Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La filosofia dello sterminio dei disabili

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> di Alessandro Pizzo*

A Giulia.

Della vita sopravvive l’amore, dato o ricevuto.

In memoriam

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Premessa

Ogni anno si ripete in tutte le scuole del Regno uno stesso rituale, forse opaco, forse stantio, forse stancamente ripetuto, e riguardante la celebrazione della memoria della Shoah, lo sterminio nazista della razza cosiddetta “inferiore”. Se il rito appare oramai una routine, resta innegabile, oltre che indubitabile, come al contrario vigile e pronta debba rimanere la coscienza comune innanzi ai risorgenti umori prevaricatori alle più svariate latitudini. Ma, rispetto all’inaudita strage compiuta dal nazionalsocialismo, vorrei concentrare l’attenzione su una categoria minore, ma certo non meno importante, di vittime della medesima sequenza storica, ovvero le persone disabili, indifese vittime designate dalla violenta ed inumana ideologia nazista. Certo, non lo faccio al fine di riscattarne un ruolo triste, diversamente taciuto dai più, anche se, a dire il vero, sempre più scoperto ed oggetto di ricostruzione storica, ma per sviluppare un’analisi filosofica intorno alle sue ragioni storiche, inerenti a quelle motivazioni culturali che ne giustificarono o resero possibile lo sterminio o la soggiacente logica o che aprirono la strada a qualsiasi giustificazione, più o meno ad hoc, del capriccio di alcuni su altri, depotenziando qualsiasi funzione regolatrice o moderatrice del verbo morale, depotenziando la bussola morale e svuotando dal di dentro l’edificio del diritto, trasformando gli uni e gli altri in meri instrumenta regni.

Il senso di un cammino

Mentre scorriamo commossi quel passo di Levi, monito alle generazioni future, su quel che è stato, non possiamo non accostarci alla dolorosa vicenda dello sterminio messo in atto dai nazisti prendendo in considerazione un aspetto più nascosto dello stesso, ovvero quel complesso di dispositivi burocratici e medici che ne furono gli infelici prodromi, vale a dire lo sterminio delle persone disabili, i cosiddetti Indegni della vita. La tematica è interessante non solamente ai fini storici di una ricostruzione più accurata dello sterminio su scala industriale attuato nei vari campi di concentrazione/sterminio, ma anche per comprendere le ragioni ideologiche, politiche e pseudo-scientifiche che lo resero possibile, disattivando la coscienza morale.

D’altro canto, scrive Levi (I sommersi e i salvati, p. 20):

l’intera storia del breve «Reich Millenario» può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione orwelliana della memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima

La storia appare, dunque, chiara: la finzione nazista ha dovuto camuffare la pervicacia e metodica determinazione atta a selezionare il genere umano, una sceverazione tra il “buono” e il “cattivo”, tra il “degno” e il “non degno”, tra il “bianco” e il “nero”, tra il “sano” e il “malato”. E se, in realtà, si tratta di polarizzazioni tanto elementari quanto abissali nell’animo umano, la novità consiste nella sua veste “moderna”, caratterizzata da un rigore burocratico e da un’organizzazione metodica senza precedenti nel corso della storia. L’apparato medico, paramedico e anonimi ragionieri sono stati così chiamati a fornire le loro maestranze, i loro uffici, il proprio mestiere, vale a dire a registrare, catalogare e schedare tutti i soggetti non sani, ovvero distinguerli dai sani, tutti quei soggetti deboli marchiandoli nella loro minorità rispetto ai soggetti forti. Proprio grazie al silente e docile lavoro di tutti questi collaboratori, l’intera impresa dell’individuazione e raccolta degli infelici subumani poté essere realizzata, peraltro con un’efficienza senza pari. Questi stessi soggetti, malati secondo le polarizzazioni nazionalsocialiste, vennero, dunque, radunati, segregati, dislocati altrove ed infine, dal 1939, avviati alla loro eliminazione fisica, “pietosa” nella neolingua inscenata dalla retorica nazista. D’altro canto, come può una soppressione di terzi configurarsi come pietosa? Com’è possibile valutare come moralmente accettabile, proprio perché pietosa, la scientifica soppressione di soggetti considerati inferiori? Può essere pietosa l’eliminazione forzata e contro la volontà diretta degli interessati? Ciò spinge a considerare l’etichetta piestistca del “pietoso” come un sadico eufemismo buono per la propaganda.

Il protocollo Aktion T4 può, a buona ragione, essere considerato un’orribile anticipazione della triste sequela delle operazioni di selezione di malati, del loro trasporto in strutture apposite, dell’inganno sadico delle docce assassine ed, infine, dell’incinerazione dei poveri resti in forni crematori. Come ricorda Di Santo (Sociologia della disabilità. Teorie, modelli, attori e istituzioni, p. 92), fu un «programma giustificato dall’idea di generare una razza pura senza difetti genetici».

Ma oltre a questa perversa idea, ve n’era un’altra, meno sottile da un punto di vista ideologico, ma molto più pericolosa da un punto di vista politico, ovvero «l’idea di razionalizzare le spese statali per cui i disabili erano visti come “parassiti” della società tedesca» (Di Santo, Sociologia della disabilità, p. 92), come “zavorre” di cui liberarsi, inutili pesi che rendevano più difficile la missione umanitaria del Reich millenario.

Si potrebbe pensare pure che, in fin dei conti, si sia trattato di una degenerazione dell’interesse coevo per la genetica, di uno sbandamento tanto improvvido quanto imponderabile degli interessi del primo Novecento nei confronti della base biologica della salute umana, di un passeggero delirio collettivo in merito alle magnifiche e progressive sorti della Nazione tedesca. Io, invece, suggerirei di invertire il nesso tra la causa e l’effetto, e di considerare, e piuttosto, l’interesse genetico come un ulteriore puntello strumentale e a posteriori di una progettualità politica storicamente più estesa, la quale ha incrociato incidentalmente i propri passi con i regimi politici dei primi anni ’30.

