Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Le PASSIONI fra processi di soggettivazione e macchine

Sandro Vero*

«Certo, il paradosso è che c’è stato bisogno di dimostrare che la passione, che fino a questo momento era ritenuto un giogo per l’uomo, poteva e doveva essere vista come ciò che l’avrebbe emancipato»
(P. Dardot e C. Lavalle, La nuova ragione del mondo, 2013)

1.Un’antropologia delle passioni.
Il lettore attento scoprirà abbastanza presto come l’esergo tratto da Dardot e Lavalle sia un fruttuoso paradosso, rispetto alla tesi che questo scritto intende affermare. La passione, nella prospettiva antropologica che adotteremo, torna ad assumere le sembianze piene del giogo, ma lo fa seguendo delle linee “operative” piuttosto diverse rispetto a quelle previste dalla tradizione classica del pensiero: è giogo in quanto dispone il soggetto su un piano in cui la sua energia desiderante è captata e messa al servizio di obiettivi non suoi, senza che tuttavia occorra lungo il cammino alcuna “coercizione”.
Che possono mai avere in comune il tema del macchinico e quello dell’ingegneria delle passioni nel capitalismo contemporaneo? Peraltro, mentre il primo è stato pionieristicamente evidenziato dallo stesso Marx nell’ormai famoso Frammento sulle macchine (Marx, 1964) con annotazioni che rendono piena giustizia alla modernità del suo pensiero, sul secondo il marxismo tutto ha fatto calare una coltre assoluta di silenzio, disinteressandosi di fatto (ma anche di principio) della questione di come gli affetti lavorino spesso e (mal-)volentieri al servizio del capitale. Continua a leggere

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Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere


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Per un nuovo Empedocle. Leggendo il testo Liguori di Federica Montevecchi

> di Matteo Veronesi*

Davvero nuovo, questo Empedocle (Liguori, Napoli 2010); nuovo di una novità che sovrasta l’immediato, e che dunque rende non vane, benché tardive, queste poche pagine. Una versione, quella di Federica Montevecchi, sorretta da una coerente interpretazione preliminare, da uno scavo esegetico ed ermeneutico, nonché da una riflessione speculativa autonoma condotta sui testi e a partire da essi; traduzione, quindi, intesa come atto intrinsecamente filosofico, come operazione ermeneutica nel senso più vasto e più ricco, non come mero, per quanto nobile, artigianato letterario, e neppure alla stregua di esercizio retorico, quale la versione rischia di divenire, specie nella tradizione italiana, così prodiga di siffatti esercizi. Continua a leggere


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Cinema e memoria: “immaginare” la Shoah. Considerazioni e prospettive di ricerca

