Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Controcorrente: Houellebecq dalla morte di Dio ad Allah

> di Luca Ormelli

SottomissioneCopertina

«Io non sono per assolutamente niente» 

I media («e l’esistenza di un dibattito politico sia pur posticcio è necessaria al funzionamento armonioso dei media, forse persino all’esistenza in seno alla popolazione di un senso quantomeno formale di democrazia», Sottomissione, pp. 172-173) non hanno perduto l’occasione per dimostrare ancora una volta la loro superficialità. Ma è chi sta dietro ai media, l’intellettuale, che ha dimostrato di essere persino peggio senza attenuanti generiche. Capiamoci: Houellebecq non è “Charlie Hebdo” e Sottomissione non c’entra nulla con il terrorismo. Chi sostiene il contrario è in malafede.

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Bianco, vuoto, nero. Prospettive interculturali nella filosofia dei giochi: gli scacchi, il go

> di Rudi Capra*

La pratica dell’intercultura in filosofia nasconde diversi rischi: l’incomprensione può essere frequente, così come l’esaltazione della propria prospettiva di origine (nel mio caso, sarebbe eurocentrismo) e l’esaltazione opposta, ma altrettanto deleteria, della differente prospettiva che viene presa in esame (che rivela un etnocentrismo ingenuo quanto il primo). Non ultima, esiste la tentazione di considerare i termini della comparazione come realtà indipendenti, chiaramente delimitate e facilmente descrivibili, quando invece locuzioni quali “cultura occidentale” e “mentalità orientale” corrispondono semplicemente a concetti astratti, che sono necessari in un contesto di analisi teorica, ma risultano irrimediabilmente manchevoli e imprecisi sul piano della realtà. Ciò vale per la pratica generale dell’intercultura, e vale ovviamente anche per questo saggio, in cui tali concetti vengono adoperati in modo intuitivo per stabilire un terreno d’indagine e potervisi muovere, al limite per descrivere la ricorrenza di alcune tendenze generali, e non dunque in modo fondativo, per stabilire cioè una volta per tutte che cosa sia la “cultura occidentale” o la “mentalità orientale”, compito che non tanto è arduo quanto le fatiche di Ercole, ma piuttosto vano, come l’unica, quotidiana fatica di Sisifo. Continua a leggere


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Risposta alle imprecise precisazioni di Roberto Fai

> di Diego Fusaro*

L’articolo di Roberto Fai intitolato “Diego Fusaro e il ‘cortocircuito’ tra teoria e prassi” mi ha molto colpito. Mi ha colpito per varie ragioni, in primis perché mi fa specie che una rivista filosofica mi dedichi così tanta attenzione, manco fossi Heidegger o Adorno. In effetti, l’autore dell’articolo mi ha dedicato ingiustificatamente le attenzioni che andrebbero dedicate a pensatori di primo livello, ossia a quei pensatori che segnano il dibattito in modo indelebile, come appunto Heidegger o Adorno. Detto questo (e dunque espresso apertis verbis il mio stupore per le troppe attenzioni dedicatemi), mi permetto subito di dire, con altrettanta franchezza, che trovo poco corretto e serio il modo di procedere dell’articolo. Sono presi di mira i miei interventi televisivi, le mie interviste ai quotidiani siciliani, i miei post su Facebook: non si fa mai un cenno, dico uno, ai miei studi monografici, ai miei saggi scientifici, ciò su cui un pensatore – piccolo o grande che sia – deve essere giudicato.
Non so se Fai agisca in tal maniera perché non mi ha letto (e non vi è – sia chiaro – nulla di male: anche se, per criticare un autore, grande o piccolo, sarebbe sempre opportuno leggerlo) o perché, in effetti, è più facile decostruire un post di Facebook o una sparata televisiva rispetto a 500 pagine scritte e argomentate. Ad ogni modo, mi sia consentito dire che trovo profondamente irrispettoso tal modo di procedere. Anche perché poi alle mie battute televisive si contrappongono dotti passaggi di Roberto Esposito, Remo Bodei, Carlo Galli, evidentemente ritenuti degni – a differenza mia – di essere letti e citati. Ma tant’è.

