Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


Lascia un commento

Max Horkheimer e l’ascesi schopenhaueriana: un’analisi

 

>di Giacomo Maria Arrigo*

 

1. Oblio dell’uomo

Parlare di ascesi in Max Horkheimer (1895-1973), è una provocazione, oltreché una forzatura. In Schopenhauer la liberazione dalla volontà di vivere assume connotati ben precisi che non trovano posto nel pensiero dei francofortesi, men che meno in Horkheimer. Ma un certo rimando alla dottrina espressa nell’ultimo libro del Mondo come volontà e rappresentazione è nondimeno rinvenibile, sebbene con difficoltà, fra le pagine del fondatore della Scuola di Francoforte, ed è quello che cercheremo di presentare in questo paper, fermo restando la problematicità di un simile accostamento. Il termine “ascesi”, come vedremo, verrà utilizzato in un senso tutto nuovo, lontano dalla concezione filosofica schopenhaueriana, in una forma più accessibile alla mentalità contemporanea.

Continua a leggere


Lascia un commento

Heidegger e la questione della tecnica. Nuova edizione con un saggio di Federico Sollazzo

> di Marco Viscomi *

Oggigiorno, si mostra assai arduo e, in certo senso, avventato impegnarsi nell’edizione critica di un qualsivoglia testo heideggeriano. Per un verso, infatti, risulta fattualmente complesso riuscire a superare illesi l’intricata trafila burocratica, alla quale deve sottostare un editore per poter riuscire a editare, per i propri tipi, un’opera del filosofo di Messkirch. D’altro canto, le temperie – cronachistiche più che realmente filosofiche – nelle quali è stata coinvolta la figura storica di Martin Heidegger, dall’edizione dei “Quaderni neri” sino ad oggi, sembra gettare discredito su chiunque voglia ancora tornare ad approfondire il lascito heideggeriano. Tuttavia, l’iniziativa di quegli studiosi, che non si arrendono nell’abbandonare l’essenza più profonda del pensiero alla superficialità delle mode, merita sempre incoraggiamento e attenzione. Il desiderio di ritornare continuamente all’essenza più profonda della meditazione attira infatti la più autentica cura per il pensiero filosofico, cioè quella che non esclude il frutto di una speculazione, individuata da un singolo pensatore, facendo leva sulla discutibile personalità di quello stesso filosofo. Quell’attenzione profonda per la verità si pone piuttosto l’intento di considerare anche le più piccole forme della manifestazione del vero, vale a dire quelle che si possono essere date anche in quello che potrebbe sembrarci il più abietto degli esseri umani.

Continua a leggere


Lascia un commento

Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere


Lascia un commento

Occidente senza utopie. Sull’ultimo libro di Massimo Cacciari e Paolo Prodi

> di Francesco Brusori *

occidente-senza-utopie

Il saggio Occidente senza utopie (M. Cacciari-P. Prodi, Occidente senza utopie, il Mulino, Bologna 2016) è l’incontro tra un punto di vista più storico, rappresentato da Paolo Prodi, e uno più prettamente filosofico, di Massimo Cacciari, intorno all’analisi e all’interpretazione di categorie fondanti l’Occidente nella sua intera eterogeneità, l’utopia e la profezia.

Continua a leggere


Lascia un commento

Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (2/2)

 

 

>di Giuseppe Brescia*


5. Cervantes e l’Italia: la “carità del natìo loco”

Non è che ci sia – dunque – l’ideale romantico nella Prima parte; e l’ironia o satira, invece, e prevalentemente, nella Seconda, del Don Chisciotte (Goethe). Abbiamo visto, certo per saggi, come l’intento parodistico sia parlante anche nel Volume 1 (Episodio della Biblioteca, al capo sesto). Pure, rimane il grande, fondamentale, in-audito, problema ermeneutico: del tipo di rapporto, che l’autore stabiliva tra il primo e il secondo volume, dilatato nella estensione (settantaquattro capitoli, rispetto a cinquantadue) e modificato nel ritmo, rispetto alla stesura del 1605.

Ma prima di tentare ulteriore, e forse nuovo, approfondimento sul punto, è bene sostare ancora nel rapporto di Cervantes all’Italia, alle sue lettere e arti, ed al Furioso in particolare.

