Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Le due facies della pace. Ripartire da un’interpretazione del pensiero di Agostino per comprehendere il nostro tempo

Lascia un commento

>di Francesco Brusori*

 

In un contesto internazionale quale quello che oggigiorno patiamo e che a detta del Papa parrebbe ospitare una Terza Guerra Mondiale frazionata – infatti essa si esplica non soltanto in conflitti bellici situati nel Medio oriente, nell’est europeo e nelle instabili entità statuali dell’Africa centrale e della zona magrebina, ma anche in altrettanto spietati scontri combattuti su un campo di battaglia prettamente contemporaneo, ossia quello economico-finanziario – più che mai siamo tutti chiamati a riflettere su ciò che de facto si contrappone, o meglio si dovrebbe contrapporre, a questo tragico accadere: la pace.

 

Così, sforzandoci di andare oltre le semplicistiche frasi fatte a favore di un vago sentimentalismo pacifista che si odono «anche al mercato» (per dirla con Nietzsche), credo che sia quanto mai necessario, al fine di comprendere davvero i tempi che ci troviamo a vivere, cominciare a ragionare a pieno su un concetto da sempre tanto centrale e inseguito da diverse parti come quello che la parola ‘pace’ comunica.

Molto spesso tale parola è stata associata nel nostro vicino passato a tanto vacui quanto facili disegni “utopistici” sciolti da qualsiasi realistica analisi, bensì riempiti dalla più insostanziale immaginazione e definiti dalla più vuota retorica, di gran lunga lontani dai formidabili paradigmi utopici consegnatici dal pensiero greco antico prima e, in maniera ancora più incisiva, dalla modernità europea dopo. Forse per questo al primo sguardo essa può sembrare una parola alquanto ingiallita dallo scorrere del tempo, che inesorabile ha rivelato la vera inconsistenza delle progettazioni di Secondo Novecento nelle quali essa era stata posta come cardine condiviso. D’altronde «tempus edax rerum» (Ovidio, Metamorfosi, XV, 234) ebbe modo di affermare quel tale, e non v’è nulla di strano nel constatare il fatto che il senso comune riconosca al termine ‘pace’ un concetto asettico, nel migliore dei casi, se non addirittura sterile, nel peggiore.

In questi ultimi anni tuttavia si è assistito ad un ritorno di questo termine sulla bocca di molti con il preciso obiettivo di dare voce ai più vari e insipidi buonismi entro un orizzonte edulcorato che non può che disattendere qualsiasi aspettativa più intellettualmente onesta o più diligentemente realistica circa la di per sé complessa realtà. Come recita il titolo di una fortunata opera, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Infatti è proprio delle anime belle vivere, talvolta, in una condizione di falsa ingenuità o, talune altre, di gretta accondiscendenza. E su questa lunghezza d’onda c’è chi si è arreso di comprendere che cosa significhi davvero ‘pace’, archiviandola in modo definitivo come un feticcio oramai inattuale della storia, oppure c’è chi ha optato, senza perdere troppo tempo in un’analisi seria, per elevarla come nuovo ‘Sole dell’avvenire’ alla luce del quale giustificare insensate soluzioni ai problemi che il reale impone. Soluzioni anche diverse tra loro ma, in fondo, monocromatiche, del tutto adatte a concretizzare la «pappa del cuore» di hegeliana memoria.

Per evitare dunque di ingrossare le fila di queste accomodanti menti e con lo scopo di uscire dalle anestetiche e nostalgiche nebbie di una certa lettura della nostra recente storia, è forse opportuno riflettere alla presenza di uno dei più aulici pensieri della Storia della filosofia, quello di Agostino d’Ippona, il quale ha dedicato la propria esistenza al tentativo di comprendere il suo esser-ci in relazione ai travagli della sua epoca, e spirituali e storicamente concreti, partendo sempre da una onesta indagine personale.

Egli, che è stato l’uomo della tensione e della contraddizione, mai contento, ma sempre inquieto nell’ottica di una ricerca di comprensione che non scadesse mai in una tiepida riduzione dei concetti e delle esperienze in questione. Ragion per cui in Agostino vita e pensiero sono inscindibili, uno in-forma l’altra, vivificando una perpetua condizione agonica che non ammette né ritirate né vittorie ab-solutae, sciolte dai legami con la pesante e sconvolgente esistenza umana. In una tale condizione belligerante, che egli patisce ed esperisce in sé, si impone, tra le altre, pure la questione della pace da cui Agostino si sente violentemente interrogato. Si tratta di un’interrogazione che lo colpisce dritto al volto, nella cruda realtà del mondo entro cui si dà proprio l’esperienza contraria: una continua guerra tra uomini e negli uomini, che il filosofo non può che riconoscere in tutta onestà. Allora le caratteristiche del pensare vivendo agostiniano sono inequivocabili, a partire dal puntuale realismo fino alla sincera profondità.