D’altro canto, investire del valore negativo di ‘indegni’ determinati soggetti è secondario, almeno da un punto di vista cronologico, rispetto alla formidabile opera retorica di giustificare scientificamente proprio tale inferiorità, e, dunque, anche la loro eliminabilità. Infatti, a noi che volgiamo su queste tristi vicende il nostro sguardo smaliziato con il senno di poi, tutto appare studiato, organizzato secondo efficienti e freddi criteri teutonici, tutto mistificato rispetto all’esterno ma anche rispetto alle vittime, imbrogliate sino all’ultimo.

La folle esaltazione della variante “politica” della selezione naturale, altrimenti nota con il nome di darwinismo sociale, è solamente un mal formulato puntello ideologico alla finzione retorica della sanità divinizzata dal nazionalsocialismo. In realtà, il meccanismo di discernimento tra salute e malattia è più sottile e perverso. Infatti, non è nemmeno la salute in sé stessa che il regime ricerca, difende, sia pure a suo modo, e valorizza, ma la salute come strumento di affermazione, perpetuazione e celebrazione del regime stesso. In un esaltato Moloch autoreferenziale, il regime cerca la propria affermazione nel culto narcisistico di una salute vitale immaginata, più che reale. La monotona propaganda del tempo ci restituisce manifesti, locandine, video di prototipi di tedeschi ariani secondo un canone estetico ben al di là degli stessi standard del tedesco ordinario del tempo. Eppure, il modello additato è elevatissimo, a prescindere dall’apparente contraddizione pratica tra quest’ultimo e la morfologia dei vari gerarchi nazisti. Anzi, sembra porprio che lo scarto tra l’ideale di bellezza/sanità e la concretezza storica sia deliberatamente voluto, magari al fine di ingrossare le file degli indegni, e, dunque, di ripulire la razza del maggior numero possibile di difetti o malattie. Ora, forse le idee possono pure giustificare piccole incoerenze, ma qui non è in discussione né la bellezza né tantomeno la salute. Ad essere in questione è l’idea stessa di umanità la quale diventa, a sua volta, un oggetto a disposizione del potere politico che può disporne secondo i suoi malsani ed osceni capricci. Come scrive, infatti, Wieviorka (Auschwitz spiegato a mia figlia, p. 35)

Hitler proseguì su questa strada ordinando di uccidere i malati di mente, la cui vita, a parer suo, era «indegna di essere vissuta». Già in questi casi il potere politico aveva deciso chi doveva vivere e chi doveva essere eliminato dal pianeta

Non è affatto la medicina che stabilisce chi sia sano e chi malato, che separa gli uni dagli altri, che istituisce artificiose distinzioni tra chi fruisce di fortezza e chi non ne gode, no; è il potere politico che costruisce la categoria di sanità e che adopera strumentalmente la sanità per i propri fini. Ovviamente, questi ultimi non sono mai l’avvenire, più o meno radioso, del Reich, ma quello di una certa maniera di disporre dello stesso potere politico.

La follia sterminatrice è asservita a questo scopo, è supina rispetto al desiderio narcisistico di perpetuarsi, di disporre degli altri, di de-umanizzare le persone e, sadicamente, giocarvi. La costruzione del ‘nemico’ è anch’essa strumentale al senso complessivo di un dispositivo di potere volto alla sopraffazione, all’affermazione dei voleri viscerali del “più forte”, all’espressione dei più bassi istinti, sulla pelle di vite inutili, di vite indegne di essere vissute, in quella infernale inversione orgiastica dei rapporti etici dei termini di ‘bene’ e di ‘male’. E Nietzsche non c’entra! È solamente, uno tra tanti, uno strumento di questo osceno dispositivo di potere.

Non un’oggettività etica, ma un arbitrio morale che è legislatore a sé stesso. Un’orgia di potere che esplode violentemente e senza freni, né morali né religiosi né culturali. Nel libello Education for Death vengono narrati i passaggi che educano alla brutalità, alla de-umanizzazione, a diventare carne per i cannoni, docili strumenti nelle mani del potere politico, strappando dal seno infantile anche i più semplici, innocenti ed elementari sentimenti che ci rendono umani. D’altro canto, è il potere politico che qualifica l’intera realtà, e che, quindi, stabilisce chi o cosa vada bene e chi o cosa, invece, non vada bene. La selezione morale istituisce la rigida separazione tra degnità e indegnità. Quest’ultima, in una ideale scala inversa, precede, e rende a sua volta possibile, la scala della medicina, i sani e i malati, e, dunque, i degni dagli indegni. La medicina, però, e con essa l’intera scienza accademica, è supina rispetto al dispositivo di valore messo in campo dal potere politico.

Prima degli ebrei, il regime novella, aggiorna, estende a dismisura l’elenco degli indesiderabili. Scrive Luzzato (Postfazione, p. 70), «E se invece, pur detestando gli ebrei, tutto l’edificio del suo antisemitismo non fosse affatto frutto di un vero convincimento ma fosse solo strumentale per riuscire nell’intento di edificare una «razza superiore» attraverso l’instaurazione di un tale stato di terrore da lasciare al cittadino comune solo due alternative: o quella di aderire e i sostenere attivamente il regime o quella di esserne una vittima designata? In questo caso era logico cominciare da un gruppo specifico. Dopo avere liquidato gli oppositori politici, si scelsero i pazzi e i deformi, gli omosessuali, gli ebrei». Lungo è l’elenco degli indesiderabili, dei nemici, degli indegni. Ma non concordo con Luzzato, e non solamente per una sottigliezza linguistica di nessuna importanza. Non si trattava affatto di «pazzi» o «deformi», come sbrigativamente vengono indicate le povere vittime dell’Aktion T4, ma una categoria complessa e folta di persone disabili, scartate dal potere politico perché inutili costi per la collettività. Parliamo dei primi anni ’40, ma quanto sono tristemente ed sinistramente attuali queste parole! E quanto potrebbero, ahinoi, ridiventare improvvisamente sostanza dei giorni presenti.

