Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

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Undici parole – Seconda parte

> di Andrea Sergi*

Leggi la prima parte

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UNDICI PAROLE – Seconda parte

 

Libertà

Libertà è muoversi e posarsi come si vuole. Solo per metafora si dice libera una cosa inanimata, come una bella pianta senza erbacce dattorno, o un ingranaggio ripulito e ben oliato, allo stesso modo in cui si dice viva una fiamma, o un rosso acceso. Propriamente, la libertà richiede un cervello, membra innervate, buona salute, un ambiente ospitale ed un sufficiente rispetto da parte degli altri. Assicurate tali condizioni, ognuno si muove secondo la sua corporeità, chi passeggiando o correndo, chi arrampicandosi sugli alberi, chi volando, chi nuotando, in silenzio o esprimendosi a suo modo; chi ha denti mastica, chi non li ha inghiotte, chi ha l’estro amoreggia; chi è stanco riposa e l’ozioso fa trascorrere il tempo, poi i due si scuotono e si affaccendano di nuovo. Tra i liberi del pianeta, quel che più differenzia l’uomo è la variabilità dei comportamenti, tale da segnare diverse epoche e da suddividerne la specie in un gran numero di tipi. Queste variazioni interessano anche il rispetto, e non vi è nulla che manifesti maggior disaccordo nel genere umano, anche restando nella medesima epoca, nazione, città e famiglia. Chi e che cosa, si tratti di uomo, donna, embrione, animale o qualunque altra, debba esser lasciata com’è, o si possa catturare, imprigionare, manipolare, distruggere, ed in che modo, può dividere non solo l’uomo moderno dall’antico, o quello europeo dal cinese, ma il padre dal figlio, il fratello dal fratello, mentre può far somigliare anime lontanissime per tempo e luogo. Non appena una parte viene a sapere dell’altra, questa discordanza produce effetti penosi e, con il livello attuale delle comunicazioni, il contrario è ormai limitato al rapporto fra il secolo presente ed il futuro. A tale inconveniente, le leggi, locali, statali, internazionali, sono sempre state il solo argine, ma non ce n’è un altro che venga sommerso tanto spesso, ed è sempre necessario aggiungere alle prime altre leggi, quelle che attengono alla loro trasgressione. Le divergenze mostrate dal confronto tra gli ordinamenti giuridici di diversi paesi, il fatto che un ordinamento in vigore sia al contempo in revisione, che le norme siano espresse senza spiegazioni e debolmente motivate dagli educatori, le violazioni impunite, quelle commesse da chi dovrebbe esserne garante: tutti disincentivi all’osservanza della legge, tutte cause di debolezza del rimedio. Continua a leggere

