Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

L’integrazione come garanzia dell’identità culturale

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di Domenico Di Maura*

“L’integrazione come garanzia dell’identità culturale”

Abstract

L’integrazione sociale di persone di culture diverse è una problematica, sebbene già presente nelle società del passato, oggi più che mai attuale, soprattutto nei paesi europei. Un’attenta analisi del problema potrà sicuramente aiutare a comprendere meglio quali elementi siano in gioco, e quale atteggiamento teorico adottare nella nostra società sempre più multietnica, affinché sia realizzabile una pacifica convivenza tra persone di cultura differente.
L’argomento principale dell’articolo espone la relazione tra integrazione e identità culturale, e tenta di confutare l’idea che l’integrazione di persone con culture differenti possa nuocere l’identità culturale di un individuo. Tale idea è capovolta: è proprio l’integrazione che permette all’immigrato di acquisire buona parte della cultura della maggioranza, e contemporaneamente di proteggere l’identità culturale di autoctoni e immigrati.
Il quesito sulla possibilità di una integrazione, invece, è stato completamente tralasciato.
L’esame del problema è stato condotto partendo da una distinzione di diversi concetti. Lo studio è accompagnato da numerosi esempi sulle politiche attuali di alcuni Stati, ed è coadiuvato da fonti autorevoli, tra cui la filosofa Martha C. Nussbaum, le cui ricerche, sebbene non si occupino principalmente di integrazione, sono state di ottimo supporto per l’analisi di questa complessa tematica.
Le proposte dell’articolo non hanno la presunzione di risolvere facilmente il problema dell’integrazione sociale dell’individuo. Infatti, non vengono proposte politiche di integrazione sociale, bensì delle idee-guida per la politica attuale, affinché possa affrontare questo problema nel pieno rispetto dei diritti, e della cultura, degli individui appartenenti ad una minoranza etnica.

L’integrazione e l’identità culturale sembrerebbero due nozioni contrapposte: se si garantisce l’una, non può essere assicurata anche l’altra e viceversa; una loro coesistenza, quindi, parrebbe impossibile. Un esame più attento, però, potrebbe rivelare che non solo i due elementi possono essere entrambi presenti in una data società, ma che addirittura l’identità culturale potrà essere garantita proprio dall’integrazione di membri di cultura differente. Occorre, dunque, una breve analisi di tali concetti.
Innanzitutto, l’integrazione è un concetto sociologico molto ampio che contiene più riferimenti (società, economia, politica, cultura) e, di conseguenza, essa si distinguerà in integrazione sociale, integrazione economica, integrazione politica e integrazione culturale.
Una possibile definizione di integrazione sociale sarà:«stato della società in cui tutte le sue parti sono saldamente collegate tra loro e formano una totalità delimitata rispetto all’esterno». Affinché ciò avvenga, tutti i cittadini – senza distinzione di sesso, età, ceto, religione, opinione – devono essere in possesso di specifici diritti civili; questi, a loro volta, hanno come fondamento i diritti universali dell’uomo. I diritti umani fanno riferimento a dei valori universali, i quali nella società – in particolar modo in quella occidentale – diventano i media dell’integrazione culturale.
A questo tipo di integrazione si possono associare quella economica e quella politica: la prima è favorita dalla costituzione di mercati su vasta scala, dall’introduzione di sistemi valutari unificati in spazi economici sempre più ampi e, soprattutto, dal denaro, il quale diviene un potentissimo mezzo di integrazione economica (ad esempio, l’euro si dimostra come un mezzo di integrazione economica di alcuni paesi dell’Unione Europea). La democrazia, invece, risulterà essere il miglior strumento di integrazione politica: infatti, nei moderni sistemi democratici, ai singoli membri (e gruppi) della società dovrebbe essere consentita formazione, delega, revoca e esercizio del potere politico; attraverso tale esercizio viene garantita l’integrazione politica della società.