> di Federica Caniglia*

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Il secolo del Novecento nella memoria collettiva si presenta come un flusso continuo di immagini-sequenza, in cui gli eventi che lo contraddistinguono sono richiamati mediante immagini convenzionali e ricorrenti, pensiamo allo storico discorso pronunciato da Mussolini dai balconi di Palazzo Venezia che annuncia l’avvenuta dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra, il discorso del Führer proferito all’indomani della vittoria nelle elezioni del 1933 ai membri del partito Nazional Socialista, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e l’attentato al pontefice Giovanni Paolo II, potremmo elencarne ancora degli altri, ma questi pochi esempi attestano l’esistenza di un immane archivio memoriale di immagini filmiche che il cinema prima e la televisione poi hanno trasmesso e reiterato nel tempo. Questo dato è di primaria importanza perché segnala come l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa abbia modificato i tradizionali modelli di comprensione e di conoscenza del mondo reale. L’immagine ha assunto così una valenza conoscitiva decretando la vista come il principale ed unico universo sensoriale a codificare, interpretare e conoscere il mondo circostante, le relazioni e le esperienze degli individui. Negli ultimi anni la proliferazione della produzione filmica sulla Shoah ha raggiunto i massimi livelli, come hanno osservato un gruppo di studiosi durante un work-shop svoltosi al Center for Advanced Holocaust Studies nel giugno del 2000, gli Holocaust Film hanno acquisito lo statuto di vero e proprio genere cinematografico a partire dalla metà degli anni 50 con il documentario commemorativo Notte e Nebbia, realizzato nel 1956 dal regista francese Alain Resnais e dal film hollywoodiano, Il diario di Anna Frank, realizzato nel 1959 dal regista George Stevens. Questo dato rivela come gli studi sulla cinematografia concentrazionaria sia di fondamentale importanza nella trasmissione dell’Olocausto, tanto più ora che la memoria, nell’inevitabile scomparsa dei testimoni diretti, diventa mediata dalle immagini, dai racconti, dalle informazioni disponibili ed accessibili liberamente dai new media. Marianne Hirsch la definisce la “post-memoria”, una forma molto potente e particolare di memoria, proprio perché il suo rapporto con l’oggetto e con la fonte non è mediato dai ricordi, ma da un investimento dell’immaginazione e dell’invenzione. Ciò non significa che la memoria non sia di per sé mediata, ma essa è più direttamente legate al passato. La post-memoria caratterizza l’esperienza di coloro che sono cresciuti avvolti nei racconti di eventi che hanno preceduto la loro nascita, per cui è come se alle loro storie personali si fossero sostituite le storie delle generazioni precedenti, che hanno vissuto eventi ed esperienze traumatizzanti [1].

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Il marchio di K. – Il processo tra moderna tragedia e sacra rappresentazione

> di Luca Ormelli

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«Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario»

[F. Kafka, Il processo, Garzanti, Milano, 1984, p. 181].

Quando Kafka scrive Il processo (1914-1915) Rosenzweig deve ancora dare alle stampe La stella della redenzione (1921); tra questi due estremi temporali la gemeinschaft mitteleuropea, salda sotto il tallone dispoticamente illuminato della monarchia absburgica, si sta irreparabilmente sgretolando dando fiato potente alle petizioni di Herzl e di chi, in seno alle medesime comunità ebraiche, condanna l’assimilazione dei figli di Giacobbe alla kultur occidentale e, più propriamente, cristiana. Scrive Ferruccio Masini nella sua sorvegliata “Introduzione” all’edizione citata de Il processo: «è proprio […] la presenza di questo nostro tempo (“il mio tempo”, dirà Kafka, “cui mi sento molto vicino, e che non ho il diritto di combattere ma, in un certo senso, di rappresentare”) nell’opera dello scrittore a radicalizzare, in una sorta di ‘cabbala’ individuale a sfondo nichilista, quegli elementi antirestaurativi e paradossali della tradizione cabbalistico-chassidica per i quali lo stesso avvento del Messia [yichud, nota di chi scrive] è legato a condizioni impossibili, al giorno, cioè – come si legge in una citazione benjaminiana dallo Zohar – in cui tutte le lacrime di Esaù si saranno disseccate. Per questo l’allegoria nichilista dei racconti kafkiani non adombra il divino “nulla originario” (ajin gamur) dei cabbalisti, identificato con la stessa infinità di Dio (En-sof, sic), né quello dell’eckhartiano “fondamento senza fondamento”, ma un sortilegio nullificante immanente alla stessa quotidianità. Oltre la precarietà del possesso di un mondo di cose […] questo nulla intacca ogni possibile fondamento, separa il desiderio dalla cosa desiderata, l’attesa dal Messia, la speranza dal sabbath, il singolo da antenati e discendenti» [op. cit., p. XVI].