Continua a leggere


Lascia un commento

Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (1/2)

> di Giuseppe Brescia*

“Il poeta cristiano Ludovico Ariosto, a cui, se lo trovo qui a parlare in altra lingua che la sua,

non serberò alcun rispetto; ma se parla nel suo idioma, lo tratterò con ogni riguardo”

“E lo stesso accadrà a tutti quelli che vorranno tradurre in altra lingua libri di versi”

(Miguel de Cervantes, Capitolo sesto del Volume 1 del Don Chisciotte)

“Vedi Azzo sesto, un de’ figliuoli sui,/ Confalonier de la Cristiana croce:/

Avrà il Ducato d’Andria con la figlia/ Del secondo Re Carlo di Siviglia”

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, III, str. 39)

“ Ah se il nostro genio fosse un poco di più genio!” (Ralph Waldo Emerson)

Continua a leggere


Lascia un commento

The Philosophy of Another Beginning. Heidegger letto da Dugin

> di Luca Siniscalco

heidegger-dugin

Martin Heidegger, pensatore par excellence della tradizione speculativa tedesca e, dunque, occidentale, interpretato da Alexander Dugin, massimo teorico contemporaneo dell’eurasiatismo, feroce critico della Zivilisation – in senso spengleriano – dell’Occidente. Questo confronto titanico cela in realtà una profonda affinità elettiva, nota ai lettori di Dugin e resasi evidente nel saggio Martin Heidegger. The Philosophy of Another Beginning. Il corposo volume, di oltre 400 pagine, è d’altra parte la sola testimonianza tradotta dal russo di una ricerca speculativa che ha portato Dugin a dedicare al filosofo di Meßkirch svariate monografie.

Continua a leggere


Lascia un commento

Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé. Un saggio IPOC di Andrea Ignazio Daddi

> di Alessandro Pizzo *

libro-filosofia-del-profondo

Sicuramente, ‘filosofia’ si dice in molti modi e, parimenti, l’originalità di un contributo la si coglie esclusivamente nella misura in cui s’è in grado di indicare, e sorreggere per il tramite di dovuti argomenti, un modo d’essere della filosofia stessa. Questo è esattamente quel che Andrea Ignazio Daddi fa nel presente volume. Della filosofia, l’autore prende in considerazione due aspetti in modo particolare i quali, da parte loro, e ciascuno per parte propria, descrivono anche il percorso esistenziale esperito da Daddi medesimo, vale a dire la «tendenza all’introspezione» (p. 23) e la «ricerca di significato» (p. 23). Tanto la prima quanto la seconda costituiscono la trama dell’ordito esistenziale dell’autore, al quale si aggiungono in seguito la pedagogia e le «psicologie del profondo» (p. 24). Questo appare il leti motiv del volume presente, ossia cercare di mettere in dialogo la filosofia, intesa come ricerca del significato esistenziale, e le varie forme di analisi, intese come introspezione personale ad ampio raggio. Far questo significa, nel contempo, anche riattivare un filone di ricerca presente agli inizi della storia della filosofia ma via via obliato nel corso dei secoli in favore di ben altre opzioni. Secondo Daddi, infatti, della filosofia va recuperata la sua tendenza sapienziale, vale a dire quel particolare tipo di discorso afferente alla filosofia ma consistente nel compiere una «cura dell’anima» (p. 27). Di tutti i modi di dire, e fare, ‘filosofia’, la predilezione di Daddi va verso l’opzione della ricerca filosofica pratica che consiste nella «ricerca personale» (p. 33), da intendersi, però, come «educazione in età adulta» (p. 33), come un autonomo e personale percorso di auto – formazione di sè.

Continua a leggere


Lascia un commento

La gestione della diversità presso i Cuna di San Blas. Uno studio di antropologia filosofica di Giancarlo Vianello

> di Giancarlo Vianello*

Nel lontano 1977, frequentavo l’École des Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi, interessandomi dei Drusi della Siria, sotto la direzione di Jacques Berque. Carlo Severi all’epoca frequentava la stessa scuola e si interessava dei Cuna, sotto la direzione di Georges Devereux. Stava programmando una ricerca sul campo e mi chiese di accompagnarlo. Sul posto trovammo parecchie difficoltà, perché le istituzioni scientifiche americane facevano pressione sulle autorità panamensi perché impedissero ad altri l’accesso nel territorio dei Cuna. Mi venne allora l’idea di cercare un religioso di origine italiana, che sicuramente aveva canali di accesso. Padre José Rotellini fu di immenso aiuto. Questo testo è un nostalgico omaggio a quei tempi ingenui ed avventurosi.
Giancarlo Vianello e Carlo Severi assieme a Enrique Gomez con i suoi nuchus (Mulatupu, 1977)

Giancarlo Vianello e Carlo Severi assieme a Enrique Gomez con i suoi nuchus (Mulatupu, 1977)

