di questa Terza sequenza di riflessioni della crisi nelle dinamiche culturali – Si stabilisce la fase dialettica cumulativa della idea di progresso, con allargamento della corruzione e della manomorta statalizzata. H) Secondo meccanismo ulteriore – Si determinano danni psicologici più gravi, in conseguenza del parassitismo e dell’ibrido ircocervo pubblico-privato. I) Terzo momento, infine – Si approda, o si rischia di approdare, di nuovo, al declino delle istituzioni, alla vanificazione della democrazia e alla perdita effettiva della libertà (cfr. Luigi Sturzo, “La Via” di Palermo del 6 ottobre 1951; Giuseppe Brescia, ‘1994’.critica della ragione sofistica, Bari 1997, pp. 89-91).

Mutato il dovuto, l’analisi veramente “dia- gnostica” di Sturzo si raffronta con le procedure indagate da Antonio Rosmini (1° ‘ mutazione delle forme dialettiche ‘; 2° loro inoltramento a livello coscienziale e morale; 3° falsa idea di progresso cumulativo e rettilineo); Croce e Franchini (1°: l’errore come ‘sofisma’ scientemente voluto e praticato; 2°: Sua diffusione sociale e civile, massiva ed influente; 3°: Illegalità legalizzata, ne Il sofisma e la libertà); Talmon (1°: ‘Democrazia roussoviana’; 2°: ‘Parlamento apparente’ e 3° momento, come sbocco nella Democrazia totalitaria). Insomma, il pensiero moderno, sviscerando in forme non dissimili il corso delle nazioni e il rischio incombente del loro declino, vichianamente ha saputo fissare le modalità o le guise della maliziosa «sottigliezza», della «barbarie ricorsa», mai ripetitiva – si badi – in quanto ben peggiore della prima barbarie, la «barbarie del senso».

In generale, per l’Occidente, il «declino delle nazioni» può attuarsi anche per lo schema (1°: ‘Lotta continua’; 2°: Sua introiezione psicologica a livello di ‘modello’ o exemplum condizionante; 3°: Estensione capillare dei valori ‘capovolti’, ‘enantio-dromia’, con eventuale successo ricorrente della teoria e prassi di ‘lotta continua’ e, in definitiva, perdita e ‘fuga dalla Libertà’). Esposi questa analisi patognostica fin nel capo XI.‘Il male è sempre lo stesso; è il bene che si diversifica’ della Parte seconda di ‘1994’ (cit., 1997, pp. 93-99), tornandovi sopra a più riprese, con rinnovato assillo, fino all’ultima sintesi de I conti con il male (Bari 2015) .Secondo Enzo Paci, «Il ricorso della barbarie nel medioevo rientra come problema filosofico nella questione già trattata della natura come spazio amorfo, disordine, violenza. La ‘barbarie seconda’ è analizzata e compresa con lo stesso metodo che aveva reso possibile la comprensione della prima. Anzi, l’analisi è qui più difficile giacché Vico si trova di fronte non all”inizio dei tempi’ ma a un ‘nuovo’ inizio che non sarebbe stato comunque possibile senza la storia che l’ha preceduto. In un certo senso, anche da questo punto di vista, ‘i tempi della barbarie seconda’ sono ‘più oscuri’ di quelli della barbarie prima» (Capo IX di Ingens Sylva, Bompiani, Milano 1994, pp. 168-179; Donald Phillip Verene, La filosofia e il ritorno alla conoscenza di sé, ed. it., Vivarium, Napoli 2003, I. La barbarie della riflessione, alle pp. 35-76, e A. Robert Caponigri, Time & Idea. The Theory of History in Giambattista Vico, Transaction Publishers, New Brunswick and London, 2004).

«Il compito della civiltà consiste nell’assicurarsi che noi riduciamo la violenza. Se ciò non è chiaramente stabilito, ci troviamo in grave pericolo», per parte sua ammonisce Karl Popper (cfr. “La Repubblica” del 28 luglio 1992, in Giuseppe Brescia, La creatività e le crisi, “Oggi e Domani”, XXII/1-2, gennaio-febbraio 1992 e Karl Popper e il pùngolo della libertà, Editrice Salentina, Galatina 1995). La maggior difficoltà d’analisi della accresciuta violenza, e della barbarie della riflessione che la riassume, comporta il soccorso delle «analogie dell’esperienza», ragionate da Immanuel Kant nella Analitica dei princìpi (Critica della ragion pura. Logica trascendentale. Parte seconda, del 1781, nella ed. Gentile-Mathieu, Bari 1958, pp. 200-205). Se Kant nella “Prima analogia” aveva mostrato il ‘Principio della permanenza della sostanza’ con la formula «in ogni cangiamento dei fenomeni la sostanza permane, e la quantità di essa nella natura non aumenta né diminuisce», ora invece la diffusione del male e il ricorso della barbarie seconda comportano che: «in ogni cangiamento dei fenomeni prodotti dall’esperienza sofistica la quantità di male introdotta nella natura (come storia) può anche aumentare».

Per la seconda “analogia”, Kant mette a fòco il ‘Principio della serie temporale secondo la legge di causalità’, con la formula: «Tutti i cangiamenti avvengono secondo la legge di causa ed effetto». Ma adesso, nella età della barbarie ricorsa e dell’accresciuta maliziosità, bisogna dire: «Tutti i cangiamenti avvengono secondo effetti moltiplicativi, i cui effetti diffusivi riescono generalmente imprevedibili».