1. Integrazione: il ruolo dello Stato
Lo sviluppo della moderna società civile è direttamente connesso alla nascita del moderno Stato nazionale, la cui capacità di integrazione sociale non dovrebbe essere sottovalutata: è lo Stato, infatti, che in passato ha contribuito ad integrare in un’unità nazionale diversi gruppi etnici, religiosi e linguistici, talvolta fallendo (vedi il caso dell’ex Jugoslavia), talvolta con successo (basti pensare agli Stati Uniti);quindi, lo Stato può avere un ruolo importante per l’integrazione sociale degli individui. Inoltre, la democratizzazione degli apparati statali ha favorito il loro ruolo nell’integrazione dei suoi membri nella società. Mediante l’ufficializzazione di una lingua unitaria, un’amministrazione centralizzata, un sistema educativo unitario che prevede l’istruzione obbligatoria e la progressiva divisione del lavoro, la democratizzazione ha favorito e facilitato quel processo di omogeneizzazione interna della società.
Ma, allora, quali sono i principali ostacoli che si presentano nel processo di integrazione di un gruppo di individui in una determinata società? Per rispondere a tale quesito, sarà utile prima fare una distinzione tra due concetti fondamentali, ovvero, quello di Stato e quello di nazione. Con il termine “Stato” si indica un soggetto istituzionale che governa all’interno di un territorio; esso è un’entità fortemente politica. La nazione, invece, indica un insieme di persone che condividono la medesima etnia, lingua, religione, cultura e che hanno le stesse tradizioni, usanze e costumi; in quanto tale, allora, la nazione è un entità culturale o etnica.