D’altro canto, sono incline a ritenere che l’antropologia nazista avesse bisogno di dar sfogo ai bassi umori che il regime ha promesso ai suoi uomini in cambio della servitù concessa, dei servizi messi ai piedi del Moloch temporale, dei propri uffici sottomessi al volere del più forte. V’è, in altre parole, una sorta di patto scellerato, ma non scritto, tra chi tira le fila e chi sceglie di aderirvi, un frutto proibito promesso, indicato, fatto desiderare, ovvero lo sdoganamento dello sfogo, anche violento, dei propri impulsi. In altri termini, che senso avrebbe predicare la violenza gratuita senza delle vittime designate sulle quali scaricarla? Ecco spiegata, quindi, l’urgenza di trovare delle vittime, ossia degli indegni, vale a dire degli indesiderabili da avviare ad un ben congegnato dispositivo di progressiva estirpazione dei caratteri umani. In altri termini, l’iter della segregazione rivela questo orribile aspetto dell’operato nazista: le persone prigioniere vengono ridotte a meri oggetti, a bestiame senza nome né lingua, a semplici oggetti di scherno, di divertimento, di depravazione da parte dei loro aguzzini, i sani e forti e, dunque, degni di vivere, uomini del Reich. Da soggetti diventano inesorabilmente ed immancabilmente corpi vuoti, non esseri umani, ma oggetti, vale a dire anonimi strumenti di delizia, di piacere, di violenza per tutti gli uomini del Reich, vale a dire per le avanguardie dell’homo novus spacciato dalla retorica nazista. Questo processo è ben esemplificato da Marzano (La filosofia del corpo, pp. 80-2) la quale scrive

Lo scioglimento dei legami familiari avviene in modo brutale. Separarsi senza dirsi addio ferisce i prigionieri e provoca in loro un sentimento di impotenza, di inutilità, di annullamento. Il secondo gesto è ancora più violento: la spersonalizzazione, l’anonimato. Tutti i detenuti sono rasati, a tutti viene fatto indossare lo stesso vestito. Tutti con lo stesso sguardo vuoto. Nessuno possiede più nulla, nessuno ha più un nome […] i deportati vengono ridotti a “cose”, scoprendosi prigionieri di un dispositivo disumanizzante; i loro corpi sono presi in ostaggio dalle loro debolezze e fragilità: la fame, la sete, la stanchezza, la malattia. Le privazioni alimentari, la mancanza di igiene, l’odore dei cadaveri in decomposizione, il fumo dei forni crematori, il freddo, il lavoro forzato … tutto è stato concepito per fiaccare la resistenza e il coraggio […] L’intento delle SS è quello di spingere per gradi i detenuti ad accettare di essere cancellati

La disumanizzazione è un corollario del dispositivo burocratico del potere politico nazista, ovvero è un frutto desiderato ma anche, a sua volta, un utile strumento che facilita il lavoro di chi opera attivamente alla catena dello sterminio. Come dichiarato da Eichman al famoso processo a Gerusalemme, ogni addetto alla lunga e complessa catena dell’industria della morte sopravviveva all’inferno prodotto, vissuto, e subito quotidianamente, operando una sorta di “riserva mentale”, una deliberata scelta di non pensare, di non porsi troppi problemi, di lavarsi pilatescamente la coscienza, trincerandosi dietro alle famose scuse della coscienza corrotta, ovvero “l’obbedienza agli ordini” e “la negazione di alternative davvero valide”. D’altro canto, però, cosa avevano ancora di umano quei prigionieri? Come si potevano trattare con umanità degli insetti? Dei corpi vuoti? Del bestiame’ Simili oggetti abbrutiti? La de-umanizzazione raggiunge questo duplice effetto: eliminare gli indesiderati e far sì che mani umane possano percuoterli, irriderli, eliminarli nei campi, nelle docce, nei forni … La violenta ed intensa propaganda antisemita ha ridotto le persone ad insetti. Allora, chi può pensare di star commettendo il male? Venivano eliminati insetti, topi odiosi, non delle persone, dei fastidiosi e petulanti indegni della vita …

Ma se questo suscita ribrezzo rispetto agli ebrei d’Europa, braccati in tutto il Continente ed avviati allo sterminio, cosa possiamo dire allora delle persone disabili sulle quali tutto questo è stato sperimentato e provato poco tempo prima? In questo caso, gettiamo lo sguardo sull’abisso peggiore della malata cultura nazista. Nella perversione nazionalsocialista compito della medicina non è più curare i malati, ma rafforzare i sani; non fare del male, ma causare del danno; non ricercare il benessere del malato, ma la sua soppressione. D’altro canto, se il potere politico ha già deciso chi è degno della vita, ne segue automaticamente che la medicina debba asservirsi a questa finalità: facilitare la selezione naturale nel suo fatale e mirabile compito, ovvero eliminare il più debole. Così abbiamo infermiere provette che diligentemente lasciano morire di inedia neonati indegni o che somministrano dosi letali di sonnifero a bambini disabili. Medici riconosciuti, che hanno giurato su Ippocrate, che pervertono la loro missione nel generare la morte dei pazienti loro affidati, con il gas, con iniezioni, con farmaci inadatti, con dubbie sperimentazioni. Nella propaganda, queste sono morti pietose o, al massimo, commoventi ed anticipate dipartite. Nella realtà questa è stata la più grande e storicamente riconosciuta operazione di eutanasia voluta da un potere politico. Proprio loro, i più deboli, i più indifesi, gli esponenti più diretti dalla vulnerabilità umana hanno sperimentato, triste primato, l’abietta concezione nazista della sanità. Anche se, sinceramente, più di qualche dubbio potrebbe essere avanzata riguardo alla natura “dolce” di tali soppressioni.