Infine, per la “Terza analogia”, fondata sul ‘Principio della simultaneità secondo la legge dell’azione vicendevole o reciprocità’, vige la regola kantiana: «Tutte le sostanze, in quanto possono essere percepite nello spazio come simultanee, sono tra di loro in un’azione reciproca universale». Ma oggi e dopo, ancor oggi e ancora dopo, cioè nella età dello smarrimento distorsivo delle coscienze, si mantiene bensì il principio generale della reciprocità, ma in un quadro complesso che lo rende più insidioso e maligno: «Tutti gli accadimenti (non già mere ‘sostanze’), in quanto possono esser percepiti nello spazio come simultanei, sono bensì tra loro in una ‘reciproca universale’, ma in un’azione ‘reciproca’ di cui sfuggono le catene causali infinite» (‘1994’. Critica della ragione sofistica, cit., pp. 97-99). È questo il pathos del nostro tempo: ‘Eterogenesi dei fini’; conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali; telematica; informatizzazione; allargamento dei conflitti e processi di destabilizzazione bancaria, economico-finanziaria, giuridica, istituzionale, amministrativa e scolastica; fondamentalismo e fanatismo; spaccio trionfante di disvalori per valori: di fronte a cui bisogna lottare duramente (insegna Vico) per restaurare il “senso comune” e ridare impulso al “ricorso”, giovando la tradizione cristiana e umanistica.

«Perché questa è la natura de’ princìpi: che da essi primi incomincino ed in essi ultimi le cose vadano a terminare» – così s’avvia a conchiuder la sua opera Vico, anticipando il Croce di Perché non possiamo non dirci cristiani in un passo malnoto – «E tutto ciò in forza della cristiana religione, ch’insegna verità cotanto sublimi che vi si sono ricevute a servirla le più dotte filosofie de’ gentili, e coltiva tre lingua come sue: la più antica del mondo, l’ebrea; la più dilicata, la greca; la più grande, ch’è la latina. Talché, per fini anco umani, ella è la cristiana la migliore di tutte le religioni del mondo, perché unisce una sapienza comandata con la ragionata, in forza della più scelta dottrina de’ filosofi e della più colta erudizion de’ filologi» (§ 1093-1094 della edizione Nicolini).Il fondamentale Isaiah Berlin, preoccupato di distinguere “relativismo” da “pluralismo” e di smontare le pretese totalitarie dell’utopia assouta (“Alla ricerca dell’ideale”, del 1988, “Nuova Antologia” n. 123, aprile-giugno 1988 e Le idee filosofiche di Giambattista Vico, a cura di Antonio Verri, Armando, Roma 1996, pp. 175-191; già Vico e Herder, Roma 1978), rispondeva alla critica di Arnaldo Momigliano, ritrovando “un mondo di valori oggettivi”, ma nel contemperamento di ‘Giustizia’ con ‘Pietà’ (già in Vico del De constantia) da una parte, e dei trade off, «regole valori e princìpi» che «devono sottostare, in situazioni specifiche, a concessioni reciproche», dall’altra parte. Vicino a Weber e Bobbio in linea generale, Berlin non si pone espressamente il tema della «barbarie della riflessione» e della «maliziosità sottile» della stagione che prepara il «declino delle nazioni» (tema ben presente in Croce e Nicolini, Joyce e Beckett, Pons e Verene, Corsano e Verri, Sasso e Paci), tutto inteso – il testimone di Riga – a una personale «uscita di sicurezza» dalle dittature novecentesche («il legno storto dell’umanità»; la «frittata» che distrugge le «uova»).

Oggi, forse, il tema della “generazione” (categoria storiografica squisitamente desanctisiana) è proprio quello dell’antitesi tra “sofisma” e “libertà”, del paesaggio orwelliano postmoderno, del capovolgimento (più ancora che disfacimento) dei valori, dell’“Anticristo che è in noi” e della “Fine della civiltà” (Croce) o della “enantiodromia” (Jung). O, forse meglio, stiamo parlando di due sfaccettature di una stessa medaglia, come della difficile eredità trasmessa dall’una all’altra generazione, tra “padri e figli”.

Vediamo allora alcuni esempi emblematici della “crisi”: la “strana crisi italiana”; la crisi dei sistemi economici contrapposti; la liceità d’indebitamento nel sistema finanziario e bancario; “Le leggi son, ma chi pon mano ad elle?”; il caso della “Brexit”, uscita della Gran Bretagnia dall’Unione Europea formalmente intesa; il disastro ferroviario italiano, al paragone del “terremoto di Lisbona” di volterriana memoria. Tutti questi casi (ove non dipanati concettualmente e storicamente; né affrontati giuridicamente con la “coerenza” degli “atti”) portano al “declino delle nazioni”: Vico e noi, per vie insospettate.

La “strana crisi italiana”. Non basta più dire Europa, come nel nobile “Epilogo” alla sua Storia del ’32 prevedeva il Croce («a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate»); ma bisognerà dire quali modalità per gli effettivi poteri del Parlamento europeo (non per la pleonastica doppia sede a Bruxelles e Strasburgo, per la Commissione e la Banca Centrale, forma di “nuovo sopra-governo”, giusta la immagine del fine critico Geno Pampaloni). Non basta dire “concorso” per docenti; ma quali le “modalità” di selezione. Non basta dire “prove Invalsi”; ma quali le cifre tra ideologia e tecnocrazia che si pongono in essere sotto codesta modalità di valutazione delle istituzioni scolastiche (nuovo “ircocervo” degli anni Duemila). Né basta dire, per un verso, “Welfare”; ma bisognerebbe aver netti i possibili o reali passaggi del sistema economico “statalistico”: come la liceità d’indebitamento, la concezione della cosa pubblica come terreno di conquista e la conseguente fenomenologia di malversazioni e reati. Né basta dire, per l’altro riguardo, “Mercato”; ma occorre aver altrettanto chiari i passaggi evolutivi in senso degenerativo, virtuali o effettuali che siano, del “liberismo”: come nei rischi di “de-regulation” (crisi del 2008 della finanza, prima statunitense poi planetaria), “dittatura finanziaria” e – nuovamente – “reati”, cui la “costanza del diritto” è chiamata a opporsi (vd. “La strana crisi italiana”, XXIX Convegno Nazionale del CIRGAS, per il coordinamento di Angelo D. De Palma, L.U.M. di Trani – Bari,, del 19-20 ottobre 2012).

