Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Alla ricerca del concetto di temporalità. Heidegger lettore di Kant

> di Giorgio Astone

 

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1. Introduzione

Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla ‘temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

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Se la tecnica diventa il soggetto della storia. Note sulla tecnocrazia: Günther Anders, Martin Heidegger, Jürgen Habermas

> di Giorgio Astone

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1. Essere soggetti co-storici: il desiderio estraniante dell’uomo contemporaneo

Nella multiforme produzione di un pensatore come Günther Anders risulta evidente una posizione complessivamente pessimistica e catastrofica nei confronti delle possibilità umane nell’era della tecnica; deduzione che non deve le sue ragioni, principalmente, alla natura dell’uomo in quanto tale, bensì a quell’allontanamento de-responsabilizzante ed eteronomo dello stesso nei riguardi della propria “Storia” con l’ascesa di una τέχνη in qualche modo indipendente e svincolata dal controllo del suo inventore. In questo senso è possibile ascrivere la filosofia andersiana all’interno del perimetro della Posthistoire: il “tempo della fine” (Endzeit) non è un leitmotiv unicamente nei saggi andersiani dedicati alla polemica anti-atomica e rimane un orizzonte permanente sul quale si stagliano eventualità di carattere morale e politico. Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (4 di 4)

> di Giorgio Astone

4. Una socievolezza impossibile: lo sguardo che deforma

Se guardiamo bene alle nostre spalle e alla diagnosi rousseauiana riguardo l’origine della disuguaglianza (di cui manca una vera e propria prognosi ma che si può implicitamente intuire come inasprimento e deteriorarsi delle condizioni determinanti per la stessa), nonostante le tante corde fatte vibrare, sembra però sfuggire un nesso essenziale, un punto di cruciale importanza che vale l’intera argomentazione: per quale motivo i selvaggi, semplicemente accalcandosi sull’uscio delle prime abitazioni, se così si può dire, iniziano a classificarsi in modi diversi, a “trasfigurarsi”, nel bene e nel male? Entra qui in gioco, come accennavamo prima di sfuggita, il meccanismo della stima e dell’onore. Ma come s’innesca esattamente tale sfaccettatura di valori da attribuire e da sottrarre prima inesistenti? Perché, inoltre, ciò che poteva anche essere immaginato in maniera sporadica e saltuaria negli incontri vis-à-vis dei singoli selvaggi (pensiamo a quelli guidati dagli impulsi sessuali, fra gli altri), solo nella pluralità degli sguardi e nell’hic et nunc di un luogo fisso s’invigorisce e mette radici così profondamente? Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (3 di 4)

> di Giorgio Astone

3. Il rapporto fra Rousseau e il giusnaturalismo in relazione al secondo Discours

Finora abbiamo cercato di ripercorrere le tematiche dominanti e principali del secondo Discorso rousseauiano, seppure in modo desultorio e per certi versi approssimativo; ma già da quanto detto sorgerà forse spontaneamente un senso di confusione nel tentare di classificare Jean-Jacques Rousseau fra i giusnaturalisti o meno: a prima vista sembrerebbe un’ipotesi da scartare per il semplice fatto che la loi naturelle riscontrata dal filosofo rimane irraggiungibilmente utopica, separata dalla storia delle civiltà nei loro atti fondativi come una via ormai sconnessa e non più percorribile. Per tali motivi commentatori autorevoli hanno voluto stabilire che «Rousseau si può considerare come l’ultimo giusnaturalista1», denotando un caso estremo anche il contrattualismo dell’opera principale di Rousseau (visto più come un da farsi progettato per il futuro dell’umanità che a guisa di ricostruzione filosofico-storica2). Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (2 di 4)

> di Giorgio Astone

Proseguendo nella descrizione del lato morale dell’homme naturel, il filosofo ginevrino fa seguire alla constatazione tecnica della non-necessità della socievolezza per la sopravvivenza le sue conseguenze più intimistiche; difatti i filosofi, a detta di Rousseau, hanno troppo spesso raffigurato lo “stato di natura” nei suoi ipotetici conflitti e nelle forme arcaiche di società senza soffermarsi minimamente sulla lunga gestazione nel ventre della solitudine degli individui. Non nella socievolezza, bensì nell’isolamento, si trova l’essenza naturale del vivere umano: l’intersoggettività è, per Rousseau, solo un’aggiunta: «effettivamente, è impossibile immaginare perché mai un uomo in questo stato primitivo avrebbe avuto bisogno di un altro uomo più di quanto un lupo o una scimmia abbiano bisogno del loro simile1». Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (1 di 4)

> di Giorgio Astone

1. Prefazione

Contando poco sull’onore che ho ricevuto, avevo, dopo l’invio, rifuso e accresciuto questo Discorso fino a farne in qualche modo un’altra opera: oggi ho sentito l’obbligo di ristabilirne il testo che fu premiato. Ci ho fatto solo qualche nota e ci ho lasciato due aggiunte facilmente riconoscibili che forse l’Accademia non avrebbe approvato1.

È così che Rousseau, nella prefazione al Discours che gli valse il premio dell’Académie des sciences, arts et belles-lettres di Digione, introduce il suo scritto; un’annotazione di primo acchito meramente tecnica ed apparentemente marginale, che assume tuttavia una valenza peculiare per chi si accinge a far seguire alla lettura dell’opera del 1750 quella seconda fatica letteraria, del 1754, che non gli valse nessuna premiazione se non quell’ingresso effettivo nel mondo dei filosofi per quanto concerne l’argomentazione complessa ed articolata e lo spettro vasto di fenomeni affrontati (storici, intersoggettivi, morali). Continua a leggere