Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La réalité en folie. Alain Milon su Antonin Artaud

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> di Giuseppe Crivella

Interprete originale, versatile e acuto dell’opera di Michaux e Bacon, di Pasolini e Blanchot, Alain Milon dedica il suo ultimo studio ad Antonin Artaud, quasi a suggerire che proprio attraverso l’opera del marsigliese sia possibile individuare una sorta di felpato ma inoppugnabile punto di raccordo in grado di unificare la complessa galassia di autori appena citati.

Proseguendo una tradizione di spoglio critico che incrocia Barthes e sfiora Derrida, attraversa Mauriac e discute alcune posizioni di Deleuze per trovare non pochi punti di convergenza con gli studi che Jacques Garelli ha condotto sul medesimo autore, Alain Milon affronta Artaud optando per una matrice d’analisi testuale alquanto insolita, partendo dalla quale egli rovescia radicalmente fin dalle prime battute il rapporto che Artaud intrattiene con la propria langue, sorpresa e mantenuta nel suo état défroqué, per riprendere l’espressione di Milon, in quanto esibita in una spoliazione feroce e primitiva, finalizzata a farla apparire quale luogo obliquo e profondo in cui la scrittura germina dall’infigurato, inteso qui dall’autore come il passaggio al limite, o meglio, l’incircoscrivibile di ogni figurazione:

Artaud non manifesta alcun disturbo del linguaggio all’origine di un disordine del comportamento. Egli non è nella follia; egli tocca al contrario una realtà in follia, non perché egli sia preso in frangenti di demenza, ma perché egli mette in delirio [affole] la lingua. Nel punto più profondo delle sue crisi di scrittura, Artaud mette in pericolo tanto se stesso che il linguaggio. Egli rischia la sua vita dinanzi alla potenza di ciò che egli scopre in questa realtà in follia. La défroque diventa allora lo stato in cui si trova questa lingua che si nasconde sotto la lingua, allorché essa accetta il pericolo nel senso in cui lo intende René Char ne Les Matinaux: «impose ta chance, serre ton bonheur et va vers ton risque. À te regarder ils s’habitueront». Abituarsi a coloro che mettono in pericolo il linguaggio, dal momento che è necessario far esplodere le proprie sicurezze per riconoscere la singolarità della lingua (Traduzione nostra, p. 10.).

Ecco allora che Sous la langue – il titolo del saggio – è da subito l’invito ad uno spostamento verticale che sappia condurre la lettura delle tracce artaudiane in un’opera di scavo e di disseppellimento alla ricerca di una scrittura che non coincide più con alcun linguaggio, scrittura detritica pertanto, poiché impastata di una metaphysica farrago che Artaud scagliona lungo soglie di progressiva destabilizzazione del logos poste a livelli di profondità sempre diversi.

Proprio alla luce di ciò Milon introduce il primo riferimento diretto ad un autore a lui molto caro, ovvero a Blanchot, le cui riflessioni sulla scrittura letteraria intervengono qui come dispositivi metalinguistici finalizzati a mettere in risalto alcuni tratti della produzione artaudiana interrogata in queste battute iniziali prendendo le mosse da quella écriture hors langage messa a fuoco ne L’entretien infini.

Ma dove si situa esattamente tale hors in Artaud? Sous la langue, risponde ancora Milon, additando quel sottosuolo composto dalle geometrie schizoidi ove la parola regredisce fino a diventare palpitante maceria organica, rovente sedimento mentale svuotato d’ogni funzione designativa e tradotta nella traccia plurale di quella massa di carne in cui per Milon arrivano a coincidere linguaggio e corpo, espressi attraverso quell’agrammaticale serpentement le cui allucinogene movenze portano in superficie tutto ciò che vi è di immaturo, di indeterminato e di discontinuo nelle sorvegliate architetture della lingua:

per vivere questa lingua sotto la lingua e farla propria conviene dapprima espurgarla [exfiltrer] dal proprio corpo per poi digerirla di nuovo. È l’unico modo per sentire la lingua nella stessa maniera in cui l’anoressico avverte gli alimenti come dei corpi estranei nel rigurgitarli. Artaud rigurgita la sua lingua materna, per avvertire la vera natura di questa massa di carne. In tal senso ci si perde nella lingua per sapere meglio che cosa farne: un corpo familiare ma anonimo – la lingua materna –, un corpo allogeno ma ordinario – una lingua straniera –, un corpo familiare nella sua estraneità ed estraneo nella sua familiarità – questa massa di carne. Di tutte queste lingue, Artaud lavorerà solo l’ultima essendo la sola che meriti un vero corpo a corpo (Traduzione nostra, p. 18).

