Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Sei malattie dello spirito contemporaneo. Un libro Carbonio di Constantin Noica

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> di Stefano Scrima *

Le “malattie” dello spirito di cui ci parla Constantin Noica, nel suo originale tentativo di classificazione scientifica, sono invero orientamenti (stati d’animo, modi di procedere), come egli stesso ammette espressamente in apertura al saggio Sei malattie dello spirito contemporaneo (riproposta ora in Italia da Carbonio Editore per la traduzione di Mira Mocan). Saggio col quale Noica intende rendere al lettore il peculiare sapore del nostro tempo storico (il saggio è del 1978), analizzare una parte dell’essere, quella più profonda e origine di tutto, di ogni “creazione”, spesso e comprensibilmente omessa dalle cronache storiche, ma anche, quasi per pudore, dalla filosofia stessa.

A fianco delle malattie somatiche e di quelle psichiche, ne esistono infatti altre, che Noica definisce “dello spirito”, ovvero dell’essere, costitutive all’uomo. Sono queste che possono in qualche modo spiegare alcuni sentimenti e tendenze (come la disperazione, l’alienazione, la noia metafisica, l’assurdo…) che fanno dell’uomo quello che è e che lo spingono a creare, ad agire, e in definitiva riescono a configurare il tempo in cui viviamo o abbiamo vissuto – ognuno di noi, infatti, potrebbe ritrovarsi “ammalato” di una delle sei tendenze descritte dal filosofo romeno.

In un alternanza di benefici e gravi squilibri, comunque e sempre fonti di creatività, l’uomo si ritrova ad essere l’unico essere dell’universo affetto da una certa precarietà in seno all’essere stesso. Noica descrive così le sei potenziali malattie che ne derivano: 1) la catholite, ovvero non avere, per una realtà individuale e per le sue determinazioni, un principio di ordine generale (“le cose si manifestano in vari modi, ma non sono davvero”); 2) la todetite, non avere, per le determinazioni che si radicano in qualcosa di generale, una realtà individuale (“le manifestazioni possono organizzarsi in vari modi, ma non sono davvero”); 3) l’horetite, non avere le determinazioni adeguate per qualcosa di generale che ha assunto una dimensione individuale (“le cose si sono ‘realizzate’ in teoria, ma neppure ora sono davvero”); 4) l’ahoretite, non avere o rifiutare le determinazioni specifiche per qualcosa di individuale che si è elevato fino al generale (“può esistere un accesso all’ordine, ma le cose, in quanto manifestazioni determinate, non sono davvero); 5) l’atodetia, non avere o non riconoscere una realtà individuale per un generale che si è specificato attraverso varie determinazioni (“le manifestazioni hanno una corrispondenza sicura, ma senza la concentrazione in una realtà, dunque non sono davvero”; 6) l’acatholia, concentrare in una realtà individuale determinazioni prive in sé della stabilità del generale (“le cose si fissano, ma in qualcosa che, essendo priva del supporto del generale, non è davvero”).

Per dare consistenza a un’analisi astratta e di non immediata intelligibilità, Noica utilizza come esempi alcuni grandi personaggi dell’immaginario della cultura occidentale, grazie ai quali mettere in luce e conferire concretezza alle “sue” malattie. E così avremo Don Giovanni, affetto da acatholia – “malattia dello schiavo che ha dimenticato tutti i padroni, persino quello interiore” –, il quale diventa così emblema del rifiuto del generale. Il libertino Don Giovanni ama la conquista fine a se stessa, all’infinito, senza essere mosso o aspirare ad alcun ideale assoluto (come ad esempio la bellezza).

Per raccontare l’atodetia, Noica si fa invece aiutare dal romanzo Guerra e pace di Tolstoj, nel quale domina il rifiuto dell’individuale fin dalla prima scena nella quale tutti i personaggi “hanno in sé il carattere di una società ben definita nei suoi sensi generali, che non intende lasciare spazio all’autenticità individuale”. Questo anche perché, come afferma Noica, “con la sua anima bendisposta verso l’intera umanità, Tolstoj considera la storia il prodotto di tutti”.

È il Godot di Beckett ad esser preda dell’ahoretia e del suo rifiuto delle determinazioni, la quale sfocia inevitabilmente nell’assurdo. “Niente da fare” è la prima battuta della pièce di Beckett. Le comunicazioni dell’essere umano diventano così indeterminate, perdendo il loro significato. Questa malattia, pur essendo come le altre “eterna”, ha secondo Noica un ruolo particolarmente importante nella contemporaneità; è infatti l’oggetto o la causa delle analisi dell’esistenzialismo moderno, il quale “ha colto il tragico insito nella perfetta libertà di fare qualunque cosa, ovvero nella tortura del non sapere che cosa esattamente si debba fare”.

Ogni malattia ha un suo capitolo dedicato e i suoi esempi di riferimento per orientare il lettore all’interno di una trattazione sui generis, che contraddistingue la cifra di un filosofo ancora poco conosciuto nel nostro Paese. Molto meno del suo celebre amico Emil Cioran, che, nel breve ritratto che apre questa edizione del saggio (pregevole anche e soprattutto per la sua volontà di far conoscere un filosofo degno di questo nome), lo descrive come “un aguzzino seducente, delicato e inclassificabile”.

Noica mette in luce il disordine creatore dell’uomo, malattia cha appartiene probabilmente al suo stesso essere in quanto essere umano, un unicum nella natura. E “tuttavia – ci ricorda, ed è qui forse il punto da cui ripartire nell’immaginare il futuro dell’umanità – il mero fatto che l’uomo sia formato in modo da sapere di essere malato gli dà la possibilità, unica al mondo, di liberarsi della malattia, o almeno di elevarsi al di sopra della sua condizione, nel caso in cui la sua infermità sia irrimediabile”.

* Stefano Scrima si è laureato in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Bologna con una tesi su Miguel de Unamuno. Ha studiato all’Universitat de Barcelona e all’Universidad Autónoma de Madrid. È redattore della rivista Diogene Magazine. Ha scritto Esistere! Gide, Sartre e Camus (Diogene Multimedia 2015), Non voglio morire. Miguel de Unamuno e l’immortalità (Diogene Multimedia 2015) e Nauseati (Stampa Alternativa 2016). Pagina personale in internet: http://www.stefanoscrima.com.


Constantin Noica, Sei malattie dello spirito contemporaneo, ed. Carbonio, Milano 2017. Tr. it. a cura di Mira Mocan.

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