2. Identità nazionale
Fatta tale distinzione, si può constatare come ci sia una diversa idea di identità nazionale in base alla regione geografica; in particolare – secondo la filosofa statunitense Martha C. Nussbaum – tra Europa e Stati Uniti.
I paesi europei, fin dalla loro nascita, hanno considerato il territorio, il sangue, l’appartenenza etno-linguistica e la religione come elementi fondamentali dell’identità nazionale. Ciò significa che coloro che hanno una diversa provenienza geografica, una lingua diversa, o anche un altro modo di vestirsi, non potranno mai appartenere del tutto al paese in cui risiedono, indipendentemente da quanto tempo ci vivano. Questo spiegherebbe per quale motivo, nel corso dei secoli, gli ebrei ebbero così tanta difficoltà ad essere accettati su basi di parità: essi, infatti, sembravano intrinsecamente diversi perché pregavano e si vestivano diversamente da altri europei non ebrei, usavano un’altra lingua nella loro liturgia, e mangiavano anche cibo differente. Tutto ciò non garantì loro l’accettazione, a meno che non si assimilavano al paradigma culturale dominante; quando ciò accadeva, venivano accettati più facilmente – ad eccezione del periodo storico in cui si diffuse l’ideologia razzista, quando l’assimilazione non fu più sufficiente per essere accettati.
Nussbaum, inoltre, fa notare come già molti storici hanno dimostrato che alcune identità nazionali siano costruzioni artificiali e, in quanto tali, fragili e superficiali; è il caso dell’Italia o della Germania: in questi casi – e in molti altri – il progetto di unità nazionale si basava su una definizione di nazione che si opponeva ad elementi minoritari o estranei, rappresentati come degenerati.
Il nazionalismo finlandese è un ulteriore esempio di questa costruzione artificiale dell’identità nazionale, della quale è possibile tracciarne lo sviluppo. Infatti, verso la fine del XIX secolo, un gruppo di intellettuali riscoprì la lingua finnica, all’epoca parlata soltanto nelle zone rurali, mentre in cittàveniva parlato lo svedese – soprattutto da persone scolarizzate; successivamente, persone che fino ad allora avevano parlato soltanto svedese, iniziarono a parlare il finnico, traducendo i propri nomi in finlandese. La lingua finnica, dunque, divenne veicolo di orgoglio nazionale, al punto che i finlandesi considerano tuttora stranieri coloro che non parlano finlandese (ad esempio, un immigrato africano che parlasse bene il finlandese verrebbe considerato “meno straniero” di un protestante biondo).
Quindi, si può affermare che l’idea di omogeneità non è sempre reale come sembra, sebbene le persone imparino a crederci e a vedere somiglianze dove prima avrebbero notato soltanto differenze; e oggi, questo atteggiamento è prevalente in molte regioni d’Europa.
Al contrario, altri paesi come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, o altri come il Sudafrica o l’India (quindi paesi che storicamente sono stati considerati “terre d’immigrazione”), permettono l’inclusione di chiunque aderisca al progetto di “vita, libertà e ricerca della felicità”. Ovviamente con ciò non si vuol dire che in questi paesi non ci siano conflitti circa tematiche quali l’identità e l’inclusione: ad esempio, negli Stati Uniti i conflitti riguardano l’immigrazione illegale, mentre qualunque tipo di politica di opposizione ad una migrazione legale ha avuto (e avrebbe tuttora) vita breve. Inoltre, a proposito dell’inclusione, negli Stati Uniti ci sono voluti quasi 180 anni dalla fondazione affinché ai neri fossero riconosciuti formalmente diritti civili a pieno titolo, e un tempo ancora più lungo per il pieno riconoscimento materiale di tali diritti; ciononostante, la società statunitense, che pure ha un’altissima percentuale di immigrati e di cittadini naturalizzati, è caratterizzata da un livello di integrazione straordinariamente elevato a paragone di quello delle altre nazioni.
In Australia, l’identità nazionale è basata su tre aspetti: sul fatto che la maggior parte degli australiani discendano da immigrati; sul rimorso per l’ingiustizia compiuta sui popoli nativi e la conseguente buona volontà di tutela della loro peculiare cultura; sul confronto con una terra difficile, esperienza che tutti condividono.
L’India, sebbene non abbia una forte presenza immigrata, ha un’eterogeneità immensa di religione, etnie e lingue, al punto che la formazione della nazione moderna richiese il riconoscimento di tutti i suoi elementi (etnici, religiosi, linguistici e culturali) e, soprattutto, la creazione di un concetto di appartenenza che includesse tutti su basi di uguaglianza. Questo processo di formazione dello Stato indiano è suggellato dal suo inno, il quale si apre con un elenco delle diverse origini regionali e linguistiche, continuando con l’enumerazione delle sue diverse radici religiose.
In questi tre paesi, come in altri non europei, l’appartenenza ad una nazione viene interpretata come una condivisone di scopi e di ideali, senza una richiesta di omogeneità ai propri cittadini – omogeneità nelle abitudini alimentari, nel vestire, nelle convinzioni religiose e nelle sue forme di culto. Ciò non significa che in questi paesi non esista timore nei confronti di ciò che è diverso, o che non si associ mai alle minoranze un carattere di pericolosità; tuttavia, l’interpretazione dell’appartenenza alla nazione nel modo suddetto costituisce – ritiene la Nussbaum – un forte contrappeso verso l’ostilità che si manifesta talvolta contro le minoranze. Questo tipo di interpretazione all’appartenenza alla nazione  – continua Nussbaum –non esiste in Europa, dove la terra, l’etnia e la religione sono più importanti degli ideali politici condivisi. Tale idea di nazione, però, dovrebbe essere usata dagli europei per spiegare le politiche e gli atteggiamenti attuali in materia di integrazione, e non per giustificarli.