Inizia da qui pertanto l’imponderabile cartografia di quell’invertebrato doppiofondo del linguaggio che l’autore cerca di delineare facendo incrociare due coordinate interpretative estrapolate dal dettato stesso del testo artaudiano: la défixation e il plissement. La prima rimanda all’insistito parallelismo, ripetutamente messo in campo dal marsigliese, che mira a far risuonare le procedure di smontaggio applicate alla lingua con le tecniche di euforica disgregazione del corpo, trasfigurato in una ondulazione glossolalica, nella vibrazione radiale di un tracciato pre-psichico nella cui attorta vastità la scrittura diviene corpo allogeno rispetto alla lingua stessa, segno di una ulcerazione perpetua nel cui prodursi la voce appare come la presenza incrinata di un illimitato lungo il quale tutto ciò che connotava il soggetto viene portato ad uno stato di intensa ebollizione intestina. Non a caso ne Le rite du Peyotl Artaud aveva descritto tale stato di cose nel seguente modo: «ciò che fuoriusciva dalla mia milza e dal mio fegato aveva la forma delle lettere di un antichissimo e misterioso alfabeto manducato da una enorme bocca spaventosamente respinta nel fondo, orgogliosa, illeggibile, gelosa della sua invisibilità».

A questo punto interviene la seconda figura, ovvero il plissement, con cui si allude ad una serie di sdoppiamenti che moltiplicano all’infinito i livelli di sprofondamento spalancati nel sottosuolo del corpo-linguaggio. L’innesto del plissement fa in modo che le due dimensioni diventino definitivamente indistinguibili; Artaud le riconduce alla loro condizione originaria di reciproca perfusione magmatica, da cui egli però, dopo essersi contratto fino a tramutarsi in mera secrezione fetale, può tentare la risalita verso un’aberrante rinascita che lo vede ritornare alla luce attraverso un’esplosione di visceri solari, arrivando a parafrasare il suo stesso corpo nella unità preterintenzionale del segno in seno alla quale la parola assurge a tramite deforme di quelle falde espressive provenienti da un fondo latente e irraggiungibile:

scavando sotto la lingua per cercarvi quella materia bruta indipendente da ogni uso che se ne possa fare, comprendiamo meglio come la lingua e il poeta si lavorino l’un l’altra. La lingua non è più un organo endogeno allo spirito che contribuisce a “organizzare” la realtà”, ma un corpo esogeno che lo scrittore cercherebbe di espellere per sentirlo meglio. E tutto il lavoro di scrittura consiste a tradurre i differenti modi di espellere questa massa di carne, allo stesso tempo familiare e estranea. La lingua letteraria ha quindi la particolarità di essere sia il dentro del fuori che il fuori del dentro di Henri Michaux, o anche l’estraneità del familiare e la familiarità dell’estraneo di Georg Simmel (Traduzione nostra, p. 74).

Qui allignano le madreporiche proliferazioni di una lingua pre-verbale e al centro della quale, annotava Artaud «ci si sente come in un’onda gassosa che libera da ogni parte un crepitio incessante. Cose uscite come da ciò che era la vostra milza, il vostro fegato, il vostro cuore o i vostri polmoni evaporano instancabilmente e scoppiano in questa atmosfera esitante tra il gas e l’aria, la quale però sembra richiamare a sé le cose e comandare loro di rassomigliarsi».

In tal senso Artaud persegue lucidamente la propria alienazione; ma alienarsi qui non significa altro che disintegrarsi per ritornare al centro, per ritornare ad essere il centro di una febbrile genesi di segni che costellano il sepolcro ormai vuoto dell’io, amplificato a specchiante concavità di un infinito nella cui inconsapevole solitudine si erge, quale unico altrove paradossalmente percorribile, la parete bianca della follia.

