Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere


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L’etica del silenzio. Il rapporto tra vita etica e vita religiosa in Ludwig Wittgenstein

> di Matteo Loconsole*

utopic city

 

Sommario: In questo saggio l’autore, partendo dai presupposti linguistici del Tractatus logico-philosophicus, tenta di definire quale rapporto ci sia tra la sfera dell’etica, i cui contenuti per Wittgenstein rientrano nella categoria dell’ineffabile, e la vita religiosa.

Parole chiave: Wittgenstein; Linguaggio; Etica; Fede; Religiosità

Abstract: In this paper the author, starting from the language assumptions of the Tractatus logico-philosophicus, tries to define what is the relationship between the ethics field, whose contents for Wittgenstein are into the category of the ineffable, and religious life.

Keywords: Wittgenstein; Language; Ethics; Faith; Religiosity

Dopo tutto […] è poi vero che le parole dicono tutto? Che cosa possono dire le parole? Non distruggono piuttosto il simbolo che si cela oltre la loro portata?

V. Woolf, Flush: biografia di un cane, p. 31.

INTRODUZIONE

Può un non “credente” essere religioso? Probabilmente, l’opinione comune non potrebbe che negare una tale ipotesi o, per lo meno, sarebbe dubbiosa a riguardo. Si è soliti pensare, infatti, che essere religiosi significhi credere in una dottrina e praticare ciò che essa prescrive. Questa convinzione, nella maggior parte dei casi, ha fatto della religione una sorta di codice, un insieme di regole, che avrebbe dovuto indicare all’uomo la ‘retta via’ affinché ottenesse la salvezza dell’anima. Merito di Wittgenstein è stato quello di sovvertire il concetto di religione individuando, nel sentimento religioso, il mostrarsi della vita etica.

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Mutamenti di senso e vedere-come. Ricoeur, Wittgenstein, Waldenfels

> di Moira De Iaco*


Sommario

Per la filosofia, assumere la responsabilità del linguaggio, un linguaggio essenzialmente metaforico in quanto capace di rivelare il reale creandolo sempre di nuovo, significa rendersi consapevole che in ogni ordine eccede l’estraneo come fenomeno radicale e integrale del nostro pensiero. In questa prospettiva, la riflessione sulla metafora come evento del senso risulta esemplare. La metafora è infatti l’irrompere dell’estraneo, l’emergere dello stra-ordinario nell’ordinario. Noi non vediamo semplicemente il mondo, non ci riferiamo direttamente a esso designandolo, oggettualizzandolo, piuttosto “vediamo-come” la realtà che ci accade, liberando l’immaginazione al di là di stringenti vincoli soggetto-oggetto.

Parole chiave: estraneo; interpretazione; metafora; saltare all’occhio; vedere-come

Abstract

Philosophy that assumes the responsibility for language, which is essential metaphorical because it can reveal the real creating it again and again, becomes aware that the stranger is a radical and integral phenomenon of our thinking and exceeds in every order. In this perspective, it is important to reflect on the metaphor as event of meaning. Metaphor is, in fact, the irruption of the stranger, the emerging of the extra-ordinary in the ordinary. We do not simply see the world, but we “see as” the reality that happens us, freeing the imagination beyond subject-object stringent constraints.

Keywords: interpretation; metaphor; seeing-as; stand out; stranger Continua a leggere


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Diego Fusaro e il “cortocircuito” tra teoria e prassi

> di Roberto Fai*

diego-fusaro la gabbia

Diego Fusaro, giovane filosofo, è assurto agli onori della cronaca mediatica e dei social network anche grazie alle sue periodiche apparizioni in qualche talk show: uno, tra tutti, “La Gabbia”, la cui strategia comunicativa è quella di una sorta di arena, nella quale gli ospiti si “sfidano” in piedi, uno di fronte all’altro, con un confronto (sic!) “gridato” – così come sempre più gridata è oramai la natura del confronto tra le persone, accentuato dalle forme linguistiche immediate, apodittiche e “nervose”, prodotte da Internet: confronto, che costituisce – per dirla con Foucault – il vero «effetto di potere» del “dispositivo” web, al punto che, mentre vengono meno vere relazioni comunicative, si produce una sorta di Nervenlebenintensificazione della vita nervosa»), come quel Nervenleben, su cui ha lasciato pagine straordinarie Georg Simmel, aprendo il XX secolo. Con la differenza che mentre Simmel poteva attribuirlo allo choc del “vissuto individuale” per l’eccesso degli stimoli prodotti dalla vita delle metropoli, quello attuale è l’effetto psicologico dell’accentuarsi di una crisi economico-sociale che ha già eroso, in forme accentuate dal 2008, il terreno su cui poggiano i piedi milioni di persone, rese insicure, inquiete e in crisi d’identità – e pertanto giustamente “arrabbiate” – per il vuoto di prospettive del loro stesso futuro.
In tale “contesto comunicativo” vanno inscritti sia l’approccio retorico con cui Fusaro veicola i suoi messaggi sia il “contenuto” dei temi e argomenti politico-culturali che fanno, di quest’ultimo, una figura inedita di “polemista”. Ma l’aspetto che, in Fusaro, a noi appare predominante è una sorta di “cortocircuito” tra teoria e prassi, idee filosofiche e azione politica, pensiero e agire politico, in altri termini, tra filosofia e politica. Quasi a offrire una sorta di fusione tra i due ambiti, analoga alla dinamica praticata da certo marxismo degli anni ’60: stagione politica, peraltro, nella quale il nostro non era neppure nato. Tuttavia, è proprio questo “cortocircuito” che, a nostro avviso, sembra avvolgere, appiattire e, a volte, semplificare i contenuti che il giovane filosofo sostiene nella sua “battaglia delle idee”. Continua a leggere


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«Im Anfang war die Tat»: Ludovico Gasparini

> di Luca Ormelli

© Bruna Giacomini

© Bruna Giacomini

«Se si guarda dall’alto, da una prospettiva panoramica, le vie percorse dalla ricerca di Ludovico Gasparini, non si può non osservare come esse riprendano, riformulandola o esplorandone nuovi metodi di risposta, una medesima questione, affrontata sin dall’inizio, che concerne il significato della libertà»1.