Dove quel che non può esser omesso è propriamente il “primo passaggio”, che apre la via – in entrambi i versanti ideologici astrattamente intesi – ai reati. È il concepire lo Stato come papà Pantalone, la cosa ‘di tutti’ come res nullius, e cioè autorizzazione implicita all’indebitamento, che porta alla corruzione e ai reati, una volta introiettato sistematicamente il progetto ‘statalistico’, presunta legittimazione di malversazioni della cosa pubblica. D’altra parte, è il concepire il “Mercato” per una totale “assenza di regole”, che conduce – ancora – a malversazioni o reati. Per ciò stesso, il new deal liberale – nell’era di ‘globalizzazione – consiste nel ripensamento non soltanto delle “categorie” di pensiero, ma anche, e specialmente, delle modalità attuative, dei nuovi ‘modi’ regolativi, all’altezza dei nuovi compiti e nuovi problemi: di cui il ‘diritto’ è forma.

Liceità d’indebitamento e occupazione della res publica. I modi categoriali, le guise, sono importanti come nella vita dello spirito, così nei rapporti tra stati e sistemi macroeconomici. Sono la frontiera epistemologica del dialogo, della universalità del diritto, del ricorso atto a evitare il declino. Ma la cancerosi burocratico-parassitaria ha anche altra genesi: l’occupazione delle casematte della società civile, preconizzata in parte da Antonio Gramsci. Si badi allo scandalo, o coacervo di scandali, offerto dalla Fondazione Monte Paschi, che impedisce l’apertura al mercato per gestire in maniera esclusiva il proprio potere di controllo sull’Istituto e sugli Enti, attraverso poteri regionali e locali ma anche cattive amministrazioni d’investimento in assicurazioni e banche parassitarie e conseguente strutturazione di fondi ‘derivati’, a danno del risparmiatore e cliente; o allo scandalo detto della operazione Re Nero di San Marino, con riciclaggio di liquidità di sospetta provenienza; o magari alla vendita a privati, meglio istituti bancari, delle quote della Banca d’Italia, intercettando così la possibilità di risanare parte dell’ingente debito pubblico italiano attingendo a un quinto delle riserve auree (giusta proposta del “Linceo” Maurizio Quadrio Curzio). Il caos amministrativo e la moltiplicazione dei centri di spesa a livello centrale e periferico (le Regioni aprono proprie “ambasciate” all’estero) configurano – a proposito della esigenza di riforma della pubblica amministrazione – la immagine del Barone di Munchausen che, avvinto da lacci, non riusciva a sollevarsi dal suolo, nonostante gli sforzi.

Il caso della “Brexit”, o fuoriuscita della Gran Bretagna dal mercato e parlamento europeo. Esempio significativo di opposti limiti delle guise o modalità d’intervento economico e politico si ritrova, nel fatto che, a seguito del referendum popolare del giugno 2016, non si sono apprestati correttamente tempi e modi della uscita da parte della Gran Bretagna (“Brexit”, esattamente), con riferimenti a privilegi ottenuti e consolidati, vantaggi nella regolazione dell’immigrazione, posti apicali e seggi conquistati in Commissione e Parlamento europeo. D’altro canto, non si eliminano errori e storture dell’apparato burocratico europeo, o della cosiddetta Ge-stellung economico-finanziaria, non senza abuso di pedissequa legislazione su forme e usi del vivere civile dei vari paesi aderenti. Ecco, allora, che in difetto di costanza della giurisprudenza si avvia e consolida il ‘declino delle nazioni’; Dio non voglia (direbbe Sturzo), la profezia negativa del ‘tramonto dell’Occidente’. Orazio, nell’Ars Poetica (che piaceva anche a Vico), dice «In vitium ducit culpae fuga»: ossia,«Fa cadere nell’ errore opposto l’aver scansato una colpa».

«Le super truffe delle banche restano senza colpevoli», notano gli economisti (“Il Giornale” del 22 agosto 2015). Le superbanche italiane ed estere, manipolati i tassi di interesse e i cambi, continuano nella sottile malizia delle operazioni, dal momento che, anche se subiscono copiose multe in sede giudiziaria, e chiudono i patteggiamenti per precedenti manipolazioni («l’osservatore influenza la realtà osservata», assioma epistemologico universale), ‘pagano e resistono’. Gli investitori vengono colpiti; e la multa può considerarsi alla stregua di ‘un premio assicurativo pagato per continuare a fare affari’. Tutto ciò accerta la mia teoria circa il criterio delle “guise” (Vico), il rispetto dei principi “regolativi” (Kant) o “modi regolativi” (new deal liberale). Non si applicano le leggi sulla pubblicazione degli iscritti a lobbies e logge, sovraintese a operazioni spericolate, manipolazione di tassi d’interesse, ristrutturazione di fondi “derivati”, artatamente impostati in perdita (Monte Paschi, Antonveneta, e via). «Le leggi son; ma chi pon mano ad elle ?».

Il disastro ferroviario in Puglia. Si licet parva componere magnis, spontaneo s’impone tragico raffronto tra il 1° novembre 1755, data del terremoto di Lisbona, che scosse la coscienza europea e provocò Voltaire al suo filosofico “Poema” confutatorio dell’ottimismo leibniziano, e altra data fatale, il 12 luglio 2016, di eco vastissima in Italia ed Europa, America, Giappone e Cina, Paesi Arabi e tutti gli altri continenti, per lo scontro tra due treni in Puglia, a velocità altissima, tra le stazioni di Andria e Corato, nella curva della assolata campagna pugliese, della Ferrovia Bari Nord. Diverso il numero delle vittime (circa tremila per la Lisbona del settecento; ventitré morti con cinquanta feriti gravi, tra le lamiere contorte e i vagoni fitti l’un nell’altro, nell’incidente del Nord-Barese). Catastrofe naturale, il primo; tragedia provocata dagli uomini, la seconda. Quanto mai distanti i periodi storici, gli aspetti antropologici e socioeconomici. Ma analogo può essere il ‘problema’, la sfida posta al pensiero, la provocazione forte di fondamento epistemologico per la comprensione dell’accadimento e la risposta affidata alle “guise della prudenza”, alle modalità d’intervento e d’analisi. Paradigma della presenza del male nella storia; o della complessità della malizia sottile propria della barbarie della riflessione, rispettivamente.

