Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’inconfessato rapporto tra poesia e filosofia in María Zambrano

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di >Alessandro Pizzo*

Abstract: Secondo María Zambrano la filosofia e la poesia si sono separate in tempi remoti a seguito di una sensibilità differente e a partire da una diversa maniera d’intendere la visione della stessa realtà. In opposizione a questo vero e proprio “strappo originario”, Zambrano propone una sua visione originale, ovvero un pensiero poetante capace di riannodare i fili recisi di una storia comune.

Parole chiave: Zambrano; poesia; filosofia; realtà; pensiero poetante.

Introduzione

Secondo María Zambrano, in un tempo tanto mitico quanto storico i sentieri della poesia e della filosofia si separano sino a coprire con l’oblio la loro stessa unità originaria. Pur condividendo una medesima origine, l’una e l’altra si separano, non senza astio reciproco, e ciascuna trascende il punto di partenza per divenire altro, per tramutarsi in altro, per evolvere verso una differenza, più o meno marcata, scavando un profondo solco che separi quanto più entrambe dall’unità di partenza, ora irrimediabilmente perduta. Continua a leggere

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Alla ricerca del concetto di temporalità. Heidegger lettore di Kant

> di Giorgio Astone

 

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1. Introduzione

Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla ‘temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

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I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male secondo Giuseppe Brescia

> di Gianfranco Bosio*

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Dopo Il vivente originario (Albatros, Milano, 2013 con nostra “Prefazione”), e Tempo e Idee (Gazzaniga ed., Milano 2014), in questo suo ultimi e recentissimo libro Giuseppe Brescia (che tra l’altro è Presidente della “Libera Università G.B. Vico” di Andria ed è stato anche insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica), ci presenta una nutritissima rassegna di vedute e di risposte di grandi pensatori come Kant, Schelling, Nietzsche, Heidegger, Pareyson riguardanti la grande domanda sul “perché” del male nel mondo, nelle sue forme di “male metafisico”, “male morale” e “male fisico”. In primo piano si staglia la figura di J.F. Schelling, fra i cui scritti emerge soprattutto il trattato del 1809, Ricerche sull’essenza della libertà umana del 1809. Brescia rileva come il male sia intimamente ed essenzialmente connotato dalla libertà della volontà e dalla sua originaria spiritualità. Continua a leggere


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Il fondamento “patico” dell’ermeneutico. Uno studio Inschibboleth di Chiara Pasqualin

> di Paolo Calabrò

Heidegger distingue nella sua opera gli stati d’animo tanto dai sentimenti quanto dalle emozioni, designando quei primi con uno specifico termine: Stimmungen. Questo perché gli stati d’animo – a differenza di quanto sostiene gran parte della filosofia, sia classica sia moderna, per non parlare delle scienze – hannno a che fare direttamente con il modo in cui si entra in contatto con la realtà: essi incidono dunque sulla conoscenza delle cose da parte dell’uomo. Cioè con quello che, appunto, si chiama filosofia. Continua a leggere


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Il senso dell’esistenza. Per un nuovo realismo ontologico. Markus Gabriel e il realismo

> di Stefano Santasilia

Nel dibattito sul ritorno del realismo e sul nuovo realismo (nato, in Italia, “sotto le direttive” dell’oramai arcinoto Maurizio Ferraris), il testo di Gabriel si colloca come un momento di riflessione acuto e significativo. Difatti la riflessione del giovane filosofo tedesco non vuole porsi come un ritorno ad una forma di realismo dura, contrapposta semplicemente ad un possibile estremo costruttivismo. La questione è, più che altro, quella di riuscire a mostrare come non vi sia opposizione alcuna tra la condizione dell’immaginario e quella della conoscenza del mondo così com’è (considerando che tale conoscenza pur basandosi su presupposti immediati non si dà certo come diretta e scevra da precomprensione).
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Risposta alle imprecise precisazioni di Roberto Fai

