Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Quei che volontier perdona

“Quei che volontier perdona” – Abstract

Si è chiuso da poco tempo il Giubileo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco, ma ancora, inevitabilmente, resta aperta l’interrogazione su come poter intendere e interpretare la misericordia divina. Con quali parole, ad esempio, converrebbe tratteggiarla senza tradirla in pieno. Una delle poche certezze circa una tale riflessione è che ‘misericordia’ rimandi directe a un qualche cosa di fragile, facile da sgualcire con mere banalizzazioni, e che si mostra del tutto disarmato di fronte ai tentativi moderni di annichilimento. Forse per ciò stesso essa, qualunque ‘cosa’ sia, sembra aliena alla condizione umana esplicata nel contemporaneo e che si muove all’insegna di un continuo accrescimento della potenza. E nondimeno, a tutt’oggi, ‘misericordia’ smuove e impone l’interrogazione su di sé, non appena vi si porga pazientemente l’orecchio.
Ecco, in conformità con quanto detto, che nella Divina Commedia Dante fornisce storie di persone nel tentativo – coraggioso – di mostrare per immagini quel che ‘misericordia’ forse è. Non un discorso di matrice scolastica, soppesato logicamente, bensì una semplice esposizione di esperienze di misericordia. Un’operazione, quella condotta dal poeta fiorentino, che pretende di prendere forma al riparo da qualsiasi disputatio avanzata serratamente, dando luogo così a un ‘sussurrare’ sulla misericordia che tanto ricorda il ‘balbettio’ ammesso da Hans Jonas su Dio. Entrambi, in certo qual modo, desiderano dare voce alla possibilità, e non alla certezza matematicamente conquistata. Non v’è dimostrazione di spinoziana memoria, more geometrico.
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Da Aristotele a Ricoeur, storia di una giustizia dal volto umano

>di Piergiacomo Severini

 

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La società contemporanea vive nella diffidenza e nel sospetto che la sua storia, progressivamente votatasi al dominio individuale, ha lasciato germogliare. Viviamo in una realtà che ci richiama continuamente ai nostri doveri, che esercita diritti, sempre pronta a giudicare quanto viene fatto, analizzando nel dettaglio ogni passaggio del nostro operato. In tutto questo ragionamento, giudicare è la parola chiave; il verbo giudicare è esatto, definitivo, presuppone una certa distanza dall’oggetto preso in esame. Giudicare è effettivamente il verbo che descrive al meglio la condotta dell’uomo tipo di oggi: se a dominare è il timore, la paura che l’altro possa prevaricarmi, usarmi, oggettivarmi, l’unico rimedio a disposizione è il ricorso a leggi severe che tutelino i miei spazi, le mie libertà, le mie ragioni; una tutela in cui l’altro minaccioso viene a sua volta oggettivato, come minaccia senza volto né cuore. Il mondo si trasforma in un immenso tribunale, in cui ogni sentimento va rimesso in riga, ogni richiesta implicita non correttamente formalizzata viene condannata, ogni desiderio spontaneo deve fare i conti col diritto dell’altro, non con la sua comprensione. Giudicare, ancora, è il termine più azzeccato, perché alla vicinanza del riconoscimento si preferisce il distacco che appiattisce l’identità dell’altro ad un numero di diritti e doveri da rispettare. Questo perché, nel regno del sospetto, non ci si può concedere il lusso di aprirsi alla persona che si ha di fronte, è più vitale tenere alta la guardia e stare pronti ad evitare ogni attacco, per ricadere sempre in piedi.

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