Molti dati vanno tenuti presenti simultaneamente, disaggregati e poi ricomposti ai fini della comprensione “diagnostica” della tragedia. E ci serviamo degli atti e fonti di stampa oramai pubbliche. Anzitutto la Ferrotramviaria, che gestisce la linea Barletta – Bari, è azienda privata e non pubblica. Il paradigma ‘liberistico’, invocato per correggere l’errore opposto dello ‘statalismo’, evidentemente non regge. Il paradigma dei modi, delle guise, dei princìpi attuativi e regolativi, invece sì. Non è il sistema astrattamente inteso di gestione, a garantire di per sé la bontà del servizio; ma il come esso viene praticato in concreto. E per controllare il come, occorre attuare la «costanza della giurisprudenza», punto per punto, palmo a palmo.

Ma le origini della società sono state nelle mani del conte di Costafiorita Ugo Pasquini, innamorato della Puglia fin dagli anni Trenta del secolo scorso: «già nel 1931 tra i principali azionisti e fondatore delle Ferrovie del Sud-Est, oggi divorate dagli scandali per le conculenze d’oro dispensate a piene mani. […] Lo Stato tiene per sé il controllo della sicurezza, e questo non mancherà di far discutere sul ruolo del dicastero guidato da Graziano Delrio: la vigilanza è affidata all’ufficio speciale trasporti impianti fissi, organo periferico del ministero delle Infrastrutture, ma non all’Agenzia nazionale per la sicurezza delle Ferrovie, soggetto tecnicamente indipendente rispetto agli operatori del settore del trasporto ferroviario. Il resto, invece, è tutto saldamente nelle mani dei Pasquini» (cfr. Gianpaolo Iacobini, Quel black out tra capostazione e macchinista, “Il giornale”, 13 luglio 2016, pp. 2-3). Dal 1937, data di nascita della Ferrotramviaria, in poi, il conte Enrico Maria Pasquini non figura più tra gli azionisti. «Ma a tirare le fila ci sono sempre i Pasquini […] , perché la moglie del conte, Clara Nasi, possiede il 12,7% delle azioni, mentre la sorella, Gloria Maria Pasquini, è alla guida della società» (Riccardo Pelliccetti, L’azienda modello di efficienza fra paradisi fiscali e Agnelli, “Il giornale”, 13 luglio 2013, p. 5). Dalle stesse fonti si apprende che il conte apre «la sua prima fiduciaria a San Marino. […] Gli investigatori nel corso della lunga inchiesta hanno scoperto un giro di trasferimenti di capitali tra l’Italia e vari paradisi fiscali e penali. […] Ma la rinuncia al passaporto non ha significato la fine degli affari. Il sistema Smi ha continuato a funzionare grazie al cognato Andrea Pavoncelli. Un’intesa che si è concretizzata con la United Investment Bank, nel paradiso fiscale di Vanuatu, che ha servito da schermo per i numerosi bonifici fra Italia e San Marino. E i pubblici ministeri che hanno in mano l’inchiesta per truffa al Monte Paschi hanno individuato un passaggio di 1,4 milioni di euro partiti da Vanuatu e arrivati al manager di Monte dei Paschi di Siena Alessandro Toccafondi, scudati mediante la Smi di San Marino e la controllata italiana Amphora, entrambe società del conte. Toccafondi era il numero due di Gianluca Baldassarri, capo dell’area finanza di Monte Paschi di Siena, arrestato dalla magistratura di Siena, che a sua volta ha scudato 14 milioni di euro» (cfr. “Il giornale”, cit.,13 luglio 2016, ibidem; “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Bari, 13 luglio 2016, pp. 4-8).

Gli spiacevoli dettagli riportano al problema cruciale «Le leggi son; ma chi pon man ad elle ?»; alle malversazioni e consorterie, sul cui carico (a volte comico, ben più spesso tragico) padre Dante ridirebbe «Lascia pur grattar dov’è la rogna !». La linea ferroviaria Bari – Barletta era interessata al raddoppio e alla relativa messa in sicurezza, con la completa installazione del sistema automatico da Barletta a Ruvo, tratta per il momento soggetta al sistema obsoleto del consenso telefonico, suscettibile di incomprensioni ed errori umani, anche per fattori imprevedibili (motivi di salute, malori, errori nelle comunicazioni di ritardi improvvisi, ed altro). I Fondi sono, però, europei: con la specie di autorizzazioni e pareri preventivi, slittano dal 2006-2013 al 2014-2020 (Fesr sotto la amministrazione Vendola, poi Emiliano, della Regione Puglia). Lo sdoppiamento del “Grande Progetto” (costruzione della stazione di Andria Sud; e raddoppio del binario fino a Bari con adeguamento dei sistemi di sicurezza) è dettato all’Europa dalla “Vendetta del Governatore” (“L’Oblò”, Anno II, N. 6, 28 marzo 2014; E’ arrivato un treno carico di..ritardi, “L’Oblò”, Anno II, n. 7, 14 aprile 2014).

Il Comune limitrofo di Trani ci mette un anno per autorizzare lo sdoppiamento della linea tra Andria e Corato nella tratta di sua competenza (Cfr. “Grande Progetto” sul sito della Ferrotramviaria e “BatInforma”, del 6 marzo 2016). Fatidicamente, la data per l’apertura delle buste della gara d’appalto è spostata dal ‘Governatore’ Emiliano al 19 luglio 2016 (e dalla Ferrotramviaria, diretta da Massimo Nitti, nella sede di Roma, al 26 luglio: v. articoli su “Gazzetta del Mezzogiorno” del 13, 14, 15 e 16 luglio 2016). Il tragico incidente è del 12 luglio (alle soglie dell’antivigilia della gara). A più di un mese dall’evento, le buste non sono state più aperte; la sicurezza sui tratti interessati, inesistente; la ‘ferita’ sul paesaggio, l’ambiente, l’economia, immane.

