Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Maurice Bellet introdotto da Paolo Calabrò

> di Daniele Baron

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Cosa accomuna l’economia, la psicoanalisi, la teologia, la filosofia, l’antropologia, la letteratura? Questo di primo acchito viene spontaneo domandarsi a uno sguardo di sorvolo sull’opera proteiforme di Maurice Bellet – filosofo, teologo e psicanalista francese – che si muove in tutti questi ambiti. Rimandando per il momento a dopo la risposta, ciò che voglio rimarcare ora è il fatto che la prima sensazione che ci donano la figura e l’opera di questo pensatore e scrittore è lo stupore per la sua versatilità, per la sua straordinaria capacità di cimentarsi con differenti ambiti, stili e saperi. La complessità del percorso di questo autore, ancora poco noto in Italia, è grande in primo luogo proprio in virtù di questo suo dono nello spaziare ed è pari alla sua originalità. Dobbiamo riconoscere, quindi, a Paolo Calabrò, nel suo La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell’umano di Maurice Bellet, Il Prato, 2014 Saonara (PD), un primo merito, quello di rielaborare un percorso ermeneutico “sistematico”, che ci dà una visione d’insieme e che coglie i principali nodi teoretici del pensiero di Bellet, organizzandoli per temi. Di fronte alla oggettiva difficoltà di trovare un bandolo, si tratta di un’ottima introduzione per inquadrarne il pensiero e per ricostruirlo nella sua totalità. Non una mera ripetizione o divulgazione, ma utile opera di appassionata sistemazione, spesso condotta su testi ancora non tradotti in Italia. Continua a leggere

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Quattro differenti forme di luddismo di fronte alle macchine nella filosofia andersiana

> di Giorgio Astone*

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1. Introduzione

Nel pensiero di Günther Anders argomentazioni filosofiche si fondono alla narrativa: concetti nuovi o rielaborati vengono espressi egregiamente tramite la creazione di personaggi ambigui, tesi fra la realtà della cronaca e delle esperienze personali dell’autore e parossismi idealizzati se non, in alcuni casi, favole [1].
Tuttavia ciò non pregiudica la serietà e la drammaticità che tali figure letterarie incarnano. Nell’insieme della raccolta di saggi dell’opera principale di Anders, L’uomo è antiquato, è possibile seguire le tracce di tre di esse per ricomporre in un unico quadro le diverse forme di frustrazione e malessere che l’uomo moderno prova nella società tecnocratica per la sua mancanza di libertà e per l’incapacità d’essere, anch’egli, una macchina perfettamente funzionante.

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L’inconscio può pensare? Un libro Moretti e Vitali a cura di Chiara Zamboni

> di Paolo Calabrò

L’inconscio: croce e delizia di almeno quattro generazioni di abitanti di questo pianeta, da oltre un secolo protagonista della scena intellettuale e medica. Oggi ben pochi sarebbero tanto temerari da negarne recisamente l’esistenza. Eppure la semplice dimostrazione del contrario è di per sé una chimera; figurarsi una “verifica sperimentale”. Dell’inconscio non abbiamo che la sua espressione fenomenologica, nel vissuto degli uomini e nell’esperienza verbalizzata degli ormai tantissimi che si sono affidati alla psicanalisi; al punto che diamo sempre più per scontata la sua influenza sull’attività cosciente (e da prima che le neuroscienze facessero i loro noti esperimenti al riguardo). Continua a leggere


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Resistenze. Sul concetto di analisi. Un libro Orthotes di Jacques Derrida

> di Paolo Calabrò

Alla psicanalisi si fa resistenza. Si resiste dall’esterno a questa scienza/non scienza dallo statuto ambiguo e dalle pretese preoccupanti (insomma: non dovrei avere io l’ultima parola su me stesso? Cioè: non dovrebbe averla il mio “Io”?); e si resiste dall’interno, in un ressa di teorie inconfutate e in buona parte incompatibili fra loro, ancora lontane dal trovare un accordo sui principi metodologici e perfino sugli obiettivi – nessuno ancora sa cosa sia la normalità o lo stato di buona salute mentale del paziente: la sua capacità di tornare al lavoro? La soppressione degli impulsi suicidi? Ma forse la più originaria e ferrea resistenza

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Cinque concetti proposti dalla psicoanalisi di François Jullien

> di Alessandra Peluso*

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Cinque concetti proposti alla psicoanalisi, di François Jullien, Editrice La Scuola 2014.     

Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto, che hanno avuto la sfortuna di essere stati gettati in un mondo privo di significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare una manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. A sostegno di un ordine necessario nella vita, suffragando in qualche modo il pensiero di Irvin D. Yalom, François Jullien propone al contrario “Cinque concetti alla psicoanalisi” perché si possa tendere alla vita – senza troppe complicazioni – accedendovi.
Questi cinque concetti: disponibilità, allusività, sbieco, de-fissazione e trasformazione silenziosa sembrano delimitarsi nel punto fisso dell’esistenza come una stella, una luce messianica che in qualche modo può supportare la psicoanalisi.

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Eric Kandel, L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai nostri giorni

> di Ruggero D’Alessandro*

Eric Kandel - L'età dell'inconscio

Uno dei segnali inequivocabili di un’epoca intessuta di fermenti artistici e riflessioni filosofiche, intensità letteraria e ricchezza musicale è l’apparire di opere capaci di rispecchiare e sintetizzare tali fermenti, gettando un ponte verso il futuro. Oggi, rileggere libri come La civiltà del Rinascimento in Italia di Jakob Burckhardt, la Breve storia della musica di Massimo Mila o Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna di Claudio Magris, collegare fra loro Cultura e rivoluzione industriale sulla scia di Raymond Williams permette di respirare un’atmosfera attraverso le sue migliori testimonianze. Ci sembra che il libro di Eric Kandel, L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai nostri giorni [Raffaello Cortina, Milano 2013] rappresenti un avvenimento non frequente in questi anni. Anzitutto per la ricchezza di collegamenti; poi per l’intensità multidisciplinare, per la forza con cui si abbattono gli steccati (purtroppo ancora esistenti e resistenti) fra le culture umanistica e scientifica (si pensi ad un testo che nel 1959 fa epoca: Le due culture, di Charles Percy Snow).