E se gli storici si arrovellano sulle ragioni storiche di tale ripiegamento culturale sulle oscene evidenze viscerali, in questa sede non possiamo non prendere in considerazione l’atteggiamento comune nei confronti delle persone disabili. Come ricorda Di Santo (Sociologia …, p. 66), la disabilità «presume una restrizione dell’attività e della partecipazione sociale a prescindere dal grado di menomazione che un individuo può vivere anche se è inconfutabile che più si vive uno stato patologico impegnativo più aumenta la possibilità di vedersi inficiare aree della propria vita socio-relazionale, ambientale e personale». E qui giriamo attorno al problema, o, se si preferisce, all’equivoco comune, ovvero identificare la persona con la malattia, il singolo con la patologia, l’universo esistenziale con la disabilità stessa. La presenza di maggiori ostacoli, di varia eziologia, non coincide puntualmente con i livelli della persona umana, ma addossa su quest’ultima un aggravio ulteriore rispetto al peso che normalmente la nostra stessa società impone per via della sua determinata organizzazione socio – ambientale. Ma la malattia non fa la persona! Eppure, com’è costante l’equivoco di appiattire il destino esistenziale delle persone alle patologie di chi soffrono. Qualora dovessimo estendere questo metro di giudizio, ben pochi potrebbero fregiarsi dell’agognata salute. Ma nei confronti dei disabili non v’è compassione, né tantomeno empatia. Piuttosto, verso costoro si opera una dislocazione mirante a concentrare, a segregare, a separare i “sani” dai “malati”. E non posso fare a meno di notare la sinistra e profonda consonanza tra questi verbi e i medesimi verbi del piano nazista di eliminazione …