Per il marsigliese quindi la sua stessa agonia è divenuta il luogo geometrico del confine tra corpo e linguaggio, soggetto e segno, confine a partire dal quale pensare vuol dire in primis abbandonare le surrettizie identificazioni veicolate dalla falsa coscienza dei nomi, puntando così verso la ferita cecità di un senso compaginatosi attorno ad una materia inorganica nel cui tremito, infinitamente sospeso tra l’astrale e il tellurico, il linguaggio-corpo di Artaud si sviluppa con l’attonita lentezza di un filamento cicatriziale in cui il secondo termine ha ormai assimilato in sé l’hypnose de la pierre, mentre la lingua sembra definitivamente essersi convertita nella smaltata trasparenza di un vitreo delirio in cui scrivere significa «tracer un cercle à l’intérieur duquel viendrait s’inscrire le dehors de tout cercle», per citare ancora L’entretien infini.

L’écriture hors langage per Artaud esprime il tentativo di questo tracciato: l’intimo della parola non è la sua intimità. L’intimo della parola, questo tracciato che propone l’écriture hors langage, è piuttosto l’occasione per disfarsi della guaina della parola, del cascame linguistico, per toccare l’espressione di un corpo in via di fabbricazione. La scrittura sarebbe il movimento intimo di un corpo in costruzione. L’essenziale non risiederebbe più nell’essere della parola – l’ermetismo di Crise de vers di Mallarmé – ma nell’espressione che il corpo riveste – l’ammasso di carne commestibile in Bacon. L’intimo della parola diviene quel movimento il cui primo effetto consiste nell’infrangere la linea circoscritta dal perimetro, per restituire al contorno la sua vera natura, quella di essere ben altro rispetto alla semplice frontiera tra un dentro e un fuori (Traduzione nostra, pp. 95-96).

Come nota Milon in una delle sezioni finali del testo, solo ora è possibile far reagire la scrittura contro la lingua, soffocare quest’ultima facendo dilatare la prima nello spazio suppliziato di una carne a partire dalla quale interno e esterno arrivano finalmente a confondersi a e scambiarsi di posto, così che proprio quel sous della lingua evocato all’inizio si traduce ora nella superficie sconfinata di un corpo, del corpo di Artaud, a proposito del quale egli scriveva: «le cose, qui e là, non sono più in sé, nel loro luogo, nel loro tempo, ma esistono unicamente al termine di quei raggi di spazialità e di temporalità emessi nel segreto della mia carne, e la loro solidità non è quella di un oggetto puro che sorvoli lo spirito, ma piuttosto essa è avvertita da me all’interno, dal momento che io sono tra di esse ed esse comunicano attraverso di me come cosa senziente».

Trasfiguratosi in una palpebrante membrana d’afasia attraversata da un fittissimo gioco di ibridazioni incrociate tra il cerebrale e il minerale, il corpo-linguaggio di Artaud si tramuta infine in uno slogato teatro anamorfico ove mettere in scena il precipitato di quella avvolgente pestifération de l’être la quale, agli occhi del marsigliese, costituiva senza dubbio il momento terminale e al tempo stesso elettivo di quella metafisica del linguaggio che nella penultima sezione de Le théâtre et son double egli aveva appena iniziato ad esplorare.


Alain Milon, Sous la langue, Artaud. La réalité en folie, ed. Les Belles Lettres, collection «encre marine», Paris 2016, pp. 113, euro 25. ISBN 978-2-35088-100-3.

* Giuseppe Crivella è dottore di ricerca in Storia della Filosofia Contemporanea e membro della Société Philosophique de Bourgogne. Nominato cultore della materia in Storia della Filosofia contemporanea e in Fenomenologia presso l’Università degli Studi di Perugia, ha di recente dedicato un lavoro a Husserl dal titolo Verso le matrici antepredicative della fenomenologia trascendentale, in corso di pubblicazione. Ha tradotto in italiano saggi di Jean-Jacques Wunenburger, Michel Henry, Jean Baudrillard, George Caillois ed altri.

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