Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La questione della differenza. Decostruzione del concetto di patriarcato e affermazione dell’autodeterminazione

> di Laura Sugamele*

Abstract
Il filo conduttore di questo studio è l’oggettivazione del corpo delle donne attraverso due linee direttrici. Da un lato ho focalizzato l’argomentazione sulla costruzione storica, culturale e sociale dell’immagine femminile; dall’altro lato, ho esaminato il femminismo della cura, approccio teorico che ha contribuito a porre in luce il concetto di autodeterminazione femminile nell’ambito della pratica medica.

Keywords: patriarchy, feminism, dehumanization, ethic of care, self-determination.

Parole chiave: patriarcato, femminismo, deumanizzazione, etica della cura, autodeterminazione.

1. Concettualizzazione del principio di autonomia ed elaborazione della differenza femminile
Il concetto di patriarcato è stato adoperato come punto di discrimine per la riflessione femminista che nel suo lungo percorso storico si è impegnata ad un’attenta analisi dell’origine e delle motivazioni che hanno condotto al costituirsi di pratiche culturali e sociali oppressive, nei confronti delle donne e della loro autonomia. Riflettere sulla differenza tra i sessi ha portato il femminismo, da una parte ad una sorta di ‘abbattimento’ o decostruzione del termine patriarcato; dall’altra parte ad una ricostruzione del pensiero femminista, aspetto sul quale il femminismo è riuscito a scoprire le mancanze e i vuoti che ha caratterizzato la presenza delle donne in ambiti come la filosofia, la letteratura e la politica. Continua a leggere


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Il coraggio di essere liberi. L’ultimo libro di Vito Mancuso

> di Paolo Calabrò

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“Fare teatro vuol dire vivere sul serio quello che la maggior parte della gente, di solito, recita male”. Il celebre aforisma di Eduardo De Filippo porta alla luce immediatamente la contraddizione insita nel ruolo dell’attore: l’ambiguità intrinseca connotata, da un lato, dal doversi calare una maschera sul volto per interpretare vite diverse dalla propria; dall’altro dall’autenticità di una forma d’arte – il teatro, appunto – che sola riesce a portare alla luce le radici più profonde e nascoste delle cose – azioni, pensieri, emozioni – che nutrono l’esistenza. È la stessa contraddizione di fondo della condizione umana: la quale ha bisogno, allo stesso tempo, tanto che l’individuo possa svilupparsi nel fertile silenzio della solitudine, quanto delle relazioni della persona con gli altri, ciascuna caratterizzata da un diverso approccio, un diverso intendimento, un diverso modo d’essere. Considerazioni che pongono contestualmente sia la domanda su dove si trovi la verità del soggetto, sia quella radicale sulla libertà dello stesso: quand’è che la persona è veramente libera? Nella clausura della propria interiorità senza vincoli, o nell’ambito delle costrizioni creategli dai suoi legami sociali?
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Alla ricerca del concetto di temporalità. Heidegger lettore di Kant

> di Giorgio Astone

 

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1. Introduzione

Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla ‘temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

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La filosofia politica kantiana. Un saggio Armando di Giuseppe Gagliano

> di Paolo Calabrò

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Se gli Stati nazionali possono essere considerati allo stesso modo degli individui che li costituiscono, si potrà probabilmente pensare che tra di essi regni il sospetto, il timore, l’invidia e che ci si attrezzi nella prospettiva di una reciproca difesa. Pur volendo tralasciare qui, per un attimo, i problemi legati storicamente e strategicamente all’ansia della conquista e alla tendenza a usare le armi per l’attacco, anziché per la difesa, non si può fare a meno di guardarsi intorno e constatare lo sfacelo di un mondo in cui si perpetua la guerra, ampliandola in ambiti sempre nuovi (dall’economia all’informatica). Al che viene da chiedersi: è possibile immaginare, con Kant e con la sua filosofia morale e politica, un assetto personale e sociale improntato più all’ascolto delle voci della ragione, che ai rumori della pancia? Continua a leggere


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Non fare troppe domande. L’ultimo libro di Piero Borzini

> di Paolo Calabrò

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Il dissidio tra libertà e sicurezza – viste intransigentemente come valori assoluti – è vecchio come il mondo e pone la domanda, ad oggi inevasa, su quanta libertà si possa consentire ai singoli in una società, senza che questa metta in discussione la sicurezza di quegli stessi singoli (finendo per distruggere la libertà di partenza e avvitandosi in un controproducente circolo vizioso). In altri termini, la stessa questione può essere posta nei termini: quanta sicurezza è necessario garantire (si legga: di quanto è necessario limitare la libertà dei singoli) affinché la libertà dei singoli possa essere garantita?
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Fede Ermeneutica Parola. Il nuovo volume Jaca Book dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar

