Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Semeiotica esistenziale e disvelamento del Novecento in “Addio alle armi” (E. Hemingway)

>Giuseppe A. Perri*

1. In uno dei finali più desolanti della storia della letteratura, Hemingway fa dire al protagonista di Addio alle Armi nell’accomiatarsi in ospedale dal corpo della sua donna morta di parto: «fu come salutare una statua». Si tratta di uno dei segni di cui è disseminato il romanzo e che il protagonista segnala al lettore più volte, seccamente ma consapevolmente, mettendolo al corrente della sua progressiva decifrazione del mondo. Lo stesso Hemingway aveva detto che Addio alle armi era la descrizione dell’educazione sentimentale del protagonista e, anche se non aveva amato l’omonimo romanzo di Flaubert (Cfr. Ben Stoltzfus, Hemingway and French Writers, Kent, Ohio, 2012, p. XVII. Anche se Hemingway inserì quest’opera nell’elenco dei libri che ogni scrittore dovrebbe leggere, redatto nel 1935), nella lista dei possibili titoli del romanzo c’era anche un ipotetico «L’educazione sentimentale di Frederic Henry» (Nella III Appendice dell’edizione critica dell’opera, uscita nel 2012 nella The Hemingway Library Edition, sono riportati tutte le ipotesi di titolazione contenuti in un manoscritto dell’autore; E. Hemingway, A Farewell to Arms, New York 2012, p. 324). Continua a leggere

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Undici parole

>  di Andrea Sergi*

giustizia-bendata

 

UNDICI PAROLE – Prima parte

Le parole di maggior valore sono le più estese semanticamente, ed al contempo le più benefiche, per l’anima individuale e per la collettività. Tutti dovremmo averne un concetto chiaro ed esprimibile, ma non pare sia così. Se chiedessimo di definire queste parole ad un certo numero di persone scelte a caso, ovunque ci si trovi, ascolteremmo in molti casi risposte risalenti alla dottrina religiosa insegnata loro da bambini, o che si sono scelta da adulti, secondo vari gradi di convinzione. Qualcuno non avrebbe granché da dire, ma troveremmo anche quelli che partono all’attacco, che negano la bontà o l’esistenza stessa dell’amore, della felicità, della giustizia, della libertà, della verità, che se la prendono con la vita e con l’esistenza stessa: tra le parole comprese nel dizionario aureo, costoro salverebbero forse il piacere, ma in un’accezione tanto ristretta da far sembrare spirituali persino i Cirenaici dell’antica scuola. Trovare una concezione nitida, razionale, logica di quei termini non è facile e, per alcuni, nemmeno desiderabile. Quel che di mostruoso è avvenuto nell’età contemporanea, come le guerre mondiali, l’invenzione delle armi nucleari e i danni agli ecosistemi, secondo certe correnti di pensiero, sarebbe da imputarsi proprio alla cosiddetta razionalità occidentale. Con questa espressione non si vuol certo intendere che esistano tante diverse razionalità quanti sono i punti cardinali; piuttosto, anziché come una preziosa acquisizione della cultura occidentale, la sovranità della ragione è giudicata alla stregua del canto delle sirene, qualcosa che seduce ed uccide. È una delle possibili reazioni al mix di meraviglie e disastri risultante dalla situazione in cui versa la coscienza collettiva in questa fase storica, tra un primato della religione ormai inattuale ed un primato della ragione ancora potenziale e controverso. Il conflitto globale delle idee vede in campo più parti: c’è chi pensa di uscirne rilanciando la sottomissione alla fede, popolare od esoterica che sia, e chi ritiene si debba invece ragionare di più e meglio, procedere con la ricerca scientifica ed insieme con la riflessione filosofica, facendo altresì tesoro dell’esperienza negativa, senza altri ritardi. Gli uni e gli altri convergono nell’esecrazione di una terza classe, quella di chi si concentra solo sul vantaggio immediato e privato, grande o piccolo che sia, che sanno trarre dal sistema capitalistico globale, senza preoccupazioni quanto alla giustizia, alla pace ed all’ambiente. Tutti quanti sono infine additati come poveri illusi da chi vede certa e non lontana la definitiva catastrofe del mondo. Ognuno di noi, più o meno consciamente e coerentemente, non può che porsi in una di queste posizioni. Dalle pagine che seguono, spero che la mia risulti chiara ed avvalorata. Continua a leggere


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Logica, il problema della verità. Un classico Mursia di Martin Heidegger