La cognizione del dolore

L’operazione, tanto meschina quanto ipocrita, dello stigma nei riguardi delle persone disabili è rivelatrice dell’atteggiamento irriflesso che le persone comuni mediamente attuano, vale a dire essere «cieche di fronte alle cose che distruggono la loro felicità, sorde alle richieste degli altri di gentilezza e affetto» (Di Santo, Sociologia … p. 73). La chiusura intima, che di per sé anticipa e, sotto un certo aspetto, anche prepara la posteriore chiusura sociale, poggia su un costrutto mentale ben preciso che, per sua natura, affonda le proprie radici su più livelli differenti ed intersecantisi. In altri termini, la particolare risposta di chiusura espressa alla vista di una qualsiasi persona disabile dipende dalla natura “perturbante” che tale percezione suscita in ciascuno di noi. Come ricorda ancora Di Santo (Sociologia … p. 94), la disabilità «rappresenta proprio il confine di ciò che è considerato naturale […] e ciò che è culturalmente determinato». Per dirla altrimenti, l’atteggiamento personale nei confronti delle persone disabili è determinato dalla percezione simbolica che possiamo avere in loro presenza. Sono sani? Sono malati? Sono delle persone? Sono degli animali? Potrebbero sopravvivere senza le cure? Potrebbero innamorarsi senza ausili di varia natura? Quelle protesi modificano la loro natura? Non sono del tutto sani, così come non sono del tutto malati. Oppure, non sono del tutto umani pur avendo molte caratteristiche dell’umanità. O, ancora, non sono dei cadaveri pur somigliandogli molto. La particolare condizione della disabilità sfida le nostre profonde convinzioni, quelle stesse che, per loro natura, si aggirano nei plessi di confine della nostra coscienza, a metà strada tra l’identità personale e i portati biologici della specie, tra quanto occupa stabilmente il centro della considerazione razionale e quanto, per vari motivi, le sfugge, pur essendo comunque presente. La disabilità occupa la terra di mezzo, la terra di nessuno, il limbo infelice del confine tra quanto siamo disposti a riconoscere come “naturale” e quanto, invece, è frutto di negoziazione culturale. Nella retorica nazista, tutto ciò che si trovi sopra tale confine non è degno di vivere. L’emarginazione sociale «è applicata come misura preventiva per eventuali disfunzioni nell’ordine sociale» (Di Santo, Sociologia … p. 91). In altri termini, la persona evapora dietro la sua stessa malattia, e quest’ultima viene «intesa come diversità, la diversità come minaccia per la normalità» (Di Santo, Sociologia … p. 91). La percezione di persone disabili non lascia indifferenti, ma attiva quei meccanismi di difesa che caratterizzano ciascuno di noi, difesa nei confronti di un pericolo tanto reale quanto immaginato. Così, l’irriflessa difesa emerge violentemente dagli strati più bassi della nostra psiche e attiva la volontà in azioni concrete di allontanamento del pericolo, attività di riduzione del rischio. Se il limite diviene tutto, la patologia s’ingrandisce sino ad occupare tutto la spazio visivo del soggetto, eclissando la singola persona in carne ed ossa che ne soffre. Come sostiene Schianchi (La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, p. 38), «il limite diventa assoluto, la disabilità sembra annullare tutto il resto». E se è vero della persona terza che percepisce la presenza di una persona disabile, sarà ancora più vero per la stessa persona disabile la quale potrebbe pure finire con il confondersi con il limite di cui porta il segno nelle carni. Il pregiudizio altrui, dei cosiddetti “sani” o “normali”, può anche essere il proprio. D’altra parte, il genere umano è il medesimo. E tuttavia proprio perché la disabilità è iscritta nella corporeità stessa delle persone, nel senso che incide radicalmente, intimamente, in profondità il corpo, ne deriva che quest’ultimo «da strumento per andare verso l’esterno […] diventa ostacolo, limite e chiusura al mondo» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 45). La patologia modifica il corpo stesso dei soggetti sino a trasformare quest’ultimo in un ostacolo alla propria realizzazione personale, ai propri progetti, ai propri sogni. Essere disabili non è solo una negazione palese delle possibilità di realizzazione personale, ma anche «un lutto» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 39). Il proprio corpo ostacola, impedisce, limita. Ma è attraverso il nostro corpo che calchiamo la stanca scena di questo mondo. Avere un corpo disabile debilita le potenzialità stesse dei soggetti, l’impairment produce così disabilità, vale a dire incapacità a fare, e, quindi, anche, ad essere. Attraverso un corpo meno capace diminuiscono le possibilità da parte del soggetto di fruire della propria libertà personale, e di vivere la propria condizione come una gabbia, una prigione, una cattività inesorabile che scandisce il ridotto tempo a propria disposizione. Ed è così che percepiamo quotidianamente i nostri simili disabili, del tutto coincidenti con il deficit di possibilità, di capacità, di esistenza che possono realizzare nell’arco della loro stessa esistenza. La disabilità diviene handicap, una condizione medico-sociale che «qualifica totalmente l’individuo, rappresenta subito l’inferiorità del suo portatore e rende possibile l’incontestata superiorità di ogni normale» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 56). Lo sguardo medico veicola la considerazione culturale atta a determinare la condizione disabile come una degenerazione della salute di alcuni, come una perversione della selezione naturale, come un inutile accanimento terapeutico nei confronti di poveri infelici, come garanzia del dominio del più forte, come viatico alle proprie supponenze di normalità. O forse, ed invece, è il pregiudizio che strumentalizza la visione medica per i propri fini, per puntellare in maniera pseudo – scientifica i propri radicali e personali convincimenti. D’altra parte, non è pur vero che una convinzione dimora nel profondo e quando emerge diviene cosciente al soggetto che la pensa? Ne deriva l’urgenza improcrastinabile di razionalizzare, per quanto possibile, tale dato convincimento. E chi, meglio della conoscenza medica, può legittimare quanto pensiamo? Ovvero, ciò di cui siamo convinti prima ancora di averne coscienza? Va da sé che il pregiudizio sia cronologicamente anteriore al puntello ideologico offerto dalla medicina, vera o presunta che sia. Ma non è nemmeno questo quel che davvero importa, la cosa davvero importante, il rilievo che interessa. Infatti, lo sguardo torbido nei confronti delle persone disabili serve solamente a confermare il proprio narcisismo, quello stesso operante nel pregiudizio che emerge violentemente dal profondo e che necessita di posteriore giustificazione (pseudo-)razionale. A questo stesso sguardo poco importa davvero della persona disabile, così come sapere che v’è una persona dietro l’etichetta ‘disabilità’, quanto, e piuttosto, confermare la propria attesa, vale a dire che «Chi è minorato nel corpo è anche un soggetto minore» (Schianchi 2009, La terza nazione del mondo, p. 56). Parafrasando Peter Parker, a minori capacità corrispondono minori responsabilità. Se non fosse che è cinico e sadico, si potrebbe pure convenire. Ma certo non nel senso del pregiudizio medio, vale a dire come effettivo riconoscimento della liceità del narcisismo del “più forte” e dei suoi nazisti diritti di servitù.

L’inquietante sfida della diversità

La vista della disabilità «è una delle dimostrazioni più evidenti di come il nostro modo di guardare le cose sia sempre fortemente influenzato dal significato che esse assumono per noi» (Schianchi , La terza nazione del mondo, p. 73). Non v’è oggettività o neutralità nello sguardo, ma, al contrario, quest’ultimo è pregno di teoria, di convincimenti, di pregiudizi …

Ma è, in fin dei conti, pure normale che ciò accada dal momento che la «vista della disabilità scatena il timore di perdere la propria integrità fisica e tutto ciò che si è costruito attorno a essa» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 74). Il rifiuto, più o meno velato, il disgusto, più o meno celato, la negazione, più o meno esplicita, si nutre di questo, ovvero di un eccesso di difesa che, nei meandri di confine tra il conscio e l’inconscio, tra il lecito e il proibito, tra il razionale e l’irrazionale, determina la risposta del soggetto posto nelle condizioni di percepire nelle sue immediate vicinanze la disabilità. Ovviamente, preso, ed irrigidito, in questa tensione, nulla importa, nulla osta, nulla comporta che la disabilità sia solamente una condizione fisico – bio – ecologica, e che dietro vi sia sempre una persona umana, in carne ed ossa, con un nome e un cognome. La disabilità accresce enormemente le sue dimensioni sino a travolgere la stessa certezza del soggetto e scatenando in quest’ultimo fenomeni di rigetto, di ripulsa, di fuga, di evitamento. Freud li sintetizzerebbe, forse, in un singolo, ed elementare, meccanismo di difesa dell’Io, ovvero parlerebbe di negazione, tanto nei confronti di un pericolo reale quanto, ed è il caso presente, di un pericolo fittizio, o puramente simbolico. Ma quando ci addentriamo nei sentieri del simbolo, è sempre questo che accade, ovvero che a scenari fittizi corrispondano emozioni reali. Ora, se la persona disabile non è mai un pericolo reale per la persona “sana”, la paura di quest’ultima sarà sempre, e dannatamente, reale. E questo è l’elemento saliente, ciò che potrebbe guidarci a comprendere quel che è stato con l’AKTION T4 e quel che accade sempre anche nella nostra esperienza quotidiana. La negazione della disabilità, peraltro rituale simbolico di esorcismo nei confronti di quel che la disabilità comporta, fisicamente, socialmente, culturalmente, economicamente, e che appare indesiderabile, spinge i soggetti a prediligere forme, più o meno latenti, di dislocazione altrove dei soggetti disabili, a pretendere che vengano medicalizzati, ricoverati, concentrati in strutture apposite e distanti dalla vita civile e pubblica. Non farne esperienza, infatti, significa non patire il timore di perdere quel che si ha o si è, e poter diventare come loro. È ovvio, al contrario, che proprio in quanto esseri umani, vale a dire esseri costitutivamente fragili ed esposti alle menomazioni, di qualsivoglia natura, tutti noi siamo potenzialmente delle persone disabili, dal momento che il massimo della potenza fisica è concessa solamente ad una fascia ristretta della durata umana e scema progressivamente con il trascorrere del tempo e che basta un nulla per perdere tutto quanto. Il trucco, se così mi si concede di esprimermi, consiste nel non pensarci, nell’ignorare la stessa possibilità, ancora: nell’esorcizzarne lo stesso pensiero.