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Diego Fusaro e il “cortocircuito” tra teoria e prassi

> di Roberto Fai*

diego-fusaro la gabbia

Diego Fusaro, giovane filosofo, è assurto agli onori della cronaca mediatica e dei social network anche grazie alle sue periodiche apparizioni in qualche talk show: uno, tra tutti, “La Gabbia”, la cui strategia comunicativa è quella di una sorta di arena, nella quale gli ospiti si “sfidano” in piedi, uno di fronte all’altro, con un confronto (sic!) “gridato” – così come sempre più gridata è oramai la natura del confronto tra le persone, accentuato dalle forme linguistiche immediate, apodittiche e “nervose”, prodotte da Internet: confronto, che costituisce – per dirla con Foucault – il vero «effetto di potere» del “dispositivo” web, al punto che, mentre vengono meno vere relazioni comunicative, si produce una sorta di Nervenlebenintensificazione della vita nervosa»), come quel Nervenleben, su cui ha lasciato pagine straordinarie Georg Simmel, aprendo il XX secolo. Con la differenza che mentre Simmel poteva attribuirlo allo choc del “vissuto individuale” per l’eccesso degli stimoli prodotti dalla vita delle metropoli, quello attuale è l’effetto psicologico dell’accentuarsi di una crisi economico-sociale che ha già eroso, in forme accentuate dal 2008, il terreno su cui poggiano i piedi milioni di persone, rese insicure, inquiete e in crisi d’identità – e pertanto giustamente “arrabbiate” – per il vuoto di prospettive del loro stesso futuro.
In tale “contesto comunicativo” vanno inscritti sia l’approccio retorico con cui Fusaro veicola i suoi messaggi sia il “contenuto” dei temi e argomenti politico-culturali che fanno, di quest’ultimo, una figura inedita di “polemista”. Ma l’aspetto che, in Fusaro, a noi appare predominante è una sorta di “cortocircuito” tra teoria e prassi, idee filosofiche e azione politica, pensiero e agire politico, in altri termini, tra filosofia e politica. Quasi a offrire una sorta di fusione tra i due ambiti, analoga alla dinamica praticata da certo marxismo degli anni ’60: stagione politica, peraltro, nella quale il nostro non era neppure nato. Tuttavia, è proprio questo “cortocircuito” che, a nostro avviso, sembra avvolgere, appiattire e, a volte, semplificare i contenuti che il giovane filosofo sostiene nella sua “battaglia delle idee”. Continua a leggere


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Anima mundi. Sulla ricerca dell’anima dei luoghi

> di Giancarlo Vianello*

In Occidente, il processo di emancipazione, o di presunta tale, dell’umanità, che si sviluppa con la modernità, si accompagna al rifiuto radicale della cosmovisione[1] precedente, che è in blocco retrocessa al rango di superstizione. Questo processo emancipativo, inoltre, si connota nei termini di sviluppo della capacità operative e performative e, alla fine, in mera logica di dominio, che ha inaridito il mondo. In termini generali, questo è stato il destino dell’Occidente, che ha prodotto il mondo come lo vediamo oggi. Eppure, anche all’interno di questo processo storico travolgente, sono presenti intuizioni di segno opposto. Una della più emblematiche è rappresentata dal mito dell’anima mundi, dall’idea che il mondo sia una realtà animata unitaria.
Il termine anima, come è noto, deriva dal greco ànemos, soffio, e, similmente, psyche deriva dal greco psychein, respirare. Entrambi i termini sottolineano la natura vitale del fenomeno: l’anima individuale è un frammento di vita, è compartecipe alla vita. Proprio in questo senso, Platone[2] parlava di immortalità dell’anima, poiché era originata dal soffio divino, era un frammento dell’anima del mondo. Continua a leggere