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Autorità e dipendenza nelle professioni di aiuto – Il paradigma del Counseling

> di Omar Montecchiani*

Dice Jung:

« […] è la personalità del terapeuta, con l’esperienza e l’analisi della propria sofferenza psichica, a fare il buon psicoterapeuta. La conoscenza tecnica è solo un supporto, anche se necessario» [1].

Questa affermazione, se presa in modo unilaterale e assolutistico, spinge alla deduzione di due affermazioni in se stesse paradossali:

1) La personalità del terapeuta e la conoscenza tecnico-teorica del suo impianto formativo, rappresentano due dimensioni della persona del terapeuta almeno parzialmente slegate tra loro, scisse, separate (al che verrebbe da domandarsi da che cosa).

2) La conoscenza tecnica, essendo un qualcosa che viene presentato come un “supporto” (“un’appendice” quasi), rispetto al rapporto terapeutico e alla efficacia terapeutica, e quindi implicitamente come un elemento “staccato” dalla personalità stessa del terapeuta, risulta essere, appunto, qualcosa d’impersonale (al che verrebbe da chiedersi, essendo la strumentalità tecnica una determinata acquisizione, chi è il soggetto di tale acquisizione, e l’emergere della domanda sui vari perché di una tale acquisizione).

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Orientamento psicoanalitico-psichiatrico e metodo fenomenologico-esistenziale

> di Omar Montecchiani*

Senza la pretesa di voler essere esaustivi, né di voler scendere nelle profondità e nelle ampiezze di un dibattito storico-culturale tanto lungo e controverso, l’intenzione è quella di ricondurre alcune basilari differenziazioni tra l’approccio psicoanalitico e psichiatrico e l’approccio fenomenologico-esistenziale, realizzando indicativamente alcuni postulati critici ed ermeneutici che hanno caratterizzato entrambe le metodologie lungo i loro differenti, reciproci percorsi.

Potremmo cominciare col dire che a differenza del primo, il metodo fenomenologico-esistenziale ha indagato e esplicitato nel modo più globale e penetrante il concetto di corporeità “vissuta”, di inter-relazionalità – di esistenza intesa nel senso più ampio e profondo del termine: cioè in senso ontologico, fenomenologico e trascendentale. Il corpo, secondo questo approccio, rappresenta l’inerire della propria soggettività al mondo della vita per il tramite di un’intenzionalità progettante/costituente, e rappresenta esso stesso il luogo di una correlazione primigenia intesa come apertura originaria tra intelletto e mondo [1]. Senza questa apertura originaria e questa interazione costante tra corpo e mondo, non potrebbe darsi un’esperienza soggettiva che tenga conto delle qualità differenziali dei soggetti coinvolti nell’interazione, ma solamente una oggettivazione astrattiva della idea di corpo e di mondo che, inevitabilmente, si trova a falsare la realtà e la complessità dell’esperienza personale del vivere. Continua a leggere


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Capitalismo, religione, follia: la società del debito

> di Andrea Sartori*

A scena aperta: una domanda di partenza

Nel recente romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti – curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani della Mondadori – è evocato un episodio di corruzione che ha i tratti epifanici della grazia: «Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione» [1]. Protagonista di un gesto così religiosamente significativo da meritare d’essere ricordato sulla fascia dipinta che correda il piede di una pala d’altare, è Morgan, rampollo d’una famiglia mafiosa. Tommaso – broker d’assalto in cerca di utili consigli – lo interpella in qualità di teorico del nuovo capitalismo monetario (creditizio e portatore d’interessi), ovvero di quell’età dell’economia moderna, la cui principale leva per il profitto non coincide con lo sviluppo dell’industria garantito dallo sfruttamento del lavoro, né con lo scambio delle merci sospinto dal consumo, ma con il debito fine a se stesso sugli interessi di un capitale in buona sostanza lasciato inerte [2]. Nei mercati in interconnessione globale, infatti, sono ormai solo i valori nominali a essere vorticosamente spostati da un capo all’altro del mondo; per questo l’immagine del capitale a oggi più attuale – una massa immobile, improduttiva, attorno alla quale ronzano opportunisti e speculatori – è forse ancora quella scatologica allusa dal titolo del profetico romanzo del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale.

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Essere senza mondo: fenomenologia anoressica del corpo oggetto

> di Omar Montecchiani*

Perfino in un sistema specificamente metafisico come quello di Schopenhauer – seppure dai tratti esistenziali così marcati – emerge in modo ineludibile la duplicità intrinseca del fenomeno corporeo per come appare alla coscienza.

Da una parte, essendo l’uomo sottomesso alle categorie di spazio, tempo e causalità – costitutive del principium rationis – esso (il corpo) appare come oggetto, come ente spazio-temporalmente situato, come ente-tra-gli-enti; dall’altra, essendo il corpo una concrezione di bisogni, desideri, pulsioni e atti volitivi, esso ci è dato come Volontà [1], cioè come tensione sentita e non categorizzabile. Anzi, il corpo stesso è visto come l’obiettivazione prima della Volontà: che sorge al di là (prima) della coscienza, della rappresentazione, e degli stessi fenomeni.

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