Il dispositivo segregante, tristemente velato dietro il nobile intento di curare le persone disabili, possibilmente con il meglio delle tecniche e del personale apposito, funge da valvola di sfogo per un sentimento tanto tragicamente quanto miseramente umano, ovvero del timore, della paura, del disgusto. Aggiunge ancora, e quanto più sagacemente Schianchi (La terza nazione del mondo p. 76), «Fragilità, vulnerabilità, morte, imprevisto, perdita della propria integrità. La vista della disabilità, l’avere a che fare con le difficoltà che implica, fa scattare un sentimento di paura, di repulsione, il timore di vedere nel portatore di handicap il proprio incerto destino». Atteggiamenti del tutto umani, anche comprensibili da un certo punto di vista, ma sicuramente non etici. E nessuno può davvero ritenersi al riparo. Rammento, quando lavoravo come insegnante di sostegno, proprio a stretto e quotidiano contatto con persone disabili, di come talvolta alcune colleghe, peraltro in età fertile, si lasciassero scappare alcune amare constatazioni riguardanti il timore che la propria prole futura potesse nascere … così! Disabile, appunto. Ed è strano, a distanza di così tanti anni, ricordarle e valutarne l’estrema distanza dalla realtà dei fatti. Eppure, all’epoca le sensazioni erano vivide, forti, intense, estremamente reali, laddove invece le probabilità di accadimento delle stesse davvero esigue. Ancora, allora, scontiamo un sentimento tanto elementare quanto infido, ovvero la paura. E mentre ci sforziamo costantemente di rimuovere tutti quegli aspetti di difficoltà, fragilità, vulnerabilità che caratterizza la nostra vita, la disabilità sta lì a ricordarceli sempre. Ecco allora che vorremmo tanto non vederla più. Ma, attenzione, la disabilità non è affatto una metafora della caducità della vita, non è affatto un simbolo della fragilità esistenziale, né tantomeno un segno di quel che noi siamo, ma «ne è un’espressione reale» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 76). La disabilità dimora da sempre la nostra esistenza, accompagna da sempre i nostri passi, connota la nostra vita, caratterizza quel che siamo. Eppure, nasciamo disabili, viviamo disabili, probabilmente moriremo disabili. Ecco allora che comincia ad assumere i propri connotati il significato profondo dell’atteggiamento umano nei confronti della disabilità. Infatti, il «corpo disabile ci rimanda inoltre ad alcuni dolorosi aspetti della vita che tentiamo di rimuovere: la malattia, l’anzianità, il deperimento del corpo» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 77).

Indegni perché deboli!

E qui torniamo allo sterminio nazista. In quella folle ideologia, che univa motivi decadentisti, esoterici e darwinisti, si celebra il culto della possanza fisica, sotto ogni riguardo, fisico, mentale, morfologico, estetico, medico, antropologico. Ma il suo corollario è l’esasperazione simbolica dei meccanismi psicologici di repulsione e paura nei confronti della deviazione dalla (presunta) “norma”. E per convincere anche i riottosi, anche i non entusiasti, anche i poco collaborativi, a partecipare a tale culto, si instilla, con le potenti armi della propaganda di massa, il timore, sottile, insidioso, e simbolico, del virus che possa contaminare tutti e corrompere le magnifiche e progressive sorti dell’uomo forte ariano, indirizzandole verso la consunzione, la debolezza, l’infermità, la malattia … Il mantra è «difendere la purezza della razza e per eliminarne tutte le anomalie» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 103). D’altro canto, è pure innegabile come lo sterminio delle persone disabili sia la conseguenza inevitabile del «mito palingenetico dell’uomo nuovo”» (Fedele, I disabili e i totalitarismi, p. 147), in funzione del quale attivare tutti i dispositivi ritenuti necessari al fine di ottenere «il perseguimento di ottimali condizioni fisiche» (Ivi, p. 147).

I vari passaggi della triste storia dell’Aktion T4 sono noti:

1) sterilizzazione delle persone affette da tare genetiche (1933);

2) concentrazione dei nati disabili in strutture sanitarie apposite ove «venivano uccisi con iniezioni letali oppure lasciati morire» (1939) (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 104);

3) soppressione dei soggetti con handicap fisica o mentale, «la cui vita era dunque considerata priva di valore» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 104) (1939);

4) prosecuzione del progetto di sterminio delle persone disabili all’interno del ben più ampio progetto di soluzione finale (riguardo a tutte le categorie razziali e sociali indesiderabili) (1940 – 1945).