3. Cittadinanza e integrazione: ius soli e ius sanguinis
Da questo diverso modo di interpretare l’identità nazionale, ne consegue la profonda differenza tra Stati europei e americani sulla legge di acquisizione della cittadinanza. Infatti, in quasi tutti i paesi del continente americano (Stati Uniti, Canada, Messico e quasi tutta l’America meridionale), ma anche in altri paesi con una lunga tradizione di immigrazione (come il Sudafrica e l’Australia), viene applicata lo ius soli: un individuo acquisisce la cittadinanza del paese in cui è nato, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Per esempio, negli Stati Uniti un emendamento della stessa costituzione dichiara che chiunque nasca sul territorio statunitense e sia soggetto alla sua giurisdizione, diventa automaticamente cittadino americano.
La maggior parte degli stati europei, invece, applica lo ius sanguinis: un individuo alla nascita acquisisce la cittadinanza dei genitori, anche se questa è diversa da quella dello Stato in cui risiedono. In Europa importanti eccezioni a questa legge le troviamo in paesi come Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda, dove viene applicata lo ius soli, sebbene sotto alcune condizioni; ad esempio, in Francia per acquisire la cittadinanza si richiede di aver risieduto stabilmente sul territorio dello Stato almeno 5 anni, oppure si richiede la maggiore età a condizione che i propri genitori al momento della nascita avessero il permesso di soggiorno e risiedessero in Francia da almeno 5 anni. In Italia, la cittadinanza veniva assunta per ius sanguinis, ad eccezione del caso estremo di chi, nato nel territorio italiano,avesse genitori apolidi o ignoti, oppure nel caso in cui non fosse possibile individuarne la cittadinanza. Ciò comportava alcune contraddizioni: si era italiani soltanto se si discendeva da cittadini italiani, e un individuo nato all’estero da cittadini italiani poteva tranquillamente godere dei diritti di cittadinanza, anche senza aver visitato nemmeno una volta il Belpaese. Al contrario, uno straniero ben integrato dal punto di vista lavorativo, linguistico e culturale era condannato alla «ghettizzazione sociale».
Quindi, lo ius sanguinis sembrerebbe prediligere il solo profilo etnico dell’individuo, come se ciò fosse sufficiente per acquisire un’identità nazionale; tale concetto, invece, implicauna relazione con il territorio e la cultura di una data nazione. In altri stati europei, allora, è stato scelto come criterio integrativo un periodo piuttosto ampio di residenza nel proprio territorio nazionale. Oppure, in Italia recentemente è stato adottatoil cosiddetto “ius soli temperato”, il quale prevede l’acquisizione della cittadinanza italiana sotto determinate condizioni: almeno un genitore residente in Italia da almeno cinque anni e in possesso del permesso di soggiorno, o aver completato almeno un ciclo di istruzione in territorio italiano.
Al di là delle varie soluzioni adottate, è chiaro che il problema della cittadinanza è un problema di integrazione: essere cittadini di una nazione, infatti, significa riconoscere alcuni valori etici e culturali; in altre parole, occorre l’integrazione dell’elemento culturale di un determinato paese. Ma come acquisire questo elemento culturale? La risposta è valida sia per chi è figlio di un cittadino italiano, sia per chi è figlio di un cittadino straniero: attraverso il completamento di un ciclo scolastico, l’apprendimento della lingua (per l’individuo figlio di genitori stranieri) e l’inserimento nel mondo del lavoro;in tal modo, dovrebbe essere acquisita buona parte della cultura del paese in cui si risiede.