1. Intelligo quia absurdum

«Gàr autò noeîn estín te kaì gàr eînai» lo stesso è il pensare e l’essere secondo Parmenide in ciò ripreso da Hegel. Ma pensare richiede sempre un oggetto tematico di conoscenza, di apprensione, un pensare-di-qualcosa fosse anche il pensiero medesimo, e dunque pensare di essere non è lo stesso che essere; diversamente ne risulterà un essere impuro in quanto dimidiato con il pensiero. Ciò che è è necessariamente 2, senza dunque dipendere da un pensiero altro che lo pensi: «solo nominare l’Altro, significa immetterlo nella sfera della soggettività, per quanti sforzi si facciano per conservarlo come Altro»3. Ma «se l’essere ha bisogno, in qualsiasi modo lo si intenda, esso cade immediatamente nella correlatività dei bisogni, che è la fonte della rettorica di Michelstaedter, e non può più sottrarsene, per quanto se ne differenzi»4. Perché «se “l’Assoluto solo è vero, o il vero è Assoluto”, poiché non è possibile che “l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra”, allora una volta tolto l’Assoluto, ovvero, una volta criticata la pretesa hegeliana che “l’amore del sapere” possa trasformarsi in “vero sapere”, la realtà stessa viene annichilita e non può più darsi in essa alcun criterio capace di distinguerla dall’immaginazione, se non il medesimo senso comune»5.

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Scolio XX

LO SCHIZOIDEO IMPERANTE
Nei toni di un invito a Nietzsche

> di Leonardo Arena*

…allo schizo, pertanto, appartiene di fatto il mondo del pensiero, checché ne dicano Deleuze e Guattari, il cui Antiedipo segnerà una svolta, rispetto ai convulsi rapporti padre/madre, per tutti noi, i figli occidentali di un platonismo mal digerito o soltanto espunto, si spera, dai meandri della Storia. Nietzsche vi pertiene, pertiene alla sfera schizoidea, ma ciò non suoni come un rimpianto, o un’accusa di reato, no, non incriminazione, qualora lo schizo fosse, come è, il substrato di ogni nostro pensiero o azione, od omissione, come un tempo asseriva in una dottrina pretesa cattolica e quindi universale. Lo schizo che noi siamo osa assumere i toni del paranoideo, anche parmenideo, che s’impunta sulle distinzioni, normale/anomalo, complotto/innocenza, e non ne viene a capo; no, se non vietandosi di aderire all’esorcismo del nudo, grande piaga dell’epoca, che vorrebbe trovare, e non lo attinge, il senso, fosse pure uno solo, il significato, e poi arretra di fronte allo stesso Moloch che ha creato.

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Due tesi sulle parole – Parte II

> di Ezio Saia*

Di fronte alle analisi della filosofia “analitica” volte a chiarire l’inconsistenza di parole come “nulla” e frasi come “Il nulla c’è” non si può che registrare l’irresistibile tendenza ad assegnare nomi. Diamo nomi al nulla, al mistero, all’infinito, all’io, al non io, alle cose e alle non cose, alle variabili, ai quantificatori, alla fantasia ecc. Certamente diamo nomi a qualcosa di cui ignoriamo molto, il che non deve stupire perché accade per una quantità di concetti indefiniti e forse indefinibili dove il nome va a significare proprio quella non conoscenza che ci permette di citare, di poter parlare di certi eventi, fenomeni di cui poco si conosce oppure di contrassegnare dei limiti che non riusciamo ad oltrepassare o che sappiamo di non poter oltrepassare.

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Due tesi sulle parole – Parte I

> di Ezio Saia*

Nell’articolo recentemente pubblicato su Filosofia e nuovi sentieri in cui viene recensito un saggio di Sergio Givone si afferma che nello sviluppo storico del pensiero filosofico occidentale c’è un concetto che è stato per lo più rimosso, sottaciuto o addirittura negato: il nulla. Che il nulla sia il grande dimenticato mi pare affermazione paradossale, ma non voglio discutere questa affermazione. Vorrei invece svolgere il mio commento discutendo di espressioni, che come “nulla”, hanno ambiguità di riferimento.

In un suo articolo del 1932 (Uberwindung der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache) Rudolf Carnap polemizza contro la metafisica e contro quelle espressioni che. non avendo alcun riferimento empirico o all’empiria riconducibile, assumono giocoforza significato metafisico. Nell’articolo il bersaglio polemico è soprattutto l’uso del termine “nulla” in Heidegger di cui Carnap cita un passo estratto dal saggio Cos’è la metafisica? del 1929: «indagato dev’essere l’ente soltanto e – null’altro; l’ente solamente e inoltre – nulla; l’ente unicamente oltre a ciò – nulla. Come sta la cosa con questo nulla? … esiste il nulla solo perché c’è il Non, ossia la Negazione? O forse la cosa sta inversamente? Esiste la negazione e il Non esiste solo perché c’è il nulla?» [1].

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