Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Autonomia dell’Arte. Tempo e senso del celeste dal barocco alla modernità: il posto dello Schopenhauer.

> di Giuseppe Brescia*

«Noi altri Dipintori habbiamo da parlare con le mani», afferma nettamente Annibale Carracci (Bologna 1560 – Roma 1609) a proposito del fratello Agostino (Bologna 1557 – Pisa 1602), autore di una lezione in Roma sul gruppo ellenistico del Laocoonte, sancendo il valore formante e autonomo dell’ “opera”, canone dell’estetica moderna, e la critica dell’allegorismo in arte, assiomi che si affermano sino al Croce e ai dialoghi della ‘Biblioteca’ in Ulysses o ai saggi su Proust e Dante…Bruno…Vico…Joyce, delineati dal Beckett.
Certo, dotto è anche Annibale Carracci, conoscendo Tibaldi e Federico Barocci, il Correggio e i lombardi e veneti, i maestri della ‘Rinascenza’ e i ripetitori della ‘maniera’. «Non potei stare di non andare sùbito a vedere la gran cupola» (di Correggio nel Duomo di Parma), scrive al cugino Ludovico il 18 aprile 1580. Caravaggio rimase colpito dalla Santa Margherita del 1599 nella Chiesa di Santa Caterina dei Funari, esclamando “esserci almeno un pittore in Roma”, come ricorda il Bellori nelle Vite de’ pittori scultori e architetti moderni (Roma 1672, pp. 201-215).
Ma quel che è sfuggito – sinora – è la singolare acquisizione che della querelle compie Arthur Schopenhauer al paragrafo 50 del Libro terzo. Il mondo come rappresentazione de Il mondo come volontà e rappresentazione (1818, 1844 e 1859), dispiegando la diretta e approfondita conoscenza non solo dell’arte e della critica d’arte italiana e europea, ma anche del rapporto di distinzione tra ‘allegoria’ e ‘poesia’ da una parte, e tra ‘allegoria’, ‘simbolo’ ed ‘emblema’ dall’altra. Benedetto Croce stesso non se ne avvalse nella Poesia di Dante del 1921, né (credo) nel successivo corso ermeneutico. I letterati ed eruditi “puri”, né quelli “impegnati” (di qualunque orientamento ideologico o sensibilità, cattolici come Papini, laici come Russo, Barbi, Parodi, Sansone, Binni), nulla ne sanno pur restando immessi e coinvolti nella tenace querelle dei rapporti tra poesia e struttura nella Commedia.
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Falso Trattato di estetica. La realtà della poesia secondo Fondane

> di Stefano Santasilia

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Dove si radica la poesia? Da dove nasce? Risponde solo alle esigenze del cuore oppure dà voce anche alla ragione? Il trattato “falso” che Fondane dedica alla questione estetica ha come oggetto proprio il tentativo di restituire alla produzione artistica il suo suolo massimamente vivo e non catturabile concettualmente. Nello specifico, Fondane si riferisce alla produzione poetica, che l’estetica istituzionale vuole riportare sotto il controllo della ragione, implicando la perdita della sua radice vitale e palpitante. La falsità del trattato, allora, non risiede nel suo oggetto bensì nella modalità con cui questo viene trattato. L’abbattimento, o meglio il non riconoscimento delle codificazioni ufficiali, lo stile lontano dai precedenti e contemporanei trattati di estetica, fanno, dell’opera di Fondane, uno scritto provocatorio capace di mostrare come tale “falsità” riesca a dar voce alla ricchezza semantica e ritmica della poesia. Continua a leggere


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Lotta contro i demoni: da Flaubert a Camus

> di Giuseppe Brescia*

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Scriveva nel 1852 Gustave Flaubert (Rouen, 12 dicembre 1821 – Croisset, 8 maggio 1880) all’amica Louise Colet, a proposito della poetica della impersonalità: «L’autore, nell’opera sua, deve essere come Dio nell’universo, presente dappertutto e visibile in nessun luogo. Essendo l’arte una seconda natura, il creatore deve agire con procedimenti analoghi. Che una impassibilità nascosta ed infinita s’avverta in tutti gli atomi, da tutti gli aspetti. L’effetto, per lo spettatore, dev’essere una sorta di sbalordimento». Naturalmente, il mito della “imparzialità” è smentito non solo dalla trama, ma anche dalla forma e dagli affetti che vi sono espressi, come nel romanzo pubblicato a puntate sulla “Revue de Paris” tra il 1851 e il 1856, la Madame Bovary del 1857, che costò all’autore il celebre processo con l’accusa d’immoralità. «Nel fondo della sua anima, Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Come i marinai in pericolo, volgeva gli occhi disperata sulla solitudine della sua anima e cercava, lontano, una vela bianca tra le brume dell’orizzonte. Non sapeva che cosa l’aspettasse, quale vento avrebbe spinto quelle vele fino a lei, su quale riva l’avrebbe portata, né sapeva che cosa l’aspettasse, quale vento avrebbe spinto quelle vele fino a lei, su quale riva l’avrebbe portata, né sapeva se sarebbe stata una scialuppa o un vascello a tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino ai bordi». Continua a leggere