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Undici parole

>  di Andrea Sergi*

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UNDICI PAROLE – Prima parte

Le parole di maggior valore sono le più estese semanticamente, ed al contempo le più benefiche, per l’anima individuale e per la collettività. Tutti dovremmo averne un concetto chiaro ed esprimibile, ma non pare sia così. Se chiedessimo di definire queste parole ad un certo numero di persone scelte a caso, ovunque ci si trovi, ascolteremmo in molti casi risposte risalenti alla dottrina religiosa insegnata loro da bambini, o che si sono scelta da adulti, secondo vari gradi di convinzione. Qualcuno non avrebbe granché da dire, ma troveremmo anche quelli che partono all’attacco, che negano la bontà o l’esistenza stessa dell’amore, della felicità, della giustizia, della libertà, della verità, che se la prendono con la vita e con l’esistenza stessa: tra le parole comprese nel dizionario aureo, costoro salverebbero forse il piacere, ma in un’accezione tanto ristretta da far sembrare spirituali persino i Cirenaici dell’antica scuola. Trovare una concezione nitida, razionale, logica di quei termini non è facile e, per alcuni, nemmeno desiderabile. Quel che di mostruoso è avvenuto nell’età contemporanea, come le guerre mondiali, l’invenzione delle armi nucleari e i danni agli ecosistemi, secondo certe correnti di pensiero, sarebbe da imputarsi proprio alla cosiddetta razionalità occidentale. Con questa espressione non si vuol certo intendere che esistano tante diverse razionalità quanti sono i punti cardinali; piuttosto, anziché come una preziosa acquisizione della cultura occidentale, la sovranità della ragione è giudicata alla stregua del canto delle sirene, qualcosa che seduce ed uccide. È una delle possibili reazioni al mix di meraviglie e disastri risultante dalla situazione in cui versa la coscienza collettiva in questa fase storica, tra un primato della religione ormai inattuale ed un primato della ragione ancora potenziale e controverso. Il conflitto globale delle idee vede in campo più parti: c’è chi pensa di uscirne rilanciando la sottomissione alla fede, popolare od esoterica che sia, e chi ritiene si debba invece ragionare di più e meglio, procedere con la ricerca scientifica ed insieme con la riflessione filosofica, facendo altresì tesoro dell’esperienza negativa, senza altri ritardi. Gli uni e gli altri convergono nell’esecrazione di una terza classe, quella di chi si concentra solo sul vantaggio immediato e privato, grande o piccolo che sia, che sanno trarre dal sistema capitalistico globale, senza preoccupazioni quanto alla giustizia, alla pace ed all’ambiente. Tutti quanti sono infine additati come poveri illusi da chi vede certa e non lontana la definitiva catastrofe del mondo. Ognuno di noi, più o meno consciamente e coerentemente, non può che porsi in una di queste posizioni. Dalle pagine che seguono, spero che la mia risulti chiara ed avvalorata. Continua a leggere


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La visione del tempo in Dōgen ed Heidegger – Parte seconda

> di Giancarlo Vianello*

Leggi la prima parte

Il considerare la morte come tempio del nulla apre a due nuovi ambiti: il tema della morte e quello della coappartenenza di essere e nulla. Benché il pensiero occidentale abbia emarginato nel suo percorso il tema della morte (cfr. Hajime 1959, pp. 93-133), Heidegger definisce il Dasein come “essere per la morte” (sein zum Tode). La morte è il momento in cui l’essere entra nel nulla (Hinheingehaltenheit in das Nichts). La morte provoca angoscia, ma è proprio questa angoscia che ci spinge a trascendere la totalità degli enti e giungere all’essere. Permette quindi di superare la differenza ontologica tra ente ed essere. L’essere può venir pensato solo in relazione all’ente: l’ente è la cosa e l’essere ne è l’essenza. Solo che nello sviluppo della metafisica occidentale, l’essere è stato oggettivato e confuso con l’ente. Recuperare il senso dell’essere significa quindi saper vedere ciò che nega l’ente: il ni-ente, il nulla. Il nulla è diverso dall’ente, è l’altro polo della dicotomia Nichts/Etwas. Nell’essere dell’ente avviene la nullificazione del nulla, cioè il nulla permette l’esserci dell’ente. Continua a leggere


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Eresie nel Medioevo. Un libro GBE di Laura Sugamele

> di Paolo Calabrò

All’inizio del nuovo millennio (quello medievale dell’XI secolo), in seguito all’indebolimento dell’alleanza tra il potere temporale e quello ecclesiastico, va affermandosi in politica una forma di governo sempre più autonoma: il controllo si fa sempre meno eteronomo, e i popoli – anche se la cosa si realizza più facilmente e più velocemente nelle piccole realtà locali – trovano sempre maggiori spazi di autodeterminazione. Siamo alle soglie dell’era delle Civitas, e questa fondamentale novità non ha solo un risvolto organizzativo o politico: cambia anche la cultura, il modo in cui lì’uomo concepisce se stesso e il proprio posto nel mondo. Il proprio ruolo. Cambia, insomma, anche l’assetto spirituale della comunità. Dalla ritrovata libertà sociale e intellettuale dei singoli salta fuori, in modo più o meno inaspettato e, per così dire, “automatico”, la rivendicazione di una libertà religiosa che si esprime in vari modi: da quello più personale e silente, a quello più collettivo e sbandierato, che talvolta prende la forma dell’eresia…
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La visione del tempo in Dōgen ed Heidegger – Parte prima