Nell’analisi di Agostino, il cui centro è rappresentato proprio da una figura umana che certo non è fine a se stessa ma è chiamato anzi a fare i conti con se stessa, misurandosi, capendosi, amandosi e solo così muovendosi ad imaginem Dei, la pace è un tema urgente propriamente per il fatto che inerisce già prima all’Essere umano che a Dio. Non si può non cogliere in tutto il Pensiero agostiniano, nonostante le differenze sussistenti tra la fase pre-Confessioni e post-Confessioni, la preminenza della dimensione umana, nell’ordine della quale è riconosciuta la stra-ordinarietà dell’interiorità e dell’intimità del singolo, ove si dà in veritate ciò che ogni Essere umano simpliciter è: nell’intimo dell’uomo acquistano spessore le cose, gli aut-aut dell’esistenza, i volti, e nondimeno si decantano gli opposti rivelandosi. Una introspezione inaudita che penetra nella finitezza del singolo uomo e che rimanda, quasi rimbalzando energicamente, alla dimensione universale e infinitaria del Deus creator. Ogni Essere umano è dunque premessa indispensabile, anzitutto per se stesso, al fine di giungere a Dio: egli «è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui» (Agostino d’Ippona, De trinitate, XVI, 8, 11:«ipso imago eius est, quo eius capax est, eiusque particeps esse potest»). Ecco il realismo di Agostino: non v’è salto mistico diretto verso Dio, ma v’è reale e patito conatus sì verso Dio, però che passa attraverso la grande e complessa pienezza dell’uomo esistente. Un uomo che è in primis co-scienza di sé, ergo del suo Creator; in primis co-scienza della sua finitezza nell’hic et nunc, ergo dell’Infinito che si compie in actu negli essenti; un uomo che è co-sciente, prima ancora della indaganda Veritas, del dubitare circa la sua partecipazione ad un tale disegno divino finalizzato escatologicamente.

Soltanto dopo aver riconosciuto ad Agostino questa sua grandezza filosofica e umana è possibile capire il suo interesse nei confronti di ciò che per lui significa ed è ‘pace’.

Ad una lettura attenta persino del suo Epistolario può facilmente emergere la linea di demarcazione che viene posta dal filosofo per in-dicare due dimensioni diverse, ma complementari per l’uomo di fede, della ‘pace’.

Una pace, più vicina in generale alla immediata esperienza umana, che non si configura affatto come uno status senza guerra o conflitti, ma si denota come affermazione positiva (nel senso etimologico dell’ ‘affermare o porre qualcosa’) e attiva contra lo stato puramente belligerante. Una qualsiasi connotazione ‘statica’ della pace ne tradirebbe il concetto inteso da Agostino, per il quale invece ciò che è sedentario, statico in senso stretto ha a che fare piuttosto con il concetto di ‘ordine’. Pace non ha perciò nulla di conservativo, ma implica una viva e irriducibile tensione in relazione al conatus esistenziale già proprio dell’Essere umano.

E conseguenza quasi logica di questo dinamismo è il fatto che da parte dell’uomo la pace è intesa, concepita come il frutto di mediazioni tra le parti. In virtù delle diverse e talvolta contrastanti intenzionalità umane, unite allo stato di contingenza delle de-cisioni e azioni, la pace può essere raggiunta quale risultato di continui compromessi. E ad ogni uomo di buona volontà e intelletto è richiesta un instancabile sforzo per realizzare e cercare di soddisfare questo improbus labor. Niente di già prae-determinato, bensì tutto è lasciato alle dipendenze delle libere volontà umane, che con Kierkegaard possiamo a giusto titolo riconoscerne l’angosciante potenzialità, benché pure Agostino non si sia mai illuso a riguardo.

V’è infatti forse cosa che sia usata bene e lecitamente dalle persone, con la quale non si possa procurare anche qualche disgrazia?

(ep. 47, 5)

Questa immane difficoltà di cui è pregno l’agire umano è difatti chiaro agli occhi del filosofo cristiano:

Chiunque osservi assieme a me le realtà umane e la nostra natura comune, riconosce che come non vi è nessuno che non voglia godere, cosí non vi è nessuno che non voglia possedere la pace. Addirittura, anche coloro che ricercano le guerre non vogliono altro che la vittoria, quindi desiderano fortemente raggiungere la gloria e la pace attraverso la guerra. Che cos’è infatti una vittoria se non l’eliminazione di ogni resistenza? E proprio quando ciò sarà accaduto, si avrà la pace. Dunque è in vista della pace che si conducono le guerre, anche da parte di coloro che s’impegnano ad esercitare le loro attitudini belliche nel comando e nel combattimento.

