Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La Scienza Storica del Terzo Millennio. Il mestiere dello storico nei tempi del cambiamento climatico

> di Roberta Rio*

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1. «Mamma, spiegami allora a che serve la storia».

Il mestiere dello storico nei tempi del cambiamento climatico

Non me ne vogliano Marc ed Étienne Bloch se come titolo di questa mia riflessione ho scelto la frase incipit – opportunamente concordata al femminile – di quel capolavoro indiscusso che è l’Apologia della Storia.

Avevo tredici anni quando decisi che sarei diventata una storica. Esattamente dieci anni più tardi conseguii la laurea. Quell’amore – oggi come allora – accompagna la mia vita quotidiana. Non è un amore platonico, ma un amore vissuto che, per rimanere tale, ha richiesto e richiede, come in una relazione di coppia, una costante riflessione di senso.

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José Ortega y Gasset, Meditazioni del Chisciotte, a cura di Armando Savignano, Mimesis, Milano-Udine 2014

> di Stefano Scrima *

Meditazioni del Chisciotte (1914) è l’opera prima di José Ortega y Gasset, uno dei più brillanti scrittori del Novecento spagnolo. Egli stesso tiene a precisare che questo suo lavoro è composto da saggi mossi da desideri filosofici, ma non sono filosofia, perché difettano di prove scientifiche esplicite. Ad ogni modo, in queste meditazioni ritroviamo in nuce tutto il pensiero che caratterizzerà la produzione letteraria del madrileno negli anni a seguire. A muoverlo nel profondo è l’intraprendenza del “nuovo tentativo spagnolo”, ovvero quello di spronare il suo Paese a una rinascita, una presa di coscienza del suo valore per farsi grande, o quantomeno per non fossilizzarsi in una cultura che perde la sua ragion d’essere rimanendo sospesa nel passato.
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Il senso del celeste e i princìpi vichiani in James Joyce

> di Giuseppe Brescia*

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L’autonomia della poesia; la distinzione tra “persona pratica” e “personalità artistica” nello Shakespeare; l’interpretazione della legge dei “corsi e ricorsi storici”, come esigenza del perpetuo rinnovarsi di idealità spirituali e non meccanica ripetizione di fatti e accadimenti storici; la necessità, per non lasciarsi sopraffare, di contrapporre “forza a forza”, puntando però sempre al riscatto del cielo e dell’amore (“Love loves to love love”); il divario tra le “res gestae” e le “res gerendae” (“the irreparability of the past” e “the imprevedibility of the future”) nel corso dell’addio, al numero 7 di Eccles Street, tra Leopold Bloom e Stephen: – sono, questi, soltanto alcuni dei più importanti princìpi vichiani, e d’interpretazione vichiana, adottati da James Joyce in Ulysses (1922, ed. Penguin, London 1992, pp. 236 e 241-242; 490-492; 427-433; 816 sgg.), più tardi in Finnegans Wake, del 1939, il cui quarto libro è dedicato, propriamente, a “Il Ricorso”.

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Il progetto uomo di Arnold Gehlen

> di Giuseppe Savarino

Non si può parlare di Arnold Gehlen (1904-1976) senza fare riferimento a J. G. Herder (1744-1803) da un lato e Max Scheler (1874-1928) dall’altro.

Il primo fu allievo di Kant all’Università di Königsberg, contemporaneo di Diderot e D’Alembert, nazionalista, anti-illuminista (più esattamente anti-enciclopedista) ma nonostante ciò massone umanista sui generis.
Un personaggio singolare, insomma.
Herder sottolineò, forse il primo a farlo, un fondamentale aspetto della natura umana: l’uomo è stato in grado di compensare un’evidente e quasi inquietante debolezza biologica e carenza fisica con delle capacità razionali e linguistiche (un proto-Wittgenstein?).

Il secondo, Max Scheler, soprannominato da Troeltsch il “Nietzsche cattolico” (benché figlio di un’ebrea e di un protestante), fu autore de La posizione dell’uomo nel cosmo, testo fondamentale – se non fondante – dell’antropologia filosofica, che faceva il verso a Il posto dell’uomo nella natura del darwiniano Thomas Henry Huxley (valido scienziato praticamente sconosciuto in Italia) che affermava, diversamente dal primo, l’animalità dell’uomo.

Assieme a Scheler e a Helmut Plessner, Gehlen è considerato il fondatore di questa affascinante scienza della natura umana che ha provato a dare una risposta ontologica all’idea di uomo. Non che corresse buon sangue fra questi ultimi tre (escludo Herder perché cronologicamente precedette gli altri; di fatto solo un precursore dell’antropologia filosofica, al pari dell’idealista Schelling, almeno secondo G. Cusinato): si rinfacciarono più volte accuse di plagio per l’utilizzo di materiali e teorie spacciate per proprie.

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Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà

> di Pietro Piro*

Tutti i grandi sognatori aspirano a realizzare i propri sogni, a rivestire le
proprie chimere di carne e sangue, proponendo al mondo un modello di uomo
diverso e superiore rispetto a quello attuale, creatore di una corrente di vita
poderosa e distruttrice delle barriere innalzate dal sentimento, dagli interessi
e dalla tradizione. Sembrerebbe che sia la stessa idea che aspira a consolidarsi
nella materia che, nata nel cervello come lontano eco della realtà, fatica per
ritornare alla sua fonte e ad ergersi a tiranna e maestra della natura stessa.
Quest’importante legge psicologica, ben conosciuta da Cervantes,
si realizza in Don Quijote

[S. Ramón y Cajal, Psicologia del Don Quijote e il Quijotismo]

I.
In una recente intervista, rilasciata in occasione della pubblicazione di una nuova edizione italiana [1] del Don Chisciotte, – da lui curata – il filologo spagnolo Francisco Rico Manrique ha dichiarato che: «Il libro non esprime chissà quali idee filosofiche, la sua unica filosofia è il realismo» [2]. L’affermazione, criticabile o accettabile, non tiene conto di un aspetto che non smette di suscitare interesse: si tratta di un’opera-specchio, dentro la quale ognuno scorge, in un gioco sottile di luci e ombre, la propria anima – o meglio – la fase di sviluppo interiore in cui si trova la propria anima nel momento in cui si scontra con il testo cervantino.
La dimostrazione di questo nostro assunto è rintracciabile nel denso libro scritto da Armando Savignano: Don Chisciotte. Illusione e realtà [3]. Il libro, ripercorre le tappe attraverso le quali alcuni grandi interpreti del Quijote – in prevalenza filosofi spagnoli che scrivono nella prima metà del novecento – attraverso la loro abilità ermeneutica, mettono a nudo il proprio pensiero e in un gioco delle parti, rivelano aspetti profondi e fecondi della propria personalità. Il libro dunque, pur analizzando le diverse sfumature ermeneutiche dell’opera cervantina, ci permette di accostarci a figure del pensiero filosofico spagnolo la cui opera appare – grazie all’asse di rotazione simboleggiata dal Quijote – in fecondo dialogo con il passato e preoccupata di ricercare le radici di una propria identità per affrontare le sfide del cambiamento e della modernità incombente.

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