> di Giancarlo Vianello*

Leggi la seconda parte

Abstract: Malgrado l’enorme distanza storica, culturale, linguistica, Dōgen e Heidegger si muovono in un orizzonte di pensiero che presenta sorprendenti assonanze. Il maestro giapponese si proponeva di ripristinare la dottrina originaria, mentre il filosofo tedesco ambisce ad un superamento radicale della metafisica occidentale. Heidegger, soprattutto l’ultimo Heidegger, inoltre teorizza una coappartenenza costitutiva di essere e nulla, che lo avvicina alla prospettiva ontologica buddhista. Infine, entrambi affrontano, considerandola centrale, la questione della temporalità, trascendendo la visione tradizionale di un tempo lineare e finalistico: Dōgen attraverso il genjō, il manifestarsi momentaneo e spontaneo di pratica/illuminazione ed Heidegger attraverso l’Ereignis, l’evento in cui tempo ed essere si danno come presenza. Già Abe Masao aveva focalizzato l’attenzione su un dialogo a distanza tra i due personaggi su questo topos. Il presente articolo desidera riproporre tale riflessione, cercando di cogliere le assonanze e le inevitabili differenze presenti, vista l’enorme distanza dei due sistemi culturali di appartenenza. Continua a leggere


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Pausa estiva


Amici, lettori, collaboratori,
«Filosofia e nuovi sentieri» va in vacanza e tornerà a settembre, ricca di tanti nuovi contenuti.
Per tutto il periodo, la casella filosofiaenuovisentieri@gmail.com rimarrà attiva (i messaggi verranno ricevuti comunque, anche se non vi sarà risposta prima della riapertura): vi invitiamo dunque a mandarci tutte le vostre proposte – articoli, recensioni, interviste – che valuteremo e pubblicheremo fra poco più di un mese.
Auguriamo a tutti delle ottime vacanze estive.

La Redazione

«Posseggo case di campagna nei dintorni della vita».
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

Nietzsche


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Il ‘‘greco mascherato”. Sul significato di “inattuale” nella seconda Considerazione di Nietzsche.

> di Rossella Attolini*

Inattuale

 

Abstract: In this essay we want to analyze Nietzsche’s second Untimely Meditation, entitled On the Use and Abuse of History for Life (1874), in order to show the meanings of the adjective “untimely” (unzeitgemäß, literally ‘‘not according to time”). This adjective is present in the titles of the other Meditations too (Nietzsche published four of them, but he wanted to published thirteen Meditations, and that shows how great was the project to communicate his “untimely messages”). The intention of the philosopher, in each of these essays, is to show the different and opposite points of view (Gesichtspunkte) to those currents and shared in his time. That is what emerges from the Preface to On the Use and Abuse of History for Life, in which he defines as “untimely” the attempt, carried out in the book, to denounce the historical illness as damage of his time and to make men aware of it. But the denunciation is possible, as he admits, just because he is «a student of past eras, especially the greek one». As philologist in fact Nietzsche believes that the greek time can teach a “overhistorical” point of view on life, which can only be the condition of the rebirth of man and culture. Continua a leggere

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In cerca della libertà. Sulle tracce di Nussbaum, tra disabilità e giustizia – Parte seconda

> di Alessandro Pizzo*

 

Abstract: Qual è il rapporto tra la dignità umana e il correlato trattamento di giustizia dovuto alle persone disabili? Questa la questione che attraversa la riflessione di Martha Nussbaum alla cui ricerca ci si muove. Prendendo in considerazione i limiti della teoria moderna e liberale del patto sociale, si indica la direzione di massima entro la quale si dovrebbe avere maggiore cura e maggior tutela dei bisogni di giustizia delle persone disabili, variamente estromessi dal novero dei soggetti beneficiari dei diritti e dall’elenco dei soggetti attivi per la società. Continua a leggere

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In cerca della libertà. Sulle tracce di Nussbaum, tra disabilità e giustizia – Parte prima

> di Alessandro Pizzo*

 

Abstract: Qual è il rapporto tra la dignità umana e il correlato trattamento di giustizia dovuto alle persone disabili? Questa la questione che attraversa la riflessione di Martha Nussbaum alla cui ricerca ci si muove. Prendendo in considerazione i limiti della teoria moderna e liberale del patto sociale, si indica la direzione di massima entro la quale si dovrebbe avere maggiore cura e maggior tutela dei bisogni di giustizia delle persone disabili, variamente estromessi dal novero dei soggetti beneficiari dei diritti e dall’elenco dei soggetti attivi per la società. Continua a leggere


