Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Max Horkheimer e l’ascesi schopenhaueriana: un’analisi

 

>di Giacomo Maria Arrigo*

 

1. Oblio dell’uomo

Parlare di ascesi in Max Horkheimer (1895-1973), è una provocazione, oltreché una forzatura. In Schopenhauer la liberazione dalla volontà di vivere assume connotati ben precisi che non trovano posto nel pensiero dei francofortesi, men che meno in Horkheimer. Ma un certo rimando alla dottrina espressa nell’ultimo libro del Mondo come volontà e rappresentazione è nondimeno rinvenibile, sebbene con difficoltà, fra le pagine del fondatore della Scuola di Francoforte, ed è quello che cercheremo di presentare in questo paper, fermo restando la problematicità di un simile accostamento. Il termine “ascesi”, come vedremo, verrà utilizzato in un senso tutto nuovo, lontano dalla concezione filosofica schopenhaueriana, in una forma più accessibile alla mentalità contemporanea.

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Parole di fuoco. Considerazioni sciolte su Gli incendiati di Antonio Moresco

> di Luca Ormelli

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«Certo non è una filosofia, io aborro la filosofia, è tanto tempo che non dice più niente di interessante» [Jacques Lacan]

Che la filosofia non abbia oggi più alcun senso e dunque che non se ne possa né parlare né, tantomeno, scrivere è drammaticamente evidente a chiunque, della filosofia, abbia conservato una visione netta, scevra dai compromessi, “hegeliana”, se a questo qualificativo attribuiamo valore di “olistico” e “assolutizzante”: «Severino e la non esistenza del dolore: mi immagino suo antagonista in un dibattito televisivo, mentre gli sferro un violentissimo calcio nei coglioni. “Ora, Maestro, è forse nella condizione migliore per illustrarci – gli chiederei un istante dopo, con argomentazione volgare – quella sua teoria sul dolore eternamente oltrepassato dalla gioia, essenza nascosta dei mortali“» [Antonio Moresco, Lettere a nessuno]. Continua a leggere


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La macchina del mito – la cura: critica della ragion psicologica

> di Sandro Vero*

«Dopo tutto siamo la sola civiltà in cui delle persone
specialmente addette sono retribuite
per ascoltare ciascuno confidare il proprio sesso…»

Michel Foucault

È bene chiarire sin da ora che la scelta di centrare il discorso inerente il mito della cura sulla psicologia è una scelta non casuale o, in alternativa, dettata da motivi esterni alla struttura logica del nostro lavoro. La psicologia è, senza alcun dubbio, la disciplina che meglio incarna un certo modo di articolarsi del mito dell’individuo, specie come lo abbiamo visto agganciarsi ai temi del potere, nel momento specifico della sua sussunzione come “organismo malato”, dunque bisognoso di essere preso in carico in un’ottica terapeutica. La radice profondamente ideologica dei suoi fondamenti teorici sopravanza notevolmente quelle di discipline contigue come la sociologia e l’antropologia, che pure mantengono un rapporto stretto con la prospettiva storica. Continua a leggere


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La macchina del mito – la nascita dell’individuo

> di Sandro Vero*

«La specificità del potere capitalistico non deriva da una
semplice accumulazione di potere d’acquisto,
ma dalla capacità di riconfigurare i rapporti di potere
e i processi di soggettivazione»
Maurizio Lazzarato [1]

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1. La cultura occidentale ha da tempo occupato precise postazioni, dalle quali guarda intorno col piglio sicuro di coloro che non ammettono dubbi, che non tradiscono tentennamento alcuno. Il rapporto con la natura, che da cinque secoli almeno è caratterizzato da un’aggressività totalmente funzionale ai modi in cui si è dato il rapporto produttivo nella sua società, è la prima di esse [2]. La scissione corpo/mente, che ha statuito una separazione ontologica curiosamente contrapposta alla confusione – anche questa funzionale alle logiche del profitto nel contesto produttivo – fra natura e cultura, ovvero fra natura e storia, è la seconda [3]. La progressiva de-temporalizzazione del rapporto fra passato (ovvero tradizione) e futuro (ovvero progresso), che ha impresso una formidabile accelerazione/immobilizzazione del tempo come vissuto, è la terza [4]. La trasformazione dell’immagine del mondo, che da luogo rappresentabile solo come disegno è divenuto spazio dicibile solo in quanto modificato, è la quarta [5]. Continua a leggere


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Quattro differenti forme di luddismo di fronte alle macchine nella filosofia andersiana

> di Giorgio Astone*

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1. Introduzione

Nel pensiero di Günther Anders argomentazioni filosofiche si fondono alla narrativa: concetti nuovi o rielaborati vengono espressi egregiamente tramite la creazione di personaggi ambigui, tesi fra la realtà della cronaca e delle esperienze personali dell’autore e parossismi idealizzati se non, in alcuni casi, favole [1].
Tuttavia ciò non pregiudica la serietà e la drammaticità che tali figure letterarie incarnano. Nell’insieme della raccolta di saggi dell’opera principale di Anders, L’uomo è antiquato, è possibile seguire le tracce di tre di esse per ricomporre in un unico quadro le diverse forme di frustrazione e malessere che l’uomo moderno prova nella società tecnocratica per la sua mancanza di libertà e per l’incapacità d’essere, anch’egli, una macchina perfettamente funzionante.