Per lo meno strano, il ‘sincronismo’: altrettanto anomale, le condizioni e situazioni che hanno determinato la fatal serie di errori (cfr. Massimiliano Scagliarini, ‘Faro’ della Procura di Trani sull’operato della Regione, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 16 luglio 2016, p. 8; Massimo Malpica, La Procura di Trani indaga, “Il giornale”, 16 luglio 2016, p. 21). Alle ore undici del 12 luglio, il treno Et1021 parte da Andria, con il via libera del capostazione Vito Piccarreta (Intervista alla “Stampa” di Torino del 14 luglio), tratto in inganno dal fatto che vede arrivare in stazione, dal senso inverso, il treno Et 1642, in realtà nato a Ruvo di Puglia, e di qui partito con un ritardo di 8 minuti, poi cresciuti a 23 (per effetto della coincidenza subìta a Corato). Ma da Corato è frattanto partito il treno in orario regolare Et 1016, con il via libera del secondo capostazione, il coratino Alessio Porcelli. Donde lo scontro ad altissima velocità dopo una curva nella campagna pugliese, alle ore 11.06 circa, con i segnali telefonici trasmessi in ritardo di pochi, ma fatali, minuti. Nessuno indaga sul perché del ritardo del terzo treno, a tragitto limitato (da Ruvo ad Andria) né interpella il terzo capostazione, della cittadina di Ruvo. Si assiste a un rimpallo di responsabilità tra i dirigenti di Andria e Corato; ma non si approfondisce la genesi dell’errore (tra le tante, troppe, concause) e della sovrapposizione dei due treni sullo stesso binario. È un caso di sconcertante ‘complessità’ (da “Una storia semplice”, apparentemente semplice, à la Leonardo Sciascia). Non regge lo schema sociologico del ‘Sud abbandonato’, il ‘lontano Sud’, ai margini del mondo e dei processi produttivi (omelia del Vescovo di Andria Luigi Mansi; commenti e interpretazioni di provenienza ideologica sui ‘media’). Molti fattori di ‘crisi’ sono altrove; molte responsabilità sono regionali o locali, essendoci i fondi in larga misura non utilizzati dei Progetti europei (Pino Ciociola, “Quella correzione non l’ho fatta io”, “L’Avvenire” di martedì 19 luglio 2016, p. 13). È ben questo un caso da risolvere con la costanza della giurisprudenza, quando ogni fattore di causalità debba esser indagato: ad esempio, se e perché sia stato provocato il ritardo del ‘terzo treno’, a percorrenza limitata; se e come i responsabili delle tre sedi ferroviarie abbiano interagito correttamente e puntualmente tra di loro; e se no, perché no; e se ci sian state assunzioni recenti da parte della Ferrotramviaria su quelle tratte, in quali modalità e a quale titolo, e via dicendo.

Indagare ‘in tutte le direzioni’ e step by step, con «costanza» e «coerenza del giurisperito», onde evitare il «declino delle nazioni»: non perché si configuri una ‘teoria del complotto’; ma anzi proprio perché, indagando, la verità effettuale – accertata – fughi la ‘teoria complottistica’. Benedetto Croce, alla Costituente, si oppose alla istituzione delle Regioni: «So bene che certe transazioni e concessioni di autonomie sono state introdotte e che, al giudizio o alla rassegnazione di molti, questo era inevitabile per stornare il peggio; ma il favoreggiamento e l’istigazione al regionalismo, l’avviamento che ora si è preso verso un vertiginoso sconvolgimento del nostro ordinamento statale e amministrativo, andando incontro all’ignoto con complicate e inisperimentate istituzioni regionali, è pauroso» (“Sulla discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana”, seduta pomeridiana dell’11 marzo 1947, ora nei Discorsi parlamentari, a cura di Michele Maggi, Senato, Roma 2002, pp. 183-188).

Veramente “pauroso” (crocianamente), o come «declino della nazione», per la ritornata «barbarie della riflessione» (vichianamente), è oggi il punto e modo della amministrazione pubblica italiana.

La memoria storica subito corre al rogo del 27 ottobre 1991 del celebre Teatro Petruzzelli di Bari (inaugurato nel febbraio del 1903, di proprietà della famiglia Messeni–Nemagna, faticosamente e dispendiosamente ricostruito nel 2009, con pubblica condanna dell’amministratore Ferdinando Pinto, nullatenente, per non aver assicurato il Teatro, e spese di registrazione degli atti giudiziari interamente a carico della famiglia proprietaria) . Emiliano, sindaco pro-tempore della città di Bari, fa rilievi sulla criticità dello stabile (2002-2004). Commissario speciale è nominato Angelo Balducci, con il collaboratore De Santis, poi denunciati per malversazione. L’aggravio di spesa è del 158 %, con buco di bilancio di 13 milioni di euro. Il Comune di Bari recepisce il teatro come ‘custode’ nel settembre 2009; ma ne dispone sulla base di una «artificiosa triangolazione di verbali» tra Soprintendenza, Ministero e concessionario dottor Balducci, in base all’art. 5 della iniziale “Convenzione di concessione del suolo” (cfr. Enrica Simonetti, Il teatro riaperto a dicembre 2007 ? Pura illusione, “Gazzetta del Mezzogiorno”, 8 ottobre 2006; “Repubblica” – Bari, 28 gennaio 2014).

La “barbarie della riflessione” in Donald Verene e altri teorici:economia ed etica.

Che cosa ci entri, il Vico, in tutto questo? Lo Stato, cioè i cittadini, hanno impegnato circa trentuno milioni di euro; i veri responsabili non hanno pagato; con ulteriori stratagemmi, malaffare e interpretazioni sofistiche delle “convenzioni” o “pattuizioni” tra privati e enti pubblici, l’Ente Comune è messo nella condizione di ridisporre del Teatro; la cui rinnovata “Fondazione” è affidata nelle mani di un fortunato intellettuale organico. È un tipico caso della barbarie della riflessione: là dove – per la geniale Conchiusione viciana – «vadano ad irruginire le malnate sottigliezze degl’ingegni maliziosi, che gli avevano resi fiere più immani con la barbarie della riflessione che non era stata la prima barbarie del senso» ( § 1106, Nicolini ).