4. Identità culturale, multiculturalismo e interculturalismo
Come può essere possibile un’identificazione culturale in un ambiente che diventa sempre più multiculturale? La risposta richiede prima una breve analisi del concetto di multiculturalismo. Una sua definizione potrebbe essere:«orientamento politico e sociologico volto a promuovere il riconoscimento e il rispetto dell’identità linguistica, religiosa e culturale delle diverse componenti etniche presenti nelle complesse società odierne». È evidente che il problema si pone perché nei paesi occidentali le differenze culturali nella società aumentano; tale aumento è dovuto principalmente alla crescente presenza della popolazione immigrata. Di fronte a ciò, le società occidentali hanno adottato politiche di integrazione opposte: un approccio assimilazionista, il cui scopo è far rinunciare l’immigrato alla propria cultura d’origine e favorirne un suo assorbimento nella cultura laica del paese d’accoglienza; l’approccio separatista che – in linea con nuove politiche culturali, volte ad assicurare visibilità e protezione ad identità culturali perché intese come diritto – favorisce una larga autonomia delle diversecomunità e permette un’ampia conservazione delle loro specificità. Entrambi gli approcci, però, si sono rivelati fallimentari per una buona politica di integrazione: la prima perché nega qualsiasi tipo di appartenenza culturale, la seconda perché costruisce mondi contrapposti e non comunicanti. Quest’ultimo caso evidenzia di più la differenza tra multiculturalismo e interculturalismo. Per multiculturalismo si intende una convivenza di culture diverse, coadiuvata da una politica volta a riconoscere e tutelare l’identità culturale e linguistica delle componenti, sia autoctone sia immigrate; esso, però, non implica necessariamente l’instaurazione di un dialogo tra le diverse culture. L’interculturalismo, invece, è una disponibilità ad accogliere una cultura differente, ma anche instaurare un dialogo con essa;detto in altre parole, affinché ci sia interculturalità, è necessaria una comunicazione interculturale. Quest’ultimo aspetto potrebbe sembrare scontato, ma talvolta una società multiculturale si limita a constatare e tollerare la presenza di una cultura differente da quella della maggioranza, tutelandone la loro identità, ma  mantenendola separata da quest’ultima.
Per tornare alla domanda iniziale, allora, è possibile parlare di identità culturale in un ambiente multiculturale? E, a tale quesito, aggiungiamo: quale potrebbe essere il meccanismo di protezione della propria e altrui identità culturale?
Spesso l’integrazione appare come quell’approccio politico che sfavorirebbe la protezionedella propria identità nazionale o culturale; tuttavia, se precedentemente si è affermata la scarsa efficacia sia dell’assimilazione sia della separazione della cultura di una minoranza etnica in una dominante, ad un’analisi più attenta, l’integrazione vera e propria sembrerebbe essere la soluzione più efficace, capace di garantire la protezione dell’identità culturale. Infatti, l’integrazione è il processo sociale in cui membri di culture differenti, nella medesima società, mantengono la propria cultura, ma contemporaneamente instaurano una comunicazione interculturale che favorirà il confronto e l’arricchimento del bagaglio culturale di tutti i membri della società; dunque, l’integrazione permetterà il mantenimento della propria cultura e, contemporaneamente, un continuo dialogo tra i membri di una società multietnica e multiculturale.
Più precisamente, interculturalità e integrazione non sono la medesima cosa, ma due facce della stessa medaglia: alla luce di quanto detto prima, l’interculturalità si riferisce più all’atteggiamento teorico di chi è disposto al dialogo con culture diverse, mentre l’integrazione è l’attuazione, attraverso politiche mirate, di tale atteggiamento teorico. Di conseguenza, il passo successivo è capire quali potrebbero essere le politiche adatte alla realizzazione di una efficace integrazione.