> di Paolo Calabrò

Il problema fondamentale della filosofia è quello del rapporto tra il Pensiero e l’Essere. E se la logica è lo studio delle leggi necessarie del pensiero, per dirla con il padre della critica moderna, allora il problema di quel rapporto è il problema della logica. Ma che cos’è la logica, quando la si indaghi a fondo e da vicino? In quale relazione è, fin dall’origine, con il logos? Può essere esaurita in una serie di regole, per quanto ampia, o va indispensabilmente tenuta aperta e in itinere? Domanda da porre soprattutto quando si tiri in ballo la temporalità: perché se l’Essere evolve nel tempo e il Pensiero, in qualche modo, ne segue le vie… come non immaginare che anche il legame tra i due (cioè quel legame che abbiamo chiamato, appunto, logica), evolva con essi? Continua a leggere


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Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte seconda

> di Leonardo Marcato*

Il primato ontologico del Pensiero: la scienza moderna
Nella prima parte di questo articolo si è cominciato a mostrare come Panikkar rifiuti il modo con cui la civiltà occidentale, nel corso dei secoli, ha costruito la propria struttura riconoscendo l’identità tra Pensare ed Essere, sin dal dettato parmenideo del frammento 3 Diels-Kranz, sempre in una direzione che parte dal pensare e giunge ad in-formare l’essere. In un certo qual modo, quindi, accettare acriticamente il dogma parmenideo significa donare una priorità non solamente gnoseologica ma anche ontologica alla capacità razionale umana di analizzare in senso logico ogni dato, empirico e non. E se qualcosa non è pensabile secondo i canoni della razionalità e della logica, sembra provocatoriamente dire Panikkar, allora non esiste: ad esempio, parlando del divenire, nel primo tomo del decimo volume che raccoglie le Gifford Lectures l’autore ricorda:

«Zenone di Elea, da bravo allievo di Parmenide, negherà il movimento (e, in ultima analisi, il Divenire) perché la nostra mente non può comprenderlo» (RPOO X/1, p. 133). Continua a leggere


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Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima

> di Leonardo Marcato*

Il convitato di pietra
Più di dieci anni fa fu organizzato un incontro tra due pensatori contemporanei la cui influenza continua ad essere fortemente presente in quegli ambiti di cui si sono occupati ed in quelle vite che il loro passaggio ha incrociato. Nell’aula magna dello IUAV, il 9 marzo 2004 a Venezia, Emanuele Severino e Raimon Panikkar si incontrarono dopo oltre trent’anni (la prima volta avvenne a Roma, in occasione dei famosi Colloqui Castelli, come loro stessi ricordarono in quel momento); ed è di quest’anno, finalmente, la pubblicazione del testo di quell’incontro. Leggere gli scambi di battute, le domande, le risposte ed il rispettoso disaccordo tra i due protagonisti restituisce almeno parzialmente l’atmosfera di quel giorno e la forza delle questioni sul tavolo. Uno dei punti dove la discussione si è fatta più serrata ed interessante, come emerge dal testo e come sottolineato nel commento scritto da Luigi Vero Tarca che accompagna il volume, è la metafora della rete e del mare. Per riassumere quello scambio, Severino sostiene che quando si va a pesca la rete cattura sempre il mare, e se qualcosa esce dalla rete dev’esserci una super-rete che comunque permette di comprendere il mare. Panikkar ribatte sostenendo che anche se si andasse a pesca, ci sarebbero comunque pesci catturati e pesci di cui non si sa nulla, perché escono dalle maglie della rete; il mare non sfugge né è preso, semplicemente sta – e comunque, lui non ha reti per pescare (Panikkar, Severino 2014, pp. 27-33). Continua a leggere


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Pittura e filosofia in Malevič. Un libro Carocci di Giuseppe Di Giacomo

> di Paolo Calabrò

Fin dalla scoperta della prospettiva, l’arte è stata intesa come rispecchiamento della realtà: il quadro perfetto è quello in grado di dileguarsi – in quanto quadro – per far apparire la realtà stessa. Il Novecento interrompe bruscamente questa tradizione secolare e ne inverte la tendenza: il quadro comincia ad assumere importanza intrinseca, per ciò che costituisce e non per ciò che rappresenta. La forma comincia a prende il sopravvento sul contenuto: le rappresentazioni diventano sempre più incomprensibili e irraggiungibili (dalle anarchiche pitture astratte alle provocatorie opere seriali di Duchamp). La filosofia conquista spazio in pittura in forma di rivendicazione di autonomia dall’oggetto e dalla contingenza; non a caso è un momento molto fertile per il genere del trattato filosofico a sfondo artistico, di cui i pittori sono i primi e più assidui estensori.

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