Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Desiderio illuminato e spiritualità laica. Un saggio EsseGi di Paolo Bartolini

> di Paolo Calabrò

«La spiritualità laica non può che accettare la natura anfibia dell’essere umano: teso tra finito e infinito, necessità e possibilità (come già aveva rilevato Kierkegaard), egli è chiamato a scoprire un’articolazione tra gli opposti che illumini il nostro passaggio nel tempo e nello spazio di una vita» (p. 54).

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Max Horkheimer e l’ascesi schopenhaueriana: un’analisi

 

>di Giacomo Maria Arrigo*

 

1. Oblio dell’uomo

Parlare di ascesi in Max Horkheimer (1895-1973), è una provocazione, oltreché una forzatura. In Schopenhauer la liberazione dalla volontà di vivere assume connotati ben precisi che non trovano posto nel pensiero dei francofortesi, men che meno in Horkheimer. Ma un certo rimando alla dottrina espressa nell’ultimo libro del Mondo come volontà e rappresentazione è nondimeno rinvenibile, sebbene con difficoltà, fra le pagine del fondatore della Scuola di Francoforte, ed è quello che cercheremo di presentare in questo paper, fermo restando la problematicità di un simile accostamento. Il termine “ascesi”, come vedremo, verrà utilizzato in un senso tutto nuovo, lontano dalla concezione filosofica schopenhaueriana, in una forma più accessibile alla mentalità contemporanea.

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Heidegger e la questione della tecnica. Nuova edizione con un saggio di Federico Sollazzo

> di Marco Viscomi *

Oggigiorno, si mostra assai arduo e, in certo senso, avventato impegnarsi nell’edizione critica di un qualsivoglia testo heideggeriano. Per un verso, infatti, risulta fattualmente complesso riuscire a superare illesi l’intricata trafila burocratica, alla quale deve sottostare un editore per poter riuscire a editare, per i propri tipi, un’opera del filosofo di Messkirch. D’altro canto, le temperie – cronachistiche più che realmente filosofiche – nelle quali è stata coinvolta la figura storica di Martin Heidegger, dall’edizione dei “Quaderni neri” sino ad oggi, sembra gettare discredito su chiunque voglia ancora tornare ad approfondire il lascito heideggeriano. Tuttavia, l’iniziativa di quegli studiosi, che non si arrendono nell’abbandonare l’essenza più profonda del pensiero alla superficialità delle mode, merita sempre incoraggiamento e attenzione. Il desiderio di ritornare continuamente all’essenza più profonda della meditazione attira infatti la più autentica cura per il pensiero filosofico, cioè quella che non esclude il frutto di una speculazione, individuata da un singolo pensatore, facendo leva sulla discutibile personalità di quello stesso filosofo. Quell’attenzione profonda per la verità si pone piuttosto l’intento di considerare anche le più piccole forme della manifestazione del vero, vale a dire quelle che si possono essere date anche in quello che potrebbe sembrarci il più abietto degli esseri umani.

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Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere


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Il Codice del Mito, il sogno di Platone e l’incubo dell’Occidente. Un saggio Mursia di Andrea Colamedici

> di Paolo Calabrò

«Se pensi che la tua anima personale sia distinta dal corpo e che consapevolezza e coscienza morale siano localizzate in quell’anima (e non nel mondo esterno) e che perfino il gene egoista sia individualizzato nella tua persona, allora, psicologicamente, sei platonico. Se la tua prima reazione a un sogno, a una notizia, a un’idea è di operare immediatamente una divisione tra bene e male morali, allora psicologicamente sei platonico. Se associ il peccato alla carne e ai suoi impulsi, ancora una volta, psicologicamente, sei platonico. […] E sei platonico quando credi che alla fine del tunnel delle umane disgrazie ci attenda la giustizia divina sotto forma di ricompensa o punizione, invece che la tragedia irrimediabile o il caso o la sfortuna» (pp. 192-193).

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Occidente senza utopie. Sull’ultimo libro di Massimo Cacciari e Paolo Prodi

> di Francesco Brusori *

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Il saggio Occidente senza utopie (M. Cacciari-P. Prodi, Occidente senza utopie, il Mulino, Bologna 2016) è l’incontro tra un punto di vista più storico, rappresentato da Paolo Prodi, e uno più prettamente filosofico, di Massimo Cacciari, intorno all’analisi e all’interpretazione di categorie fondanti l’Occidente nella sua intera eterogeneità, l’utopia e la profezia.