E non è a dirsi che la ‘sicurezza’ – in quanto tale – fornisce la chiave più potente della lettura dei vari incidenti e misfatti. Dopo lo scandalo del Petruzzelli ci fu lo strazio della Fenice, nobile Teatro di Venezia: “La Fenice non c’è più !” – “La Fenice scandalo italiano”. Nel gennaio del 1996, il gioiello della storia dell’architettura e dell’arte musicale viene distrutto da un incendio doloso: ma, paradossalmente, proprio nel mentre viene attuata la ‘messa a norma’ degli impianti, grazie a una dispendiosa ‘consulenza per incendi’ a Venezia, con costi di oltre un miliardo e cento milioni di lire, dovuti al ‘protrarsi dei lavori’, sotto specie di fittizia ‘cultura della legalità’ (cfr. Piero Buscaroli e Adalberto Falletta, “Il giornale” del 31 gennaio 1996; con Giuseppe Brescia, “1994”.Critica della ragione sofistica, Bari 1997, p. 111, dopo Ethos e Kratos. Lettere aperte sulla crisi, Bari 1994). È l’astuzia del male, la «malnata sottigliezza di ingegni maliziosi», che occorre combattere, oltre i singoli contenuti, i singoli accadimenti, i pur sussistenti provvedimenti legislativi (facevo gli altri esempi della creazione di un apposito ‘ufficio crolli’ comunali a Palermo; dell’incremento di funzionari negli ‘uffici tecnici’ e uffici ‘relazioni con il pubblico’, non sempre indizio di efficienza e trasparenza amministrativa; della ‘legittimazione attraverso la procedura’, così decantata dal sociologo funzionalista Niklas Luhmann, a proposito della dottrina della ‘complessità’ e del ‘fattore rischio’ nella condizione post-moderna). Donde lo scenario orwelliano da «Illegality is Legality».La cui ‘matrice’ è nella “Nuova Scienza”, nella diagnostica della barbarie ricorsa, del Nostro Autore (Alt-Vater, davvero!).

Il problema è, quindi, delle guise della prudenza, della costanza della giurisprudenza che deve fronteggiare la barbarie della riflessione, l’astuzia del male. Non è importante, tanto, la ‘messa in sicurezza’ degli impianti (Bari, Venezia) o delle tratte ferroviarie (Bari-Barletta); quanto chi la attua, e come la attua, e perché, o in quali guise e in quali modi. Restituire spazi al ‘senso comune’, al ‘ricominciamento’, è sempre più difficile. Constatare il declino delle nazioni, quasi ordinario.

I corsi e ricorsi storici di Vico non sono la mera ripetizione dei cicli, attraverso il succedersi delle forme di governo, come in Polibio (di cui diceva Vico, «quanto poco abbia meditato sulle loro mutazioni»); né la concezione naturalistica dei Discorsi I,2 del Machiavelli che ammette: «Quando l’astuzia e la malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno dei tre modi (peste, fame e inondazione, oltre quelli umani delle nuove religioni e linguaggi), acciocché gli uomini, essendo divenuti pochi e battuti, vivano più comodamente e divengano migliori». Né corrisponde alla profonda e articolata dottrina vichiana, «l’eterno ritorno dell’eguale» di Federico Nietzsche: perché la teoria vichiana contiene l’elemento di novità, e novità peggiorativa, rispetto alla barbarie del senso, o prima barbarie, della malizia riflessiva, concepita non più naturalisticamente (come in Polibio e Machiavelli), bensì eticamente e storicamente (vd. B. Croce, I ricorsi, nella Filosofia di Giambattista Vico, cit., cap. XI; Fausto Nicolini, La giovinezza di Giambattista Vico, Bari 1932 e La religiosità di G.B. Vico, Bari 1949. Accenna al tema Gennaro Sasso nei suoi molti studi su Niccolò Machiavelli, Bologna 1980, p. 371; Tramonto di un mito. L’idea di ‘Progresso’ fra Ottocento e Novecento, ivi 1984; Il progresso e la morte, ivi 1979, pp. 11-15: La doppia nascita del diritto, sul Libro V del De rerum natura di Lucrezio, paragonato all’ “erramento ferino” di Scienza Nuova, I. 141) .

Nei primi anni Novanta del secolo scorso, accompagnando puntualmente i passaggi della incipiente ‘crisi’ (o, ch’è lo stesso, delle nuove manifestazioni della ‘crisi’), Verene dava una pregevole interpretazione epistemologica della barbarie della riflessione (comparando Vico a Cartesio, Bacone, San Tommaso, Locke, Kant ed Hegel: La filosofia e il ritorno alla conoscenza di sé, ed. it. Vivarium, Napoli 2003, pp. 35-76); mentre, per la mia parte, propendevo per l’attualizzazione etico-politica delle maglie del retaggio vichiano-crociano (Ethos e kratos; “1994”). Certo, a Donald Philllip Verene non sfugge la portata della crisi: «Nell’età della barbarie della riflessione, dice Vico, ci restano ‘lusinghe’ e ‘ingegni maliziosi’. Questo è un mondo senza paura e senza vergogna» (op. cit., p. 74). «La barbarie della riflessione di Vico non è solo una barbarie della mente e della ragione, ma anche della condotta e della società» (p. 68). «La storia vichiana è l’incubo da cui Stephen nell’ Ulysses cerca di destarsi» ( p. 40 ). Per finire: «In che modo questa barbarie della riflessione si è affermata nel nostro tempo ? […] In che modo questa modalità di pensiero è connessa con l’ ultimo malore civile ?» ( p. 42 ).

«Nell’edizione della Scienza Nuova del 1730, il brano conclusivo dell’edizione del 1744, sopra riportato, veniva preceduto dalla seguente affermazione: ‘Perché come ne’ tempi della barbarie del senso, così la barbarie della riflessione osserva le parole, e non la mente delle leggi, e degli ordini; con quello di peggio, che quella credeva, tal’essere il giusto, dal quale fosse tenuta, qual suonavano le parole; quella conosce, e sa, il giusto con cui è tenuta, essere ciò, ch’intendono gli ordini e le leggi; e si studia di defraudarle con la superstizione delle parole» ( § 979; Verene, op. cit., p.41: mia la sottolineatura nel testo ). E ancora: «Poiché la riflessione critica, l’intelletto, è incapace di darci la sapienza, o la conoscenza di sé, ci smarriamo in un mondo di diritti, procedure decisionali, leggi positive, che non hanno l’avallo del costume o del carattere» ( Verene, p. 69).