Schianchi snocciola così dati tanto enormi quanto terribili:

a) 400mila sterilizzati;

b) 5mila bambini soppressi;

c) 70mila disabili adulti soppressi;

d) 200mila disabili eliminati.

Omettendo ogni altro commento, per rispetto delle vittime, preferisco adesso tornare ai nostri giorni e fare qualcosa rispetto a questo che è stato. D’altro canto, le parole, per insufficienti che siano, restano l’unico strumento, e, quindi, anche quello più prezioso a nostra disposizione, per onorare la memoria delle persone che hanno sofferto e perso la propria vita sotto gli strali feroci e inumani della filosofia soggiacente allo sterminio delle persone disabili.

Tuttavia, va tenuto in debito conto come la follia sterminatrice nazista riguardo alle persone disabili affondi le proprie funeree radici in un periodo pre – nazista, e segnatamente all’opera di Hoche e Binding intitolata Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens con la quale i due «proponevano l’eliminazione legale di malati incurabili e idioti, considerati senza mezzi termini, fattore di danno economico per la comunità perché gravanti pesantemente su risorse di bilancio dello Stato che molto più proficuamente avrebbero potuto essere impiegate a migliorare le condizioni dei cittadini “normali”» (Fedele, I disabili e i totalitarismi, p. 148).

In fondo, la semplificazione manichea dei nazisti, per quanto funzionale al progetto messo in atto, è sostanzialmente ingenua, come ingenua è ogni paura che prescinde dalle cose reali. Infatti, il furore retorico e propagandistico del verbo nazista ha finito con il negare l’unico dato di fatto, ovvero che non si debba essere ingenui. La «disabilità non è un’anomalia piovuta dal cielo, l’handicap non è una strana deviazione da ciò che definiamo ordinario» (Schianchi, La terza nazione del mondo, p. 113). Al contrario, «è un fenomeno tragico, legato ai rischi che comportano l’esistenza biologica e la vita sociale» (Ibidem). Ed è a questa coppia simbiotica che dobbiamo ora volgere lo sguardo se desideriamo rendere giustizia alle vittime di ieri e a quelle di oggi. Certo, fortunatamente, ancora nessuno si sogna di invocare pubblicamente l’eutanasia, più o meno consapevole, delle persone disabili, ma nulla ci autorizza a credere che in futuro le cose resteranno immutate. Pertanto, la persona umana vive in forza della relazione dinamica che realizza tra la sua esistenza biologica e le relazioni sociali che intrattiene. Ridurre queste ultime alle prime significa autorizzare qualsiasi barbarie nei confronti delle persone disabili. Infatti, se il proprio corpo è mezzo per vivere, vale a dire per intrattenere relazioni con i propri simili, cosa accadrebbe ad una persona che, purtroppo, disponesse di un corpo disabile? Non potrebbe, tout court, intrattenere alcuna relazione sociale. Ora, è proprio la specifica organizzazione che la nostra società si è data onde realizzare rapporti umani che enfatizza la debolezza corporale dei soggetti. In questo momento, desidero valermi delle riflessioni in merito condotte da Martha Nussbaum. Le teorie della giustizia sembrano essere mute riguardo alla considerazione del merito della società rispetto al trattamento da riservare alla disabilità. D’altro canto, è pur vero che gli «attori del contratto sociale vengono considerati come se fossero» (Nussbaum, Bisogni di cura e diritti umani, p. 35) liberi, eguali e indipendenti. Ne consegue che chi non può, per svariati motivi, fisici, psicologici, morali, economici, prendere parte a tale gruppo di prominenti non potrà contribuire alla decisione in merito ai valori fondamentali di una data società. Ma ciò ha un altro, e nascosto, difetto, ovvero che la futura società stabilita da tali prominenti rispecchierà le capacità, di essere e di fare, di tali costituenti. Abbiamo allora non una società a misura di tutti i suoi ipotetici abitanti, ma solamente una società a misura di pochi, fortunati, forti, ricchi uomini. Non una società giusta, ma una società per pochi. La classica teoria del contratto sociale, infatti, riposa sull’idea fondamentale «dello scambio come un rapporto di scambio improntato al reciproco vantaggio» (Nussbaum, Bisogni di cura e diritti umani, p. 40). Ma ciò significa tagliare fuori tutti coloro che non possono offrire qualcosa in cambio della loro accettazione sociale. Il problema è quello di stabilire quali siano le regole sociali fondamentali. Una società basata sul negotium rende difficile la partecipazione attiva e soddisfacente delle persone disabili dal momento che pone in alto, al di sopra di una soglia accettabile, il livello standard per dirsi “umani”. Infatti, «il partnerariato previsto è per il mutuo vantaggio delle parti contraenti, le condizioni attinenti alle persone che non rientrano nell’accordo saranno secondarie e non faranno parte della struttura istituzionale nata dal patto in questione» (Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, p. 361). La finzione del patto originario anziché aumentare la possibile platea dei beneficiari dei beni della condivisione diviene strumento di esclusione sociale. Infatti, la «finzione che immagina il cittadino come un soggetto adulto indipendente diventa così una particolare versione della finzione di perfezione […] e diventa, a sua volta, uno strumento tramite il quale coloro che hanno bisogni inconsueti e diversi dalla norma sono considerati come persone dipendenti, che mancano di competenza e via dicendo» (Nussbaum, Nascondere l’umanità, pp. 361-2). D’altro canto, proprio la specifica organizzazione strutturale della nostra società è fonte di esclusione sociale. Infatti, è pensata per un fittizio modello di perfezione, fisica, morale, sociale, economica, psichica. Rendersi conto di ciò significa, da un lato non considerare più scontata, e, quindi, “naturale”, l’evoluzione corrente delle strutture sociale, e, dall’altro, impegnare la società a «(ri)organizzare il funzionamento dell’ambiente sociale, educativo e politico» (Nussbaum, Nascondere l’umanità, p. 357).

