Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Immagini della vis veritatis: forza e pericolo nella metaforologia blumenberghiana

> di Giorgio Astone*

Hans-Blumenberg-Lubbeck

Abstract

In this article we’ll analyze some of the ‘methaphorogical’ processes, illustrated by the German philosopher Hans Blumenberg in his work “Paradigmen zu einer Metaphorologie” (1960). Particularly, in the first chapter we’ll step into the concept of “Truth” and its power in the metaphoric sense of “light”, “revelation” and “human labour”; the second will concern two of the most important paradigmatical shifts at the threshold of modernity: from an organicistic view to a mechanicistic one, and from the Tolemaic astronomic organization to the Copernican model. In the end of the essay, there’ll be a general presentation of Blumenberg’s hermeneutic method of philosophical research. Continua a leggere


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La macchina del mito – la cura: critica della ragion psicologica

> di Sandro Vero*

«Dopo tutto siamo la sola civiltà in cui delle persone
specialmente addette sono retribuite
per ascoltare ciascuno confidare il proprio sesso…»

Michel Foucault

È bene chiarire sin da ora che la scelta di centrare il discorso inerente il mito della cura sulla psicologia è una scelta non casuale o, in alternativa, dettata da motivi esterni alla struttura logica del nostro lavoro. La psicologia è, senza alcun dubbio, la disciplina che meglio incarna un certo modo di articolarsi del mito dell’individuo, specie come lo abbiamo visto agganciarsi ai temi del potere, nel momento specifico della sua sussunzione come “organismo malato”, dunque bisognoso di essere preso in carico in un’ottica terapeutica. La radice profondamente ideologica dei suoi fondamenti teorici sopravanza notevolmente quelle di discipline contigue come la sociologia e l’antropologia, che pure mantengono un rapporto stretto con la prospettiva storica. Continua a leggere


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Tradire la propria lingua E. M. Cioran

> di Stefano Scrima*

libro cioran

Nella nota introduttiva a questo libretto a cura di Antonio di Gennaro, l’autore dell’intervista (rilasciata nell’autunno del 1985 presso l’Istituto Francese di Atene) Philippe D. Dracodaïdis ci dice come esista ancora un aspetto poco manifesto di Cioran, ossia l’uomo sorto dal tragico del pensiero balcanico, «la cui logica secerne il paradosso, l’assurdo, la complessità dell’evidenza e la verginità dell’invisibile» (p. 9). È grazie a queste radici che può formarsi uno Cioran per niente nietzscheano, «apostolo dell’impasse» (p. 10), indefesso contemplatore dell’inconveniente di essere nati. Ed è questo Cioran che emerge a tratti nelle risposte dell’intervista greca. Tuttavia, l’intento di Dracodaïdis è soprattutto capire le ragioni del rinnegamento della lingua rumena a favore del francese – Cioran, ormai stabilitosi a Parigi, inizierà a scrivere le sue opere nella lingua dei moralisti che più ama a partire dal 1949 –; ed è proprio questo il pretesto che ci porta sulle tracce delle sue origini balcaniche. Continua a leggere


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La macchina del mito – la nascita dell’individuo

> di Sandro Vero*

«La specificità del potere capitalistico non deriva da una
semplice accumulazione di potere d’acquisto,
ma dalla capacità di riconfigurare i rapporti di potere
e i processi di soggettivazione»
Maurizio Lazzarato [1]

09-KIEFER_-Humbaba-2009

1. La cultura occidentale ha da tempo occupato precise postazioni, dalle quali guarda intorno col piglio sicuro di coloro che non ammettono dubbi, che non tradiscono tentennamento alcuno. Il rapporto con la natura, che da cinque secoli almeno è caratterizzato da un’aggressività totalmente funzionale ai modi in cui si è dato il rapporto produttivo nella sua società, è la prima di esse [2]. La scissione corpo/mente, che ha statuito una separazione ontologica curiosamente contrapposta alla confusione – anche questa funzionale alle logiche del profitto nel contesto produttivo – fra natura e cultura, ovvero fra natura e storia, è la seconda [3]. La progressiva de-temporalizzazione del rapporto fra passato (ovvero tradizione) e futuro (ovvero progresso), che ha impresso una formidabile accelerazione/immobilizzazione del tempo come vissuto, è la terza [4]. La trasformazione dell’immagine del mondo, che da luogo rappresentabile solo come disegno è divenuto spazio dicibile solo in quanto modificato, è la quarta [5]. Continua a leggere


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Gli uomini questi mortali

> di Paolo Frigo*

Ci hanno detto che gli uomini sono mortali, che hanno visione del vero solo sul metro della propria finitudine. Ci hanno detto che una vita è fatta di un finito numero di anni e di un finito numero di giorni, che ogni giorno è un finito numero di ore, ogni ora un finito numero di minuti e così i minuti: ma di quanti istanti è fatto un giorno? Sarà possibile mai, elencare il numero e la qualità delle cose che, in un solo Istante, stanno? E nell’immensità di tutte le cose che in un solo attimo esistono, può essere individuata quella in cui quell’attimo ha fine? Se l’Infinito è il contenuto del Finito, è lecito parlare di finitezza?

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Due tesi sulle parole – Parte II

> di Ezio Saia*

Di fronte alle analisi della filosofia “analitica” volte a chiarire l’inconsistenza di parole come “nulla” e frasi come “Il nulla c’è” non si può che registrare l’irresistibile tendenza ad assegnare nomi. Diamo nomi al nulla, al mistero, all’infinito, all’io, al non io, alle cose e alle non cose, alle variabili, ai quantificatori, alla fantasia ecc. Certamente diamo nomi a qualcosa di cui ignoriamo molto, il che non deve stupire perché accade per una quantità di concetti indefiniti e forse indefinibili dove il nome va a significare proprio quella non conoscenza che ci permette di citare, di poter parlare di certi eventi, fenomeni di cui poco si conosce oppure di contrassegnare dei limiti che non riusciamo ad oltrepassare o che sappiamo di non poter oltrepassare.

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