Ma non è quest’altra intuizione vichiana (enucleata anche dal Verene) «gravida d’avvenire», foriera d’illuminanti anticipazioni, proprio verso il Kant della Metafisica dei costumi, e la matura distinzione tra il quid juris e il quid iustum, sopra riscontrata? E non è, forse, la confusione del giusto con il «suonar delle parole», o della giurisprudenza” con la «superstizione delle parole» (leggi / ordini; diritti / procedure decisionali / leggi positive, nell’interprete tardomoderno), alla base della critica ripresa da Italo Mancini del diritto come «incantesimo manipolativo», critica tesa a scongiurare la «morte del diritto», ripristinandone coerenza e costanza?

Corrumpere et corrumpi saeculum vocatur, ripete con Tacito il Vico. «Nelle mani dei delinquenti», rischia di approdare il declino delle nazioni. E così l’angoscia e il presentimento dell’ultimo Croce giungono a squadernarsi sotto i nostri occhi.

Misericordia Carità Diritto

«Questa raffica di carità è un’ultima impostura», recita Montale in Satura. Il poeta fa intendere, per raffica di carità, l’insistenza delle dame di San Vincenzo, quel che spesse volte si dice oggi la ‘misericordia’ o ‘misericordina’. Altra cosa è l’orizzonte trascendentale della ‘carità’, virtù cristiana e paolina superiore ai ‘contenuti’, ordinatamente elencati nell’Epistola 1,3 ai Corinzi (il possedere la lingua degli angeli, o la sapienza dei secoli, il risuonare come un cembalo, il dare ai poveri tutti i beni e gli averi). Ogni applicazione pratica – «se non hai la carità nulla Ti giova». Il regista polacco Kieslowskj pose al culmine del suo stupendo Film blu il commento scenografico della Epistola ai Corinzi. Per essa, sia detto qui di passata, si convertirono al cristianesimo il leader e protestante britannico Tony Blair ed il musulmano Magdi Allam. Ora, si pone un problema: e se la attuale insistenza sulla misericordia producesse l’effetto di far passare tra parentesi la superiore virtù della caritas?

E, con questa, e attraverso di questa ‘informazione’, la virtù civile e l’ ‘insistenza del diritto’? Ecco il punto. Certo, che si evidenzia tutta la sottigliezza della operazione dottrinale e mediatica: fino al punto che l’arcivescovo Bruno Forte ha sentito il bisogno di affermare – dalle pagine di “Avvenire” – la diretta continuità tra virtù della carità (con la enciclica di Papa Ratzinger, Deus caritas est) e predicazione della misericordia (programmatica per Papa Bergoglio). Ma la sottigliezza è tipica della teoria e prassi della ‘scuola’ gesuitica. Non più ci sorprende, allora, la ricostruzione delle fonti di Giambattista Vico, compilata da Antonio Corsano nel 1956, attingendo a piene mani ai gesuiti (Mariana, Suarez). «Per mostrare di che poderosa concretezza sia capace il pensiero e raziocinio del Mariana, basterà riportare questa sua originalissima deduzione della spiritualità del fatto religioso: poiché siamo fatti di corpo e anima, sarà possibile far violenza ai corpi e contenerli in vincoli: ma l’animo fornito di libero arbitrio non potrà esser messo in catene se non sarà avvinto dalla religione: ‘cum tanti recessus in pectore sint‘, sarà facile che si pronunzino promesse da mancare alla prima occasione, se non sarà ben fissato e stabilito che delle frodi si ha da rendere conto ai celesti» ( G. B. Vico, Bari 1956, cit., pp. 157-158).

L’animo sarà messo in catene solo se «avvinto dalla religione»: ecco qui indicato l’indirizzo di due o più integralismi, che «finalmente si integrano» (Fidel Castro e la Chiesa; la falce e martello e il crocifisso; l’apertura al fondamentalismo islamico; il pregiudiziale rifiuto di riconoscere la ‘razzia dell’universo’, peculiare alle origini bellicose dell’Islam, e trattata nelle storie d’Europa di Violante o Pirenne; il rifiuto altrettanto sistematico e radicale di riconoscere le differenze tra Vangelo o Nuovo Testamento e Corano (con esiste un ‘nuovo Corano’, che abbia smentito le surah 5-10); la orrenda definizione dell’Isis, come ‘Stato islamico che si presenta come violento’; l’equiparazione assurda di alcune colpe storiche della Chiesa cattolica, che ci sono state, con le colpe dei ‘cattolici in quanto tali’, a loro volta comparate alla barbarie ricorsa di assassinii, stragi e attentati volutamente e simbolicamente perpetrati con la ‘malizia della riflessione’ , ben peggiore di quella delle bestie (islamiche o altre che siano: vd. dichiarazioni di Papa Bergoglio al ritorno da Cracovia, sede della festa mondiale della gioventù, del 1° agosto 2016, dopo l’uccisione in Chiesa e vicino Rouen del vescovo Jacques Hamel, a messa con fedeli).