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L’uomo flessibile. Riflessioni su uno studio di Richard Sennett

> di Alberto Rossignoli*

I grandi uomini d’affari e i giornalisti insistono molto sulla globalizzazione e sull’impiego delle nuove tecnologie come tratti caratteristici del capitalismo (post-capitalismo?) contemporaneo. Ciò è abbastanza corretto, ma tralascia le nuove modalità di organizzazione del tempo, in particolare del tempo di lavoro.

Il “lungo termine” sembra essere scomparso: nel mondo del lavoro odierno sta sparendo la tradizionale carriera condotta nei corridoi di una o due aziende e la medesima cosa accade allo sviluppo di un insieme di competenze durante il corso di una vita lavorativa.
L’economista Bennett Harrison crede che la causa di questa tendenza al cambiamento sia il desiderio di profitti rapidi.
È chiaro che, in un contesto di rapidi cambiamenti, vacilla lo sviluppo della fiducia informale.
Secondo il sociologo Mark Granovetter, le moderne reti organizzative sono caratterizzate dalla “forza dei legami deboli”: per la gente, i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo termine. Continua a leggere


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Tempi moderni. Note a margine alla Krisis di Edmund Husserl

> di Stefano Scrima*

Edmund Husserl

Quella che l’Ottocento e le sue mitologie – Idealismo e Positivismo – lasciano in eredità all’Occidente è una crisi profonda, che, avvolgendo radici e tronco dell’albero della conoscenza, non può che produrre rami marci, che quando non sono marci, come nel caso del successo delle scienze, hanno comunque perso ogni contatto vitale col resto dell’albero, facendo così perdere anche le tracce della loro ragion d’essere. Nel XIX secolo si perse qualcosa di fondamentale: il senso per cui fu sviluppata la nuova tecnica fondata sulla ragione regolatrice dell’uomo. Lucide testimonianze di questa frattura sono le conferenze che Edmund Husserl tenne a Praga nel 1935-36 sotto il nome di Crisi delle Scienze Europee. L’analisi husserliana è un drammatico tentativo di richiamare l’attenzione sulla pericolante instabilità che il secolo del Positivismo, della febbrile rincorsa alla specializzazione scientifica animata dal sempre più pervasivo mito del progresso, aveva apportato all’umanità intera.

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Intorno a La condizione postmoderna di Lyotard

> di Dario Lodi*

Il filosofo francese Jean-François Lyotard (1924-1998) è noto soprattutto per il suo libro di rottura La condizione postmoderna (Feltrinelli, Milano, 2002) intendendo la modernità finita dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare negli anni ’60. Perno del concetto è l’avanzare della tecnologia robotica e la conseguente spersonalizzazione della classica personalità umana. Quest’ultima è ben rappresentata dall’Umanesimo e dalla scienza susseguente, culminate con le sistemazioni intellettuali effettuate dal razionalismo inglese e dall’Illuminismo francese di metà ‘700, in concomitanza con l’avvento della Rivoluzione industriale. Continua a leggere


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Capitalismo, religione, follia: la società del debito

> di Andrea Sartori*

A scena aperta: una domanda di partenza

Nel recente romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti – curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani della Mondadori – è evocato un episodio di corruzione che ha i tratti epifanici della grazia: «Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione» [1]. Protagonista di un gesto così religiosamente significativo da meritare d’essere ricordato sulla fascia dipinta che correda il piede di una pala d’altare, è Morgan, rampollo d’una famiglia mafiosa. Tommaso – broker d’assalto in cerca di utili consigli – lo interpella in qualità di teorico del nuovo capitalismo monetario (creditizio e portatore d’interessi), ovvero di quell’età dell’economia moderna, la cui principale leva per il profitto non coincide con lo sviluppo dell’industria garantito dallo sfruttamento del lavoro, né con lo scambio delle merci sospinto dal consumo, ma con il debito fine a se stesso sugli interessi di un capitale in buona sostanza lasciato inerte [2]. Nei mercati in interconnessione globale, infatti, sono ormai solo i valori nominali a essere vorticosamente spostati da un capo all’altro del mondo; per questo l’immagine del capitale a oggi più attuale – una massa immobile, improduttiva, attorno alla quale ronzano opportunisti e speculatori – è forse ancora quella scatologica allusa dal titolo del profetico romanzo del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale.

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