Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Parole di fuoco. Considerazioni sciolte su Gli incendiati di Antonio Moresco

> di Luca Ormelli

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«Certo non è una filosofia, io aborro la filosofia, è tanto tempo che non dice più niente di interessante» [Jacques Lacan]

Che la filosofia non abbia oggi più alcun senso e dunque che non se ne possa né parlare né, tantomeno, scrivere è drammaticamente evidente a chiunque, della filosofia, abbia conservato una visione netta, scevra dai compromessi, “hegeliana”, se a questo qualificativo attribuiamo valore di “olistico” e “assolutizzante”: «Severino e la non esistenza del dolore: mi immagino suo antagonista in un dibattito televisivo, mentre gli sferro un violentissimo calcio nei coglioni. “Ora, Maestro, è forse nella condizione migliore per illustrarci – gli chiederei un istante dopo, con argomentazione volgare – quella sua teoria sul dolore eternamente oltrepassato dalla gioia, essenza nascosta dei mortali“» [Antonio Moresco, Lettere a nessuno]. Continua a leggere

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Il marchio di K. – Il processo tra moderna tragedia e sacra rappresentazione

> di Luca Ormelli

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«Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario»

[F. Kafka, Il processo, Garzanti, Milano, 1984, p. 181].

Quando Kafka scrive Il processo (1914-1915) Rosenzweig deve ancora dare alle stampe La stella della redenzione (1921); tra questi due estremi temporali la gemeinschaft mitteleuropea, salda sotto il tallone dispoticamente illuminato della monarchia absburgica, si sta irreparabilmente sgretolando dando fiato potente alle petizioni di Herzl e di chi, in seno alle medesime comunità ebraiche, condanna l’assimilazione dei figli di Giacobbe alla kultur occidentale e, più propriamente, cristiana. Scrive Ferruccio Masini nella sua sorvegliata “Introduzione” all’edizione citata de Il processo: «è proprio […] la presenza di questo nostro tempo (“il mio tempo”, dirà Kafka, “cui mi sento molto vicino, e che non ho il diritto di combattere ma, in un certo senso, di rappresentare”) nell’opera dello scrittore a radicalizzare, in una sorta di ‘cabbala’ individuale a sfondo nichilista, quegli elementi antirestaurativi e paradossali della tradizione cabbalistico-chassidica per i quali lo stesso avvento del Messia [yichud, nota di chi scrive] è legato a condizioni impossibili, al giorno, cioè – come si legge in una citazione benjaminiana dallo Zohar – in cui tutte le lacrime di Esaù si saranno disseccate. Per questo l’allegoria nichilista dei racconti kafkiani non adombra il divino “nulla originario” (ajin gamur) dei cabbalisti, identificato con la stessa infinità di Dio (En-sof, sic), né quello dell’eckhartiano “fondamento senza fondamento”, ma un sortilegio nullificante immanente alla stessa quotidianità. Oltre la precarietà del possesso di un mondo di cose […] questo nulla intacca ogni possibile fondamento, separa il desiderio dalla cosa desiderata, l’attesa dal Messia, la speranza dal sabbath, il singolo da antenati e discendenti» [op. cit., p. XVI].

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L’esilio della carne: Max Blecher

> di Luca Ormelli

«Al mondo non esiste nulla all’infuori del fango»

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«La terribile domanda “chi sono davvero” vive allora in me come un corpo totalmente nuovo, cresciutomi dentro con una pelle e degli organi che mi sono del tutto sconosciuti. La sua soluzione è richiesta da una lucidità più profonda e più essenziale di quella del cervello. Tutto ciò che è capace di agitarsi nel mio corpo, si agita, si dibatte e si rivolta in maniera più potente e più elementare che nella vita quotidiana. Tutto implora una soluzione» [Accadimenti nell’irrealtà immediata, p. 12].