«Il presidente boliviano Evo Morales – annota Dario Fertilio – consegna a Papa Bergoglio un crocifisso corredato di falce e martello. Al di là del folclore, l’episodio è rivelatore: testimonia un doppio tentativo di ‘entrismo’… Insufflare, gesuiticamente, un po’ di anima cattolica nella sinistra boliviana, proclamando l’alleanza della Chiesa con tutti i poveri e diseredati del mondo: […] una nuova ideologia, che sarebbe riduttivo definire terzomondista e antiliberale. Essa contiene i germi di un nuovo integralismo, concime indispensabile per la crescita di presenti dittature e possibili totalitarismi» (Falce e crocifisso:un nuovo integralismo, “libertates.com”, Milano, 4 settembre 2015). Absit iniuria verbis: ‘in volo veritas’, si potrebbe dire con scherzosa serietà, a proposito delle esternazioni ripetute di uno dei nostri pontefici, tese a obliterare i princìpi di legalità e diritto dietro la spessa coltre della indiscriminata ‘misericordia’ , ‘perdono’ e accoglienza’. Fare tabula rasa del passato (storico, archeologico, intellettuale e giuridico), come a Palmira o a Tobruk, per la filosofia e il giure romano, la Costituzione e i codici: questo sembra essere il paradigma e programma della tensione verso la cosiddetta ‘umanità nuova’ (meglio se raggiunta d’intesa con altri integralismi o nomadismi, dal padiglione di Koudelka alla Biennale d’Arte di Vemezia al «ti sferro un pugno!», come se qualunque critica o attacco satirico alla intolleranza religiosa fosse equiparabile ad improbabili offese alla propria madre ).

«Tutti peccano da ignoranti», afferma secondo scuola gesuitica, in un primo momento, il Vico (Antonio Corsano, G. B. Vico, cit., pp. 171-172). Ma, poi, nel maturo svolgimento dei “Principi della Scienza Nuova”, non sarà più così: esistono la barbarie della riflessione e la malnata sottigliezza di ingegni maliziosi ( la riflessiva malizia, in sintesi). «Più avanti il Vico motiverà infatti la sua riserva antigroziana … imputando cioè al Grozio un’eccessiva attenuazione del dogma della caduta, con la conseguenza di un eccessivo ottimismo nella valutazione di quegli ostacoli e resistenze di umana e naturale irrazionalità dei quali riesce a trionfare solo l’irresistibile azione provvidenziale fondatrice e preservatrice dell’ordine giuridico e sociale» (riassume ancora una volta felicemente il Corsano, op. cit., Capitolo del Diritto Universale, pp. 146-148 in: 137-200).

Vico avvalora «justa et pia bella»; distinguendo, nella filosofia del diritto, jus naturale, jus gentium e jus civile, si richiama al diritto romano e – in sede di filosofia della storia – alle «prescrizioni rituali romane», base per innesti religiosi sui costumi civili. Segue una illustre docta pietas, di tradizione umanistica; attinge ancora una volta a Cicerone e al suo De legibus: nelle formule Deus caste adeunto o Pietatem adhibento, riconoscendo una maggiore vicinanza alla «condizione originaria d’incorrotta integrità» (cfr. Scienza Nuova seconda, Volume II, p. 277). Recentemente la dotta Sandra Rudnik Luft, docente alla Università di San Francisco, ha voluto offrire una fine lettura ermeneutica di tipo linguistico e “pre-heideggeriano” di Vico, nel suo Vico’s Uncanny Humanism. Reading the ‘New Science’ between Modern and Postmodern (Cornell University Press, Ithaca and London 2003). Al nostro assunto, di analisi e ricostituzione del declino delle nazioni (fin negli aspetti di tragedia storica), val meglio l’approccio al Corsano e Paolo Rossi, Pons o Verene (per tacer d’altri); ma soprattutto l’imperitura lezione a combattere con le armi, che son poi i princìpi, del ‘diritto’: i profughi son detti e riconosciuti tali per effetto della Convenzione di Ginevra, altra cosa essendo clandestini e fondamentalisti, scafisti o terroristi.

Le cellule islamiste scoperte nella ospitale terra di Puglia dalla Procura di Bari – per fare altro indicativo esempio –, nei tre gradi ‘rituali’ di giudizio (fino alla Suprema Corte), possono anche risultare ‘assolte’ perché «il fatto non sussiste» (e tutto ciò non solo ammette, ma consente e autorizza, lo ‘stato di diritto’, almeno nella nostra democrazia liberale, che qui non si osa certo disattendere). Ma chi non sente vivo e lancinante il vulnus, così recato alla constantia jurisprudentis, nel senso di quella più alta e trascendentale dimensione, in cui il quid justum dovrebbe prevalere sul quis juris ? Ecco il punto (e la Procura di Bari, pur nel rispetto, si oppone alla Corte di Cassazione, invocando idealmente la “costanza della giurisprudenza” e – nel merito – le varie ragioni di fatto e di diritto, reputate ancora essenziali e attuali). «Gli stati non si reggono coi padernostri», insegna Machiavelli (e Vico, in parte consenziente), e sopra ‘misericordia’ e ‘carità’, ‘bisogno del diritto’, ‘legalità’, ‘Nuova frontiera’ di civiltà. E in questo senso, Vico non è tanto esponente di Uncanny Humanism, bensì di Actual Humanism. E le guise della prudenza arrestano il declino delle nazioni in Italia, Europa, o America (potendosi ripetere la serrata diagnosi dei mali, per ogni scenario). E ci tocca lottare duramente, anche con la instancabile chiarificazione concettuale, per riavviare il ricorso.

Notevolmente chiudeva la propria Introduzione, Sul vichiano diritto naturale delle genti, alle Opere giuridiche, Nicola Badaloni, accennando alla «combinazione o incontro di eventi» che materia il certum: «D’altra parte il certum, la auctoritas, non è solo l’evento empirico, ma quella combinazione ed incontro di eventi la cui condizione di possibilità è nello stesso schema del recursus, pur appena abbozzato nel Diritto universale. Il factum non si riduce alla logica del contratto che lo libera da ogni residuo della precedente violenza. Costruendo una sua metafisica, difendendo entro di essa la funzione duplice della violenza (radice della storia ed in via di progressiva elisione), Vico tiene a ricordare che la genesi della società non è nella razionalità del contratto. Lo sviluppo della storia mostra un elidersi della violenza, ma anche una resistenza a tale riduzione» (Opere giuridiche. Introduzione, p. XLI: De constantia jurisprudentis, Capitolo XXVII, par. 6,“Le leggi penali sul male precedono quelle sul danno” e Cap. XXX, par. 33, “Mirabile ricorso delle repubbliche”, alle pp. 634-670).

* Giuseppe Brescia, Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito, del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt”; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013; I conti con il male, 2015).

 

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