5. Due principi politici per le minoranze etniche
La realizzazione di politiche favorevoli all’integrazione hanno alla base dei principi politici, e in questa sede saranno quest’ultimi a venire analizzati. In particolare due che appartengono a tradizioni filosofiche diverse: il principio di neutralità, legato in particolar modo al filosofo inglese John Locke, e il principio di accomodazione, associato al filosofo statunitense Roger Williams. Entrambi gli approcci propongono soluzioni di fronte a problemi che una società multietnica, caratterizzata da un pluralismo religioso, potrebbe creare; tali tradizioni, allora, cercano di rispondere a domande come: quale comportamento deve assumere lo Stato al fine di rispettare il pluralismo religioso e onorare una libertà ampia e uguale per tutti? E quali limiti imporre? Tali principi politici si riferiscono più che altro al trattamento delle minoranze religiose; tuttavia, possono comunque suggerire il tipo di politiche che uno Stato dovrebbe adottare per favorire l’integrazione, dato che questa, il più delle volte, si riferisce ad individui la cui fede è diversa da quella della maggioranza.
Anzitutto, il principio di neutralità – o principio lockiano – sostiene che la tutela di eguale libertà di coscienza richieda due cose: leggi che non penalizzino credenze religiose e leggi che non discriminino le pratiche; in altre parole, è sufficiente che una legge non sia persecutoria nei confronti di una legge religiosa, e nel caso in cui questa incida accidentalmente su alcune attività religiose, essa debba comunque essere rispettata. Ad esempio, se per la coscienza religiosa di una persona il servizio militare non è accettabile, ma questo è previsto dalla legge, allora quella persona potrà anche seguire la propria coscienza, ma dovrà comunque subire una sanzione penale (in questo caso la legge non attacca la convinzione religiosa in sé, ma un atto conseguente a questa).
Il principio accomodazionista, invece, è chiamato così perché, prendendo l’esempio precedente, se per una persona prestare servizio militare è proibito dalla propria religione, allora ad essa deve essere concessa una “accomodazione”; il presupposto per tale accomodazione sta nel fatto che in una democrazia le leggi vengono sempre fatte dalla maggioranza e, sebbene molto spesso non hanno alcun intento persecutorio, possono risultare comunque inique nei confronti della minoranza. L’accomodazione, quindi, verrebbe concessa perché altrimenti si dovrebbe sanzionare la persona che non obbedisce ad una legge che va contro la sua coscienza; essere penalizzati per questo, però, sarebbe come essere multati per seguire una religione minoritaria, e ciò costituisce una violazione della libertà di pensiero e di culto.
Una volta esposti questi due principi politici, se ne potrà dare una valutazione. Anzitutto, essi non sono principi contrapposti, poiché la differenza sta nel grado della legge, non nei valori ultimi, i quali prevedono – in entrambi i principi – la garanzia di libertà ampie ed uguali. La differenza sta sul tipo di legge: il principio di neutralità non consente leggi persecutorie, il principio accomodazionista va oltre e non considera soltanto l’intento della legge, ma anche la sua ottusità; ovviamente entrambe le tradizioni hanno i loro limiti sui quali non ci soffermeremo perché non è questa la sede. Tuttavia, si può accennare che la posizione accomodazionista sembra favorire le religioni delle minoranze e, quindi, se si predilige quest’ultimo principio, esso deve essere bilanciato dalla neutralità dello Stato di fronte a punti di vista religiosi e non religiosi, in modo da non favorire né l’uno né l’altro.
Poiché, di solito,coloro che devono integrarsi fanno parte di una minoranza religiosa, il principio accomodazionista, al fine di una maggiore e migliore integrazione degli individui, sembrerebbe essere il più adatto; infatti, le sue idee sono intuitive, una risposta naturale allo squilibrio che può crearsi – e che di fatto si crea – tra una maggioranza e delle minoranze religiose. In altri termini, bisognerebbe rifiutare una situazione in cui la maggioranza pretenda che le minoranze si adeguino a certe norme, ma cercare di mettere in pratica una politica di integrazione delle minoranze – e quindi, in genere, degli immigrati – che non solo le rispetti come eguali, ma che cerchi di rendere le loro libertà e il loro diritto di coscienza pienamente eguali a quelle della maggioranza.
Affinché ciò avvenga bisognerebbe definire la propria identità nazionale e culturale non “alla maniera europea”, ma nel modo in cui – come si è già ribadito – si concepisce in varie nazioni del mondo (Stati Uniti, Australia, India, ecc.); in questi paesi l’appartenenza nazionale viene descritta in termini di ideali politici, qualcosa che gli immigrati possono pienamente condividere, anche se la loro etnia, religione o usanze sono diverse da quelle della maggioranza. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il problema dell’integrazione degli stranieri sarà risolto una volta per tutte; tuttavia, concepire l’appartenenza nazionale secondo ideali politici e accettare il principio accomodazionista renderà più semplice – perché più largamente condivise – l’attuazione di politiche adeguate a favorire l’integrazione di individui con una cultura differente da quella della maggioranza.

