Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (2/2)

 

 

>di Giuseppe Brescia*


5. Cervantes e l’Italia: la “carità del natìo loco”

Non è che ci sia – dunque – l’ideale romantico nella Prima parte; e l’ironia o satira, invece, e prevalentemente, nella Seconda, del Don Chisciotte (Goethe). Abbiamo visto, certo per saggi, come l’intento parodistico sia parlante anche nel Volume 1 (Episodio della Biblioteca, al capo sesto). Pure, rimane il grande, fondamentale, in-audito, problema ermeneutico: del tipo di rapporto, che l’autore stabiliva tra il primo e il secondo volume, dilatato nella estensione (settantaquattro capitoli, rispetto a cinquantadue) e modificato nel ritmo, rispetto alla stesura del 1605.

Ma prima di tentare ulteriore, e forse nuovo, approfondimento sul punto, è bene sostare ancora nel rapporto di Cervantes all’Italia, alle sue lettere e arti, ed al Furioso in particolare.

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Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (1/2)

> di Giuseppe Brescia*

“Il poeta cristiano Ludovico Ariosto, a cui, se lo trovo qui a parlare in altra lingua che la sua,

non serberò alcun rispetto; ma se parla nel suo idioma, lo tratterò con ogni riguardo”

“E lo stesso accadrà a tutti quelli che vorranno tradurre in altra lingua libri di versi”

(Miguel de Cervantes, Capitolo sesto del Volume 1 del Don Chisciotte)

“Vedi Azzo sesto, un de’ figliuoli sui,/ Confalonier de la Cristiana croce:/

Avrà il Ducato d’Andria con la figlia/ Del secondo Re Carlo di Siviglia”

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, III, str. 39)

“ Ah se il nostro genio fosse un poco di più genio!” (Ralph Waldo Emerson)

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José Ortega y Gasset, Meditazioni del Chisciotte, a cura di Armando Savignano, Mimesis, Milano-Udine 2014

> di Stefano Scrima *

Meditazioni del Chisciotte (1914) è l’opera prima di José Ortega y Gasset, uno dei più brillanti scrittori del Novecento spagnolo. Egli stesso tiene a precisare che questo suo lavoro è composto da saggi mossi da desideri filosofici, ma non sono filosofia, perché difettano di prove scientifiche esplicite. Ad ogni modo, in queste meditazioni ritroviamo in nuce tutto il pensiero che caratterizzerà la produzione letteraria del madrileno negli anni a seguire. A muoverlo nel profondo è l’intraprendenza del “nuovo tentativo spagnolo”, ovvero quello di spronare il suo Paese a una rinascita, una presa di coscienza del suo valore per farsi grande, o quantomeno per non fossilizzarsi in una cultura che perde la sua ragion d’essere rimanendo sospesa nel passato.
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Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà

> di Pietro Piro*

Tutti i grandi sognatori aspirano a realizzare i propri sogni, a rivestire le
proprie chimere di carne e sangue, proponendo al mondo un modello di uomo
diverso e superiore rispetto a quello attuale, creatore di una corrente di vita
poderosa e distruttrice delle barriere innalzate dal sentimento, dagli interessi
e dalla tradizione. Sembrerebbe che sia la stessa idea che aspira a consolidarsi
nella materia che, nata nel cervello come lontano eco della realtà, fatica per
ritornare alla sua fonte e ad ergersi a tiranna e maestra della natura stessa.
Quest’importante legge psicologica, ben conosciuta da Cervantes,
si realizza in Don Quijote

[S. Ramón y Cajal, Psicologia del Don Quijote e il Quijotismo]

I.
In una recente intervista, rilasciata in occasione della pubblicazione di una nuova edizione italiana [1] del Don Chisciotte, – da lui curata – il filologo spagnolo Francisco Rico Manrique ha dichiarato che: «Il libro non esprime chissà quali idee filosofiche, la sua unica filosofia è il realismo» [2]. L’affermazione, criticabile o accettabile, non tiene conto di un aspetto che non smette di suscitare interesse: si tratta di un’opera-specchio, dentro la quale ognuno scorge, in un gioco sottile di luci e ombre, la propria anima – o meglio – la fase di sviluppo interiore in cui si trova la propria anima nel momento in cui si scontra con il testo cervantino.
La dimostrazione di questo nostro assunto è rintracciabile nel denso libro scritto da Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà [3]. Il libro, ripercorre le tappe attraverso le quali alcuni grandi interpreti del Quijote – in prevalenza filosofi spagnoli che scrivono nella prima metà del novecento – attraverso la loro abilità ermeneutica, mettono a nudo il proprio pensiero e in un gioco delle parti, rivelano aspetti profondi e fecondi della propria personalità. Il libro dunque, pur analizzando le diverse sfumature ermeneutiche dell’opera cervantina, ci permette di accostarci a figure del pensiero filosofico spagnolo la cui opera appare – grazie all’asse di rotazione simboleggiata dal Quijote – in fecondo dialogo con il passato e preoccupata di ricercare le radici di una propria identità per affrontare le sfide del cambiamento e della modernità incombente.

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