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Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (2/2)

 

 

>di Giuseppe Brescia*


5. Cervantes e l’Italia: la “carità del natìo loco”

Non è che ci sia – dunque – l’ideale romantico nella Prima parte; e l’ironia o satira, invece, e prevalentemente, nella Seconda, del Don Chisciotte (Goethe). Abbiamo visto, certo per saggi, come l’intento parodistico sia parlante anche nel Volume 1 (Episodio della Biblioteca, al capo sesto). Pure, rimane il grande, fondamentale, in-audito, problema ermeneutico: del tipo di rapporto, che l’autore stabiliva tra il primo e il secondo volume, dilatato nella estensione (settantaquattro capitoli, rispetto a cinquantadue) e modificato nel ritmo, rispetto alla stesura del 1605.

Ma prima di tentare ulteriore, e forse nuovo, approfondimento sul punto, è bene sostare ancora nel rapporto di Cervantes all’Italia, alle sue lettere e arti, ed al Furioso in particolare.

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Gli Stupri nei conflitti armati. Guerra, violenza di genere e sessuale in un libro a cura di Simona La Rocca

di Laura Sugamele
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In questo libro a cura di Simona La Rocca emerge il tema profondo della legittimazione e della quasi normalità che si inserisce nella correlazione guerra-violenza sessuale. Lo stupro di guerra viene scandagliato attraverso una disamina storica che fa comprendere quanto questo problema, abbia coinvolto trasversalmente le varie epoche storiche e tutte le nazioni. Esso emerge come un male latente e una volta emerso diviene inarrestabile. Continua a leggere


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Cervantes, “esemplare contemporaneo”, Ariosto e l’Italia (1/2)

> di Giuseppe Brescia*

“Il poeta cristiano Ludovico Ariosto, a cui, se lo trovo qui a parlare in altra lingua che la sua,

non serberò alcun rispetto; ma se parla nel suo idioma, lo tratterò con ogni riguardo”

“E lo stesso accadrà a tutti quelli che vorranno tradurre in altra lingua libri di versi”

(Miguel de Cervantes, Capitolo sesto del Volume 1 del Don Chisciotte)

“Vedi Azzo sesto, un de’ figliuoli sui,/ Confalonier de la Cristiana croce:/

Avrà il Ducato d’Andria con la figlia/ Del secondo Re Carlo di Siviglia”

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, III, str. 39)

“ Ah se il nostro genio fosse un poco di più genio!” (Ralph Waldo Emerson)

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The Philosophy of Another Beginning. Heidegger letto da Dugin

> di Luca Siniscalco

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Martin Heidegger, pensatore par excellence della tradizione speculativa tedesca e, dunque, occidentale, interpretato da Alexander Dugin, massimo teorico contemporaneo dell’eurasiatismo, feroce critico della Zivilisation – in senso spengleriano – dell’Occidente. Questo confronto titanico cela in realtà una profonda affinità elettiva, nota ai lettori di Dugin e resasi evidente nel saggio Martin Heidegger. The Philosophy of Another Beginning. Il corposo volume, di oltre 400 pagine, è d’altra parte la sola testimonianza tradotta dal russo di una ricerca speculativa che ha portato Dugin a dedicare al filosofo di Meßkirch svariate monografie.

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Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé. Un saggio IPOC di Andrea Ignazio Daddi

> di Alessandro Pizzo *

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Sicuramente, ‘filosofia’ si dice in molti modi e, parimenti, l’originalità di un contributo la si coglie esclusivamente nella misura in cui s’è in grado di indicare, e sorreggere per il tramite di dovuti argomenti, un modo d’essere della filosofia stessa. Questo è esattamente quel che Andrea Ignazio Daddi fa nel presente volume. Della filosofia, l’autore prende in considerazione due aspetti in modo particolare i quali, da parte loro, e ciascuno per parte propria, descrivono anche il percorso esistenziale esperito da Daddi medesimo, vale a dire la «tendenza all’introspezione» (p. 23) e la «ricerca di significato» (p. 23). Tanto la prima quanto la seconda costituiscono la trama dell’ordito esistenziale dell’autore, al quale si aggiungono in seguito la pedagogia e le «psicologie del profondo» (p. 24). Questo appare il leti motiv del volume presente, ossia cercare di mettere in dialogo la filosofia, intesa come ricerca del significato esistenziale, e le varie forme di analisi, intese come introspezione personale ad ampio raggio. Far questo significa, nel contempo, anche riattivare un filone di ricerca presente agli inizi della storia della filosofia ma via via obliato nel corso dei secoli in favore di ben altre opzioni. Secondo Daddi, infatti, della filosofia va recuperata la sua tendenza sapienziale, vale a dire quel particolare tipo di discorso afferente alla filosofia ma consistente nel compiere una «cura dell’anima» (p. 27). Di tutti i modi di dire, e fare, ‘filosofia’, la predilezione di Daddi va verso l’opzione della ricerca filosofica pratica che consiste nella «ricerca personale» (p. 33), da intendersi, però, come «educazione in età adulta» (p. 33), come un autonomo e personale percorso di auto – formazione di sè.

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