Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Se la tecnica diventa il soggetto della storia. Note sulla tecnocrazia: Günther Anders, Martin Heidegger, Jürgen Habermas

> di Giorgio Astone

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1. Essere soggetti co-storici: il desiderio estraniante dell’uomo contemporaneo

Nella multiforme produzione di un pensatore come Günther Anders risulta evidente una posizione complessivamente pessimistica e catastrofica nei confronti delle possibilità umane nell’era della tecnica; deduzione che non deve le sue ragioni, principalmente, alla natura dell’uomo in quanto tale, bensì a quell’allontanamento de-responsabilizzante ed eteronomo dello stesso nei riguardi della propria “Storia” con l’ascesa di una τέχνη in qualche modo indipendente e svincolata dal controllo del suo inventore. In questo senso è possibile ascrivere la filosofia andersiana all’interno del perimetro della Posthistoire: il “tempo della fine” (Endzeit) non è un leitmotiv unicamente nei saggi andersiani dedicati alla polemica anti-atomica e rimane un orizzonte permanente sul quale si stagliano eventualità di carattere morale e politico. Continua a leggere

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La solitudine tra colpa e destino: il caso Kafka

> di Massimo Carloni*

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Non mi aspetto più niente dalla vita

se non una sequenza di fogli di carta da scarabocchiare di nero.

Mi sembra di attraversare una solitudine senza fine,

per andare non so dove. E sono io che sono nello stesso tempo il deserto,

il viaggiatore, e il cammello!

FLAUBERT [1]

 

  1. Il gioco delle carte e l’isola di Robinson

L’opera cresce ai margini della vita, sulle sue rovine, nell’ «eterna tortura del morire»[2]. Essa emana dall’ombra, dal limbo di chi non è, né tanto meno aspira ad essere. La solitudine ne è la scaturigine. Il demone della scrittura sceglie il deserto, si nutre di negativo, d’assenza, di vuoto, per forgiare e distruggere il mondo nel fuoco della creazione, fino ad innalzarlo «nel puro, nel vero, nell’immutabile».[3]

Nel corso della sua vita Kafka ha percorso una terra di confine, fra «la solitudine e la società»[4]. Landa desolata, popolata di fantasmi, dove la tenebra sconfina nel giorno diventando luce, e la luce si fa tenebra; in cui la realtà stessa è continuamente minacciata, dilaniata dal sogno. In questa notte dell’anima si consuma per Kafka il dramma dell’esitazione, della lacerazione tra due imperativi categorici. Quello interiore della vocazione letteraria, lo isola proteggendolo dagli assalti terrificanti della vita; quello esteriore, rappresentato dall’implacabile universalità della Legge, lo spinge verso i doveri sociali di produrre e procreare, ossia: lavoro, matrimonio e, naturalmente, discendenza. Quando raramente varcherà quella frontiera, tentando di metter radici nello spazio della vita comune, se ne ritrarrà disgustato, annoiato, col rimpianto del tempo sottratto all’unico universo che conta: quello della scrittura[5]. Continua a leggere


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Ernst Jünger “luogotenente del nulla”

di Luca Siniscalco*

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Abstract: Il saggio intende analizzare la questione del nichilismo all’interno della riflessione di Ernst Jünger, concentrando l’analisi su due testi fondamentali: il Trattato del ribelle e Oltre la linea. Riconosciuta la provenienza nietzscheana della questione, intendiamo riflettere dapprima sulla descrizione fenomenologica che Jünger offre del deserto del nichilismo e delle sue connessioni con la modernità – tecnica in primis – per poi considerare le suggestioni propositive che l’autore delinea al fine di prospettare un superamento filosofico ed esistenziale del nichilismo.

«Il deserto cresce: guai a chi alberga deserti!»1

Principiare con il grido profetico scagliato da Nietzsche ad una contemporaneità a cui fu sempre “postumo” significa stabilire un intimo raccordo fra il vate di Zarathustra e l’ideatore del Waldgänger. La riflessione nietzscheana sulla questione del nichilismo è difatti centrale motivo ispiratore della riflessione jüngeriana, evidente in particolar modo nei due testi che in questa occasione sfrutteremo come segnavia di un percorso abissale nel nulla. Nietzsche viene infatti citato esplicitamente tanto nel Trattato del ribelle, in cui Jünger riporta testualmente l’espressione con cui abbiamo introdotto la presente trattazione2, quanto in Oltre la linea, dove Nietzsche viene indicato insieme a Dostojevskij quale autore nodale e imprescindibile in merito alla speculazione sul problema del nichilismo. Difatti, all’interno del testo pubblicato nel 1951 nella Festschrift in onore del sessantesimo compleanno di Heidegger, si trova scritto in merito alle considerazioni nietzscheane che «anche se dal loro concepimento sono passati più di sessant’anni, questi pensieri continuano ad agire su di noi come uno stimolo, come proposizioni che hanno a che fare con il nostro destino»3.