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Violenza e messianismo. Un saggio Mimesis di Petar Bojanić

> di Paolo Calabrò e Stefano Santasilia

Nell’epoca dello scontro dei valori, di quel politeismo valoriale del quale trattava tanto chiaramente Weber, sicuramente non può passare inosservata la possibile portata di violenza di qualunque messaggio che si presenti con lo stile di una rivelazione, foss’anche una rivelazione di pace. È per tale motivo che violento può divenire qualsiasi atteggiamento che appunti ad una nuova era, di là da venire, un momento al quale guardare come liberazione del/dal presente. A tale tema è dedicato il recente volume di Petar Bojanić, tradotto per la collana “Labont” di Mimesis. Violenza e messianismo, questo il titolo, si occupa soprattutto di prendere in considerazione il tema della violenza a partire dalla tradizione idealistica, per metterla in dialogo, e confronto, con le riflessioni di Benjamin e Derrida.

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Il Flâneur: traduttore della modernità

> di Andrea Marini*

I am the passenger and I ride and I ride
I ride through the city’s backsides
I see the stars come out of the sky
Yeah, the bright and hollow sky
You know it looks so good tonight.

(Iggy Pop, The Passenger)

Preparativo – Corpo antico in spazio moderno

Passo dopo passo l’uomo ha, una volta intrapreso il cammino, continuato il suo percorso tra sentieri interrotti, strade a senso unico e linee che senza principio né fine chiedevano solamente di essere rifatte o ri-tracciate.

La condizione umana è da sempre, come ci insegnano le religioni, una storia di camminatori, nomadi e dei loro antagonisti – sedentari e agricoltori [1]; una conferma di questo ci è data dalla storia biblica della cacciata dall’Egitto, ma possiamo riscontrare esempi simili nel racconto della vicenda di Caino e Abele oppure, spostandoci completamente in altri luoghi e culture, le grandi peregrinazioni asiatiche degli Indù o di Buddha. Non a caso il buddhismo vede il processo di liberazione dell’anima come un percorso, un cammino verso il Nirvana, un vagabondaggio purificatore tra le ere e gli spazi infiniti ed eterni.

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Il Genio precario. Per un ritratto di Walter Benjamin

> di Pietro Piro*

Copertina libro Ruggero D'Alessandro

Leggere il ritratto che il sociologo Ruggero D’Alessandro ha recentemente dedicato a Walter Benjamin [1], significa accostarsi a un punto di riferimento per il pensiero del Novecento, coltivando la speranza di ottenere, al termine della lettura, un senso di completezza e di pienezza. Si tratta di un desiderio tipicamente moderno quello di ricavare, con pochi sforzi, un quadro completo e pronto all’uso, da poter spendere in ogni occasione. La speranza però, in questo caso, è presto delusa. Il Benjamin che D’Alessandro dipinge con tratto nervoso e veloce è una figura multiforme e sfuggente, chiusa e apertissima, schiva fino all’esilio interiore e fluida come il traffico di una moderna metropoli. Continua a leggere


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Capitalismo, religione, follia: la società del debito

> di Andrea Sartori*

A scena aperta: una domanda di partenza

Nel recente romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti – curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per i Meridiani della Mondadori – è evocato un episodio di corruzione che ha i tratti epifanici della grazia: «Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione» [1]. Protagonista di un gesto così religiosamente significativo da meritare d’essere ricordato sulla fascia dipinta che correda il piede di una pala d’altare, è Morgan, rampollo d’una famiglia mafiosa. Tommaso – broker d’assalto in cerca di utili consigli – lo interpella in qualità di teorico del nuovo capitalismo monetario (creditizio e portatore d’interessi), ovvero di quell’età dell’economia moderna, la cui principale leva per il profitto non coincide con lo sviluppo dell’industria garantito dallo sfruttamento del lavoro, né con lo scambio delle merci sospinto dal consumo, ma con il debito fine a se stesso sugli interessi di un capitale in buona sostanza lasciato inerte [2]. Nei mercati in interconnessione globale, infatti, sono ormai solo i valori nominali a essere vorticosamente spostati da un capo all’altro del mondo; per questo l’immagine del capitale a oggi più attuale – una massa immobile, improduttiva, attorno alla quale ronzano opportunisti e speculatori – è forse ancora quella scatologica allusa dal titolo del profetico romanzo del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale.

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