6. Conclusione
In un’epoca che vede il fenomeno dell’immigrazione aumentare, queste politiche adatte a sostenere l’integrazione sono diventate importantissime,in particolare in Europa, dove esso sembrerebbe un problema difficilmente risolvibile.Ripetiamo che, in questa situazione, l’integrazione degli immigrati potrà riuscire solo se da parte degli autoctoni vi sarà una ridefinizione della comunità in termini di comunione di volontà e di condivisione di scopi e di ideali, anziché di origini etniche e culturali, senza alcuna richiesta di omogeneità; tuttavia, gli immigrati dovranno comunque sapersi adeguare alla forma di vita della società borghese-democratica, senza che ciò significhi abbandonare completamente la loro cultura e le loro tradizioni (come è stato già detto in riferimento all’interculturalità).
Alla luce di ciò, facciamo un esempio. Una donna musulmana che indossa il niqab (il velo che copre tutto il volto tranne gli occhi), o l’hijab (il velo che copre capelli e orecchie ma lascia scoperto il viso) potrà dirsi integrata? In base a quanto detto prima, se qualcuno pretendesse che si vesta “alla Occidentale”, richiederebbe una certa omogeneità nel vestire e la rinuncia, da parte della donna, a seguire le sue tradizioni; quindi, in tal caso si tratterebbe di una parziale assimilazione della cultura della donna in quella della società in cui risiede.Tuttavia, come ribadito più volte, non si dovrebbe richiedere, né tantomeno pretendere, tale assimilazione e omogeneizzazione alla cultura della maggioranza, con conseguente rinuncia di quella della minoranza. Al contrario, sarebbe opportuno accogliere, tutelare e dialogare con questa cultura, affinché si possa scoprire quanta ricchezza ci sia nella diversità. Infatti, adeguarsi allo stile di vita delle società non significa omologarsi al modo di vestirsi, di pregare o altro, ma continuare a vivere la propria diversità nel rispetto delle norme sociali, usanze e tradizioni; in altre parole, il reciproco rispetto delle culture di autoctoni e immigrati garantirà quella comunicazione interculturale così preziosa per un’ottima integrazione dei secondi.
Infine, un’ultima considerazione. Nell’attuale sistema internazionale si delinea la costituzione di nuove unità sociali che superano i confini degli Stati nazionali;l’Unione Europea ne è un esempio. In essa è garantito l’accesso a cittadini non comunitari, ma poi questi vengono trattati in modo diverso rispetto a quelli comunitari. Ciò costituisce un errore più grave di quello di rifiutare loro l’ingresso; usando le medesime parole della Nussbaum: «una volta garantito loro l’accesso, la società diventa plurale, e sono necessari sforzi per trattare tutti i suoi membri con eguale rispetto» (Martha C. Nussbaum, 2012, p. 136). Dunque, se l’Unione Europea è riuscita a favorire l’integrazione economica,nonostante i diversi tipi di economie dei vari paesi europei, anche grazie all’introduzionedi una moneta comune (l’euro),resta da vedere seessa riuscirà a raggiungere, in modo analogo all’integrazione di tipo economico, quello che parrebbe ancora un obiettivo lontano: la necessaria integrazione sociale di cittadini non comunitari nella civile comunità europea.

Bibliografia e sitografia

a) Enciclopedia Treccani on line (13/10/17): «Ius soli o iussanguinis? Per una cittadinanza culturale», in Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2013 (https://goo.gl/WddZk4).

b) Martha C. Nussbaum, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’islam e vivere in una società più libera, Il Saggiatore, Milano 2012.

* Domenico Di Maura, nato ad Augusta il 07/09/1987, dopo aver ottenuto la maturità scientifica, si iscrive all’Università di Catania dove consegue la laurea triennale in Filosofia e la laurea magistrale in Scienze filosofiche. Nel 2016, è stato vincitore del Premio Raffaele Barletta per la sezione MyBook e, l’anno seguente, arriva finalista al medesimo concorso. Il suo maggiore interesse è la filosofia politica, in particolare le tematiche sui diritti civili.

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