> di Diego Fusaro*

L’articolo di Roberto Fai intitolato “Diego Fusaro e il ‘cortocircuito’ tra teoria e prassi” mi ha molto colpito. Mi ha colpito per varie ragioni, in primis perché mi fa specie che una rivista filosofica mi dedichi così tanta attenzione, manco fossi Heidegger o Adorno. In effetti, l’autore dell’articolo mi ha dedicato ingiustificatamente le attenzioni che andrebbero dedicate a pensatori di primo livello, ossia a quei pensatori che segnano il dibattito in modo indelebile, come appunto Heidegger o Adorno. Detto questo (e dunque espresso apertis verbis il mio stupore per le troppe attenzioni dedicatemi), mi permetto subito di dire, con altrettanta franchezza, che trovo poco corretto e serio il modo di procedere dell’articolo. Sono presi di mira i miei interventi televisivi, le mie interviste ai quotidiani siciliani, i miei post su Facebook: non si fa mai un cenno, dico uno, ai miei studi monografici, ai miei saggi scientifici, ciò su cui un pensatore – piccolo o grande che sia – deve essere giudicato.
Non so se Fai agisca in tal maniera perché non mi ha letto (e non vi è – sia chiaro – nulla di male: anche se, per criticare un autore, grande o piccolo, sarebbe sempre opportuno leggerlo) o perché, in effetti, è più facile decostruire un post di Facebook o una sparata televisiva rispetto a 500 pagine scritte e argomentate. Ad ogni modo, mi sia consentito dire che trovo profondamente irrispettoso tal modo di procedere. Anche perché poi alle mie battute televisive si contrappongono dotti passaggi di Roberto Esposito, Remo Bodei, Carlo Galli, evidentemente ritenuti degni – a differenza mia – di essere letti e citati. Ma tant’è.

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«Im Anfang war die Tat»: Ludovico Gasparini

> di Luca Ormelli

© Bruna Giacomini

© Bruna Giacomini

«Se si guarda dall’alto, da una prospettiva panoramica, le vie percorse dalla ricerca di Ludovico Gasparini, non si può non osservare come esse riprendano, riformulandola o esplorandone nuovi metodi di risposta, una medesima questione, affrontata sin dall’inizio, che concerne il significato della libertà»1.

1. Intelligo quia absurdum

«Gàr autò noeîn estín te kaì gàr eînai» lo stesso è il pensare e l’essere secondo Parmenide in ciò ripreso da Hegel. Ma pensare richiede sempre un oggetto tematico di conoscenza, di apprensione, un pensare-di-qualcosa fosse anche il pensiero medesimo, e dunque pensare di essere non è lo stesso che essere; diversamente ne risulterà un essere impuro in quanto dimidiato con il pensiero. Ciò che è è necessariamente 2, senza dunque dipendere da un pensiero altro che lo pensi: «solo nominare l’Altro, significa immetterlo nella sfera della soggettività, per quanti sforzi si facciano per conservarlo come Altro»3. Ma «se l’essere ha bisogno, in qualsiasi modo lo si intenda, esso cade immediatamente nella correlatività dei bisogni, che è la fonte della rettorica di Michelstaedter, e non può più sottrarsene, per quanto se ne differenzi»4. Perché «se “l’Assoluto solo è vero, o il vero è Assoluto”, poiché non è possibile che “l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra”, allora una volta tolto l’Assoluto, ovvero, una volta criticata la pretesa hegeliana che “l’amore del sapere” possa trasformarsi in “vero sapere”, la realtà stessa viene annichilita e non può più darsi in essa alcun criterio capace di distinguerla dall’immaginazione, se non il medesimo senso comune»5.

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“Ritiri Filosofici” incontra Emanuele Severino

Con grande piacere segnaliamo l’articolo degli amici di Ritiri Filosofici, resoconto dell’incontro e del colloquio intercorsi con il filosofo Emanuele Severino. Qui di seguito riportiamo l’introduzione e il link alla pagina in cui è possibile leggere il dialogo nella sua interezza.