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La pornografia come rappresentazione falsificata del femminile. Il pensiero di Catharine MacKinnon

> di Laura Sugamele*

Considerando la sessualità come sfera all’interno della quale si rinforza l’oppressione sessuale delle donne, la femminista Catharine MacKinnon, pone l’accento su un aspetto essenzialmente negativo insito nelle immagini pornografiche. Queste, infatti, tenderebbero a definire una immagine della femminilità totalmente distorta. Continua a leggere


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Il metodo e il contesto. La dottrina darwiniana e le ideologie parassitarie (parte II)

> di Piero Borzini*

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Così come nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, anche in Italia la dottrina darwiniana si è inserita in un precostituito “contesto” sociale tutt’altro che uniforme ma piuttosto variegato e contrastato, costituito da paradigmi scientifici in contrasto uno con l’altro, da credenze e miscredenze religiose, da contrastanti principi sulle politiche economiche e sociali, da una varia e diversificata propensione da parte dei potentati politici, economici e religiosi all’espansione territoriale e coloniale, e così discorrendo. Queste diverse anime del contesto sociale si sono relazionate in modo vario con la dottrina darwiniana, talora cercando di combatterla, tal’altra cercando di sfruttarla generalizzandone alcuni aspetti peculiari, ma – in ogni caso – mai ignorandola e sempre accreditandola come dottrina a forte rilevanza sociale.

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Il metodo e il contesto. La dottrina darwiniana e le ideologie parassitarie (parte I)

> di Piero Borzini*

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A proposito delle relazioni che intercorrono tra gli elementi che costituiscono i cosiddetti “sistemi complessi”, Vincenzo De Florio ha recentemente definito l’interazione simultanea degli opposti con il termine di “resilienza” (De Florio V., 2015) 1. Le teorie scientifiche, gli ambiti specifici all’interno dei quali esse sono prodotte e i contesti più ampi e variegati della società in cui queste dottrine sono applicate costituiscono, nel loro insieme, un sistema complesso. In questi sistemi, teorie e ambiti, metodi e contesti, interagiscono simultaneamente in maniera non necessariamente simmetrica. La relazione “resiliente” tra la dottrina darwiniana e i contesti ideologici che di questa si sono avvalsi è il caso eclatante di cui tratto in questo articolo. Per discutere di questo fenomeno di resilienza dovrò riferirmi ai contesti storici, sociali e ideologici all’interno dei quali la dottrina darwiniana è stata manipolata, nella consapevolezza del fatto che l’analisi del contesto originale è metodologicamente essenziale per comprendere – senza tuttavia che la ricostruzione storica ne rappresenti una giustificazione – lo svolgimento dell’intricata vicenda.

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Femminismo radicale. Critica al concetto di patriarcato

> di Laura Sugamele*

Tra gli anni Sessanta e Settanta il movimento femminista ebbe la capacità sorprendente di mettere a nudo «la costruzione del corpo sessuato che si compie attraverso la formulazione di regole giuridiche e di codici sociali» (Nivarra, p. 372). Le tesi di fondo del femminismo radicale si incentrarono su uno scardinamento dei rapporti di genere nella società (atti a mantenere inalterate le differenze tra i sessi), ma soprattutto su una decostruzione della sessualità e del ruolo femminile connesso esclusivamente al destino biologico.

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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (4 di 4)

> di Giorgio Astone

4. Una socievolezza impossibile: lo sguardo che deforma

Se guardiamo bene alle nostre spalle e alla diagnosi rousseauiana riguardo l’origine della disuguaglianza (di cui manca una vera e propria prognosi ma che si può implicitamente intuire come inasprimento e deteriorarsi delle condizioni determinanti per la stessa), nonostante le tante corde fatte vibrare, sembra però sfuggire un nesso essenziale, un punto di cruciale importanza che vale l’intera argomentazione: per quale motivo i selvaggi, semplicemente accalcandosi sull’uscio delle prime abitazioni, se così si può dire, iniziano a classificarsi in modi diversi, a “trasfigurarsi”, nel bene e nel male? Entra qui in gioco, come accennavamo prima di sfuggita, il meccanismo della stima e dell’onore. Ma come s’innesca esattamente tale sfaccettatura di valori da attribuire e da sottrarre prima inesistenti? Perché, inoltre, ciò che poteva anche essere immaginato in maniera sporadica e saltuaria negli incontri vis-à-vis dei singoli selvaggi (pensiamo a quelli guidati dagli impulsi sessuali, fra gli altri), solo nella pluralità degli sguardi e nell’hic et nunc di un luogo fisso s’invigorisce e mette radici così profondamente? Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (3 di 4)