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Donne, diritti, capacità. Diventare persone secondo Martha Nussbaum

di Laura Sugamele*


Abstract

Martha Nussbaum prende in esame l’approccio alla capacità, concetto già precedentemente teorizzato da Amartya Sen e che, in questo libro, ripreso dall’autrice statunitense, costituisce termine di congiunzione per un’analisi approfondita che scaturisce dalle indagini della Nussbaum e, che viene a profilarsi, come accurata osservazione di una condizione, quella femminile, che in diverse parti del mondo continua ad essere ancora sottovalutata e stretta all’interno di situazioni culturali, economiche e sociali predefinite al maschile. Un’analisi che nel libro, verrà ad identificare le capacità con i diritti, due ‘facce della stessa medaglia’, che dovrebbero essere garantiti ad ogni essere umano, in quanto tutti soggetti meritevoli di libera espressione  e dignità individuale.

Keywords: Martha Nussbaum, capability approach, women and rights, public policies.

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Filosofia e letteratura distopica. Un saggio Aracne di Ambra Benvenuto

> di Paolo Calabrò

In un piccolo fondamentale saggio sulla politica in epoca nazista (“La responsabilità personale sotto la dittatura”, in R. Esposito [a cura di], Oltre la politica, ed. Bruno Mondadori, 1996, pp. 93-127), Hannah Arendt spiega che ciò che ha permesso ad alcuni tedeschi di non perdere la testa per il fuhrer e la sua legge non è stata affatto – come a lungo si è creduto, e ancora si propaganda – l’abitudine a tenere saldamente per veri certi valori, cui aggrapparsi indipendentemente dalla realtà e spesso a dispetto della realtà, bensì l’attitudine ad ascoltare la propria coscienza e a valutare il mondo circostante in accordo con essa. L’interessante volume di Ambra Benvenuto, dal titolo Filosofia e letteratura distopica, sembra voler riaffermare con forza questa conclusione, declinata – anziché nel panorama della barbarie nazista – in quello distopico delle tante narrazioni letterarie, cinematografiche, filosofiche che abbiamo conosciuto dai tempi di More fino ad oggi.
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L’etica del silenzio. Il rapporto tra vita etica e vita religiosa in Ludwig Wittgenstein

> di Matteo Loconsole*

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Sommario: In questo saggio l’autore, partendo dai presupposti linguistici del Tractatus logico-philosophicus, tenta di definire quale rapporto ci sia tra la sfera dell’etica, i cui contenuti per Wittgenstein rientrano nella categoria dell’ineffabile, e la vita religiosa.

Parole chiave: Wittgenstein; Linguaggio; Etica; Fede; Religiosità

Abstract: In this paper the author, starting from the language assumptions of the Tractatus logico-philosophicus, tries to define what is the relationship between the ethics field, whose contents for Wittgenstein are into the category of the ineffable, and religious life.

Keywords: Wittgenstein; Language; Ethics; Faith; Religiosity

Dopo tutto […] è poi vero che le parole dicono tutto? Che cosa possono dire le parole? Non distruggono piuttosto il simbolo che si cela oltre la loro portata?

V. Woolf, Flush: biografia di un cane, p. 31.

INTRODUZIONE

Può un non “credente” essere religioso? Probabilmente, l’opinione comune non potrebbe che negare una tale ipotesi o, per lo meno, sarebbe dubbiosa a riguardo. Si è soliti pensare, infatti, che essere religiosi significhi credere in una dottrina e praticare ciò che essa prescrive. Questa convinzione, nella maggior parte dei casi, ha fatto della religione una sorta di codice, un insieme di regole, che avrebbe dovuto indicare all’uomo la ‘retta via’ affinché ottenesse la salvezza dell’anima. Merito di Wittgenstein è stato quello di sovvertire il concetto di religione individuando, nel sentimento religioso, il mostrarsi della vita etica.

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