Colloquio con Emanuele Severino

Primo febbraio 2014. Un lungo viaggio in auto ci porta a Brescia. Profondo settentrione d’Italia. La città ci accoglie, nel primo pomeriggio, fredda, con una leggera pioggia ed il cielo plumbeo. Attraversiamo corso Garibaldi, dove il grigio dei sampietrini è amplificato dalle pozze d’acqua. Gli abitanti di questa città stanno iniziando il pomeriggio libero, prima del sabato sera. Una passeggiata in centro, un caffè in un bar di piazza Pio VI, un giro in libreria. Noi ci posizioniamo in un B&B, con una finestrella che dà sui tetti di Brescia.
Bagnati, umidi, refrattari al calore. Quando attraversiamo le vie centrali della città, in largo anticipo – per goderci anche il luogo nel quale siamo venuti – sembra che le persone a passeggio stiano trascorrendo un pomeriggio di svago, di divertimento e di relax. Noi, come semplici turisti, guardiamo i palazzi di quella città lombarda, affascinante e anche un po’ magica. In realtà è per noi un giorno speciale, perché alle sei del pomeriggio abbiamo un appuntamento con Emanuele Severino. Ci accoglie a casa sua come fossimo due suoi amici. Con la cordialità e la signorilità che solo i grandi hanno. Ci accomodiamo in una splendida stanza, arredata da altissime librerie piene zeppe, da alcuni tappeti, da un pianoforte a coda e dall’Orfeo scolpito da suo figlio. Il tutto illuminato, soavemente, da alcune lampade. Sediamo su un divano rosso bordeaux, che fa angolo con due poltrone. Severino è curioso di sapere quali sono i nostri studi, il nostro ambito di ricerca. Ognuno di noi gli racconta, brevemente, ciò che studia e l’argomento sul quale sta lavorando per la tesi di laurea. Lui è interessato, regalandoci spunti possibili e consigli di lettura.

Comincia così il nostro colloquio con Emanuele Severino.


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Martin Heidegger, Il “Sofista” di Platone

> di Paolo Calabrò*

Martin Heidegger - Il Sofista di Platone

Dal 3 novembre 1924 al 27 febbraio 1925 Martin Heidegger tenne a Marburgo un corso sull’interpretazione del Sofista di Platone, preceduto da un’ampia discussione su Aristotele, basata in gran parte sull’Etica Nicomachea (Libri VI e X) e sulla Metafisica (Libro I).
Il “Sofista” di Platone, appena edito da Adelphi nella collana “Biblioteca filosofica”, pubblica tale corso per intero (54 lezioni) fondandosi – oltre che sul manoscritto originale del filosofo – sugli appunti delle lezioni forniti da Helene Weiß, Fritz Schalk, Simon Moser, Hans Jonas e dando luogo a un’esposizione compatta che spicca per la sua omogeneità e completezza (ad esempio, per fedeltà all’intento heideggeriano di «non far andare perduto neanche un singolo pensiero», il testo qui riprodotto contiene ogni singola annotazione del manoscritto originale).

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Dal divenire come Dio alla morte di Dio – parte I

> di Daniele Baron

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» [GENESI 3, 6-7]

«All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, polvere tu sei e in polvere tornerai”» [GENESI 3, 17-19]

«Il Signore Dio disse allora: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e dei male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita » [GENESI 3, 22-24][1]