Ora se tutto dipende dalla particolare organizzazione strutturale assunta dalla società di appartenenza, si capisce bene come la condizione disabilitante non risieda nel soggetto in quanto tale, ma nella struttura che rende possibile la sua relazione con l’ambiente circostante e con i propri simili. Così, la sua vita può essere più o meno facilitata, così come aggravata. Intendo dire che la disabilità dipende dalle facilitazioni o dagli aggravi che lo standard di difficoltà sociale impone a tutti i soggetti umani. Come si vede, allora, la responsabilità della disabilità non risiede nel soggetto in difficoltà, ma nella organizzazione sociale. Così, una normale condizione di vulnerabilità o fragilità diviene disabilità se la società pone tutta una serie di ostacoli o di fattori invalidanti per i vari soggetti, ciascuno espressione di una variabilità individuale davvero irriducibile. Una serie di barriere, architettoniche, di relazione, lavorative, comunicative, e così via. In questo modo, la società, da luogo di realizzazione delle potenzialità e del progetto di vita dei soggetti, diviene luogo di esclusione, di marginalizzazione, di rigetto. La disabilità, allora, diviene handicap quando «l’ambiente esterno costituisce un ostacolo al raggiungimento di determinati obiettivi» (Artifoni, Le barriere architettoniche e le barriere culturali: il ruolo della legislazione, p. 115). Quel che Nussbaum, allora, indica non è nient’altro che una necessaria rifondazione della struttura sociale al fine di rendere la società stessa più inclusiva di quanto non sia tutt’ora. L’inclusione non indica un bisogno di normalizzazione della persona disabile rispetto al suo contesto esistenziale, ma «fornire uno sfondo adeguato per le differenze» (Medeghini, Diritti, comunità ed eco dipendenze, p. 124), uno sfondo comune capace di «corrispondere alle differenze di tutti» (Ibidem). In altre parole, la società deve assumere uno standard che valorizzi le differenze di ciascuno e che, quindi, possa includere chiunque nella sua trama relazionale. Altrimenti, ci sarà sempre qualcuno escluso, qualcuno marginale, qualcuno da ghettizzare, da rimuovere, da sopprimere per salvare l’ideale della specialità forte.

Ma non è stata forse la stessa organizzazione moderna ed industriale della società tedesca di inizio XX secolo ad imbracciare con decisione proprio la via dello standard elevato di funzionamento? Se così è stato, come potevano, dunque, tutti coloro in difficoltà partecipare attivamente alla vita della propria società? E, di converso, come avrebbe potuto la società tedesca “forte” tollerare il rallentamento, l’ostruzionismo, il parassitismo di soggetti non produttivi? La dinamica appare, dunque, del tutto chiara, ma a noi che viviamo nel XXI secolo rimane sempre attivo il monito a non imporci standard organizzativi e produttivi così elevati da tagliare fuori le persone, una “normalità” che totalizzi a sé le singole persone. Altrimenti troverà nuova forza e virulenza l’oscena filosofia dello sterminio degli inutili o degli indegni.

A monito di questo sempre risorgente pericolo, concludo con le parole di Fedele (I disabili e i totalitarismi, p. 155):

La diversità, la disabilità sia fisica che psichica non rientrano in questo progetto palingenetico di società perfetta. Ragion per cui l’emarginazione, l’occultamento, quando non l’eliminazione fisica del disabile, non è un accidente ma qualcosa di assolutamente coessenziale alla logica dei grandi totalitarismi del Novecento. Guai a dimenticarlo.

Bibliografia

R. Artifoni, Le barriere architettoniche e le barriere culturali: il ruolo della legislazione, in O. Osio – P. Braibanti, Il diritto ai diritti. Riflessioni e approfondimenti a partire dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, Franco Angeli, Milano, 2012, pp. 114 – 119.

R. Di Santo, Sociologia della disabilità. Teorie, modelli, attori e istituzioni, Franco Angeli, Milano. 2013.

S. Fedele, I disabili e i totalitarismi, in M. Gensabella Furnari, Vedere la disabilità. Per una prospettiva umanistica, Rubettino, Soveria Mannelli, 2014, pp. 147 – 155.

P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 2007.

A. Luzzato, Postfazione, a: A. Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, Torino, 1999, pp. 67 – 77.

M. Marzano, La filosofia del corpo, Il Melangolo, Genova, 2010.

R. Medeghini, Diritti, comunità ed eco dipendenze, in O. Osio – P. Braibanti, Il diritto ai diritti. Riflessioni e approfondimenti a partire dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, Franco Angeli, Milano, 2012, pp. 123 – 134.

M. Nussbaum, Bisogni di cura e diritti umani, in M. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana, Il Mulino, Bologna, 2002, pp. 27 – 50.

M. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci, Roma, 2005.

M. Schianchi, La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Feltrinelli, Milano, 2009.

M. Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dei alla crisi del welfare, Carocci, Roma, 2013.

A. Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, Torino, 1999.

*Alessandro Pizzo è Ricercatore indipendente in Filosofia. Attualmente, è occupato nel mondo della scuola. I suoi campi di ricerca vanno dalla razionalità delle enunciazioni normative alla filosofia della disabilità. È redattore di un proprio blog personale: http://alessandropizzo.blogspot.it/

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