> di Paolo Calabrò

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Per parlare di Fede Ermeneutica Parola, volume IX tomo 2 dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar – filosofo catalano scomparso nel 2010 – si potrebbero adottare tanti punti di vista. Ma forse la cosa più stimolante è cominciare dalla domanda: “Esiste in Panikkar una filosofia del linguaggio?” La risposta è affermativa e affonda le radici in due libri pubblicati in vita: Mito fede ed ermeneutica e Lo spirito della parola, qui ripubblicati parzialmente insieme a diversi contributi anche inediti in italiano.
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Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (3/3)

 

> di Giuseppe Brescia*

 

[Clicca Qui per la seconda parte]

 

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Casi storici di “declino delle nazioni”

Cade, così, il limite di una casistica troppo ancorata all’esemplificazione particolare, effimera e contingente, per quanto riguarda gli uomini della “materia” e gli uomini della “forma”; dal momento che la fenomenologia ideale eterna, da Vico instaurata, insegna a interpretare dall’interno le modalità, o le ‘guise’, delle crisi ricorrenti, come «analogie dell’esperienza sofistica» ( “1994”. Critica della ragione sofistica, Bari 1997, capo X, XII e XII della Parte seconda, alle pp. 89-99 ).

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Benjamin Fondane, La coscienza infelice

 

Benjamin Fondane, La coscienza infelice, cura e traduzione di Luca Orlandini, Aragno, Torino, gennaio 2016. ISBN 978-88-8419-765-8 (pp. 430).

 

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> di Stefano Scrima*

«L’uomo, chiunque esso sia, ovunque si volga, è insoddisfatto del suo destino» (p. 21). Così esordisce La coscienza infelice di Benjamin Fondane (1998-1944), poeta esistenziale, filosofo, drammaturgo e cineasta rumeno espatriato in Francia nel 1923. Sulla scorta del suo maestro Lev Šestov, con quest’opera apparsa nel 1936, Fondane si rivolta contro l’infelicità della condizione umana forgiando una propria filosofia esistenziale, che, come gli esistenzialismi che la precedettero e seguirono, intende mettere al centro l’individuo concreto, la sua esistenza reale, l’uomo in carne e ossa.

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Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (2/3)

> di Giuseppe Brescia*

[Clicca Qui per la prima parte]

 

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La doppia “barbarie della riflessione”

Quel che, in verità, nessuno mai dice è il fatto che esiste una “doppia barbarie della riflessione”: la prima è quella della lettera a Gherardo degli Angioli, della autobiografia e della giovanile De nostri temporis studiorum ratione, per la quale la “barbarie” consiste nella pedagogia “cartesiana” del raziocinio, che mortifica la poesia e la fantasia e il senso nei giovani («filosofia che professa ammortire tutte le facoltà dell’animo che li provengano dal corpo, […] e di una sapienza che assidera tutto il generoso della migliore poesia»; mentre i giovani debbono educarsi mediante «esempi che devono apprendersi con vivezza di fantasia per commuovere»). Questa “barbarie della riflessione” è, però, senza malizia, viltà, tradimento e insidia. L’altra forma di “barbarie della riflessione” appartiene al Vico maturo, quando il filosofo ha capito che – nel corso delle nazioni e della civiltà – esiste una stagione ben peggiore della iniziale “barbarie del senso”, materiata di «malnata sottigliezza d’ingegni maliziosi» e di «malizia riflessiva» (ed è nella Conchiusione della Scienza Nuova seconda, dianzi citata). Questa seconda tipologia appartiene al Vico – per dir così – “pre-orwelliano”, dis-topico, «nato a debellar tre mali estremi: tirannide sofismi ipocrisia» (per dirla con l’amato fra’ Tommaso Campanella); pre-visione geniale che smentisce la meccanica ripetitività della vita delle nazioni e dei periodi storici, dal momento che non c’era nella età di “barbarie del senso”. La prima forma di barbarie della riflessione (o pedagogia cartesiana) è un “errore”. La seconda forma (o «malizia riflessiva»), come errore coscientemente voluto, è il “sofisma”, o somma di sofismi (con l’accrescersi degli “ingegni maliziosi” che interagiscono a più livelli).