1. Ab ovo

Alla fine dei tempi, o a quella che si percepisce come tale, come anche nelle epoche di profondo mutamento, spesso traumatico, si rende necessario interrogare l’origine per comprendere se non siano presenti fin da principio i segni della fine e per cercare strumenti allo scopo di penetrare meglio ciò che si vive. Ciò che sta idealmente all’inizio della nostra cultura è il racconto della Genesi, della creazione del mondo da parte di Dio. Oggi, dopo l’evento della morte di Dio, che dobbiamo intendere storicamente come fine di un’epoca ed apertura di un’altra ancora incerta nei suoi orizzonti, ci troviamo forse oltre la dialettica, classica nella nostra cultura, di origine e fine. Ciò significa che il ritorno all’origine avviene oggi in modo differente rispetto ad una volta: rileggere la parola della Bibbia può avere un che di ironico quando non si crede più alla verità, non solo letterale, ma anche spirituale e allegorica, del suo racconto. Tuttavia, io penso che il nuovo possa essere edificato solo attraverso la contezza di ciò che ci lascia orfani, più o meno smarriti e più o meno felici; probabile che una nuova interpretazione dell’origine possa acclarare la verità che permea la nostra epoca o almeno rendere palese ciò che la perdita dell’origine tende a far diventare inconscio. Continua a leggere


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Il pensiero è impuro. L’epistemologia relazionale di Raimon Panikkar oltre il “nuovo realismo”

> di Paolo Calabrò*

Di cosa è fatta la realtà?[1]

La realtà è fatta di relazioni[2] In quanto queste relazioni avvengono (si costituiscono, perdurano, si sciolgono) nel tempo, è possibile dire che la realtà è costituita da eventi. In questo senso ci si potrebbe anche spingere ad affermare che la realtà è una “creazione continua”[3]. Le cose non “sono” bensì, per così dire, “stanno essendo”.

Che cosa le relazioni, appunto, mettono in relazione?

Le cose. Non gli oggetti (che sono già le cose inquadrate nel mito[4] dell’oggettività) ma i simboli[5], le cose nella loro capacità di entrare in relazione con ogni altra cosa.

Queste “cose” o “simboli” esistono dunque in sé, pur avendo la possibilità di entrare in relazione?

Nulla esiste in sé. È esperienza diffusa e onnipresente che nulla si dia in sé, ma sempre insieme ad altro, in qualche relazione. Le relazioni preesistono ontologicamente alle cose: qualunque cosa nasca, per ciò stesso viene al mondo. Nulla nasce o esiste in vacuo. Le relazioni danno forma all’essere. Non c’è essere al di fuori delle relazioni[6]. Continua a leggere


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Orientamento psicoanalitico-psichiatrico e metodo fenomenologico-esistenziale

> di Omar Montecchiani*

Senza la pretesa di voler essere esaustivi, né di voler scendere nelle profondità e nelle ampiezze di un dibattito storico-culturale tanto lungo e controverso, l’intenzione è quella di ricondurre alcune basilari differenziazioni tra l’approccio psicoanalitico e psichiatrico e l’approccio fenomenologico-esistenziale, realizzando indicativamente alcuni postulati critici ed ermeneutici che hanno caratterizzato entrambe le metodologie lungo i loro differenti, reciproci percorsi.

Potremmo cominciare col dire che a differenza del primo, il metodo fenomenologico-esistenziale ha indagato e esplicitato nel modo più globale e penetrante il concetto di corporeità “vissuta”, di inter-relazionalità – di esistenza intesa nel senso più ampio e profondo del termine: cioè in senso ontologico, fenomenologico e trascendentale. Il corpo, secondo questo approccio, rappresenta l’inerire della propria soggettività al mondo della vita per il tramite di un’intenzionalità progettante/costituente, e rappresenta esso stesso il luogo di una correlazione primigenia intesa come apertura originaria tra intelletto e mondo [1]. Senza questa apertura originaria e questa interazione costante tra corpo e mondo, non potrebbe darsi un’esperienza soggettiva che tenga conto delle qualità differenziali dei soggetti coinvolti nell’interazione, ma solamente una oggettivazione astrattiva della idea di corpo e di mondo che, inevitabilmente, si trova a falsare la realtà e la complessità dell’esperienza personale del vivere. Continua a leggere