Riprendendo in mano il mio archivio, mi sono imbattuto in materiale inedito risalente ad una ricerca sul campo da me effettuata nel lontano 1977. Poiché mi è sembrato ancora rilevante, ne ho ripreso elementi salienti. Si tratta di osservazioni sulla modalità con cui i Cuna definiscono la loro visione della diversità ed il conseguente livello di emarginazione all’interno del loro sistema culturale. Il dato di fatto della diversità, soprattutto casi di follia e di albinismo, viene visto come un elemento del mondo mitico, che si realizza concretamente e che testimonia la presenza nel quotidiano della narrazione mitica. In tal modo, diviene un elemento di coesione, con un ben preciso ruolo sociale. Continua a leggere


Lascia un commento

Maschera e volto del postmodernismo contemporaneo

postmodernismo

di Luca Siniscalco*

Abstract: Il postmodernismo si presenta in maniera confusa, quasi bifronte. Dire -post è filosoficamente un non dire, in quanto la collocazione temporale di una nozione non ne stabilisce il contenuto esplicativo né, tanto meno, veritativo. Per considerare la trasfigurazione tutta profana del modernismo in postmodernismo intendiamo avvalerci del contributo di due studiosi contemporanei di grande statura e, per rimanere nel campo delle anomalie, di antitetica provenienza culturale. Ci riferiamo a Mario Tronti, padre dell’operaismo italiano e fine filosofo politico, e ad Aleksandr Dugin, tradizionalista ed eurasiatista russo.

Parole chiave: Postmodernismo; Tronti; Zizek; Heidegger; Dugin.

L’eco evoliano di questo titolo intende, fra il serio e il faceto, evocare un problema culturale – e, perché no, spirituale – del nostro evo. Così come nel secolo scorso un “idealista magico” ha messo in luce la natura ambivalente degli spiritualismi, forme degenerate della spiritualità tradizionale, è oggi opportuno denunciare la struttura ambigua e sfuggente del postmodernismo, figlio spurio della modernità. Filiazione di segno negativo, quella rilevata da Evola; partenogenesi di segno dubbio, meritevole di un dibattito, quella del paradigma politico, culturale ed esistenziale del postmodernismo. Poiché, sebbene tutti gli -ismi meritino riserve – e Nietzsche ha già detto tutto in merito – lo statuto del postmodernismo è foriero di dinamiche perennemente instabili, scivolose, chiaroscurali. A tratti ineffabile, questo Giano bifronte – sulla cui stessa esistenza autonoma, svincolata dal Moderno, il dibattito teoretico si sbizzarrisce – comporta infiniti problemi di definizione. Si staglia come una chimera, il sogno mostruoso che tutti noi sogniamo nei momenti di lucidità e che la veglia della ragione lascia obliato in nome del sensus communis.

Questo sogno unisce felicemente due luoghi dell’immaginario: la realizzazione personale offerta dalla versione 2.0 dell’American dream – quella in cui trionfa la Diet Coke, la bevanda che mantiene la propria identità fittizia negando nichilisticamente se stessa, presentandosi come pura sembianza, promessa artificiale di una sostanza che non si è mai materializzata, per impiegare una splendida immagine di Slavoj Žižek; il rivolgimento delle principali categorie concettuali del Moderno. Il postmodernismo è infatti post-liberalismo, post-ideologismo, post-capitalismo, oltrepassamento dei principi di razionalismo, dualismo, sostanzialismo, naturalismo. Dire -post è filosoficamente un non dire, in quanto la collocazione temporale di una nozione non ne stabilisce il contenuto esplicativo né, tanto meno, veritativo.

Continua a leggere


Lascia un commento

L’inconfessato rapporto tra poesia e filosofia in María Zambrano

zambrano2

di >Alessandro Pizzo*

Abstract: Secondo María Zambrano la filosofia e la poesia si sono separate in tempi remoti a seguito di una sensibilità differente e a partire da una diversa maniera d’intendere la visione della stessa realtà. In opposizione a questo vero e proprio “strappo originario”, Zambrano propone una sua visione originale, ovvero un pensiero poetante capace di riannodare i fili recisi di una storia comune.

Parole chiave: Zambrano; poesia; filosofia; realtà; pensiero poetante.

Introduzione

Secondo María Zambrano, in un tempo tanto mitico quanto storico i sentieri della poesia e della filosofia si separano sino a coprire con l’oblio la loro stessa unità originaria. Pur condividendo una medesima origine, l’una e l’altra si separano, non senza astio reciproco, e ciascuna trascende il punto di partenza per divenire altro, per tramutarsi in altro, per evolvere verso una differenza, più o meno marcata, scavando un profondo solco che separi quanto più entrambe dall’unità di partenza, ora irrimediabilmente perduta. Continua a leggere