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Le “guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (1/3)

> di Giuseppe Brescia*

 

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Sommario: 1. Diritto e morale in Vico. 2. “De Constantia Jurisprudentis”, 3. Diritto Universale e teoria della storia. 4. Significati delle “guise” e delle “modificazioni della mente umana” nel Vico e nella modernità. 5. Importanza dell’avverbio nello stile di Vico ( e altri ‘autori’). 6. ‘Ed quando si sommano più e opposti errori che si forma il declino delle nazioni’. 7. La doppia “barbarie della riflessione”. 8. Casi storici di “declino delle nazioni”. 9. La “barbarie della riflessione” in Donald Verene e altri teorici: economia ed etica. 10. Misericordia Carità Diritto.

1. Diritto e morale in Vico

Nella celebre Filosofia di Giambattista Vico del 1911, Benedetto Croce si occupa distesamente, al Capitolo VIII, di Morale e diritto, al IX, della Storicità del diritto ed al VII, di Morale e religione, risalendo alla ripresa vichiana di Cicerone: «E ottimamente Cicerone diceva ad Attico, epicureo, di non poter istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concedesse che vi sia provvidenza divina» ( cfr., rispettivamente, le pp. 94-100; 101-108; 87 della nuova edizione del “Corpus” delle Opere di Benedetto Croce, Edizione Nazionale, a cura di Felicita Audisio, Bibliopolis, Napoli 1997 ). Continua a leggere

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Il dilemma di Jørgensen. Tre questioni chiave

> di Alessandro Pizzo*

 

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Abstract

Sin dalla sua prima formulazione, il dilemma di Jørgensen affronta il problema della razionalità delle enunciazioni imperative, di per sé non vero – funzionali. Il dilemma attiva tre questioni distinte, ma non anche irrelate, le quali vengono qui discusse. Le conclusioni riassumono il campo delle questioni attive e il senso generale del discorso jørgensiano.

Parole chiave: dilemma di Jørgensen; divisionismo; imperativi; logica delle norme.

Sommario

1. Cos’è davvero il dilemma di Jørgensen?; 2. Prima questione: divisionismo e problematiche morali; 3. Seconda questione: enunciazioni imperative e logica, 4. Terza questione: rischiarare il buio oltre la siepe. 5. Conclusioni

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Undici parole – Seconda parte

> di Andrea Sergi*

Leggi la prima parte

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UNDICI PAROLE – Seconda parte

 

Libertà

Libertà è muoversi e posarsi come si vuole. Solo per metafora si dice libera una cosa inanimata, come una bella pianta senza erbacce dattorno, o un ingranaggio ripulito e ben oliato, allo stesso modo in cui si dice viva una fiamma, o un rosso acceso. Propriamente, la libertà richiede un cervello, membra innervate, buona salute, un ambiente ospitale ed un sufficiente rispetto da parte degli altri. Assicurate tali condizioni, ognuno si muove secondo la sua corporeità, chi passeggiando o correndo, chi arrampicandosi sugli alberi, chi volando, chi nuotando, in silenzio o esprimendosi a suo modo; chi ha denti mastica, chi non li ha inghiotte, chi ha l’estro amoreggia; chi è stanco riposa e l’ozioso fa trascorrere il tempo, poi i due si scuotono e si affaccendano di nuovo. Tra i liberi del pianeta, quel che più differenzia l’uomo è la variabilità dei comportamenti, tale da segnare diverse epoche e da suddividerne la specie in un gran numero di tipi. Queste variazioni interessano anche il rispetto, e non vi è nulla che manifesti maggior disaccordo nel genere umano, anche restando nella medesima epoca, nazione, città e famiglia. Chi e che cosa, si tratti di uomo, donna, embrione, animale o qualunque altra, debba esser lasciata com’è, o si possa catturare, imprigionare, manipolare, distruggere, ed in che modo, può dividere non solo l’uomo moderno dall’antico, o quello europeo dal cinese, ma il padre dal figlio, il fratello dal fratello, mentre può far somigliare anime lontanissime per tempo e luogo. Non appena una parte viene a sapere dell’altra, questa discordanza produce effetti penosi e, con il livello attuale delle comunicazioni, il contrario è ormai limitato al rapporto fra il secolo presente ed il futuro. A tale inconveniente, le leggi, locali, statali, internazionali, sono sempre state il solo argine, ma non ce n’è un altro che venga sommerso tanto spesso, ed è sempre necessario aggiungere alle prime altre leggi, quelle che attengono alla loro trasgressione. Le divergenze mostrate dal confronto tra gli ordinamenti giuridici di diversi paesi, il fatto che un ordinamento in vigore sia al contempo in revisione, che le norme siano espresse senza spiegazioni e debolmente motivate dagli educatori, le violazioni impunite, quelle commesse da chi dovrebbe esserne garante: tutti disincentivi all’osservanza della legge, tutte cause di debolezza del rimedio. Continua a leggere