(De civitate Dei, XIX, 12, 1-4, passim)

A sostegno e quasi a completamento di questa prima facies della pace dalla natura contingente, tuttavia sentita e reputata necessaria per l’esistere nell’hic et nunc, riecheggia nei discorsi di Agostino tanto quanto nelle sue opere più sistematiche un concetto più aulico e assoluto di pace. Non più ‘una’ pace, ma si allude al-la Pace. Questa viene riconosciuta come la vera Pace, dono altresì dello Spirito, che si esprime all’unisono con la Giustizia, un altro concetto assoluto estraneo nella sua pienezza all’esistenza mondana e che nondimeno dovrebbe in-formare le azioni degli uomini. Tale concezione de la Pace è intuibile in particolare per l’uomo di fede, dacché Dio ne dispenserà una volta giunti al compimento escatologico. Essa non può tradursi nel qui-e-ora, perché si tradirebbe. È comunque ‘faro’ per le intenzioni del credente durante la sua tempestosa esistenza; per lui è inoltre ‘linfa vitale’ che ne alimenta le forze atte a impegnarsi nell’infinita impresa di aggiornare perpetuamente le mediazioni che, invece, la pace terrena esige. A proposito di un’idea di Pace che in quanto trascendente ogni traduzione spazio-temporale ed esperienziale propria dell’esistenza umana risiede solo in Dio, si può ravvisare una certa vicinanza tra Agostino e Martin Lutero, il quale ripudia nella novantaduesima tesi affissa a Wittenberg (31 ottobre 1517) qualsiasi concezione a buon mercato e facile della vera Pace sulla terra :«Darum weg mit allen jenen Propheten, die den Christen predigen: “Frieden, Frieden”, und ist doch kein Frieden» («Addio a tutti quei profeti che al popolo cristiano predicano: “Pace, Pace”, quando non v’è certo alcuna Pace»).

Detto ciò, a differenza di altri fondamentali filosofi della cristianità, per Agostino sembra valere quasi un’eccezione: le sue analisi e i suoi concetti non perdono mai di incisività e di contenuto in rapporto alla fede posseduta o meno dal singolo. Il suo è un pensiero stimolante e ancora in grado di tessere un dia-logo con la nostra contemporaneità, a prescindere dalla fede che ciascun uomo può avere come non avere. L’idea di pace presentata nella sua prima e più immediata facies relativa e terrena (“a misura d’uomo”) comunque continua a possedere un valore reale e concettuale di per sé anche qualora non venga ricondotta all’interno della seconda facies ben più universale, elargita da Dio stesso e in cui il credente crede (la Pace).

Nel discorso di Agostino, semplicemente, la pace vale di per sé per tutti gli uomini proprio perché «ognuno desidera essere in pace con i suoi» (De civitate Dei, cit.). E sul comune sentire si radica l’altrettanta comune necessità di educarsi ad una idea, prima, e ad una realizzazione, dopo, di pace accessibile a ciascuno in quanto Essere umano in questo mondo e avente valore e dignitas di per sé, per evitare di desiderare di raggiungere sì la ‘pace’ ma imponendola all’Altro, magari conquistandolo al fine di dettargli «una volta sottomesso, le condizioni della propria pace» (ibidem).

In quanto rigorosamente e completamente uomo, ancor prima che santo, Agostino può dunque e-ducarci ‘politicamente’ ad essere a pieno uomini e ad avverare una pace degna della nostra umanità, come conquista di un valore comune. Solo così forse è possibile giungere per lo meno ad arginare, se non subito governare, la potenziale violenza umana che già Agostino riconosce realisticamente insopprimibile una volta per tutte in questa vita. Pertanto facciamo cadere qualsiasi discorso che voglia ritardare scelleratamente il cammino verso l’avveramento di un accordo pacifico per il solo pretesto di attendere calata dal “cielo” una “perfetta” pace, o magari addirittura la “vera” pace.

Insomma già Agostino per primo, che semmai più di chiunque altro ha indirizzato il suo sguardo verso il Cielo, ci mette in guardia sull’unico genere di pace che ora ci è concesso secondo le nostre pur sempre limitate capacità e si preoccupa altresì di difendere la complessità, nonostante le imperfezioni, dell’uomo, senza scivolare in un enigmatico ascetismo.

Mutatis mutandis, potremmo quindi concludere con un celebre motto: “uomini di tutto il mondo – proprio in quanto Esseri umani ancora prima che credenti o meno – unitevi!”.

 

BIBLIOGRAFIA

 

K. Rosen, Agostino, genio e santo, Queriniana, Brescia 2016.

F. Ruggiero, I volti della pace: testi dell’Epistolario di Agostino d’Ippona, Città Nuova, Roma 1999.

M. Pellegrino – T. Alimonti – L. Carrozzi, Opere di sant’Agostino: le lettere, Nuova Biblioteca Agostiniana XXI-XXIII/A, Città Nuova Editrice, 4 voll., Roma 1969-1992.

Agostino, La città di Dio, Rusconi, Milano 1984.

 N. Abbagnano – G. Fornero, Il Nuovo protagonisti e testi della filosofia, a cura di G. Fornero, Paravia, Milano 2006, vol. I, pp. 546-548.

M. Lutero, Per la riforma della Chiesa. Le 95 tesi . Discussione per chiarire il valore delle indulgenze. Della libertà del cristiano. Sulla prigionia babilonese della Chiesa, Garzanti, Milano 2016.

S. Kierkegaard, Il concetto dell’Angoscia, a cura di C. Fabro, SE, Milano 2007.

 

Francesco Brusori è nato a Bologna (17 gennaio 1997), dove vive e in cui, dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Marco Minghetti, studia Filosofia all’Università Alma Mater Studiorum.

Clicca [qui] per la versione .Pdf

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...