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Scolio XXIX

> di Luca Ormelli

La passione amorosa è, propriamente, passione e come la passione, sia essa destinata ad un brano musicale, indirizzata ad un dipinto o ad una poesia, deve sommuovere i sensi altrimenti afflitti, eccitare le fibre più riposte dello spirito e commuoverle, scuoterle, lacerarle. Ciò che non corrisponde a queste qualità non merita la nostra insonnia né gli improvvisi risvegli; la passione amorosa esige un Baudelaire non Flaubert, occhiaie profonde come dirupi non appuntamenti galanti, donne dall’animo irreprensibilmente incendiario per uomini smaniosi di essere divorati dalle fiamme della carne. Tutto il resto è bovarismo e impostura.


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Controcorrente: Houellebecq dalla morte di Dio ad Allah

> di Luca Ormelli

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«Io non sono per assolutamente niente» 

I media («e l’esistenza di un dibattito politico sia pur posticcio è necessaria al funzionamento armonioso dei media, forse persino all’esistenza in seno alla popolazione di un senso quantomeno formale di democrazia», Sottomissione, pp. 172-173) non hanno perduto l’occasione per dimostrare ancora una volta la loro superficialità. Ma è chi sta dietro ai media, l’intellettuale, che ha dimostrato di essere persino peggio senza attenuanti generiche. Capiamoci: Houellebecq non è “Charlie Hebdo” e Sottomissione non c’entra nulla con il terrorismo. Chi sostiene il contrario è in malafede.

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Scolio XXVIII

> di Luca Ormelli

La società, così si sente sempre più di frequente ripetere – a tal punto che ciò che era scaturito come una possibile visione del mondo ne è divenuta la sola possibile, un dogma – è come un organismo e come ogni organismo ha in sé la capacità di riprodursi e di contrastare tutto quel che di minaccioso e di ostile alla sua prosperità può farglisi innanzi. E come un organismo, ad esempio, minacciato dal diabete, per fronteggiare la cancrena che presto o tardi lo pervaderà, stabilisce di dover amputare le propaggini più estreme e più marginali di sé al fine di arrestare la distruzione e lo sfacelo che attraverso di esse hanno aggredito il corpo nella sua totalità, allo stesso modo la società esilia, bandisce, espelle chi in essa non è portatore di beneficio, chi essendo stato respinto o, peggio ancora, nato ai margini non può che costituire una minaccia per la salute pubblica. Poeti, filosofi, artisti, pazzi. Lasciate coloro che sono ai margini fuori dalla città della speranza, sembrano dire i benestanti abitanti della società liberale, non curatevi di loro né, tanto meno, con loro mescolatevi pena il contagio e il deperimento di ciò che è sano perché sotto ogni cielo ed in ogni epoca nessun sano desidera intrattenersi con la malattia. Così non è lontano il giorno in cui sarà data cittadinanza solo a coloro che avranno reddito tale da poter, a pieno titolo, abitare il florido corpo sociale. Quanto agli altri, poeti, filosofi, artisti, pazzi, essendosi essi stessi voluti stranieri, ebbene, che restino fuori dalle nostre porte e dalla nostra speranza, invisibili.


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«Im Anfang war die Tat»: Ludovico Gasparini

> di Luca Ormelli

© Bruna Giacomini

© Bruna Giacomini

«Se si guarda dall’alto, da una prospettiva panoramica, le vie percorse dalla ricerca di Ludovico Gasparini, non si può non osservare come esse riprendano, riformulandola o esplorandone nuovi metodi di risposta, una medesima questione, affrontata sin dall’inizio, che concerne il significato della libertà»1.