> di Giorgio Astone

3. Il rapporto fra Rousseau e il giusnaturalismo in relazione al secondo Discours

Finora abbiamo cercato di ripercorrere le tematiche dominanti e principali del secondo Discorso rousseauiano, seppure in modo desultorio e per certi versi approssimativo; ma già da quanto detto sorgerà forse spontaneamente un senso di confusione nel tentare di classificare Jean-Jacques Rousseau fra i giusnaturalisti o meno: a prima vista sembrerebbe un’ipotesi da scartare per il semplice fatto che la loi naturelle riscontrata dal filosofo rimane irraggiungibilmente utopica, separata dalla storia delle civiltà nei loro atti fondativi come una via ormai sconnessa e non più percorribile. Per tali motivi commentatori autorevoli hanno voluto stabilire che «Rousseau si può considerare come l’ultimo giusnaturalista1», denotando un caso estremo anche il contrattualismo dell’opera principale di Rousseau (visto più come un da farsi progettato per il futuro dell’umanità che a guisa di ricostruzione filosofico-storica2). Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (2 di 4)

> di Giorgio Astone

Proseguendo nella descrizione del lato morale dell’homme naturel, il filosofo ginevrino fa seguire alla constatazione tecnica della non-necessità della socievolezza per la sopravvivenza le sue conseguenze più intimistiche; difatti i filosofi, a detta di Rousseau, hanno troppo spesso raffigurato lo “stato di natura” nei suoi ipotetici conflitti e nelle forme arcaiche di società senza soffermarsi minimamente sulla lunga gestazione nel ventre della solitudine degli individui. Non nella socievolezza, bensì nell’isolamento, si trova l’essenza naturale del vivere umano: l’intersoggettività è, per Rousseau, solo un’aggiunta: «effettivamente, è impossibile immaginare perché mai un uomo in questo stato primitivo avrebbe avuto bisogno di un altro uomo più di quanto un lupo o una scimmia abbiano bisogno del loro simile1». Continua a leggere


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Parole di fuoco. Considerazioni sciolte su Gli incendiati di Antonio Moresco

> di Luca Ormelli

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«Certo non è una filosofia, io aborro la filosofia, è tanto tempo che non dice più niente di interessante» [Jacques Lacan]

Che la filosofia non abbia oggi più alcun senso e dunque che non se ne possa né parlare né, tantomeno, scrivere è drammaticamente evidente a chiunque, della filosofia, abbia conservato una visione netta, scevra dai compromessi, “hegeliana”, se a questo qualificativo attribuiamo valore di “olistico” e “assolutizzante”: «Severino e la non esistenza del dolore: mi immagino suo antagonista in un dibattito televisivo, mentre gli sferro un violentissimo calcio nei coglioni. “Ora, Maestro, è forse nella condizione migliore per illustrarci – gli chiederei un istante dopo, con argomentazione volgare – quella sua teoria sul dolore eternamente oltrepassato dalla gioia, essenza nascosta dei mortali“» [Antonio Moresco, Lettere a nessuno]. Continua a leggere


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Sulla Loi Naturelle nel secondo Discours: riferimenti e critiche del primo Rousseau (1 di 4)

> di Giorgio Astone

1. Prefazione

Contando poco sull’onore che ho ricevuto, avevo, dopo l’invio, rifuso e accresciuto questo Discorso fino a farne in qualche modo un’altra opera: oggi ho sentito l’obbligo di ristabilirne il testo che fu premiato. Ci ho fatto solo qualche nota e ci ho lasciato due aggiunte facilmente riconoscibili che forse l’Accademia non avrebbe approvato1.

È così che Rousseau, nella prefazione al Discours che gli valse il premio dell’Académie des sciences, arts et belles-lettres di Digione, introduce il suo scritto; un’annotazione di primo acchito meramente tecnica ed apparentemente marginale, che assume tuttavia una valenza peculiare per chi si accinge a far seguire alla lettura dell’opera del 1750 quella seconda fatica letteraria, del 1754, che non gli valse nessuna premiazione se non quell’ingresso effettivo nel mondo dei filosofi per quanto concerne l’argomentazione complessa ed articolata e lo spettro vasto di fenomeni affrontati (storici, intersoggettivi, morali). Continua a leggere