1. Intelligo quia absurdum

«Gàr autò noeîn estín te kaì gàr eînai» lo stesso è il pensare e l’essere secondo Parmenide in ciò ripreso da Hegel. Ma pensare richiede sempre un oggetto tematico di conoscenza, di apprensione, un pensare-di-qualcosa fosse anche il pensiero medesimo, e dunque pensare di essere non è lo stesso che essere; diversamente ne risulterà un essere impuro in quanto dimidiato con il pensiero. Ciò che è è necessariamente 2, senza dunque dipendere da un pensiero altro che lo pensi: «solo nominare l’Altro, significa immetterlo nella sfera della soggettività, per quanti sforzi si facciano per conservarlo come Altro»3. Ma «se l’essere ha bisogno, in qualsiasi modo lo si intenda, esso cade immediatamente nella correlatività dei bisogni, che è la fonte della rettorica di Michelstaedter, e non può più sottrarsene, per quanto se ne differenzi»4. Perché «se “l’Assoluto solo è vero, o il vero è Assoluto”, poiché non è possibile che “l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra”, allora una volta tolto l’Assoluto, ovvero, una volta criticata la pretesa hegeliana che “l’amore del sapere” possa trasformarsi in “vero sapere”, la realtà stessa viene annichilita e non può più darsi in essa alcun criterio capace di distinguerla dall’immaginazione, se non il medesimo senso comune»5.

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Spesso il male di vivere ho incontrato: Manlio Sgalambro e Guido Ceronetti

> di Luca Ormelli

«Per quanto quel che segue possa dunque essere costituito da minutissimi pezzi, lacerati, chissà, dallo stesso autore in uno dei suoi momenti peggiori, se essi non hanno esaltato solo la sua voce ricevono impresso uno stampo e un ferreo sistema dalla realtà stessa delle cose, come succede a ogni pensiero che non si sia gingillato con se stesso» [M. Sgalambro, DMP].

«L’unità non è un luogo; il frammento è un luogo, è tutti i luoghi, e l’unità lo abita inapparente» [G. Ceronetti, TP].

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Scolio XXV

> di Luca Ormelli

Finché la colpa ottenebrerà la lingua della ragione ancora il cuore avrà bisogno di sangue caldo con il quale placarsi la sete. Nessuna condanna togata varrà mai quanto andiamo catodicamente espiando per interposta visione. Aronne, indossando la veste dell’anchorman «poserà entrambe le sue mani sulla testa del capro vivo e confesserà su di esso tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati, e li metterà sulla testa del capro… (ed esso) porterà su di sé tutte le loro iniquità in terra solitaria» [Le 16, 21-22].


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Scolio XXIV

> di Luca Ormelli

La tassonomia – ed il suo sommo pontefice Linneo – è la più corruttiva delle infezioni del cerebro che, originando da Aristotele, abbiano incendiato gli ingegni facilmente surriscaldabili degli illuministi fino all’ascesso febbrile della cosmologia hegeliana. Non si dà infatti alcun ordine quanto alle cose del mondo – ed ancor meno esso vige nelle faccende di spirito – differente dalla inestinguibile volontà di persistere e di depredare. E come in natura ad ogni generazione trionfa il più forte così è per le cose dello spirito: l’idea più forte si impone inconsapevole di essere il prossimo capro sgozzato sull’altare della vita.


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Scolio XXIII

> di Luca Ormelli

La città è il travestimento per eccellenza: in città migliaia di vite simulano senza sosta la vita incessante della natura. Un teatro di gesta. Epperò l’uomo, che è per certo creatura della natura, è altresì la meno naturale tra di esse quanto al vivere e nel suo vivere, più egli si vuole naturale più della natura si fa imitatore. Di modo che nulla vi è di più naturale, di più umano della sua maschera. La città è religio mortis, non avvolge come il borgo solleticando l’illusione dell’appartenenza, della comunità (Gemeinschaft). Nella sua oscenità la solitudine vuole l’atrocità della moltitudine, la sua messinscena.


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Scolio XXII

> di Luca Ormelli

E come l’edera cresce più rigogliosa sulle spoglie putrescenti dell’antica verzura, sempre intrecciando foglie fresche ad altre ormai vizze così tutto quanto vive e si muove calpesta l’impronta di quel che morendo gli ha aperto il sentiero lasciando al contempo segno del proprio passo. Ancora la generazione segue la corruzione, l’essere il nulla essendo, di questo, il simbolo, il mistero manifesto.